martedì 3 marzo 2020

IL CORONAVIRUS MOSTRA IL NOSTRO LIMITE: UN DEFICIT DI ETICA DEL RISCHIO



AGIRE BENE, DA SVEGLI

COMPETENZA E MISURA


Siamo alla follia collettiva, una confusione totale. Non banalizzo, ma il profilo del rischio richiede lucidità, competenza e responsabilità. Governo, regioni, sindaci, hanno perso l’autocontrollo in un Paese fragile e senza cervello, che manifesta il suo lato vulnerabile. (Massimo Cacciari al Quotidiano di Puglia, 27 febbraio. Sintesi mia). Cacciari esagera ma non troppo. Abbiamo avuto tutti la sensazione (da giornali e TV) che questa fosse la piega. Ora stiamo rientrando su modi più pacati, meno emotivi. Anche i giornalisti. Perché? Un amico (ha diretto grandi cantieri) mi dice: “Non accettiamo l’incertezza e demonizziamo l’errore. Ad esempio gli allarmi. In Svizzera mettono un buon sistema e, se succede un intoppo, verificano e imparano, senza fare tragedie. Noi complichiamo la gestione con quattro allarmi e, se succede, è un dramma.”

Si deve dire che i nostri decisori d’occasione affrontano l’inverno in braghe di tela: sono arrivati a delicati ruoli con percorsi spesso labili, isolati, in barba alla Costituzione (“metodo democratico”). Ma la Politica è impegno, sacrificio (e una gran bella esperienza), non una manna, una professione. Poi si ritrovano instabili al quadrato, pompati o attaccati all’infinito dai media. E come decidono? Chiamano gli esperti e rimpallano, passano il cerino. E se stanno solo agli esperti è peggio: si mettono la mascherina in diretta social; un guaio.

Cosa dovrebbe fare il decisore pubblico? Seguo Cacciari: competenza e responsabilità; interrogare la scienza, studiare, ascoltare tutti. Qualcuno l’ha già derubricata a influenza non grave. Dunque: essere anche svegli, usare il buon senso, stare sulla via di mezzo. Soprattutto, accettare il rischio e mirare a fare bene, non a ben figurare. Ma, sul punto, il politico pensa: se sbaglio vado a casa ed è finita, per me e per i miei progetti. Di questo dramma, sottolineo non tanto che il politico vada a casa, quanto che i suoi nobili fini (progetti) vengano cassati. Come dargli torto? È (molto spesso in buona fede) un alibi ma, non sono gli scopi ciò che conta? Non giustificano quasi tutto? C’è bisogno di prove?

Abbiamo (i 2/3 di noi) idee confuse su possibilità, incertezza e rischio. E siamo in grave, plateale errore sul rapporto scopimezzi. È cattiva coscienza: golosi di possibilità teoriche, bramiamo certezze, temiamo confusamente il rischio e siamo machiavellici: adoriamo gli scopi – da raggiungere con ogni mezzo, costi quel che costi – mentre detestiamo la fatica del percorso da compiere, del cammino, del processo, dei mezzi.

È tempo di dire che scopi buoni conseguono solo a mezzi buoni, a buone relazioni, giusti percorsi, curati processi; a rischi ben corsi. I fini appaiono al termine del percorso; quando il rischio è finito. Devo immaginarli, ma con la consapevolezza che non saranno quel che penso, che mi sorprenderanno o deluderanno. Che sono latenti: dipendono dal lavoro, dalla serietà del percorso, dagli strumenti che ho e da come li uso. In questa sana incertezza si forma il rischio (una probabilità, una misura); qui gli imprevisti e gli intoppi. E qui serve coraggio e freddezza, capacità di imparare, aggiustare la mira, ripartire. È l’”etica del viandante” di cui parla Umberto Galimberti: una vita al presente, con schiena diritta e un certo stile, una giusta tensione; curante dei mezzi e delle relazioni; padrona dei rischi.

Tutta la storia lo dimostra: le previsioni non ci azzeccano mai; sono utili (immaginare il bene, prevenire il male) ma servono per concentrarci, dare senso al processo. Decisivo (questo è il punto) è avere cura dei mezzi e così sentire e valutare i rischi che corriamo. Reggerli e non fare dramma dei danni. Rimane l’incertezza (brivido), ma l’accetto, perché ho un’idea di cosa può succedere. Mi posso assicurare. Se guardo agli scopi (a ben figurare) perdo la possibilità di valutare i rischi. Perché mi fiondo alla fine del processo.

Ora, il Covid-19 (a voler essere pignoli) non è ancora un rischio, perché non siamo in grado di prendergli bene le misure. Dovremmo parlare di pericolo (azioni e decisioni opache) o di azzardo (quando abbiamo esagerato, siamo nell’eccesso; il danno è quasi certo). Ma, vedete che anche pericoli e azzardi riguardano e si formano nei processi, con l’uso sconsiderato dei mezzi? È da questa percezione la difficoltà e l’ansia: in tutti gli ambiti siamo presi dalla corsa; stiamo esagerando, ossessionati dalle quantità. Una follia. Lavoriamo di più e meglio sulla qualità, sui mezzi e sui percorsi delle attività. Per un’etica dell’agire, delle relazioni, dei processi, del far Politica. Per rientrare nel rischio; per poterlo valutare e reggere. Facciamo in fretta però: Possibilità e Rischi stanno molto crescendo.

Mentre medici e operai stanno saldi al loro posto, i ricercatori fanno il loro lavoro e a volte perdono la vita, è importante che il ceto dirigente e una buona Politica tengano i nervi saldi, ascoltino con laicità e disincanto chi sa di mondo (in primis gli imprenditori, esposti a una concorrenza che non perde occasione), e aiutino il Paese a ritrovare il bandolo della matassa. Per definire e praticare – da svegli però – una nuova etica del rischio. È da un millennio che il rischiare creativo – di altissima qualità: la forma, il colore, lo stile, l’uso, la percezione, la bellezza – è il nostro plus. Lo abbiamo spiegato al mondo. Riprendiamoci.

Francesco Bizzotto 

Nessun commento:

Posta un commento