Dice ai
giovani: “alzatevi, ribaltate il tavolo”
La città è
chiave del nostro futuro. Per i giovani che vogliono la ‘casa taxi’ (Censis),
per gli affluenti integrati, per gli anziani che tra un po’ saranno il 30% e
abitano – isolati e soli al 40% – case spesso grandi, amministrate come galere.
Il 70% degli europei vive in aree urbane e gli architetti, con il loro
approccio artistico, sono un punto di riferimento.
Abbiamo incontrato l’architetto
Mario Cucinella: radici siciliane e genovesi con uffici a Bologna e Milano,
dove ha realizzato la Torre Unipol. Cresciuto a Parigi con Renzo Piano, mira a
un rapporto empatico con la natura e ama le periferie. Fa conto sui giovani e vede
come prioritario l’indirizzo politico (“non facile; diamogli una mano”).
Abitazioni, uffici, servizi vanno ripensati. Esempi: gli ospedali (“la
qualità dell’architettura è una prima forma di cura”) e le carceri (“non
le facciamo perché al 70% riguardano immigrati, che sono fuori da tutti i radar”).
Cucinella interpreta e costruisce da artigiano.
L’occasione è stata la
Triennale Milano, un’istituzione che dal 1923 (leggo sul sito) ‘promuove la
cultura come luogo d’incontro e affronta le sfide della contemporaneità’. Nata
a Monza, nel 1933 si trasferisce a Milano nel Palazzo dell’Arte progettato da
Giovanni Muzio, grazie al dono di 5 milioni di lire di tre imprenditori, i
fratelli Bernocchi. Il rinnovo di presidenza e cda è cosa di questi giorni (Corriere
della sera, 15 giugno. Annachiara Sacchi). Il ministro Giuli, cui compete la
nomina, e il sindaco Sala, l’approvazione, si sono accordati. Nuovo presidente
è Vincenzo Trione, critico d’arte – riporta Sacchi – con “uno sterminato
curriculum”. Ha detto: “Sarò serio e visionario”. Suo vice la leader
del Salone del Mobile, Maria Porro. E gli architetti? Turnover: nel cda sono
ora in terza fila.
Cosa c’entra Cucinella con
la Triennale? C’entra. A febbraio ha scritto una lettera aperta e proposto un “conclave
laico” per decidere. Ha chiesto – coraggioso – di parlarne e aprirsi al “lavorio
del dialogo, dell’esposizione al confronto, dell’attrito produttivo tra visioni
differenti”. Decidere insieme. Per una città “piattaforma capace di
attrarre talenti e idee che non appartengono tutti allo stesso ecosistema”;
per “generare posizioni d’avanguardia”. Infatti, “le istituzioni
culturali sono punte attraverso le quali si disegna lo spazio che abitiamo. Un
progetto implica rischio, apertura, responsabilità rispetto al tempo lungo”.
Esemplare: non ‘cosa’ ma ‘come’. Sappiamo quanto il ‘come’ pesi nel definire la
nostra città, che ha come punti di forza talenti e idee, d’impresa e professionali.
Non casuale: negli anni ’60 Milano aveva fino a novantamila studenti nelle sue
scuole superiori serali. 90 mila!
L’incontro con Cucinella (e
con il suo libro “Città foresta umana – L’empatia ci aiuta a progettare”, Ed.
Giulio Einaudi, 2024) scava nei terreni dell’abitare, del lavoro, dei servizi.
I vissuti, le relazioni umane e con l’ambiente. Egli mira a non separare gli
aspetti, le luci e le ombre. Vedere bene, ascoltare, per capire e agire meglio.
Un approccio qualitativo, interiore. Quando glielo dico (il tuo è un approccio
spirituale), riflette così: “La spiritualità è fonte di comprensione e
ispirazione. L’abbiamo delegata alle tradizioni religiose”.
Cucinella dice senza mezzi
termini: poniamo fine alla “follia di voler sfruttare il pianeta senza
misura”. La città? Può essere luogo di comunità e di crescita personale,
non di isolamento. Di relazioni e progettualità avanzate. Di nuova produttività.
Vediamo.
Domanda. Miriamo all’edificio per
abitare e lavorare. Pensiamo avanti. Hai detto che il settore edilizio è
responsabile del 40% del consumo energetico e del 39% delle emissioni di CO2. E
che nei prossimi 15 anni nel mondo si costruiranno un miliardo di alloggi. Qui,
o cambiamo o ci incartiamo! Nel frattempo, quanti edifici saranno da abbattere?
Hai detto: la loro vita media è 70 anni. Come ricostruire per recuperare suolo,
far posto alla domanda di case, ai fiumi e al verde, rispettare le montagne e far
fronte alla variabilità del clima?
Risposta. Questioni chiave. Il
costruito va monitorato. Settant’anni è una soglia. Dovremo molto abbattere e
molto costruire in modo diverso. Già ora costruire in 3D e assemblare riduce
costi, tempi e rischi. E l’Intelligenza artificiale spalanca possibilità (e responsabilità)
in termini di energia, emissioni e sicurezza. E in termini di equilibrio
spaziale (casa, lavoro, servizi) e naturale (i fiumi, il clima, i boschi, le
montagne, come dici tu).
D. Per poterlo fare, inviti
a entrare in empatia con la natura. Nel libro ‘Città foresta umana’ fai esempi
bellissimi. In Iran – nel 1272 – offrirono un gelato al tamarindo a Marco Polo…
R. Studiare i processi
ambientali per carpirne i segreti. L’aspetto di cui siamo carenti è la
consapevolezza delle modalità: il ‘come’, cuore della progettualità. Le ‘Torri
del vento’ svettano ancor oggi dal nord Africa al Pakistan (specie in Iran): di
notte, catturano il vento che di giorno rifluisce e abbassa le temperature
degli edifici di 7, 8 gradi. Una tecnica leggera. Di comprensione, non di
dominio. Empatia con la natura e i luoghi. Molti adattamenti sono geniali.
Meritano attenzione e rispetto.
D. Hai parlato (è l’insegnamento
di Edgar Morin) di un futuro di minori separazioni. Sogniamo: gli urbanisti progettano
con altri specialisti, e la casa, il lavoro e i servizi privati e pubblici trovano
nuovi spazi, nuove prossimità e relazioni?
R. Un mix di attività nello
stesso edificio, secondo esigenze. Gruppi di questi edifici (quartieri) formano
hub di mobilità veloce. Il lavoro (in parte) e i servizi si fanno prossimi alla
casa. La produttività viene esaltata e la mobilità molto semplificata.
D. Possiamo dirlo ai
pendolari lombardi (700 mila i milanesi)? L’80% degli anziani investirebbe su
questi edifici.
R. È un’idea di futuro. Morin
ci invita a pensare in grande e provare, fare test condivisi da reti di competenti.
Con sostegni di massa, crowdfunding, come dici. Perché no? La complessità diviene
semplicità e ricchezza se affrontata da specialisti con visioni tecniche e
sociali larghe. Da competenti umili e coraggiosi. Da visionari in rete.
Possiamo farcela benissimo.
D. Visione, apertura. Individuo
e relazioni, creatività. Parli di Rischi (misurati). Di Europa.
R. È la nostra cultura. C’è
un mondo in difficoltà (l’Africa, lasciami dire) che guarda a noi, culla
dell’umanesimo, al cui cuore c’è la pace come condizione per uno sviluppo
collaborativo. Serve impegno e apertura, a tutti i livelli.
D. Leggo che i vincenti del
sud est asiatico (Singapore, Indonesia) guardano all’Europa. Valorizzano i
talenti in sistemi sfidanti che intrecciano specialisti e stakeholder. Le idee
fioriscono. Hai proposto che Triennale Milano svolga questo ruolo.
R. Possiamo attirare
giovani, talenti e investimenti, indispensabili per innovare, competere, crescere
senza affogare. Triennale Milano è nata per questo. Penso proprio che lo farà.
D. Milano è capitale
europea (secondo l’Ocse) delle risorse umane professionali e imprenditoriali. A
proposito di investimenti: gli Assicuratori europei – titolari di risorse per
11 mila miliardi – sono impegnati (Solvency II) a fare “investimenti
infrastrutturali prospettici”: influire sul trend dei rischi (ridurre i danni,
evitare catastrofi) e mettere così in sicurezza i loro bilanci. Sono
disponibili. Quanto sono importanti le infrastrutture – materiali e sociali – di
gestione e collegamento, per la sicurezza ambientale?
R. L’architettura dipende
dalle infrastrutture. Possono essere parte dei progetti e progredire insieme.
L’urbanistica e il sistema delle infrastrutture è in un forte ritardo che va
recuperato coltivando empatia, ascoltando e rispettando la natura e la domanda,
i cittadini. Oggi tendiamo a scelte e soluzioni separate, e solo tecniche. Complicano
e portano nuovi rischi, mentre la natura prospetta soluzioni armoniose, meno
costose, a minor rischio.
D. Il gelato al tamarindo,
in Iran, nel 1272; le Torri del vento. Immagini bellissime. Isolati, bardati di
sole tecniche, facciamo disastri. Vale anche per la Politica?
R. Sì. La politica non va
lasciata sola. Non sia capro espiatorio. Non è vero che meno ce n’è meglio è. Organizziamoci
per starle vicino (con idee, proposte), per contribuire senza pretese. Giovani,
talenti e investimenti servono anche a questo.
D. Hai detto: avessi 20
anni sarei in piazza, per l’ambiente. Gli studenti universitari chiedono da
anni alloggi meno cari e non solo. Si devono arrendere?
R. Confermo. Sarei in
piazza. Quella ambientale è emergenza. E noi ‘adulti’ non ascoltiamo i giovani
nel momento formativo chiave (l’università). Milano e la Lombardia sono ricche
e attrattive, anche di risorse umane preziose. Penso a studentati in aree
industriali in sicurezza. O ad aree ibride: piazze o gruppi di negozi (oggi
vuoti, degradanti: una vergogna!). Punti d’incontro tra giovani e anziani che
favoriscano il controllo del territorio. Investiamo su housing dedicati a loro
e a fasce anche medie. E ai giovani dico: non arrendetevi e non illudetevi. Dipende
da voi: alzatevi e ribaltate il tavolo.
D. Penso a Milano: è bella
e l’abbiamo caricata di troppi pesi. Hai parlato di “una rete di città in
mezzo alla natura” e di rispetto e valorizzazione delle periferie, perché “i
desideri le abitano”. Parli di Lombardia! Non credi siano centrali le sue infrastrutture
di mobilità e sicurezza (gestione del rischio idrogeologico) e il dialogo tra piccole
e grandi città, la governance?
R. Quello sulle città è un
dibattito fallace se non si va verso la naturalizzazione. Sì. La Lombardia è la
città a cui mirare: 10 milioni di abitanti, come Parigi e Londra. Recuperare
suolo (saggio obiettivo europeo). Non riassorbire tutto in un paesaggio urbano isolante.
Rispettare le realtà minori (le comunità), creare aree boschive, aprire e
collegare gli spazi. Progettare e decidere insieme tra istituzioni e con i
giovani. E pensare alle infrastrutture del caso, decisamente relazionali. Non
lasciare soli gli anziani, i fragili, gli ultimi.
D. Senza città non c’è
umanesimo. L’Indonesia – una democrazia di 286 milioni di abitanti in 17.500
isole – supererà l’Europa? Il nostro ritardo urbanistico ci penalizzerà?
R. No. Consente di
progettare per bene sistemi di gestione di edifici, relazioni e acque. Al
centro la mobilità: una presidiata e relazionale rete di trasporti, dalle
metropolitane alle piste ciclabili; una rete policentrica, che collega anche i
centri minori tra loro. Per una stagione di crescita e competitività globale per
le imprese e i giovani (le loro imprese). Se l’Indonesia farà meglio di noi,
collaboreremo.
D. Mi piace la tua intrepida
fiducia. E il ruolo pubblico, l’amministrazione? Hai detto: è risultata debole.
Ce la può fare il pubblico? E come può contribuire il privato?
R. Con il dibattito, l’ascolto,
le sperimentazioni, specie dei giovani. Triennale Milano è un’ottima occasione.
Sono ottimista che lo farà.
D. Grandi Possibilità,
grandi Rischi. Qualcosa non va. Emanuele Severino citava spesso Aristotele:
‘Tutto ciò che è in potenza, è in potenza gli opposti’. Possiamo non darci
limiti, ma dovremmo vedere e gestire insieme le Possibilità e le loro ombre (i
Rischi). Invece, separiamo. Lo ha fatto anche un grande, quel Schumpeter che ha
esaltato i leader (gli imprenditori) innovativi (creativi), e poco si è curato
dei Rischi. Questione di accantonamenti finanziari, diceva, neanche di gestione
specialistica, assicurativa.
R. Ogni giorno tocchiamo
con mano il lato in ombra, rischioso, del progettare e costruire. Vedo specialisti
del Risk management al fianco di urbanisti e progettisti. In empatia con la
natura. Sono sviluppi utili a ridurre gli impatti negativi, il fuoco
distruttivo come gli incidenti di cantiere.
D. Un rapporto che può responsabilizzare
gli specialisti e indurre ad assicurare al meglio i grandi Rischi. Così, i
premi di Assicurazione sono contenuti e la gestione si ripaga.
R. Interessante. La
relazione tra specialisti porta armonia, diceva Morin. È la rigenerazione
dell’umanesimo. Crescere in qualità, ridurre i costi. Poter sorridere.
Francesco Bizzotto