sabato 27 giugno 2026

CITTÀ, ARCHITETTI. MARIO CUCINELLA

Dice ai giovani: “alzatevi, ribaltate il tavolo”

La città è chiave del nostro futuro. Per i giovani che vogliono la ‘casa taxi’ (Censis), per gli affluenti integrati, per gli anziani che tra un po’ saranno il 30% e abitano – isolati e soli al 40% – case spesso grandi, amministrate come galere. Il 70% degli europei vive in aree urbane e gli architetti, con il loro approccio artistico, sono un punto di riferimento.

Abbiamo incontrato l’architetto Mario Cucinella: radici siciliane e genovesi con uffici a Bologna e Milano, dove ha realizzato la Torre Unipol. Cresciuto a Parigi con Renzo Piano, mira a un rapporto empatico con la natura e ama le periferie. Fa conto sui giovani e vede come prioritario l’indirizzo politico (“non facile; diamogli una mano”). Abitazioni, uffici, servizi vanno ripensati. Esempi: gli ospedali (“la qualità dell’architettura è una prima forma di cura”) e le carceri (“non le facciamo perché al 70% riguardano immigrati, che sono fuori da tutti i radar”). Cucinella interpreta e costruisce da artigiano.

L’occasione è stata la Triennale Milano, un’istituzione che dal 1923 (leggo sul sito) ‘promuove la cultura come luogo d’incontro e affronta le sfide della contemporaneità’. Nata a Monza, nel 1933 si trasferisce a Milano nel Palazzo dell’Arte progettato da Giovanni Muzio, grazie al dono di 5 milioni di lire di tre imprenditori, i fratelli Bernocchi. Il rinnovo di presidenza e cda è cosa di questi giorni (Corriere della sera, 15 giugno. Annachiara Sacchi). Il ministro Giuli, cui compete la nomina, e il sindaco Sala, l’approvazione, si sono accordati. Nuovo presidente è Vincenzo Trione, critico d’arte – riporta Sacchi – con “uno sterminato curriculum”. Ha detto: “Sarò serio e visionario”. Suo vice la leader del Salone del Mobile, Maria Porro. E gli architetti? Turnover: nel cda sono ora in terza fila.

Cosa c’entra Cucinella con la Triennale? C’entra. A febbraio ha scritto una lettera aperta e proposto un “conclave laico” per decidere. Ha chiesto – coraggioso – di parlarne e aprirsi al “lavorio del dialogo, dell’esposizione al confronto, dell’attrito produttivo tra visioni differenti”. Decidere insieme. Per una città “piattaforma capace di attrarre talenti e idee che non appartengono tutti allo stesso ecosistema”; per “generare posizioni d’avanguardia”. Infatti, “le istituzioni culturali sono punte attraverso le quali si disegna lo spazio che abitiamo. Un progetto implica rischio, apertura, responsabilità rispetto al tempo lungo”. Esemplare: non ‘cosa’ ma ‘come’. Sappiamo quanto il ‘come’ pesi nel definire la nostra città, che ha come punti di forza talenti e idee, d’impresa e professionali. Non casuale: negli anni ’60 Milano aveva fino a novantamila studenti nelle sue scuole superiori serali. 90 mila!

L’incontro con Cucinella (e con il suo libro “Città foresta umana – L’empatia ci aiuta a progettare”, Ed. Giulio Einaudi, 2024) scava nei terreni dell’abitare, del lavoro, dei servizi. I vissuti, le relazioni umane e con l’ambiente. Egli mira a non separare gli aspetti, le luci e le ombre. Vedere bene, ascoltare, per capire e agire meglio. Un approccio qualitativo, interiore. Quando glielo dico (il tuo è un approccio spirituale), riflette così: “La spiritualità è fonte di comprensione e ispirazione. L’abbiamo delegata alle tradizioni religiose”.

Cucinella dice senza mezzi termini: poniamo fine alla “follia di voler sfruttare il pianeta senza misura”. La città? Può essere luogo di comunità e di crescita personale, non di isolamento. Di relazioni e progettualità avanzate. Di nuova produttività. Vediamo.

Domanda. Miriamo all’edificio per abitare e lavorare. Pensiamo avanti. Hai detto che il settore edilizio è responsabile del 40% del consumo energetico e del 39% delle emissioni di CO2. E che nei prossimi 15 anni nel mondo si costruiranno un miliardo di alloggi. Qui, o cambiamo o ci incartiamo! Nel frattempo, quanti edifici saranno da abbattere? Hai detto: la loro vita media è 70 anni. Come ricostruire per recuperare suolo, far posto alla domanda di case, ai fiumi e al verde, rispettare le montagne e far fronte alla variabilità del clima?

Risposta. Questioni chiave. Il costruito va monitorato. Settant’anni è una soglia. Dovremo molto abbattere e molto costruire in modo diverso. Già ora costruire in 3D e assemblare riduce costi, tempi e rischi. E l’Intelligenza artificiale spalanca possibilità (e responsabilità) in termini di energia, emissioni e sicurezza. E in termini di equilibrio spaziale (casa, lavoro, servizi) e naturale (i fiumi, il clima, i boschi, le montagne, come dici tu).

D. Per poterlo fare, inviti a entrare in empatia con la natura. Nel libro ‘Città foresta umana’ fai esempi bellissimi. In Iran – nel 1272 – offrirono un gelato al tamarindo a Marco Polo…

R. Studiare i processi ambientali per carpirne i segreti. L’aspetto di cui siamo carenti è la consapevolezza delle modalità: il ‘come’, cuore della progettualità. Le ‘Torri del vento’ svettano ancor oggi dal nord Africa al Pakistan (specie in Iran): di notte, catturano il vento che di giorno rifluisce e abbassa le temperature degli edifici di 7, 8 gradi. Una tecnica leggera. Di comprensione, non di dominio. Empatia con la natura e i luoghi. Molti adattamenti sono geniali. Meritano attenzione e rispetto.

D. Hai parlato (è l’insegnamento di Edgar Morin) di un futuro di minori separazioni. Sogniamo: gli urbanisti progettano con altri specialisti, e la casa, il lavoro e i servizi privati e pubblici trovano nuovi spazi, nuove prossimità e relazioni?

R. Un mix di attività nello stesso edificio, secondo esigenze. Gruppi di questi edifici (quartieri) formano hub di mobilità veloce. Il lavoro (in parte) e i servizi si fanno prossimi alla casa. La produttività viene esaltata e la mobilità molto semplificata.

D. Possiamo dirlo ai pendolari lombardi (700 mila i milanesi)? L’80% degli anziani investirebbe su questi edifici.

R. È un’idea di futuro. Morin ci invita a pensare in grande e provare, fare test condivisi da reti di competenti. Con sostegni di massa, crowdfunding, come dici. Perché no? La complessità diviene semplicità e ricchezza se affrontata da specialisti con visioni tecniche e sociali larghe. Da competenti umili e coraggiosi. Da visionari in rete. Possiamo farcela benissimo.

D. Visione, apertura. Individuo e relazioni, creatività. Parli di Rischi (misurati). Di Europa.

R. È la nostra cultura. C’è un mondo in difficoltà (l’Africa, lasciami dire) che guarda a noi, culla dell’umanesimo, al cui cuore c’è la pace come condizione per uno sviluppo collaborativo. Serve impegno e apertura, a tutti i livelli.

D. Leggo che i vincenti del sud est asiatico (Singapore, Indonesia) guardano all’Europa. Valorizzano i talenti in sistemi sfidanti che intrecciano specialisti e stakeholder. Le idee fioriscono. Hai proposto che Triennale Milano svolga questo ruolo.

R. Possiamo attirare giovani, talenti e investimenti, indispensabili per innovare, competere, crescere senza affogare. Triennale Milano è nata per questo. Penso proprio che lo farà.

D. Milano è capitale europea (secondo l’Ocse) delle risorse umane professionali e imprenditoriali. A proposito di investimenti: gli Assicuratori europei – titolari di risorse per 11 mila miliardi – sono impegnati (Solvency II) a fare “investimenti infrastrutturali prospettici”: influire sul trend dei rischi (ridurre i danni, evitare catastrofi) e mettere così in sicurezza i loro bilanci. Sono disponibili. Quanto sono importanti le infrastrutture – materiali e sociali – di gestione e collegamento, per la sicurezza ambientale?

R. L’architettura dipende dalle infrastrutture. Possono essere parte dei progetti e progredire insieme. L’urbanistica e il sistema delle infrastrutture è in un forte ritardo che va recuperato coltivando empatia, ascoltando e rispettando la natura e la domanda, i cittadini. Oggi tendiamo a scelte e soluzioni separate, e solo tecniche. Complicano e portano nuovi rischi, mentre la natura prospetta soluzioni armoniose, meno costose, a minor rischio.

D. Il gelato al tamarindo, in Iran, nel 1272; le Torri del vento. Immagini bellissime. Isolati, bardati di sole tecniche, facciamo disastri. Vale anche per la Politica?

R. Sì. La politica non va lasciata sola. Non sia capro espiatorio. Non è vero che meno ce n’è meglio è. Organizziamoci per starle vicino (con idee, proposte), per contribuire senza pretese. Giovani, talenti e investimenti servono anche a questo.

D. Hai detto: avessi 20 anni sarei in piazza, per l’ambiente. Gli studenti universitari chiedono da anni alloggi meno cari e non solo. Si devono arrendere?

R. Confermo. Sarei in piazza. Quella ambientale è emergenza. E noi ‘adulti’ non ascoltiamo i giovani nel momento formativo chiave (l’università). Milano e la Lombardia sono ricche e attrattive, anche di risorse umane preziose. Penso a studentati in aree industriali in sicurezza. O ad aree ibride: piazze o gruppi di negozi (oggi vuoti, degradanti: una vergogna!). Punti d’incontro tra giovani e anziani che favoriscano il controllo del territorio. Investiamo su housing dedicati a loro e a fasce anche medie. E ai giovani dico: non arrendetevi e non illudetevi. Dipende da voi: alzatevi e ribaltate il tavolo.

D. Penso a Milano: è bella e l’abbiamo caricata di troppi pesi. Hai parlato di “una rete di città in mezzo alla natura” e di rispetto e valorizzazione delle periferie, perché “i desideri le abitano”. Parli di Lombardia! Non credi siano centrali le sue infrastrutture di mobilità e sicurezza (gestione del rischio idrogeologico) e il dialogo tra piccole e grandi città, la governance?

R. Quello sulle città è un dibattito fallace se non si va verso la naturalizzazione. Sì. La Lombardia è la città a cui mirare: 10 milioni di abitanti, come Parigi e Londra. Recuperare suolo (saggio obiettivo europeo). Non riassorbire tutto in un paesaggio urbano isolante. Rispettare le realtà minori (le comunità), creare aree boschive, aprire e collegare gli spazi. Progettare e decidere insieme tra istituzioni e con i giovani. E pensare alle infrastrutture del caso, decisamente relazionali. Non lasciare soli gli anziani, i fragili, gli ultimi.

D. Senza città non c’è umanesimo. L’Indonesia – una democrazia di 286 milioni di abitanti in 17.500 isole – supererà l’Europa? Il nostro ritardo urbanistico ci penalizzerà?

R. No. Consente di progettare per bene sistemi di gestione di edifici, relazioni e acque. Al centro la mobilità: una presidiata e relazionale rete di trasporti, dalle metropolitane alle piste ciclabili; una rete policentrica, che collega anche i centri minori tra loro. Per una stagione di crescita e competitività globale per le imprese e i giovani (le loro imprese). Se l’Indonesia farà meglio di noi, collaboreremo.

D. Mi piace la tua intrepida fiducia. E il ruolo pubblico, l’amministrazione? Hai detto: è risultata debole. Ce la può fare il pubblico? E come può contribuire il privato?

R. Con il dibattito, l’ascolto, le sperimentazioni, specie dei giovani. Triennale Milano è un’ottima occasione. Sono ottimista che lo farà.

D. Grandi Possibilità, grandi Rischi. Qualcosa non va. Emanuele Severino citava spesso Aristotele: ‘Tutto ciò che è in potenza, è in potenza gli opposti’. Possiamo non darci limiti, ma dovremmo vedere e gestire insieme le Possibilità e le loro ombre (i Rischi). Invece, separiamo. Lo ha fatto anche un grande, quel Schumpeter che ha esaltato i leader (gli imprenditori) innovativi (creativi), e poco si è curato dei Rischi. Questione di accantonamenti finanziari, diceva, neanche di gestione specialistica, assicurativa.

R. Ogni giorno tocchiamo con mano il lato in ombra, rischioso, del progettare e costruire. Vedo specialisti del Risk management al fianco di urbanisti e progettisti. In empatia con la natura. Sono sviluppi utili a ridurre gli impatti negativi, il fuoco distruttivo come gli incidenti di cantiere.

D. Un rapporto che può responsabilizzare gli specialisti e indurre ad assicurare al meglio i grandi Rischi. Così, i premi di Assicurazione sono contenuti e la gestione si ripaga.

R. Interessante. La relazione tra specialisti porta armonia, diceva Morin. È la rigenerazione dell’umanesimo. Crescere in qualità, ridurre i costi. Poter sorridere.

Francesco Bizzotto

venerdì 19 giugno 2026

R.C. PROFESSIONALE

Proposta in Parlamento: ridurre la responsabilità diretta dei soggetti tecnici (e dei loro eredi). 

Ma, Se la legge sposta il rischio verso le Assicurazione, allora queste devono poter controllare la qualità del processo costruttivo.

La proposta di legge presentata il 16 giugno 2026 alla Camera dall'on. Andrea De Bertoldi (Lega) affronta un tema molto sentito dalle professioni tecniche (geometri, ingegneri, architetti, geologi, periti, agronomi, agrotecnici): la responsabilità civile per danni derivanti dall'attività professionale.

Qual é il problema che la proposta cerca di risolvere? Nelle opere edilizie e infrastrutturali, il professionista (e anche gli eredi) può essere chiamato a rispondere insieme all'impresa esecutrice anche molti anni dopo la realizzazione dell'opera.

Accade che:

■ l'impresa che ha materialmente eseguito i lavori sia fallita, liquidata o irreperibile;

■ il professionista rimanga l'unico soggetto solvibile;

■ gli eredi del professionista si trovino esposti a richieste risarcitorie.

La proposta di De Bertoldi mira – par di capire – a limitare a 10 anni la responsabilità e a caricare sulle polizze assicurative i rischi soggettivi (e quelli solidali) sia del tecnico sia dell'impresa esecutrice dei lavori.

La proposta é insufficiente. Produce due effetti:

1° riduce l'impegno responsabile del tecnico (e dell'impresa) rispetto a progetto e lavori: possono ridurre la qualità dei materiali e i costi dei lavori (alzare di fatto il Rischio di danni a terzi dopo un certo periodo);

2° aumenta il peso del Rischio sulla compagnia di Assicurazione. Lo rende un Pericolo non valutato. Anzi lo caratterizza come un azzardo. E lo allunga nel tempo.

La soluzione? Affidare all'Assicuratore un ruolo non di solidarietà passiva, di semplice pagatore alle mercé di progettista ed esecutore dei lavori, ma attivo ("prospettico"). Deve poter assicurare non un oggetto semi-sconosciuto ma un processo costruttivo (progettazione ed esecuzione).

Questa soluzione é suggerita dalla ricerca di un Assicuratore svizzero (Zurich), che ho ricordato nei giorni scorsi a proposito del Ponte di Messina.

Il tecnico sa se l'opera viene progettata e costruita per durare 5, 10 o 30 anni. E l'impresa sa di quali manutenzioni necessita.

Il settore assicurativo può ritrovare la sua funzione storica: non limitarsi a finanziare le conseguenze dell'incertezza, ma contribuire alla affidabilità di opere, processi e comportamenti prima che il danno accada. Creare una Probabilità vera, cioè soggettiva, relazionale, processuale, quantistica (influente, interattiva). Responsabile.

Auspichiamo che il Parlamento affronti in modo approfondito, la questione. Ad evitare di dovere poi rincorrere aumenti delle tariffe che le Assicurazioni sarebbero costrette a fare a fronte dell'incertezza a cui apre la proposta.

Francesco Bizzotto 


martedì 16 giugno 2026

ASSICURARE OGGI

SINGAPORE, INDONESIA, THAILANDIA, MALESIA ...

Ci tallonano nella Assunzione di Rischi. 

Realizzano i nostri sogni degli anni '70.Prendiamo esempi. Innoviamo

Tratto da Commercial Risk (Insurance e Risk Management News) 8 giugno 2026.

 Alex Tarantino (nome a noi familiare) è ceo di HDI Global a Singapore.

Tarantino parla del suo lavoro di assuntore di Rischi. Descrive un modo di fare basato su valori umanistici, europei: talenti in campo, squadre autonome, governance trasparente e chiara definizione delle responsabilità.

Un modello che promuove deliberatamente lo spirito imprenditoriale del singolo collaboratore.

"L'eccellenza dovrebbe diventare un'abitudine, non un'aspirazione", afferma. "L'obiettivo è creare un ambiente in cui le persone abbiano lo spazio per innovare e mettere in discussione le convenzioni, assumendosi al contempo rischi ponderati, supportate dalle competenze di chi le circonda."

La crescita della filiale di Singapore di HDI Global richiede talenti specializzati. Attrarli è frutto di uno sforzo strategico mirato. "Il talento segue lo scopo", afferma Tarantino. "Attiriamo specialisti offrendo un lavoro significativo su rischi complessi e ad alto impatto, supportato da competenze globali e da una reale autonomia".

Ciò che HDI Global offre, a differenza di molti concorrenti, dice, è la profondità di una rete veramente globale, che favorisce l'apprendimento individuale e apre percorsi di carriera internazionali. 

Il suo obiettivo: HDI Global Singapore sia riconosciuta come il principale hub assicurativo per l'energia e le energie rinnovabili nella regione Asia-Pacifico. Un punto di riferimento per l'eccellenza tecnica, la rigorosa gestione delle sottoscrizioni e le relazioni a lungo termine con i clienti. Non aria fritta.

Complimenti ad Alex Tarantino!

Il suo obiettivo era il sogno che noi Assicuratori milanesi avevamo (molti di noi) negli anni '70 e '80, pur espresso con parole d'ordine sindacali esagerate: parlare apertamente del nostro lavoro, della sua utilità, della sua organizzazione e valorizzazione. Delle relazioni interne, che qualche volta erano autoritarie, borboniche e sessiste. Del senso del mestiere, economico e sociale.

Allora, una certa comprensibile chiusura non ci ha ascoltato, interpretato. Talché la questione è ancora aperta. Non affrontata, a dire il vero, in molti Paesi europei.

Negli Usa invece – nonostante Trump – è al centro della riflessione della media e grande impresa. Si chiede da tempo come essere attrattiva per i migliori talenti. Una rivoluzione copernicana. Ma i boriosi specialisti del diritto del lavoro nostrano glissano e parlano d'altro. Mancano di visione. Mi pare.

Francesco Bizzotto 

lunedì 8 giugno 2026

POLIZZE SANITARIE

Gabanelli ne ha parlato male. Abbiamo sbagliato qualcosa. Approfondiremo.

Intanto. L'offerta è libera e differenziata. Anche quella per i diversi welfare aziendali. Non è rigida, come lascia intendere Gabanelli.

E poi mettiamo un punto fermo sfuggitole: Il SSN da solo non basta. Difendiamo lo standard pubblico di buona qualità per tutti. È civiltà. E poi vediamo una domanda di personalizzazione della cura della Salute che va riconosciuta. È un valore di libertà e responsabilità. Può trovare risposte integrative (come diceva un grande Assicuratore, Alfonso Desiata), non sostitutive, distruttive del SSN.

Sancisce il diritto a curarsi al meglio. Per chi? Solo per chi ha i soldi per farlo? No, per tutti. Per questo sono al mondo gli Assicuratori. Per sostenere gli innovatori nei loro grandi rischi, anche se con mezzi insufficienti.

Resta il mistero delle file di accesso al sistema pubblico. Uno scandalo. Ci pensino le Istituzioni competenti. Certo, non è una questione di soldi. Siamo tutti pronti a investire su progetti seri e chiari, trasparenti.

Francesco Bizzotto 

lunedì 30 marzo 2026

GIOACCHINO DA FIORE

1202. In quest'anno come oggi moriva Gioacchino da Fiore, mentre lavorava a un canale di irrigazione. Monaco cistercense visionario e influente, aveva convinto tutti i papi e i re con cui aveva parlato.

Sosteneva che la libertà (per la Chiesa e per tutti) passa attraverso un cammino, un percorso, un processo: scelte, decisioni, assunzioni di responsabilità [Rischi, direi]. Non attraverso la contrapposizione, la forza, la guerra, il controllo, il dominio.

Dunque, poteva venire il tempo dello Spirito – diceva – dopo quello del Padre e del Figlio. Il tempo dell'amicizia, del dialogo, dell'unità, della creatività [della mediazione e dell'innovazione, diremmo].

Francesco Bizzotto 

martedì 10 marzo 2026

OCCASIONE "TRIENNALE"

 

«DISEGNARE IL FUTURO DI MILANO»

Sulla lettera aperta di Mario Cucinella.

Una bella "Lettera aperta" dell'architetto Mario Cucinella (Corriere della sera 28.2.26) invita Milano a cogliere l'occasione Triennale per «disegnare il futuro», aprendosi al «lavorio del dialogo, dell'esposizione al confronto, dell'attrito produttivo tra visioni differenti».

Per una Città «piattaforma capace di attrarre talenti e idee che non appartengono tutti allo stesso ecosistema». Per «generare posizioni d'avanguardia».

Dice Cucinella: alla Triennale serve «un conclave laico». «No a soluzioni domestiche a basso consumo di fantasia».

E ancora: «Le istituzioni culturali sono punte attraverso le quali si disegna lo spazio che abitiamo. Un progetto implica rischio, apertura, responsabilità rispetto al tempo lungo».

                                                              —

A noi piacciono le idee di Cucinella e pensiamo Milano come laboratorio per il Paese. L'ultima prova? Le Olimpiadi.

Pensiamo alla governance per Milano Città Metropolitana Lombarda. E vorremmo, in particolare, che la Triennale promuovesse ricerca ed esposizione di nuovi modi di costruire, lavorare, abitare; fare comunità e rischiare (che è decidere / agire individuale, cosciente, saggio, misurato, in relazione).

DIECI CITY LIFE NEL CONTADO

Ad esempio, utilizzando l'altezza per recuperare suolo, ridurre l'inquinamento e rispettare i fiumi, l'uomo, l'ambiente.

E mixare abitazioni, attività e servizi; tutti a portata di ascensore. Come vuole il 50% degli individui che vivono soli, ancor più se anziani (il 30%) e giovani (vogliono la "casa taxi" - Censis).

Per avere tempo e modo di pensare, respirare, decidere.

Noi sogniamo 10 City Life nel Contado di Milano e gli Assicuratori pronti a finanziarle (autentico "investimento infrastrutturale prospettico", come impone l'Europa con Solvency II).

Dunque, alla Triennale serve «non un nome ma una piattaforma di confronto strutturata e pubblica», dice Cucinella.

NB. L'Intelligenza artificiale lancia una sfida alle Città: possono diventare luoghi di concentrazione, coscienza e armonia. Per nuovi modi (misurati) di fare insieme rete e comunità, impresa e rischio, libertà e interiorità.

Francesco Bizzotto 

 

sabato 7 febbraio 2026

PONTE SULLO STRETTO

MANCA LA “CARTINA DI TORNASOLE”, LA POLIZZA:

SE VA MALE, CHI E COME RISPONDE?

Serve una polizza di Responsabilità civile europea, «prospettica», quantistica: che attivi la Prevenzione dei danni da progetto e da processo.

Sul Ponte Salvini accetta le indicazioni del presidente Mattarella sulla governance. Bene.

Noi ribadiamo: l'opera ha senso se apre alla Città Metropolitana dello Stretto (fino a Gioia Tauro), per accogliere i traffici dalla Turchia al nord Africa e dare all'area lo sviluppo che merita.

E puntualizziamo. Va fatto un accordo con le comunità locali (in primis Villa S. Giovanni). E va reso pubblico il piano di "Gestione dei Rischi", con le relative Assicurazioni di Responsabilità. Queste polizze possono essere «prospettiche»: attive nella prevenzione dei danni, nell'interesse di tutti. Bellissime!

Francesco Bizzotto
PS. Abbiamo scritto il 27 agosto 2025:
     "L’Assicurazione del Ponte può, dunque, essere «prospettica» – cioè, mirare alla Prevenzione – e quindi dinamica (non statica: una polizza che dorme fino alla scadenza o a un sinistro), processuale (che segue in tempo reale le attività) e quindi relazionale e “adattiva” (suggerisce ChatGPT); quantistica, sottolineiamo, cioè aperta e attenta ad ampie influenze, positive e negative.
È l’Isola che non c’è, che cerchiamo e vogliamo. Sì. Il Risk management del Ponte può essere un bel test di «Assicurazione prospettica». Sicilia e Calabria, porta d’Europa a cultura ellenica, lo meritano".


lunedì 19 gennaio 2026

O TRUMP E PUTIN

 O RETE E RISCHIO

Ipotesi: non sono forti Trump e Putin; è debole la Democrazia e decrepiti i Partiti. È la mia tesi. Tecnico e formatore del mondo assicurativo, amo la Rete e il Rischio, l’ombra ignorata della Possibilità che rischiara, illumina il cammino.

Dunque. Le idee estreme di Trump, Putin e altri (aggressive, ego-centrate e furbine) fanno parte della realtà, inducono violenza, “strategie predatorie” (ieri, il presidente Mattarella), e non hanno futuro. Tempo fa, con un po’ più di stile, erano dominanti in politica, nelle imprese, in casa. Oggi, in Occidente pesano poco (10%). Perché, allora, riemergono come probabili vincenti (le do al 55%)? Perché i decisori democratici, equilibrati, sono chiusi in uno schema sbagliato: la logica della “piramide”, deterministica o fordista si diceva. Come si sostanzia? I dati del passato dicono del futuro, di quel che sarà e s’ha da fare.

Fosse così, chi è bene che decida (rischi)? Chi ha i dati: il leader (o re, o anziano, o proprietario) e il suo Comando, posti in alto, all’ultimo piano. Sarebbe bene decidessero le sue idee, i suoi proclami, supposti scientifici grazie alla pezza d’appoggio di un’altra idea forte, pure lei sballata: quella del lavoro specializzato, frammentato, isolato.

Così, posto in alto il Comando – e in mezzo lo pseudo specialista, a fare da trait d’union funzionale –, finisce in basso la collaborazione (si fa Esecuzione). Il voto, l’opinione, il consenso diventano formali e si comprano con l’elargizione illuminata: la distribuzione. Il Comando, anche in Politica, distribuisce. Ha funzionato. Ne erano convinti anche i comunisti bolscevichi, secondo Bruno Trentin. La ritenevano un’idea scientifica. E ancora lo pensano i professori, i Piketty e Cacciari.

La forza di Trump e l'incertezza europea si spiegano con la scarsa soddisfazione (mai misurata) dell’Opinione pubblica, del cittadino rispetto a questi rapporti. Così, l’elettore vota (il nuovo) in modo reattivo, contro la vecchia “rappresentanza”. O non vota affatto (siamo al 50%). È insoddisfatto della Democrazia per come viene interpretata, dei suoi signori, leader e Partiti. Così, li destabilizza con i sondaggi e poi li abbandona.

Vi sono qui esperienze (la Lega, Renzi, i 5 Stelle) e altre in Usa, Inghilterra, Francia, Germania. È un inascoltato invito a cambiare, a innovare il modo di fare Politica. I Partiti in generale hanno un consenso ai minimi (10% mi pare). Fossero aziende sarebbero falliti. Ora, è centrale la domanda che poniamo agli esperti, tipo Sabino Cassese: i Partiti rispettano il dettato costituzionale che vuole decidano con “metodo democratico”?


La Politica (primo esempio negativo, di cui pure abbiamo un bisogno vitale) può uscire dalla “piramide” e fare passi verso la Rete, la Partecipazione responsabile. Si organizzi. Ha mille occasioni, in primis nella trascurata PA nazionale e locale. Di cos’altro parlare prima che di soldi e interessi, ciascuno i suoi? La Politica può ben adottare una logica quantistica: fare "con", insieme, non "per", separatamente, inevitabilmente a debito. Chiamare i sindacati (e i competenti della propria parte) a occuparsi e discutere di indirizzi, di politiche industriali. Per passare dal Voto, ovvero dalla delega tipica della “piramide” pseudo scientifica, a Reti gentili che comprendano, attivino, ingaggino responsabilmente gli stakeholder. E gli specialisti? Ormai è chiaro: o hai una visione larga, oppure la tua competenza non conta niente.

Insomma, la Politica può imparare ad amare e far amare l’incertezza che si fa Rischio, cioè probabilità, misura della Possibilità; che comprende le ombre, i lati oscuri, e che implica impegno, valutazioni, concorrenza bene intesa (correre insieme per obiettivi condivisi). Una collaborazione meritocratica, giusta, in cui tutti remano ed è chiaro in che direzione. E nessuno viene lasciato solo, in difficoltà. Questo è concorrere, a cui tutti un po’ sfuggiamo. È il sano rischiare a cui invitava, a Milano, il cardinale Martini (1927 – 2012). Dal sano rischiare deriveranno (con alte probabilità) decisioni e investimenti a buona resa.

Ascoltiamo cosa diceva Carlo Maria Martini (Violenza e parola di Dio. Cattedra dei non credenti. Milano, 28 novembre1996): “Aggressività, sorpresa, una qualche forma di invadenza e di provocazione, competizione, concorrenza, rischio, sono parte non solo della vita ma anche della vita virtuosa, cioè forte, robusta, di quella che si cimenta, si mette in questione, rischia, accetta le sfide e così genera valori”.

Facciamo ora un secondo esempio: il dibattito in vista delle elezioni amministrative a Milano. Lo vedo volgere (all’80%) al negativo. Un incerto ceto politico si accapiglia sulle priorità: prima i contenuti e poi i nomi! E i programmi? Primarie sì o no? La logica della Rete (della partecipazione quantistica) indurrebbe a considerare quale visione della città ci orienta e subito dopo come pensiamo di muoverci. Il “come” viene prima del “cosa”. La governance (come prendi le decisioni) viene prima dei programmi. Facciamo la Città Metropolitana aperta alla Lombardia? Quale sarà il ruolo del Contado, delle province? È credibile che possa decidere in pratica il solo ricco e opaco Comune di Milano?

E, a Milano – terzo esempio negativo –, come gestiamo il lavoro, il fondamentale Capitale umano dipendente e autonomo? Che ruolo diamo al punto di forza di Milano, al primo fattore che attrae investimenti? Continuiamo a comprimerne il costo (a limitare il mercato interno) o prendiamo spunto da ciò che giace in Parlamento, da ultimo un disegno di legge di segno cattolico (Cisl) che apre alla formale partecipazione responsabile alla vita delle imprese? È il lavoro, quello umile e quello professionale, che fa girare la Milano delle direzioni di enti, banche e assicurazioni. Trattiamolo bene!

Ma, l’Agenzia Metropolitana per la Formazione, l’Orientamento e il Lavoro (AFOL), è lasciata ai margini, a sostenere gli ultimi, ad attendere le crisi, a fare “distribuzione” con alti costi. Mettiamole le ali, rendiamola più efficace ed efficiente e partecipata (ad esempio da Assolombarda). Può essere – con Politiche attive – motore di mobilità, ovvero di libertà sia per l’impresa sia per il lavoro. I nostri migliori laureati vanno all’estero perché qui manca l’ascensore sociale. A Londra e in Germania lo trovano e guadagnano l’80% in più.

Come fare? Guardare al 90% delle imprese (le piccole) e alle grandi illuminate. Ma è dagli
Usa che viene l’esempio più alto. Cosa fa la media e grande impresa Usa? Coltiva la concorrenza e il Rischio. Ci sta lavorando. Al 70% pone al centro gli ESG dell’Onu (Environmental, Social, Governance). Risulta da ripetute ricerche di Enterprise Risk Management of North Caroline State University con Deloitte. L’impresa Usa vede il grande Rischio / Possibilità dei collaboratori imprenditivi e punta non più solo a sceglierli ma anche a essere scelta da loro: essere attrattiva, comprendere, ingaggiare e valorizzare non solo i migliori, anche differenze di approccio e soluzione dei problemi. Gestire Reti è il ruolo dell’imprenditore che va definendo. Per innovare, farsi apprezzare, moltiplicare il tasso del “concorrere” e quindi investire e competere sui mercati.

I sistemi totalitari sono qui molto lontani e nella nebbia. Questa prospettiva è presente in Europa da tempo. L’aveva intuita, ad esempio, lo sfortunato Giovannino Agnelli (1964 – 1997). È il "mercato" che vincerà: creativo, innovativo e di qualità. Salverà l’ambiente. L’impresa a Rete, la logica quantistica (l’interdipendenza influente; l’inter-essere buddhista) chiede la parola nel dialogo tra i Nord e i Sud. Chi chiede la parola? L’uomo intero di George Simmel (1858 – 1918), il suo lato contemplativo e quindi creativo; l’umano dell’uomo di Vasilij Grossman (1905 – 1964). Per inciso: solo quest’uomo (insieme individuale e relazionale, materiale e spirituale) saprà fare impresa e gestire con saldi positivi i Rischi / Possibilità del confronto culturale globale e dell’Intelligenza artificiale.

Ma, la Politica, decisiva perché orienta e ha l’uso esclusivo della forza (ce ne siamo ben accorti), ovunque non tocca palla. Ancora non ha capito. Perché ha una matrice castellana, arcaica, isolata, limitata. Al più è caritatevole, non democratica e aperta come serve. Banalmente, è egemonizzata da tipi “insegnanti”, abituati a trasmettere stando in alto; peraltro a 20 cm. da terra.

Se Paesi, imprese, famiglie e individui, non favoriscono la Partecipazione, la Rete, il Rischio (a ogni livello), inevitabilmente fanno azzardi, corrono e fanno correre “pericoli” (smisurati per definizione), aprono a “Cigni neri” incredibili, impensabili, tipo quelli visti: dal Covid all’Ucraina, dal 7 ottobre a Gaza e dal Venezuela alla – speriamo proprio di no – fine della Nato (la Groenlandia). In tendenza, ci portano a un abisso. Possiamo riprenderci.

La cara ragione logico matematica (i dati, le statistiche) mostra i limiti. È parziale. Il riferimento più giusto è il sano “conflitto”, il “polemos” di Eraclito, che abbiamo tradotto con guerra ma che è il normale porsi di ogni individuo e punto di vista, che non può far altro che contrapporsi (per distinguersi, affermarsi). E che non deve indurre a isolarsi, a separarsi. Così Massimo Cacciari. Conflitto pacato, una Relazione, non un dramma; da amare, gestire, rischiare. Chiama al dialogo e alla mediazione, ovvero alla sua giuridizzazione: un foro di dibattito, un arbitro competente e un giudice riconosciuto. Per questo sono nati l’Onu e il Wto (commerci). Si torni lì allora e se ne parli. A questo fine servono Partiti politici scalabili, autonomi. Chi non li ha o non lo è, ci pensi.

All’Europa unita compete un ruolo di proposta, motivazione, approfondimento. Un ruolo che sia parte di una Politica estera a tutto campo, con un leader stimato (Mario Draghi?), una diplomazia e servizi per la pace fortissimi, all’altezza. Solo una Politica estera che parli all’Opinione pubblica mondiale, oltre che ai leader, può in Europa accompagnare un forte impegno per la deterrenza: la difesa armata coordinata, con un gruppo di comando. L’Europa ha tutto per svolgere questo ruolo. Nella sua grande cultura il punto di forza.

Così, mi piace ricordare il filosofo Jurgen Habermas (96 anni). Ha detto: l’Europa punti a un’integrazione che le consenta di "ballare da sola" e difendere i propri valori e interessi. Conservi le identità plurali e superi il nazionalismo; miri alla cooperazione e affronti la crisi globale con una forte identità politica. L’idea gentile della Rete può esserne chiave di volta.

Francesco Bizzotto

sabato 3 gennaio 2026

NON PREVENIRE

Forse UN DELITTO

A proposito di Prevenzione.

Eventi Catastrofali. Ha detto in questi giorni Mark Beasley, direttore di ERM - Enterprise Risk Management della Università North Caroline (Usa):

«I decisori lottano con l'incertezza, rendendo fondamentale sviluppare strategie adattive a lungo termine piuttosto che misure reattive».

Non gestire i rischi, non orientarsi alla Prevenzione, limitarsi a reagire agli eventi avversi, non «sviluppare strategie adattive» è, qui da noi, contrario al buon senso e alla legge 231/01 (di indirizzo europeo). Una responsabilità di fatto penale.

Strano che nessuno – tranne il presidente Mattarella, la Fondazione Ania, Silvio Garattini e pochi altri – se ne avveda. In tutti gli ambiti, anche quelli urbanistico – ambientali, è un delitto non adottare provvedimenti atti a ridurre gli alti Rischi che, come nembi minacciosi, si accumulano sulla nostra testa. Forse, è un delitto anche tacere e guardare altrove.

Pensiamo sia così. A tutti i livelli di Governo, d'impresa e di vita, è un delitto non gestire i rischi in ottica di Prevenzione dei danni.

Esempio. Il Governo, con il supporto di Ivass, differenzi le tasse sulle Polizze di Assicurazione. Favorisca i cittadini e gli Assicuratori che, nel fare la Polizza (dalla RCA al Condominio, dalla Salute al Vita), formalmente si attivano anche per prevenire i danni.

Il Parlamento ne discuta!

Francesco Bizzotto 

mercoledì 10 dicembre 2025

EUROPA

È TEMPO DI DECISIONI MISURATE (DI RISCHI)

I Paesi europei devono stare uniti e prendere decisioni. Togliere di mezzo la regola dell'unanimità. 

Ciascuno perde qualcosa e ottiene molto di più. È la cartina di tornasole dei governi.

E non basterà armarsi e coordinarsi.

L'Europa può difendersi con mezzi più potenti (non disarmata). Con:

1° una visione politica alta (pace, mediazione dei conflitti, accordi di disarmo, testimoni prestigiosi, motivazioni e percorsi);

2° un gruppo di personalità credibili, rappresentative, attive, propositive;

3° iniziative culturali e diplomatiche multipolari che favoriscano (Opinioni pubbliche) il reciproco rispetto e la crescita, l'aggregazione di Paesi (potenze regionali) e la riforma dell'Onu. 

Togliere la paralizzante regola del diritto di veto e ascoltare il Sud del mondo. Rischiare Decisioni. 

Francesco Bizzotto