sabato 27 giugno 2026

CITTÀ, ARCHITETTI. MARIO CUCINELLA

Dice ai giovani: “alzatevi, ribaltate il tavolo”

La città è chiave del nostro futuro. Per i giovani che vogliono la ‘casa taxi’ (Censis), per gli affluenti integrati, per gli anziani che tra un po’ saranno il 30% e abitano – isolati e soli al 40% – case spesso grandi, amministrate come galere. Il 70% degli europei vive in aree urbane e gli architetti, con il loro approccio artistico, sono un punto di riferimento.

Abbiamo incontrato l’architetto Mario Cucinella: radici siciliane e genovesi con uffici a Bologna e Milano, dove ha realizzato la Torre Unipol. Cresciuto a Parigi con Renzo Piano, mira a un rapporto empatico con la natura e ama le periferie. Fa conto sui giovani e vede come prioritario l’indirizzo politico (“non facile; diamogli una mano”). Abitazioni, uffici, servizi vanno ripensati. Esempi: gli ospedali (“la qualità dell’architettura è una prima forma di cura”) e le carceri (“non le facciamo perché al 70% riguardano immigrati, che sono fuori da tutti i radar”). Cucinella interpreta e costruisce da artigiano.

L’occasione è stata la Triennale Milano, un’istituzione che dal 1923 (leggo sul sito) ‘promuove la cultura come luogo d’incontro e affronta le sfide della contemporaneità’. Nata a Monza, nel 1933 si trasferisce a Milano nel Palazzo dell’Arte progettato da Giovanni Muzio, grazie al dono di 5 milioni di lire di tre imprenditori, i fratelli Bernocchi. Il rinnovo di presidenza e cda è cosa di questi giorni (Corriere della sera, 15 giugno. Annachiara Sacchi). Il ministro Giuli, cui compete la nomina, e il sindaco Sala, l’approvazione, si sono accordati. Nuovo presidente è Vincenzo Trione, critico d’arte – riporta Sacchi – con “uno sterminato curriculum”. Ha detto: “Sarò serio e visionario”. Suo vice la leader del Salone del Mobile, Maria Porro. E gli architetti? Turnover: nel cda sono ora in terza fila.

Cosa c’entra Cucinella con la Triennale? C’entra. A febbraio ha scritto una lettera aperta e proposto un “conclave laico” per decidere. Ha chiesto – coraggioso – di parlarne e aprirsi al “lavorio del dialogo, dell’esposizione al confronto, dell’attrito produttivo tra visioni differenti”. Decidere insieme. Per una città “piattaforma capace di attrarre talenti e idee che non appartengono tutti allo stesso ecosistema”; per “generare posizioni d’avanguardia”. Infatti, “le istituzioni culturali sono punte attraverso le quali si disegna lo spazio che abitiamo. Un progetto implica rischio, apertura, responsabilità rispetto al tempo lungo”. Esemplare: non ‘cosa’ ma ‘come’. Sappiamo quanto il ‘come’ pesi nel definire la nostra città, che ha come punti di forza talenti e idee, d’impresa e professionali. Non casuale: negli anni ’60 Milano aveva fino a novantamila studenti nelle sue scuole superiori serali. 90 mila!

L’incontro con Cucinella (e con il suo libro “Città foresta umana – L’empatia ci aiuta a progettare”, Ed. Giulio Einaudi, 2024) scava nei terreni dell’abitare, del lavoro, dei servizi. I vissuti, le relazioni umane e con l’ambiente. Egli mira a non separare gli aspetti, le luci e le ombre. Vedere bene, ascoltare, per capire e agire meglio. Un approccio qualitativo, interiore. Quando glielo dico (il tuo è un approccio spirituale), riflette così: “La spiritualità è fonte di comprensione e ispirazione. L’abbiamo delegata alle tradizioni religiose”.

Cucinella dice senza mezzi termini: poniamo fine alla “follia di voler sfruttare il pianeta senza misura”. La città? Può essere luogo di comunità e di crescita personale, non di isolamento. Di relazioni e progettualità avanzate. Di nuova produttività. Vediamo.

Domanda. Miriamo all’edificio per abitare e lavorare. Pensiamo avanti. Hai detto che il settore edilizio è responsabile del 40% del consumo energetico e del 39% delle emissioni di CO2. E che nei prossimi 15 anni nel mondo si costruiranno un miliardo di alloggi. Qui, o cambiamo o ci incartiamo! Nel frattempo, quanti edifici saranno da abbattere? Hai detto: la loro vita media è 70 anni. Come ricostruire per recuperare suolo, far posto alla domanda di case, ai fiumi e al verde, rispettare le montagne e far fronte alla variabilità del clima?

Risposta. Questioni chiave. Il costruito va monitorato. Settant’anni è una soglia. Dovremo molto abbattere e molto costruire in modo diverso. Già ora costruire in 3D e assemblare riduce costi, tempi e rischi. E l’Intelligenza artificiale spalanca possibilità (e responsabilità) in termini di energia, emissioni e sicurezza. E in termini di equilibrio spaziale (casa, lavoro, servizi) e naturale (i fiumi, il clima, i boschi, le montagne, come dici tu).

D. Per poterlo fare, inviti a entrare in empatia con la natura. Nel libro ‘Città foresta umana’ fai esempi bellissimi. In Iran – nel 1272 – offrirono un gelato al tamarindo a Marco Polo…

R. Studiare i processi ambientali per carpirne i segreti. L’aspetto di cui siamo carenti è la consapevolezza delle modalità: il ‘come’, cuore della progettualità. Le ‘Torri del vento’ svettano ancor oggi dal nord Africa al Pakistan (specie in Iran): di notte, catturano il vento che di giorno rifluisce e abbassa le temperature degli edifici di 7, 8 gradi. Una tecnica leggera. Di comprensione, non di dominio. Empatia con la natura e i luoghi. Molti adattamenti sono geniali. Meritano attenzione e rispetto.

D. Hai parlato (è l’insegnamento di Edgar Morin) di un futuro di minori separazioni. Sogniamo: gli urbanisti progettano con altri specialisti, e la casa, il lavoro e i servizi privati e pubblici trovano nuovi spazi, nuove prossimità e relazioni?

R. Un mix di attività nello stesso edificio, secondo esigenze. Gruppi di questi edifici (quartieri) formano hub di mobilità veloce. Il lavoro (in parte) e i servizi si fanno prossimi alla casa. La produttività viene esaltata e la mobilità molto semplificata.

D. Possiamo dirlo ai pendolari lombardi (700 mila i milanesi)? L’80% degli anziani investirebbe su questi edifici.

R. È un’idea di futuro. Morin ci invita a pensare in grande e provare, fare test condivisi da reti di competenti. Con sostegni di massa, crowdfunding, come dici. Perché no? La complessità diviene semplicità e ricchezza se affrontata da specialisti con visioni tecniche e sociali larghe. Da competenti umili e coraggiosi. Da visionari in rete. Possiamo farcela benissimo.

D. Visione, apertura. Individuo e relazioni, creatività. Parli di Rischi (misurati). Di Europa.

R. È la nostra cultura. C’è un mondo in difficoltà (l’Africa, lasciami dire) che guarda a noi, culla dell’umanesimo, al cui cuore c’è la pace come condizione per uno sviluppo collaborativo. Serve impegno e apertura, a tutti i livelli.

D. Leggo che i vincenti del sud est asiatico (Singapore, Indonesia) guardano all’Europa. Valorizzano i talenti in sistemi sfidanti che intrecciano specialisti e stakeholder. Le idee fioriscono. Hai proposto che Triennale Milano svolga questo ruolo.

R. Possiamo attirare giovani, talenti e investimenti, indispensabili per innovare, competere, crescere senza affogare. Triennale Milano è nata per questo. Penso proprio che lo farà.

D. Milano è capitale europea (secondo l’Ocse) delle risorse umane professionali e imprenditoriali. A proposito di investimenti: gli Assicuratori europei – titolari di risorse per 11 mila miliardi – sono impegnati (Solvency II) a fare “investimenti infrastrutturali prospettici”: influire sul trend dei rischi (ridurre i danni, evitare catastrofi) e mettere così in sicurezza i loro bilanci. Sono disponibili. Quanto sono importanti le infrastrutture – materiali e sociali – di gestione e collegamento, per la sicurezza ambientale?

R. L’architettura dipende dalle infrastrutture. Possono essere parte dei progetti e progredire insieme. L’urbanistica e il sistema delle infrastrutture è in un forte ritardo che va recuperato coltivando empatia, ascoltando e rispettando la natura e la domanda, i cittadini. Oggi tendiamo a scelte e soluzioni separate, e solo tecniche. Complicano e portano nuovi rischi, mentre la natura prospetta soluzioni armoniose, meno costose, a minor rischio.

D. Il gelato al tamarindo, in Iran, nel 1272; le Torri del vento. Immagini bellissime. Isolati, bardati di sole tecniche, facciamo disastri. Vale anche per la Politica?

R. Sì. La politica non va lasciata sola. Non sia capro espiatorio. Non è vero che meno ce n’è meglio è. Organizziamoci per starle vicino (con idee, proposte), per contribuire senza pretese. Giovani, talenti e investimenti servono anche a questo.

D. Hai detto: avessi 20 anni sarei in piazza, per l’ambiente. Gli studenti universitari chiedono da anni alloggi meno cari e non solo. Si devono arrendere?

R. Confermo. Sarei in piazza. Quella ambientale è emergenza. E noi ‘adulti’ non ascoltiamo i giovani nel momento formativo chiave (l’università). Milano e la Lombardia sono ricche e attrattive, anche di risorse umane preziose. Penso a studentati in aree industriali in sicurezza. O ad aree ibride: piazze o gruppi di negozi (oggi vuoti, degradanti: una vergogna!). Punti d’incontro tra giovani e anziani che favoriscano il controllo del territorio. Investiamo su housing dedicati a loro e a fasce anche medie. E ai giovani dico: non arrendetevi e non illudetevi. Dipende da voi: alzatevi e ribaltate il tavolo.

D. Penso a Milano: è bella e l’abbiamo caricata di troppi pesi. Hai parlato di “una rete di città in mezzo alla natura” e di rispetto e valorizzazione delle periferie, perché “i desideri le abitano”. Parli di Lombardia! Non credi siano centrali le sue infrastrutture di mobilità e sicurezza (gestione del rischio idrogeologico) e il dialogo tra piccole e grandi città, la governance?

R. Quello sulle città è un dibattito fallace se non si va verso la naturalizzazione. Sì. La Lombardia è la città a cui mirare: 10 milioni di abitanti, come Parigi e Londra. Recuperare suolo (saggio obiettivo europeo). Non riassorbire tutto in un paesaggio urbano isolante. Rispettare le realtà minori (le comunità), creare aree boschive, aprire e collegare gli spazi. Progettare e decidere insieme tra istituzioni e con i giovani. E pensare alle infrastrutture del caso, decisamente relazionali. Non lasciare soli gli anziani, i fragili, gli ultimi.

D. Senza città non c’è umanesimo. L’Indonesia – una democrazia di 286 milioni di abitanti in 17.500 isole – supererà l’Europa? Il nostro ritardo urbanistico ci penalizzerà?

R. No. Consente di progettare per bene sistemi di gestione di edifici, relazioni e acque. Al centro la mobilità: una presidiata e relazionale rete di trasporti, dalle metropolitane alle piste ciclabili; una rete policentrica, che collega anche i centri minori tra loro. Per una stagione di crescita e competitività globale per le imprese e i giovani (le loro imprese). Se l’Indonesia farà meglio di noi, collaboreremo.

D. Mi piace la tua intrepida fiducia. E il ruolo pubblico, l’amministrazione? Hai detto: è risultata debole. Ce la può fare il pubblico? E come può contribuire il privato?

R. Con il dibattito, l’ascolto, le sperimentazioni, specie dei giovani. Triennale Milano è un’ottima occasione. Sono ottimista che lo farà.

D. Grandi Possibilità, grandi Rischi. Qualcosa non va. Emanuele Severino citava spesso Aristotele: ‘Tutto ciò che è in potenza, è in potenza gli opposti’. Possiamo non darci limiti, ma dovremmo vedere e gestire insieme le Possibilità e le loro ombre (i Rischi). Invece, separiamo. Lo ha fatto anche un grande, quel Schumpeter che ha esaltato i leader (gli imprenditori) innovativi (creativi), e poco si è curato dei Rischi. Questione di accantonamenti finanziari, diceva, neanche di gestione specialistica, assicurativa.

R. Ogni giorno tocchiamo con mano il lato in ombra, rischioso, del progettare e costruire. Vedo specialisti del Risk management al fianco di urbanisti e progettisti. In empatia con la natura. Sono sviluppi utili a ridurre gli impatti negativi, il fuoco distruttivo come gli incidenti di cantiere.

D. Un rapporto che può responsabilizzare gli specialisti e indurre ad assicurare al meglio i grandi Rischi. Così, i premi di Assicurazione sono contenuti e la gestione si ripaga.

R. Interessante. La relazione tra specialisti porta armonia, diceva Morin. È la rigenerazione dell’umanesimo. Crescere in qualità, ridurre i costi. Poter sorridere.

Francesco Bizzotto

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