lunedì 19 gennaio 2026

O TRUMP E PUTIN

 O RETE E RISCHIO

Ipotesi: non sono forti Trump e Putin; è debole la Democrazia e decrepiti i Partiti. È la mia tesi. Tecnico e formatore del mondo assicurativo, amo la Rete e il Rischio, l’ombra ignorata della Possibilità che rischiara, illumina il cammino.

Dunque. Le idee estreme di Trump, Putin e altri (aggressive, ego-centrate e furbine) fanno parte della realtà, inducono violenza, “strategie predatorie” (ieri, il presidente Mattarella), e non hanno futuro. Tempo fa, con un po’ più di stile, erano dominanti in politica, nelle imprese, in casa. Oggi, in Occidente pesano poco (10%). Perché, allora, riemergono come probabili vincenti (le do al 55%)? Perché i decisori democratici, equilibrati, sono chiusi in uno schema sbagliato: la logica della “piramide”, deterministica o fordista si diceva. Come si sostanzia? I dati del passato dicono del futuro, di quel che sarà e s’ha da fare.

Fosse così, chi è bene che decida (rischi)? Chi ha i dati: il leader (o re, o anziano, o proprietario) e il suo Comando, posti in alto, all’ultimo piano. Sarebbe bene decidessero le sue idee, i suoi proclami, supposti scientifici grazie alla pezza d’appoggio di un’altra idea forte, pure lei sballata: quella del lavoro specializzato, frammentato, isolato.

Così, posto in alto il Comando – e in mezzo lo pseudo specialista, a fare da trait d’union funzionale –, finisce in basso la collaborazione (si fa Esecuzione). Il voto, l’opinione, il consenso diventano formali e si comprano con l’elargizione illuminata: la distribuzione. Il Comando, anche in Politica, distribuisce. Ha funzionato. Ne erano convinti anche i comunisti bolscevichi, secondo Bruno Trentin. La ritenevano un’idea scientifica. E ancora lo pensano i professori, i Piketty e Cacciari.

La forza di Trump e l'incertezza europea si spiegano con la scarsa soddisfazione (mai misurata) dell’Opinione pubblica, del cittadino rispetto a questi rapporti. Così, l’elettore vota (il nuovo) in modo reattivo, contro la vecchia “rappresentanza”. O non vota affatto (siamo al 50%). È insoddisfatto della Democrazia per come viene interpretata, dei suoi signori, leader e Partiti. Così, li destabilizza con i sondaggi e poi li abbandona.

Vi sono qui esperienze (la Lega, Renzi, i 5 Stelle) e altre in Usa, Inghilterra, Francia, Germania. È un inascoltato invito a cambiare, a innovare il modo di fare Politica. I Partiti in generale hanno un consenso ai minimi (10% mi pare). Fossero aziende sarebbero falliti. Ora, è centrale la domanda che poniamo agli esperti, tipo Sabino Cassese: i Partiti rispettano il dettato costituzionale che vuole decidano con “metodo democratico”?


La Politica (primo esempio negativo, di cui pure abbiamo un bisogno vitale) può uscire dalla “piramide” e fare passi verso la Rete, la Partecipazione responsabile. Si organizzi. Ha mille occasioni, in primis nella trascurata PA nazionale e locale. Di cos’altro parlare prima che di soldi e interessi, ciascuno i suoi? La Politica può ben adottare una logica quantistica: fare "con", insieme, non "per", separatamente, inevitabilmente a debito. Chiamare i sindacati (e i competenti della propria parte) a occuparsi e discutere di indirizzi, di politiche industriali. Per passare dal Voto, ovvero dalla delega tipica della “piramide” pseudo scientifica, a Reti gentili che comprendano, attivino, ingaggino responsabilmente gli stakeholder. E gli specialisti? Ormai è chiaro: o hai una visione larga, oppure la tua competenza non conta niente.

Insomma, la Politica può imparare ad amare e far amare l’incertezza che si fa Rischio, cioè probabilità, misura della Possibilità; che comprende le ombre, i lati oscuri, e che implica impegno, valutazioni, concorrenza bene intesa (correre insieme per obiettivi condivisi). Una collaborazione meritocratica, giusta, in cui tutti remano ed è chiaro in che direzione. E nessuno viene lasciato solo, in difficoltà. Questo è concorrere, a cui tutti un po’ sfuggiamo. È il sano rischiare a cui invitava, a Milano, il cardinale Martini (1927 – 2012). Dal sano rischiare deriveranno (con alte probabilità) decisioni e investimenti a buona resa.

Ascoltiamo cosa diceva Carlo Maria Martini (Violenza e parola di Dio. Cattedra dei non credenti. Milano, 28 novembre1996): “Aggressività, sorpresa, una qualche forma di invadenza e di provocazione, competizione, concorrenza, rischio, sono parte non solo della vita ma anche della vita virtuosa, cioè forte, robusta, di quella che si cimenta, si mette in questione, rischia, accetta le sfide e così genera valori”.

Facciamo ora un secondo esempio: il dibattito in vista delle elezioni amministrative a Milano. Lo vedo volgere (all’80%) al negativo. Un incerto ceto politico si accapiglia sulle priorità: prima i contenuti e poi i nomi! E i programmi? Primarie sì o no? La logica della Rete (della partecipazione quantistica) indurrebbe a considerare quale visione della città ci orienta e subito dopo come pensiamo di muoverci. Il “come” viene prima del “cosa”. La governance (come prendi le decisioni) viene prima dei programmi. Facciamo la Città Metropolitana aperta alla Lombardia? Quale sarà il ruolo del Contado, delle province? È credibile che possa decidere in pratica il solo ricco e opaco Comune di Milano?

E, a Milano – terzo esempio negativo –, come gestiamo il lavoro, il fondamentale Capitale umano dipendente e autonomo? Che ruolo diamo al punto di forza di Milano, al primo fattore che attrae investimenti? Continuiamo a comprimerne il costo (a limitare il mercato interno) o prendiamo spunto da ciò che giace in Parlamento, da ultimo un disegno di legge di segno cattolico (Cisl) che apre alla formale partecipazione responsabile alla vita delle imprese? È il lavoro, quello umile e quello professionale, che fa girare la Milano delle direzioni di enti, banche e assicurazioni. Trattiamolo bene!

Ma, l’Agenzia Metropolitana per la Formazione, l’Orientamento e il Lavoro (AFOL), è lasciata ai margini, a sostenere gli ultimi, ad attendere le crisi, a fare “distribuzione” con alti costi. Mettiamole le ali, rendiamola più efficace ed efficiente e partecipata (ad esempio da Assolombarda). Può essere – con Politiche attive – motore di mobilità, ovvero di libertà sia per l’impresa sia per il lavoro. I nostri migliori laureati vanno all’estero perché qui manca l’ascensore sociale. A Londra e in Germania lo trovano e guadagnano l’80% in più.

Come fare? Guardare al 90% delle imprese (le piccole) e alle grandi illuminate. Ma è dagli
Usa che viene l’esempio più alto. Cosa fa la media e grande impresa Usa? Coltiva la concorrenza e il Rischio. Ci sta lavorando. Al 70% pone al centro gli ESG dell’Onu (Environmental, Social, Governance). Risulta da ripetute ricerche di Enterprise Risk Management of North Caroline State University con Deloitte. L’impresa Usa vede il grande Rischio / Possibilità dei collaboratori imprenditivi e punta non più solo a sceglierli ma anche a essere scelta da loro: essere attrattiva, comprendere, ingaggiare e valorizzare non solo i migliori, anche differenze di approccio e soluzione dei problemi. Gestire Reti è il ruolo dell’imprenditore che va definendo. Per innovare, farsi apprezzare, moltiplicare il tasso del “concorrere” e quindi investire e competere sui mercati.

I sistemi totalitari sono qui molto lontani e nella nebbia. Questa prospettiva è presente in Europa da tempo. L’aveva intuita, ad esempio, lo sfortunato Giovannino Agnelli (1964 – 1997). È il "mercato" che vincerà: creativo, innovativo e di qualità. Salverà l’ambiente. L’impresa a Rete, la logica quantistica (l’interdipendenza influente; l’inter-essere buddhista) chiede la parola nel dialogo tra i Nord e i Sud. Chi chiede la parola? L’uomo intero di George Simmel (1858 – 1918), il suo lato contemplativo e quindi creativo; l’umano dell’uomo di Vasilij Grossman (1905 – 1964). Per inciso: solo quest’uomo (insieme individuale e relazionale, materiale e spirituale) saprà fare impresa e gestire con saldi positivi i Rischi / Possibilità del confronto culturale globale e dell’Intelligenza artificiale.

Ma, la Politica, decisiva perché orienta e ha l’uso esclusivo della forza (ce ne siamo ben accorti), ovunque non tocca palla. Ancora non ha capito. Perché ha una matrice castellana, arcaica, isolata, limitata. Al più è caritatevole, non democratica e aperta come serve. Banalmente, è egemonizzata da tipi “insegnanti”, abituati a trasmettere stando in alto; peraltro a 20 cm. da terra.

Se Paesi, imprese, famiglie e individui, non favoriscono la Partecipazione, la Rete, il Rischio (a ogni livello), inevitabilmente fanno azzardi, corrono e fanno correre “pericoli” (smisurati per definizione), aprono a “Cigni neri” incredibili, impensabili, tipo quelli visti: dal Covid all’Ucraina, dal 7 ottobre a Gaza e dal Venezuela alla – speriamo proprio di no – fine della Nato (la Groenlandia). In tendenza, ci portano a un abisso. Possiamo riprenderci.

La cara ragione logico matematica (i dati, le statistiche) mostra i limiti. È parziale. Il riferimento più giusto è il sano “conflitto”, il “polemos” di Eraclito, che abbiamo tradotto con guerra ma che è il normale porsi di ogni individuo e punto di vista, che non può far altro che contrapporsi (per distinguersi, affermarsi). E che non deve indurre a isolarsi, a separarsi. Così Massimo Cacciari. Conflitto pacato, una Relazione, non un dramma; da amare, gestire, rischiare. Chiama al dialogo e alla mediazione, ovvero alla sua giuridizzazione: un foro di dibattito, un arbitro competente e un giudice riconosciuto. Per questo sono nati l’Onu e il Wto (commerci). Si torni lì allora e se ne parli. A questo fine servono Partiti politici scalabili, autonomi. Chi non li ha o non lo è, ci pensi.

All’Europa unita compete un ruolo di proposta, motivazione, approfondimento. Un ruolo che sia parte di una Politica estera a tutto campo, con un leader stimato (Mario Draghi?), una diplomazia e servizi per la pace fortissimi, all’altezza. Solo una Politica estera che parli all’Opinione pubblica mondiale, oltre che ai leader, può in Europa accompagnare un forte impegno per la deterrenza: la difesa armata coordinata, con un gruppo di comando. L’Europa ha tutto per svolgere questo ruolo. Nella sua grande cultura il punto di forza.

Così, mi piace ricordare il filosofo Jurgen Habermas (96 anni). Ha detto: l’Europa punti a un’integrazione che le consenta di "ballare da sola" e difendere i propri valori e interessi. Conservi le identità plurali e superi il nazionalismo; miri alla cooperazione e affronti la crisi globale con una forte identità politica. L’idea gentile della Rete può esserne chiave di volta.

Francesco Bizzotto

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