martedì 3 maggio 2022

1° MAGGIO

 IL RUOLO DEL LAVORO

La sfida del Lavoro, tra pandemia e guerra, in Europa è questa: qualificare il proprio ruolo e comunicarlo, per essere riconosciuto e apprezzato: avere valore. Se per l’opinione pubblica sei un residuo d’altri tempi, se sei in ritirata di fronte alle macchine e ti difendi, non vali niente! Ti daranno un tozzo di pane; assistenza. Per valere, devi stare nelle relazioni, avere un ruolo utile, crederci e comunicarlo.

Il Lavoro. Va dall’imprenditore che organizza (“un lavoratore che rischia” – Walter Veltroni) al professionista dipendente e autonomo (reggono la baracca), all’impiegato esecutivo scontento e lasco, al giovane precario, povero o ingabbiato (i lavoretti). Ora, i collaboratori al Nord mancano e hanno perso reddito nel decennio. Pagano più tasse dell’imprenditore e insieme formano un sistema economico spesso performante all’esterno ma che arretra, scontenta e vacilla all’interno. È un problema per la società aperta, la Democrazia, che offre argomenti ai Paesi autoritari: se conta la macchina, l’organizzazione (se questa è Scienza e il Lavoro un costo), si faccia sistema con forza, si unifichi il comando (il Partito) e si distribuisca quanto serve. E tutti zitti. Ma, non è così: le macchine (le cose) sono importanti ma le relazioni, la direzione di marcia e l’apertura lo sono di più. Solo uniti fanno Scienza. In ogni istante l’uomo (competente in relazione) è presente e consapevole, intraprende e decide, si cura, innova; rischia. Si tratta di creare, non di distribuire!

"DATORI DI LAVORO SCELTI"

Lo dimostra una indagine PwC tra i direttori di grandi aziende Usa sui rischi percepiti emergenti nel 2021. Traggo le informazioni da NC State University – Enterprise Risk Management Initiative. L’approccio è quello pragmatico e positivo del più avanzato Risk management: i rischi sono possibilità sia positive (performances) sia negative (conseguenze indesiderate, danni); aree benedette, indispensabili, da amare e temere, esplorare e gestire, sviluppare e rispettare. Avanzano due temi in particolare:

Primo: "La gestione dei talenti è in cima all'elenco delle priorità e dei rischi". Le imprese si differenziano per competere come datori di lavoro (al 75%); cercano di scoprire e attirare i migliori talenti; di essere "datori di lavoro scelti". Gli Usa sono sempre frontiera!

Secondo: preoccupano i rischi "ESG" (nell'indicazione Onu: Ambiente, Inclusione sociale, Decisioni condivise). Occuparsi di questi rischi è un "imperativo aziendale" (per il 52%) strategico (per il 64%). Ora, i Cda mirano a "legare la retribuzione dei dirigenti a parametri non finanziari", e a diversificare la loro composizione, specie in termini di etnia (premiano la "D & I" – Diversità e Inclusione). Insomma, le imprese Usa ci danno filo da torcere, anche culturale. Emergono tre capitoli di rischi da correre / gestire / profittare:

1° Talenti (Capitale umano): cercarli, formarli, soddisfarli;

2° "ESG" (Ambiente, Società, Governance) come visione globale;

3° "D & I" (Diversità & Inclusione). La Relazione si porta al centro; si fa ricchezza.

Nell’impresa appare un sorprendente tono e calore umano, relazionale; positivo e produttivo. Bellissimi questi Rischi! Vien da dire: come è lontana e stupida la guerra!

Per inciso, nella squadra del Risk management, appare un nuovo specialista: il "Responsabile delle preoccupazioni" (Chief Worry Officer). Si prende cura degli eventi insoliti, dei quasi sinistri (near miss) e dei timori e malumori sussurrati dai competenti.

QUALITÀ E MOBILITÀ. RADDOPPIA LA CONCORRENZA

Tutto ciò mentre in Europa ci attardiamo sul costo del lavoro (a sé stante). Non è il fattore decisivo nel tipo di globalizzazione che si prospetta: far rientrare produzioni e stringere rapporti di interscambio tra partner “democratici” (friend-shoring). Obbliga al rispetto delle opinioni pubbliche coinvolte. Se no, ti fai una brutta immagine, perdi valore, non attiri risorse umane e investimenti qualificati. Perdi i giovani e non vieni scelto. Conta la qualità.

Serve allora ritessere il rapporto con il Lavoro: “un rinnovato ciclo di protagonismo sociale", dice Dario Di Vico nell’Editoriale del Corriere della sera del 1° maggio. Con quali obiettivi? Orientare e Formare talenti innanzitutto di imprenditori che attirino investimenti con le loro idee, i loro progetti; e poi di competenti che li affianchino. Formarli e farli incontrare, affinché si ingaggino reciprocamente, con soddisfazione. E sostenerli, aiutarli nelle crisi (produttive e relazionali). Magari, anticiparle le crisi. È chiaro: penso a una stagione di protagonismo plurale e sostanziale; a rappresentanze dinamiche e dialoganti; a un diritto collettivo basato sul diritto individuale alla Mobilità sociale, che è il segreto del nostro boom negli anni ‘60. Anni in cui a Milano c’erano, pare, 90mila studenti nelle scuole serali. Con la Mobilità raddoppia il tasso di concorrenza del sistema economico.

I SERVIZI ALLE IMPRESE!

Concretamente. Formare e sostenere imprenditori e collaboratori per offrire chance, fare giustizia, e per recuperare un grave ritardo che ci penalizza: i Servizi alle imprese. È il nostro tallone d’Achille. Se cresciamo qui il manifatturiero vola e stravince. Dice Dario Di Vico: "Abbiamo un impresentabile terziario low cost che ci fa apparire dei nani della società dei servizi a confronto dei partner europei". Sì. Abbiamo trascurato i Servizi alle attività, di cui è protagonista il lavoro autonomo e capitale la Lombardia. Quali Servizi? Molti, tra cui quelli finanziari, digitali e relazionali, appunto. È il primo rischio d’intrapresa!

Una prova? Nell’infuocato dibattito sul rinnovo del Cda di Assicurazioni Generali, grandi azionisti si sono sfidati senza dire una parola sul ruolo della più bella compagnia di assicurazioni, ad eccezione dell’ex presidente Galateri di Genola, che ha visto l’esigenza che si orienti alla Prevenzione dei danni: per rendere sostenibili (più sicuri: ad securo) i sistemi, in coerenza con l’indirizzo europeo a investire sulla prospettiva. Tema centrale, decisivo. E il dibattito? Non esiste! Politica assente, giornalisti distratti, Servizi scarsini.

LA POLITICA, LA LOMBARDIA E MILANO

Dunque, il Lavoro inteso in senso ampio, positivo, creativo (imprenditivo e collaborativo), è questione e rischio chiave: di performance e di sostenibilità delle attività, e non solo economiche. La Lombardia ne parli in un dialogo globale. È il dialogo che fa la Pace! Diamoci tre grandi obiettivi. I primi due li ho detti: rinsaldare le Reti di intrapresa e crescere nei Servizi alle attività. Il terzo riguarda la qualità della Politica: se non si basa su competenze organizzate in modo continuativo e per progetti di cambiamento credibili, affonda e noi con lei. Non basteranno bravi leader risoluti e forti Istituzioni stabili.

Ed è l’aspetto istituzionale (il governo) l’emergenza per il Lavoro. L’assetto attuale, frammentato, alimenta la sfiducia tra imprese, collaboratori e rappresentanze. È vecchia cultura. In particolare, le Agenzie del Lavoro dipendente (AFOL a Milano) sono in fermento e sostenute dal Governo centrale (il Pnrr mette 5 miliardi), ma se non si aprono alle parti sociali e al privato (con golden share di indirizzo pubblico) le Politiche attive non decolleranno; non si schioderanno da risultati miseri, insostenibili. Lo ha detto chiaro alla Lombardia il ministro Orlando. Molto dipende da Milano; dal Sindaco Sala. Siamo svelti ad allinearci. Poi, nella pratica, rischiamo di tornare a difendere l’orticello. Apriamoci, invece!

Francesco Bizzotto

martedì 19 aprile 2022

“PNRR” E LAVORO

 DIALOGO E SINTONIA A MILANO

CITTÀ METROPOLITANA A CONVEGNO

 C’è una buona notizia per il Paese: Milano discute di Lavoro e – sarà la pandemia, sarà la guerra – tutti sono pronti a collaborare; mettono via le armi. L'occasione è un Convegno di Città Metropolitana – che ha la delega della Regione in materia – sul Pnrr e il Progetto GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori). Segue un sintetico resoconto.

 Il governo ha mantenuto la parola: mette 5 miliardi per potenziare i Centri per l’impiego, l’accoglienza e le Politiche attive del lavoro. Qui, Milano si è spesa, ha rischiato. Con l’Agenzia AFOL Metropolitana (Formazione, Orientamento, Lavoro) gestisce i Centri per l’impiego e ha messo a sistema una storia straordinaria di sostegno e formazione dei lavoratori. Ha le basi, ma il Paese no: per molti decenni ha investito un decimo della Germania! Ora, il Comune di Milano passerà da un Centro a nove (come i Municipi) e ogni Comune della Provincia avrà il suo, come ogni Istituto carcerario, ha detto l’assessora alla partita di Città Metropolitana Diana De Marchi.

Il punto è che il Pnrr pone temi forti e obiettivi vincolanti. Niente risultati? Niente seguito ai finanziamenti! Ogni Regione ha il suo Piano attuativo, i suoi obiettivi, il suo rischio e un vivo interesse a dare e ricevere collaborazione. Se no salta tutto. Ben fatto!

Il Piano lombardo c’è e presto definirà il suo percorso attuativo con il Ministero e l’Anpal (Agenzia nazionale per le Politiche attive, nata nel 2015), che lo ha approvato il 26 marzo scorso, ha detto Paolo Mora, Direttore Formazione e Lavoro in Regione.

La Lombardia Punta a triplicare i soggetti accolti e accompagnati, con attenzione ai più deboli e “ampi coinvolgimenti” dei competenti (compresi il privato accreditato e il terzo settore). E Milano? Avrà il 35% del target e il 40% dei fragili. Par di capire che a Milano vi siano – scandalosamente mischiate – sia più competenze sia più precarietà e povertà.

 La bella relazione della De Marchi ha dato il tono: innovare il patrimonio storico dei Servizi di AFOL, per “intercettare chi non ci conosce”, fino ai carcerati; vicinanza alle imprese (formare in relazione a loro) e dialogo intenso pubblico / privato / parti sociali. Le idee chiave: coordinarsi, discutere in modo mirato, curare le relazioni, procedere insieme.

 Il ministro Orlando, online e con il suo stile senza fronzoli, ha invitato la Lombardia e Milano a rendere protagonisti gli Enti locali periferici, e a tener conto sia dei diversi attori sia delle parti sociali: “parti attive rispetto a obiettivi, controlli, risultati”. C’è, ha detto con franchezza, “un centralismo regionale da superare, come quello nazionale”. La vera sfida? È “la messa a terra dei progetti”. La Lombardia e Milano “aprano la strada al Paese!”

 Cristina Tajani (Ministero del lavoro) ha puntualizzato GOL. In breve: i 5 miliardi sono da spendere entro il 2025; vanno coinvolti 3 milioni di persone (al 75% donne e giovani); anche “in costanza di lavoro, se precari, cassintegrati e working poor”; 800mila devono essere portati in formazione. E i finanziamenti? Arriveranno se si è sull’80% degli obiettivi.

 Marco Leonardi (Presidenza del Consiglio) ha detto: la transizione digitale / ecologica impone di “programmare, monitorare e spendere” per creare lavoro e fare inclusione sociale. Non come “molti fondi non spesi della Coesione europea, da restituire”. “La cosa più importante è la formazione intensa”. Ci saranno 1,5 miliardi per nuove competenze.

Federico Ottolenghi, Direttore Lavoro di Città Metropolitana: sono state assunte 180 persone (+ 75 entro l’anno) per i Centri per l’impiego, e ci sono 15 milioni per nuove sedi. EuroLavoro di Legnano entra in AFOL, che si apre alle parti sociali “in permanenza e in presa diretta”. E le imprese? Dentro il sistema, per “decidere e essere utenti dei servizi”.

 Maurizio del Conte presidente della Agenzia AFOL Metropolitana ha rilanciato: la Formazione è garanzia di dinamica e occupabilità; anticipa le espulsioni. Pubblico e privato? Specialisti che collaborano intensamente per chiari obiettivi comuni.

 Antonella Marsala (Direttrice Anpal Lombardia): “Siamo a una svolta”; costruire la rete degli attori e coinvolgere le parti sociali per capire le imprese, e le famiglie per orientarle.

 Tommaso Di Rino, Direttore di AFOL ha puntualizzato su target e comunicazione: coinvolgere i giovani che non cercano (i NEET, poco meno del 20%!) con i loro media.

 Alessia Cappello, assessora al Lavoro del Comune di Milano, ha proposto un “Patto per il lavoro”: per una città solidale e che (“perno in Europa”) sappia attrarre i talenti.

 Diversi altri i contributi (alla milanese: sostanza, sintesi) e conclusioni alle 12,45. Ne segnalo due di parti sociali protagoniste, mostratesi molto disponibili, non più antagoniste:

 Massimo Bonini (Cgil Milano), a nome di Cgil, Cisl e Uil, ha chiesto di investire per la qualità del Lavoro (via sicura, europea, alla produttività). Servono Politiche attive, Tutele del reddito (e della pensione) e molta Formazione. Dare serie prospettive al troppo Lavoro precario. La rigidità del Lavoro, a fronte delle transizioni, nasce dalla non ricollocabilità.

 Valeria Innocenti (Assolombarda) riporta dati di ascolto delle imprese: preoccupate dalla obsolescenza delle competenze, vogliono capire e ingaggiare i giovani e contribuire (con i Sindacati) a Politiche attive e di Formazione ampia, per la qualità dei Lavoratori e degli Imprenditori. Non si fidano del solo pubblico. Serve un sistema competente ed efficiente.

 Che dire in fine? Il tema merita e la metropoli milanese è pronta a svolgerlo con sguardo lombardo, in sintonia con l’Europa, per il Paese. Il passaggio chiave è forse di innovazione istituzionale per coordinare i soggetti, condividere obiettivi, lavorare insieme: “mettere a terra i progetti” e gestire a dovere i relativi rischi. Manca un po' la Politica alta (i partiti, i sogni, le idee lunghe) ma le Istituzioni e la società si dimostrano in forma e vicine. Occuparsi del Lavoro è occuparsi d’Impresa competitiva; della Milano / Lombardia che investe e concorre a fare mondo, in pace. È vitale.

 Resoconto di Francesco Bizzotto

mercoledì 6 aprile 2022

POLITICHE ATTIVE PER IL LAVORO

 TEMA: IL “LAVORO DELLO SPIRITO”

 Il Lavoro è veicolo di libertà, decisivo nella competizione globale. I lavori, le attività, gli impegni: come li concepiamo, li gestiamo, ce ne curiamo? Approcci diversi, troppo spesso separati. Tutti legittimi e insufficienti, mentre il Lavoro necessario (per creare, avere cura e innovare) è sempre più “lavoro dello spirito”, dice Massimo Cacciari, che interpreta Max Weber e pensa al futuro. Dobbiamo guardare avanti, uscire dal sonno degli interessi a breve. I lavori sono potenze scientifiche; “beni comuni”, direbbe Elinor Ostrom (Governare i beni collettivi, Marsilio, 2006). Ci possono assicurare un bel vantaggio rispetto ai grandi, fragili e spicci (facili alla guerra) sistemi politici autoritari. Valorizziamoli, curiamoli! Per il loro governo, la Ostrom (prima donna Nobel per l’Economia – 2009) parla di Istituzioni costruite in modo graduale, incrementale, per tentativi ed errori, da attori pubblici e privati sulla base di scelte condivise. Decidere insieme, in modo trasparente.

 Politica del lavoro è sì orientare, decidere, tutelare e – prima – chiamare i diversi approcci al dialogo pratico in Istituzioni ad hoc (luoghi di ascolto, contaminazione e iniziativa). Non il contrario. Alla Politica mancano le basi scientifiche se non si allea con la Scienza (Cacciari). È indicazione europea: nelle Politiche del Lavoro, dare spazio a coloro che hanno competenza, passione, interesse. Partire da lì. Per un conflitto di merito, produttivo e liberante: è Democrazia. Rende l’Europa vincente e convincente.

 Le Agenzie del Lavoro (“AFOL Metropolitana” a Milano) sono le Istituzioni del caso. Si formano per decisione dei livelli amministrativi responsabili. A Milano per delega della Regione Lombardia alla Città Metropolitana. La funzione di indirizzo è, dunque, della Città Metropolitana che, sui temi del Lavoro, può assumere uno sguardo autentico, lombardo.

 La Metropoli potrebbe ritenere che la priorità non sia più questione di quantità, di occupazione, ma di qualità, rapporti e contributi (il “lavoro dello spirito”). In effetti, se mettiamo in buona relazione domanda e offerta di Lavoro – e sosteniamo i fronti giovanile e femminile – la disoccupazione lombarda è fisiologica. Possiamo, tutelato il bisogno, puntare a promuovere e liberare insieme l’Impresa e il Lavoro. E, forse, ce ne manca.

 Il nodo sta, dunque, nell’indirizzo e nella decisione politica. Qui c’è incertezza, attesa, e alibi, opacità. I Governi sono in affanno, le Istituzioni in tensione e i protagonisti (il meraviglioso intreccio di società, scienza ed economia) assai spesso curano l’orticello e si lamentano. Questa idea piramidale e patriarcale della Politica, che va dall’alto al basso, dal comando all’esecuzione, intessuta di autorità e furberie, è inadeguata rispetto alla nostra maturità, alla potenza dell’insieme. Occorre passare a un’idea di Rete dell’indirizzo e della decisioni politiche: tutte le parti hanno ruolo anche politico e si espongono; prendono parte, contribuiscono, dialogano e confliggono aperta-mente. Parlano chiaro.

 Per esempio. Le Politiche Attive del Lavoro. Sono fatte di Orientamento, Accoglienza sul territorio, Formazione mirata, Accompagnamento al dialogo tra offerta e domanda delle Imprese. Qui c’è il nostro ritardo (facciamo un decimo della Germania. 1/10!). L’Europa e il Governo Draghi le vogliono rilanciare. È possibile che sorgano a tavolino, come pensata di chi decide, fosse pure un Draghi? No. Le Politiche Attive devono maturare nel dialogo delle parti: progetti delle Istituzioni preposte, che recepiscono e contribuiscono all’indirizzo politico. Esporsi, fare proposte, pratica politica. Alla Elinor Ostrom.

 La Formazione, in specifico: fatto salvo un giusto livello di privacy, le imprese devono dire chiaro cosa serve loro, e concordare contenuti e obiettivi con i sistemi scuola e formazione professionale (e con la pubblica opinione). A Milano c’è un mondo che rifiuta una formazione tecnico funzionale che trascuri i riferimenti umanistici e relazionali. Perché non aiuta la creatività. È pensabile una mediazione intelligente, che ne tenga conto.

 Assolombarda e i Sindacati milanesi (e diversi altri attori interessati al tema: per esempio gli Assicuratori, impegnati da Solvency II a fare “investimenti infrastrutturali prospettici”, a guardare lontano) si confrontino in AFOL Metropolitana: che idea abbiamo di Lavoro e come valorizzarlo? Lo lasciamo morire di digitale, assistito nel precariato, o lo promuoviamo, orientiamo, sosteniamo e formiamo perché diventi “lavoro dello spirito”?

 Francesco Bizzotto

giovedì 31 marzo 2022

"RISK GOVERNANCE"

 IL PROFETA GIOACCHINO DA FIORE

Nel 1202, come oggi, 30 marzo, moriva a 70 anni il Beato Gioacchino da Fiore, "di spirito profetico dotato" (Dante, Paradiso, Canto XII, vv. 139-141).
Calabrese insofferente al lavoro servile, con il sostegno di tutti i re e papi del suo tempo, mirava a costruire comunità libere e coese di vita impegnata e in ricerca, religiosa e civile.
Immaginava una stagione nuova, dello Spirito: affrancare la società dalla feudalità ecclesiastica e baronale, e favorire l'espressione e la crescita tanto del singolo quanto della comunità.
Lottò per un'idea di libertà che partisse dall'interno, intessuta di meraviglia, di rispetto. Per armonizzare la vita.
Perse la battaglia sia nella Chiesa sia nella società. Vinsero le separatezze: il dogma religioso (strumento di potere) e la città — la nostra — che, improntata al solo benessere materiale, ha dato campo a scienza e tecnica non orientate e irresponsabili rispetto alle conseguenze dell'agire.
Partiva così la società della crescita e del rischio smisurati, cioè della tracotanza.
Come porvi rimedio? ESG, dice l'ONU: Environmental, Society, Governance. Ovvero: Cura dell'Ambiente, Inclusione sociale, Decisioni (cioè Rischi) condivisi.
In due parole? Risk Governance!

Francesco Bizzotto

domenica 13 marzo 2022

DATORI DI LAVORO SCELTI

 Avanzano Rischi bellissimi.

Come è lontana e stupida la Guerra!

Info tratte da NC State University - Enterprise Risk Management Initiative
Usa. Indagine PwC tra i Direttori di grandi aziende sui Rischi percepiti nel 2021.
Nell'approccio pragmatico e positivo del Risk Management (RM) Usa, sono le aree di maggiori Possibilità & Rischi, da Esplorare e Gestire, Sviluppare e Temere.
Due temi, tre Rischi chiarissimi:
■ "La gestione dei talenti è in cima all'elenco delle priorità e dei rischi". Le imprese si differenziano per competere come datori di lavoro (75%); cercano di attirare i migliori talenti; di essere "datori di lavoro scelti".
■ Rischi "ESG" (secondo l'indicazione Onu): Ambiente, Inclusione sociale, Decisioni condivise. È un "imperativo aziendale" (52%) strategico (64%). Ora, i CdA mirano a "legare la retribuzione dei dirigenti a parametri non finanziari", e a diversificare la composizione, specie in termini di etnia ("D & I": Diversità & Inclusione).
E – nella squadra del RM – appare un nuovo specialista, un "Responsabile delle preoccupazioni": il Chief Worry Officer. Si prende cura degli eventi insoliti e dei timori sussurrati, spesso dai competenti.
Emergono, dunque, tre Rischi che le imprese devono / possono imparare a correre / gestire:
1° Talenti (Capitale umano);
2° "ESG" (Ambiente, Società, Governance);
3° "D & I" (Diversità & Inclusione).
Vi appare un sorprendente tono / calore umano, relazionale; positivo, produttivo e promettente. Bellissimi questi Rischi!
Come è lontana e stupida la Guerra!

Francesco Bizzotto

martedì 8 marzo 2022

LA GUERRA IN EUROPA E …

 IL LAVORO CHE LIBERA

La guerra portata dalla Russia in Ucraina sta strappando molti veli: ha piegato la Scienza e la Tecnica a una Politica disumana, irrazionale e penosa nei suoi riferimenti di valore (tradizioni, percezioni di sicurezza, fobie e falsità a piene mani). E noi tutti sentiamo un alto rischio di annientamento: se il conflitto si estende o se salta una centrale nucleare. C’è da dire che un certo realismo ha portato, qui da noi, a trascinare i problemi, a snobbare la Democrazia (e la sua difesa). Una debole visione politica. Ora l’Europa ha un compito: dimostrare che Scienza e Tecnica – che qui sono nate – hanno bisogno di una Politica saggia, pratica e liberante. Se no, sono mezzi aridi a rischio altissimo, non sostenibile!

 Ma, la Politica europea sta velocemente (e prudentemente) recuperando. Al centro delle questioni globali ora ci sono l’assetto istituzionale e la difesa, non i gasdotti e la crescita economica. L’avessimo fatto prima, Putin non avrebbe azzardato. L’Economia, infatti, è sì decisiva ma, se è debole la Politica, finisce anche lei per incartarsi e far male. Scienza, Tecnica, Economia e Politica (4 belle Signore) devono essere forti, ognuna al suo posto, reciprocamente rispettose. Il posto della Politica è indirizzare, orientare, motivare, stabilire priorità nell’interesse del bene e della giustizia in generale. Equilibrio, armonia.

 

Un tema forte per l’armonia interna (il decisivo consenso alla buona Politica) è quello del Lavoro. È molto connesso alle 4 Signore. In particolare alla nostra Economia libera, di mercato. Va affrontato in modo innovativo e pratico, adeguato alle sfide, competitivo con i sistemi totalitari. Quali relazioni tra imprese e lavoratori, cuore e polmoni del nostro sistema? L’autoritarismo, la sua finta efficienza, i suoi stabili apparati di comando e i suoi comandanti a vita, non sono certo soluzioni. Le nostre Imprese sono forti e il problema non è più la disoccupazione. Il Lavoro richiede un indirizzo politico e una pratica territoriale, di rete, innovativi. Oggi i servizi del caso costano e servono male: mantengono strutture e non soddisfano. Alimentano rabbia. Alla lunga, non si reggono: collassano, fanno danni.

 In questi giorni l’influencer Giorgia Martini su The Vision rilancia il fenomeno Usa dei dipendenti (specie Giovani) che si dimettono. L’opinione è ben motivata, anche se il fatto da noi quasi non esiste: il 60% delle aziende registra dimissioni volontarie di giovani 26 – 35enni. Perché c’è mercato (ripresa, domanda delle imprese), per crescere e guadagnare di più e per un miglior equilibrio tra vita e lavoro. Ci sta ed è un trend normale: forse il 40% matura capacità e ambizioni che, se non riconosciute, gli consentono di cambiare impresa. Normale se non fosse per un dato, che riguarda i Giovani NEET (Not in Education, Employment or Training): sono oltre 2 milioni, un quarto dei 15 – 29enni, ma con il solito disperante gap tra Nord e Sud. Questo preoccupa! I giovani che danno le dimissioni dalla società del Lavoro, così come l’abbiamo definita. E qui torna utile la denuncia di Giorgia Martini: “il lavoro non può essere tutta la vita”. Non può esserlo il lavoro dipendente, fatto per guadagnare e affermarsi. Ad alto rischio di inaridirsi.

 I giovani vogliono un Lavoro che abbia tratti di autonomia, indipendenza, con relazioni e scopi motivanti, giusti, un po’ slegato dal guadagno e che rispetti una pluralità di esigenze (amici, famiglia, passioni e ambizioni, cambiamenti). Un orizzonte pensabile nel tempo del digitale: a faticare saranno le macchine; a noi la Libertà. Ma quale? per fare cosa? A queste domande si risponde: per fare quel che mi pare, coltivarmi, volermi bene. Ha un senso, ma lo vedo lontano, isolato, infelice. E impraticabile. C’è il rischio di cadere dalla padella alla brace; di non realizzare la prospettiva: attività che ci sorridano e soddisfino.

 Penso sia più utile procedere per innovazione del Lavoro com’è oggi, in direzione di una Libertà da costruire: pensata come personale e comunitaria o sociale, coltivata nelle più diverse relazioni, dentro o ai lati o fuori dell’impresa tradizionale o no profit, come imprenditore o collaboratore; compresa l’attività di Volontariato sociale (un bene prezioso, da tutelare e far crescere). Qui c’è il senso del Reddito di Cittadinanza o Libertà personale. Non ci sarà Lavoro (tradizionale) per tutti. Va fatto un discorso e un accordo trasparente con i Sindacati, per rilanciare il loro ruolo sociale in termini di tutela vasta. Tutti vogliamo stare in relazioni soddisfacenti, attivi, non passivi; Imprenditori con Imprenditori.

 Per esempio a Milano: l’Agenzia metropolitana AFOL (Formazione, Orientamento, Lavoro) deve aprire a questo orizzonte plurale, fare ricerca e pratica, servire meglio gli interessi sia delle Imprese sia dei Giovani. Ha messo a sistema una splendida storia, con passaggio indolore, scusate se è poco, dalla fabbrica fordista a quella diffusa, ma opera in modo chiuso, vecchio, poco efficace (intermedia da 20 anni il 3% della forza Lavoro; il 3%!). Va rinnovata. Vive separata dall’impresa, poco attenta alle sue esigenze e arroccata al centro su funzioni del ‘900 (la Formazione professionale artigiana). È troppo importante, a termini di Costituzione: il Lavoro è un diritto fondativo, personale. Milano (il Sindaco Sala, in dialogo con la Regione) deve metterci le mani con un progetto che vada in direzione

A.   del Coinvolgimento formale del privato, dei Sindacati e delle Imprese (come dice l’Europa e la legge - Camere di commercio). Come trovare Lavoro senza le Imprese?

B.   della Convergenza (per autorevolezza e consenso) dei mille rivoli di Formazione e tutela del Lavoro che sono in campo a costi e risultati da verificare, ma già si sa;

C.   del Decentramento sul Territorio dei servizi: Orientare, Formare su Domanda delle imprese (esempio: il Nord Milano chiede Venditori creativi e globali, di alta qualità) e Accompagnare alle attività, profit e non. “Lavoro dello Spirito”, dice Massimo Cacciari.

 La realtà è questa: Impresa e Lavoro vanno convergendo. Il Lavoro ripetitivo finirà in digitale e quello manuale risorgerà come Araba fenice arricchito di servizi, connessioni e predizioni (per anticipare eventi ed esigenze). Meno Lavoro, più qualificato, creativo e relazionale; sociale. Ci sarà per tutti? Vedremo. Ma, il punto è la qualità del Lavoro e la sua dignità. Dovrà essere ingaggiato, motivato, attivo e coinvolto in senso lato; sempre più imprenditivo ed economicamente sostenuto, riconosciuto. Sociale e concorrenziale.

 Lavorare e fare impresa saranno prossimi, liberi e basati su progetti personali e relazionali, anche non profit, di tipo comunitario e sociale, fino al puro volontariato. Sempre impresa sarà, con meno ossessione per il profitto e più attenzione alla soddisfazione delle parti. Com’è, allora, bassa e banale la flessibilità del Lavoro fin qui praticata! È facile assumere e licenziare, domare e umiliare i Giovani; precariato. Ovvio che sia alto il rischio di perderli, che se ne vadano, magari a Londra, dove guadagnano il 40% in più e possono sognare.

 Qual è il passo decisivo (a Milano)? Spostare il cuore delle Politiche del lavoro dalla logica distributiva, di assistenza, alla promozione; dalla difesa ex Post, in negativo e ad alto costo (quando sei licenziato, disoccupato, senza un lavoro) alla difesa ex Ante, in positivo, a basso costo (quando non sei valorizzato e soddisfatto, quando lì non stai bene e vuoi crescere). L’80% degli sforzi va portato qui, non il nulla (con finta Formazione e magre Tutele) di adesso! Anticipare i problemi! Se un lavoratore non è contento (oltre il 60%) ha il diritto – a termini di Costituzione – di essere affiancato da servizi che lo aiutino a ripartire lì o in proprio o in un’altra impresa quale che sia; in un “Lavoro dello Spirito” che lo soddisfi. Creerà molto più valore di un posto di parcheggio, seduto e d’intralcio.

 Perché liberi si diventa, se si sta in buone relazioni, se si è ben accompagnati.

Francesco Bizzotto

martedì 22 febbraio 2022

SALUTE IN LOMBARDIA, UN FALLIMENTO POLITICO

Stare sul Territorio e…

PREVENIRE, CURARE, PERSONALIZZARE

 La pandemia dimostra che serve un sistema prossimo ai cittadini e impegnato a prevenire le malattie. Su entrambi questi punti la Sanità lombarda registra un plateale fallimento politico.

E la Cura del malato? e l’ospedale? Esprimono eccellenze e possono personalizzare le prestazioni.

La mediazione della spesa per differenze integrative (di personalizzazione) farà in modo che curarsi al meglio sia un diritto di tutte le famiglie, e canalizzerà risorse aggiuntive in particolare nel sistema pubblico, negli ospedali. Curarsi al meglio non può essere un privilegio di pochi!

 La pandemia ha reso evidente la necessità di presidi di territorio che – con i Medici di famiglia – affrontino il tema Salute alla radice, nei momenti di difficoltà, paura, incertezza. Qui, molto spesso, motivazioni e indicazioni di comportamento semplici – e un buon rapporto personale – sono autentiche medicine guaritrici. Di questi presidi c’è bisogno per ridurre l’impatto (e le sofferenze) delle “epidemie comportamentali”, per alleggerire i Pronto soccorso degli ospedali e per risparmiare. In Lombardia il governo mette 1,2 miliardi del Pnrr per fare 203 “Case di Comunità”. Limitarsi ad aspettare e curare in ospedale le malattie (agire ex Post) diventa sempre più pericoloso; aumenta tragicamente i problemi.

 Il Sistema sanitario, dunque, deve valorizzare i medici di base e avvicinarsi ai cittadini con specifiche strutture. Si tratta di agire per prevenire le malattie e, nel caso, curarle ponendo attenzione alle esigenze personali. Possiamo dire: ci sono due basilari questioni politiche, di indirizzo (la Prossimità e la Prevenzione) e due pratiche di rimedio (la Cura delle malattie e la Personalizzazione, che è frontiera del servizio). Quello della Lombardia è un fallimento politico totale, nonostante le eccellenze di Cura che abbiamo negli ospedali.

 Sulla Prevenzione (il gioco ex Ante) c’è poco nulla, infatti. Siamo a zero. Qui i Dipartimenti creati – una “confusione organizzativa” – “disgregano in modo tombale la prevenzione”, ha detto il Pd milanese. Eppure, l’art. 32 della Costituzione vede la “Salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. E la legge 833 del 1978 parla di promozione, mantenimento e recupero della Salute. Promuovere la Salute implica in primo luogo prevenire le malattie, non accomodarsi e aspettarle e curarle!

 Notazioni storiche sulla Prevenzione:

A.   Una ricerca CENSIS – AIOP (1986 – 1989) auspicava un sistema sanitario pubblico – privato, “veicolo di moltiplicazione delle possibilità di scelta e di efficienza del sistema”, con obiettivi di “trasparenza, personalizzazione e gestione autonoma e preventiva della salute”. Chiaro: meno si fa Prevenzione, più si gonfia il rimedio.

B.   "Tre visite mirate in età scolare (a occhi, orecchi, articolazioni) possono ridurre del 50% le malattie da adulti". Così diceva (20 anni fa) una medica milanese del Policlinico a noi Assicuratori che volevamo innovare e promuovere la Salute (e avere meno "sinistri"). “Inserite percorsi di Prevenzione delle malattie nelle polizze”. In parte, è stato fatto.

C.   E Silvio Garattini, presidente dell’Istituto di ricerca Mario Negri, ha dichiarato al quotidiano Avvenire il 14 gennaio u.s.: i “Centri di medicina della Comunità” devono essere “avamposti della prevenzione” e definire nuovi rapporti di collaborazione tra medici di territorio e ospedali.

 E la Personalizzazione? Lo standard di base (di Cura) del Servizio Sanitario pubblico è una garanzia fondamentale. Eppure non soddisfa. Siamo cambiati. Chiediamo di poter scegliere, integrare, Personalizzare il servizio. Queste integrazioni possono costituire una fonte di finanziamenti aggiuntivi necessari al sistema per innovare sia la Prevenzione (ex Ante) sia la Cura (il rimedio ex Post), nel pubblico e nel privato. Se non si dà spazio al diritto di riconoscimento personale, il sistema pubblico muore; va dritto dove sta andando in Lombardia: verso una privatizzazione burocratica e distaccata, ingiusta, sbagliata.

 Non basta, infatti, scegliere tra Ospedale e Clinica privata (convenzionata), se non si scelgono differenze di sostanza (le cure, i tempi e i modi di Cura). Facciamo esempi di cosa vorremmo poter scegliere, e pagare: le terapie extra “LEA” (i Livelli Essenziali di Assistenza o prestazioni che il SSN è tenuto a fornire a tutti i cittadini), lo specialista, il personale infermieristico, il comfort e, soprattutto, i tempi. I tempi di diagnosi e Cura in regime di Servizio pubblico sono un problema esplosivo; in Lombardia, a volte, una farsa.

 Ma, ai fini delle Cure (ex Post) c'è una realtà positiva da far crescere: i reparti per Solventi degli ospedali. Vi si distingue il Servizio di base dalla Personalizzazione. Consentono di pagare una differenza di servizio; di non pagarlo due volte, prima con la fiscalità e poi privatamente. E gli ospedali pubblici hanno interesse a offrire – come diritto per tutti, non solo per chi ha abbondanza di cash – percorsi di integrazione dei “LEA”, del Servizio di base. Hanno infatti eccellenze che spesso non si trovano nel privato. Contrariamente a quel che si pensa, l’Integrazione dei “LEA” (la Personalizzazione) favorisce l’ospedale pubblico: gli fa arrivare risorse aggiuntive meritate, che derivano dalla sua capacità di soddisfare le esigenze del cittadino. Ed è giusto così. Il privato si organizzi: faccia pagare solo differenze e investa sulle eccellenze, si specializzi. È il suo ruolo.

 Allora, la scelta formale – sbandierata in Lombardia – tra “pubblico” e “privato accreditato” è un inganno se favorisce un privato che vuole decidere su quali patologie intervenire, mentre fatica a stare al passo con il pubblico; ed è una manipolazione quando non scegliamo nel merito dei Servizi; nulla al di là del già pagato con le tasse (i “LEA”).

 Ribadiamo: il DPCM 12 gennaio 2017 ha stabilito un preciso indirizzo (“tre grandi livelli”) del SSN (Prevenzione, Assistenza nei distretti e Assistenza ospedaliera), mentre il bilancio della Lombardia (come di molte regioni) è destinato per l’80% a servizi (ex Post) di Cura ospedaliera – meritoria! – delle malattie. Qui si certifica, lo ribadiamo, il fallimento politico.

 Ancora sulla Personalizzazione:

1.    Servono approfondimenti e verifiche dei percorsi e reparti solventi. Per non sbagliare. Ed è chiaro che non si può pensare a un regime integrativo del SSN senza portare a trasparenza ed equilibrio il grave problema dei “tempi” delle prestazioni pubbliche.

2.    Le famiglie mettono cifre significative per avere un servizio oltre il pubblico (oltre i “LEA”). Molte volte per accorciare i “tempi”. La spesa che la famiglia paga cash, privatamente, è di oltre 30 miliardi. Spesso paga due volte, prima con le tasse e poi cash, anziché pagare solo per differenza. E sono cifre che pochi si possono permettere.

3.    Se l’integrazione – pagare solo differenze di prestazione – fosse un diritto per tutti (come deve!), allora sarebbe mediabile e virtuosa; e andrebbe a finanziare i migliori.

 Oggi, la Mediazione interessa solo un 3% delle spese familiari. Mediare significa pagare una cifra (un “premio”) annuale sostenibile e liberarsi del problema: trasferire il rischio di dover pagare cifre importanti per curarsi. Pensiamo alle Mutue sanitarie che, con premi modesti, offrono coperture significative per rischi pur limitati, e alle Assicurazioni le cui coperture sono estese ai grandi rischi del caso: curarsi al meglio in ogni angolo del globo, anche senza limiti di spesa. Entrambe le mediazioni, se integrative, hanno costi contenuti.

La mediazione mutualistica e assicurativa può essere sia personale sia collettiva: aziendale o di categoria professionale o di territorio. Deve sciogliere alcuni nodi: selezione all’ingresso, durata e rescindibilità, trattamenti in base all’età e massimali di spesa. Può, inoltre, con gli anni, far crescere la copertura del rischio di “non Autosufficienza in età avanzata”: un rischio tremendo; un’ombra, per i 70enni, con probabilità 0.4; quasi uno su due. Può infine, molto contribuire a sanare il fallimento attuale: l’assenza di Prevenzione. Un contributo interessato: infatti, chi è chiamato a pagare agirà per contenere i “sinistri”.

l’Europa, con la direttiva Solvency II, impegna le Assicurazioni a guardare avanti, farsi “prospettiche”: liberalizza l’allocazione delle loro riserve (oltre 10mila miliardi, a garanzia degli assicurati) e li impegna a fare “investimenti infrastrutturali prospettici”; a lavorare anche ex Ante, per mettere in sicurezza i loro bilanci, oltre che ex Post per pagare i “sinistri”. Geniale Europa! Così verranno favorite le iniziative sia di Prevenzione sia di Cura avanzate. Obiettivo dell’Europa è la stabilità dei bilanci e, indirettamente, rendere misurati e assicurabili i rischi in questione. Gli Assicuratori, quindi, guardano con favore, sono interessati, sia alle infrastrutture e alla ricerca del caso, sia alle risorse professionali e alla loro formazione. Anche perché i loro strumenti “statistici” (che guardano al passato e consentono autoreferenzialità) sono sempre meno affidabili; dicono ormai poco del futuro. Il futuro è creativo.

Abbiamo voluto sottolineare che porre al centro l'interesse del cittadino crea prospettive ideali sia per soddisfare le sue esigenze, sia per premiare le istituzioni eccellenti, sia per contenere le spese.

Francesco Bizzotto

 

lunedì 7 febbraio 2022

NEL CONTADO

 Una città a portata di ascensore. Per l’uomo che trae gioia dal rischio

10 CITY LIFE

Dedico questa riflessione al professor Domenico Siclari, spento dal Covid a 37 anni. Responsabile del master di Risk management dell’Università Dante Alighieri di Reggio Calabria, mi ha incoraggiato a esplorare e scrivere (rischiando la prospettiva interdisciplinare) sulle condizioni di sostenibilità dei rischi.

ABSTRACT. Il Risk management ritiene decisive le infrastrutture materiali e sociali. Milano si dia una
visione e decida di crescere in verticale con grandi infrastrutture di vita, lavoro, servizi pubblici e privati alla portata; e si asciughi in orizzontale, per rivedere terra, verde, bellezza. Per servire e formare la donna e l’uomo nuovi, latenti e necessari: contemplativi in relazione, capaci di misurare ciò che non è misurabile, cioè di Gestire come Anticipare i grovigli di Possibilità & Rischi del nostro tempo, del digitale. Dove, in particolare? Nei suoi due terzi di periferie, nel Contado, che è malmesso, mentre vi è concentrato il Capitale umano. 10 CityLife nel Contado: un test di Città Metropolitana policentrica. 

l contemplativo in relazione somiglia all’Oltre-uomo di Nietzsche (letto da Massimo Cacciari): non mira a dominare ma a servire e armonizzare; ama la terra, non il sottosuolo del risentimento; vive, pratica un eterno presente, perché ha in sé passato e futuro, in una certa misura. Non si lascia tarpare e isolare dalla tecnica, dai mezzi! È concentrato, sereno, e quindi creativo, innovativo. Già nel 1200 Gioacchino da Fiore, “di spirito profetico dotato” (Dante), proponeva comunità in cui diverse scelte di vita stessero insieme, per servirsi e arricchirsi liberamente. Così Milano: rinnovi l’abitare, valorizzi il Contado! Caleranno i prezzi e riprenderà senso storico il suo centro.

Per continuare a competere nel mondo, Milano deve pensare e agire in grande. È bella e dinamica ma le sue periferie (i due terzi) la rendono sgraziata. L’Ocse anni fa diceva che nei Nord di Milano vive la più alta concentrazione di Capitale umano d’Europa: piccoli imprenditori e professionisti, autonomi e dipendenti. Per i due terzi sono pendolari: fanno girare enti, istituzioni e marchi (fiere, moda, design) della città; ne sono la spina dorsale creativa. La riprova? “La comunità silenziosa delle imprese e dei lavoratori del Contado” nel 2020 ha fatto crescere le esportazioni del 3,3% (Dario Di Vico sul Corriere della sera). Nel Contado c’è sia il punto di forza (che attrae investimenti) sia il punto debole di Milano.

 Abbiamo trascurato il retroterra del Capitale umano, che se ci pianta lui (se si dimette: penso ai giovani, che sono lì lì), siamo nelle canne! È la risorsa (le competenze) a cui si è appellato Carlo Bonomi nella corsa vincente per il vertice di Confindustria. Quale retroterra? Le infrastrutture di vita, lavoro, trasporto (casa, attività, servizi, volontariato), che poi fanno metà della produttività, tanto più ora, con il Covid. Sono penose le condizioni materiali del Contado! Tarpano la creatività. La libertà imprenditiva è qui umiliata e incatenata. Un fallimento urbanistico, e non di adesso. Matteo Bolocan (che insegna al Politecnico) ha detto a La Repubblica del 3 febbraio: Milano “si è caratterizzata per una fortissima centralizzazione dello sviluppo urbano”. Serve “una riforma spaziale”. Appunto.

 Allora, nel Contado pensiamo e costruiamo dieci CityLife in rete (con il metrò dabbasso). Facciamo un test in verticale per il vivere, lavorare, con-correre in modo prossimo in tutti i sensi. E sostenibile. Parigi ha un progetto (Grand Paris Express: 30 miliardi) di reti metropolitane che nel 2030 servirà 12 milioni di abitanti (l’Ile de France). Ora, o scateniamo la libertà imprenditiva, che crea e gestisce rischi misurati, o vince Putin. Questa democrazia formale è a rischio di ribaltarsi.

 

Nel Contado di Milano è alto il potenziale di crescita del Capitale umano e dei Servizi. Può rendere la città fortissima, in particolare nei Servizi alle attività (nostro punto debole). E l’apprezzato manifatturiero lombardo – veneto – emiliano potrà fare ancora meglio. Pensiamo al digitale e a banche, assicurazioni, PA, università: il contributo alle imprese e alle famiglie è spesso ingessato, inespresso. Ogni specialista, nel suo ambito, lo sa.

 I servizi assicurativi, ad esempio: sia le Direzioni delle compagnie sia Agenti e Broker possono – se si orientano, come devono, alla Gestione dei rischi, alla Prevenzione dei danni – raddoppiare gli incassi e triplicare l’utilità per sé e per i clienti, per il sistema. E l’Università? Ha detto Stefano Boeri: “A Milano ci sono 200mila studenti, da tutto il mondo. Bisogna credere nell’edilizia sociale per la vita universitaria e degli studenti, che cresceranno”. Una Milano più grande, giovane e in ricerca: un guadagno per tutti.

 Un progetto visionario per l’Oltre-uomo

 Sia chiaro: la grande Impresa e il Capitale finanziario sono molto importanti. E io miro alle esigenze del Capitale umano imprenditivo, impegnato, disponibile (l’80%?), che si sente o vuole essere ingaggiato nel rischio d’impresa. Desidera che la città stia dalla sua parte.

 Si tratta di servirlo con scelte urbanistiche e infrastrutture lungimiranti: mixare gli spazi di casa, lavoro (in parte, come sappiamo), servizi pubblici e privati, trasporti e salute; farli prossimi, a portata di ascensore. Pensare alla funzionalità e alle attese degli utenti. Sì, la casa 4.0: hub digitale di vita che (con numeri significativi, calcolabili) consente una radicale riduzione di tempi persi, ingombri, inquinamento e pericoli. Ri-emergeranno il vuoto, il verde, gli ecosistemi e gli antichi borghi che meritano, con chiesetta e osteria.

 I giovani vi troveranno la “Casa taxi” che cercano (Censis), e tutti avremo vicini spazi di meditazione e la “Casa della salute”, baluardo di prevenzione delle malattie, per Silvio Garattini. Ed è ciò che serve anche all’invecchiare attivo. A 70anni il rischio di dipendenza in età avanzata è tremendo: 40%. La città a cui penso può ridurlo al 10% e allungare la vita in salute. Leggo che, al Parco Lambro si sono ripristinati i campi coltivati a marcita, come nel Medioevo. Una rinascita: “foraggio fresco tutto l’anno” e ripopolamento animale.

 A cosa miro? A un contesto urbano ampio e plurale, di reciproca cura, attenzione e soddisfazione, che favorisca il formarsi di una risorsa umana auto-sostenibile: individuale & sociale, imprenditiva & responsabile, concentrata & aperta al mondo; soddisfatta, in pace, e quindi creativa, innovativa. Ricorda l’Oltre-uomo di Nietzsche letto da Massimo Cacciari: oltre ogni superbia, non mira al banale dominare ma a donare, armonizzare, servire; ama la terra, non il sottosuolo dell’invidia e del risentimento; ama l’eterno presente perché ha in sé passato e futuro, in una certa misura. L’Oltre-uomo non si lascia tarpare, isolare dalla tecnica! Sereno ed equilibrato, è padrone dei mezzi e si realizza.

 Chiamo questo tipo di donna e uomo “contemplativo relazionale” laico, europeo. È un ideale non utopico ma necessario per gestire i rischi e trarre sia gioia sia benessere da digitale e Intelligenza artificiale; dalla potenza della nostra vita. Senza di lui, sono trappole (i rischi) e illusioni (i vantaggi); se non c’è balzo verso il tipo d’uomo intravisto anche da Gioacchino da Fiore nel 1200. Auspicava, dirò più avanti, una stagione dello Spirito.

 Milano si orienti a operare scelte che consentano di reggere i rischi della prospettiva. Si può fare in modo leggero, europeo, esemplare. Guardiamoci attorno. Commercio tradizionale e luoghi pubblici sono al minimo nel Contado: spazi improbabili, chiusi o in rovina, dove o è deprimente l’esercizio o lo è il gestore. E la grande distribuzione? Pensa a se stessa: concentrazioni e ingorghi esagerati, che accentuano l’isolamento. Mentre il Covid mostra “i drammatici tratti di una città fantasma” (Matteo Bolocan, del Politecnico, a La Repubblica, 3 febbraio), sappiamo che “il 40% della CO2 è prodotto dal sistema costruttivo” e possiamo mirare a un “condizionamento naturale degli edifici”, come in certe ville venete del XVII secolo. Lo ha detto Mario Cucinella.

 Occorre un progetto visionario per Milano, che tenga insieme pubblico e privato, oltre le contrapposizioni pelose che lasciano campo agli illiberali di entrambe le parti. Va pensato e discusso come rete policentrica a vasto raggio, per la Lombardia e oltre. Per farlo emergere serve un certo clima e consenso, che viene prima, ovvio. Ecco il senso del parlarne e fare un grande test: 10 CityLife proposte dal Sindaco Sala in concerto con i Sindaci del Contado. Fare Città Metropolitana. Se non a Milano, dove? Le risorse ci sono, sovrabbondanti. Manchiamo di prospettive e progetti credibili che suscitino fiducia.

 L’assicuratore prospettico e i “grovigli” del digitale. Ri-costruire

 Ho fatto l’esempio dell’assicuratore, che ormai è “prospettico”, guarda avanti. È tenuto a esserlo (Solvency II) per mettere in sicurezza i bilanci. È dunque interessato a come ci strutturiamo; può aiutarci a costruire sia l’hardware, le infrastrutture materiali, sia l’uomo nuovo che serve: contemplativo relazionale; capace di cavalcare e reggere i rischi; di anticipare gli eventi nei “grovigli” del digitale, “non prevedibili per forma e conseguenze” (Deborah Lupton, Sociologia digitale). Certo, l’assicuratore è un attore diffidente (ne ha donde) che gestisce soldi propri a garanzia degli assicurati. Non è blandibile.

 E ha una tale storia nell’immobiliare da far pensare subito a lui se si immagina di ri-fare gran parte del costruito nelle nostre città. La presenza dell’assicuratore a Milano è significativa sia a CityLife (Generali e Allianz) sia a Porta nuova (la torre / alveare di UnipolSai dell’architetto Cucinella e la rinnovata sede di Axa). Ed è in linea con la tradizione. Pensiamo al Piano INA Casa di Fanfani (1949: 350mila case popolari), e ai 19.000 immobili di pregio costruiti da INA – Assitalia (il gruppo del Ministero del Tesoro, ora fuso in Generali) nei centri storici, a firma dei più grandi architetti del secolo scorso.

 Perché ri-costruire? È evidente: abbiamo esagerato nell’occupare e inquinare suolo e sottosuolo. E poi il vecchio costruito qua e là inizia a crollare e a uccidere. La vita di un edificio è di 70 anni, dice Cucinella. Siamo al limite, mentre abbiamo idee e mezzi per fare molto meglio. Il “110%” va usato, ma non come rappezzo! È tempo di ri-pensare, cambiare, liberare. Di questo si tratta. La via della crescita smisurata, quantitativa (e dei belletti), porta disastri. Quella critica, innovativa, è sensata. È la via della qualità.

 Le esigenze (e le risorse) degli anziani e del centro città

 Sulla qualità siamo tutti pronti a investire, specie gli anziani. Sono il 25%, oltre 700mila a Milano. Immagino la metà di loro interessata a prendere parte ai progetti di cui parlo. Temono la solitudine, e sanno che nel rischio di non autosufficienza (LTC – Long Term Care) non si può troppo – non è giusto – far conto sui figli. Risparmiano per questo. Anche gli assicuratori, che possono coprire questo rischio, sono orientati a soluzioni strutturali: abitazioni ben servite (e ben gestite!) per la vita autonoma, comunitaria e sociale. Qui un finanziamento collettivo (un crowdfunding) avrebbe un successo immediato. E c’è spazio sia per l’affitto attivo, responsabile, sia per l’acquisto di diritti di abitazione a vita.

 E poi c’è un’altra ragione forte: i prezzi delle case a Milano, in zone sia centrali sia semi periferiche, sono insostenibili. Città studi, si dice, viaggia sui 6mila euro a mq. Come pensiamo di risolvere il problema? Penalizzando questo o quello? Solo valorizzando le periferie, innovando le concezioni urbanistiche, si alleggerisce la pressione sul centro, che deriva dall’apprezzamento del bello, del comodo. Il centro ritroverà senso ed equilibrio.

 Gioacchino da Fiore, Nietzsche e Milano

 Ho detto che l’abitare e l’uomo nuovi (capaci di Gestire i rischi) ricordano quelli immaginati da Gioacchino da Fiore in Calabria nel 1200, per liberare le persone dalle schiavitù di allora (la gleba o la soldataglia; servire i potenti o fare la guerra). “Di spirito profetico dotato” (Dante), mirava a organizzare comunità formate da diverse condizioni di vita, solidali e liberamente accedibili: dalle famiglie ai gruppi di ricerca o servizio o contemplativi (monaci), agli anziani, ricchi di saggezza e bisognosi di aiuto. Sostenuto da tutti i papi (Lucio III, Urbano III, Celestino III) e re (il normanno Tancredi ed Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa) del suo tempo, propugnava una stagione nuova: dello Spirito, cioè della Libertà, dell’amicizia, dopo quella del Padre (ebraismo) e del Figlio (cristianesimo). Una stagione di libertà, autorealizzazione e fratellanza; di dialogo che nessuno esclude e tutti rispetta. Era la versione religiosa (monastica) delle potenti città laiche cantate da Henri Pirenne (Le città del Medioevo), da cui le nostre città, la scienza, lo sviluppo.

 Ora, la città laica ha vinto e insieme perso: è incartata, non ha formato la donna e l’uomo capaci di Gestire la potenza in campo (le Possibilità / Rischi). Perché “la possibilità è una forma di inganno”, se a determinare il senso delle cose non è il loro ambivalente apparire. È il Nietzsche che di sé diceva: “Io non sono un uomo, sono dinamite”. Il suo Oltre-uomo – che accetta le contraddizioni come l’oceano i fiumi – ha sguardo che vede anche l’ombra (il rischio), oltre al lato in fiore (il vantaggio) delle possibilità (della potenza). Separare il laico dal religioso non ha più senso. Unico è lo Spirito che serve, in linea con la scienza.

 Milano rifletta in modo sistematico e mirato, non occasionale, episodico. Definisca visioni e prospettive della città che serve: equilibrata, che metta le persone in condizione di vivere e lavorare bene, e così Anticipare gli eventi e Gestire a dovere i rischi della vita e delle attività; una città che crei attorno consenso e renda sostenibile il digitale. È una via, mi pare, per fare grande Milano.

 L’appello è per le parti politiche (il sindaco Sala, i Sindaci del Contado, i partiti) e anche per i corpi intermedi: sindacati, associazioni d’imprese e di professioni, realtà civiche e di volontariato. La regola della polis (ognuno al suo compito, tutti partecipi e responsabili) non esclude il conflitto. Anzi. I Sindaci del Contado prendano posizioni forti, determinate.

 Milano deve qualcosa al Paese e all’Europa. E poi, non è questo il momento di lanciare idee e persone per giungere tra 5 anni a votare e scegliere in consapevolezza un bel Gruppo di Amministratori e un bravo Sindaco della Città Metropolitana? Non è adesso il tempo, se non vogliamo tirarla per le lunghe e poi correre un alto rischio di sbagliare?

Francesco Bizzotto