sabato 25 settembre 2021

AGENTI VERSUS COMPAGNIE

UNA DOPPIA AUTOREFERENZIALITÀ 

Il mercato assicurativo è segnato da un conflitto sbagliato, che non pone al centro il cliente, la sua soddisfazione, ma i volumi finanziari, la loro spartizione. Così si concretizza una doppia autoreferenzialità, irresponsabile perché non fa quel che deve: puntare sulla Prevenzione dei danni. Che è l’unico modo per misurare il rischio moderno; rendere misurata la nostra potenza.

C’è un non dibattito – perché c’è contrapposizione – tra Compagnie e Agenti di Assicurazione. Mentre le Compagnie mirano alla separatezza (fare a meno di una rinnovata relazione con le loro Agenzie e con i clienti, con il mercato), gli Agenti (quanti? Parla il Sindacato SNA, che ha poche migliaia di iscritti) pensano la stessa cosa: mirano a un’autonomia dalle compagnie (e dai clienti) assai poco probabile, perché non fondata su progetti, competenze, servizi, utilità e chiarezza di ruoli. Vince l’autoreferenzialità. Non si mette al centro il Cliente e il merito (e l’innovazione) del servizio, se non in termini ripetitivi e banali.

Ciò mentre i cittadini, le imprese, le Istituzioni sono chiamati (ancora confusamente) a rischiare la vita, a correre grandi rischi. A loro serve un forte comparto assicurativo che li affianchi e accompagni. Non nego il conflitto distributivo interno. Dico: è positivo se basato su un’idea condivisa di servizio, mirato a incontrare e soddisfare i Clienti.

Qual è il punto? Il rischio (una probabilità) è simbolo dell’umano. Dice di grandi attese e timori in qualche modo misurati; di luci e ombre percepite, valutate. Parla di unità e armonia, pur contraddittoria, del reale. E fonda la libertà.

Infatti rischio è possibilità reale valutata (misurata). Se c’è rischio, ci può essere Responsabilità (titolarità e risposta ai problemi), e solo se c’è Responsabilità c’è Libertà. Possiamo correrlo, il rischio, come una buia fatalità? Gestirlo solo ex post, come ai tempi delle carrozze a cavallo?

Gli Assicuratori (quanti, non è chiaro) litigano per spartirsi la resa di un mercato che deve raddoppiare in termini sia di affari sia di apprezzamento, e quindi di guadagno per gli operatori. Con sviluppi di attività parallele insondati. Lo si desume osservando il mondo anglosassone e anche Germania e Francia. Un autentico Eldorado quasi in abbandono!

I litiganti sono spinti da un vento di libertà anarchica (senza confini, senza limiti) che spazza ogni ambito. È il lato oscuro di una stagione di grandi conquiste e altrettante solitudini, responsabile sia di incredibili avanzamenti di benessere sia di rischi – meglio chiamarli con i loro nomi: pericoli (pure incertezze, senza misura) e azzardi (tracotanza ignorante) – che ci stanno portando e ci porteranno disastri impensabili. Lo dimostra lo stato dell’ambiente, del clima, delle relazioni politiche e personali. E il Covid è la ciliegina.

Si tratta di una cultura anarcoide, con riferimenti deboli, insofferente, ansiosa; malata. La prova? Anela in modo infantile, a tutte le età, ai vantaggi della tecnica (delle possibilità) senza valutarne l’ombra (le conseguenze indesiderate). Quando lo fa, ne ha fastidio, separa, gestisce l’ombra (il rischio) come un costo, una seccatura, un rimedio. Viaggia a occhi chiusi a velocità crescente. Non sa curarsi nei e dei rischi.

Torniamo agli Assicuratori. Entrambe le parti sono tentate da quella potente droga che è la finanza quando è svalutata, lasciata sola. Pensano di potersi limitare al vecchio gioco ex post (oggi con il digitale): stare sui piccoli rischi di breve periodo e indennizzare così piccoli sinistri senza contribuire al gioco ex ante, alla gestione dei rischi, in specie dei grandi rischi. E senza contribuire alla Prevenzione dei danni, pur essendo in obbligo di farlo, sia per le norme in corso (Responsabilità amministrativa; Solvency II) sia per il senso comune (il dettato del buon Padre di famiglia), sia perché il trend dei rischi è ormai tale per cui il gioco ex post (attendere gli eventi) è sempre più incerto, pericoloso, drammatico, irresponsabile. Tutto dice (vedi il Cyber risk) che c’è un solo modo per far fronte agli eventi avversi: anticiparli, fare anche il gioco ex ante; lavorare bene, combattere, vivere bene.

Qui si sta adagiati sui soldi, mentre cresce l’evidenza che vi sia un generale e plateale conflitto di interessi: si guadagna sui volumi finanziari, sull’incassato (e sulla sua gestione), non sulla consapevolezza e la soddisfazione dei clienti (e delle Istituzioni).

Il sistema ha un alto potenziale ma è disarmonico e bloccato. Al Paese viene a mancare il contributo di un servizio di Assicurazioni orientato alla Gestione a tutto campo dei rischi. Quel che serve e deve.

A sbloccarlo, abbiamo detto, basterebbe forse un indirizzo politico motivato e un vantaggio fiscale per i servizi e le polizze orientati alla Gestione, alla Prevenzione. Per dire della responsabilità politica…

Diciamo anche che, pur in assenza d’indirizzo politico, una garanzia c’è: IVASS, l’Istituto di controllo. Fa la sua parte (controlli di compliance e di gestione finanziaria e amministrativa). Un ruolo importante, ben agganciato all’Europa, ma limitato.

Il mondo assicurativo vive, in termini strettamente sociali, il processo di frammentazione e separazione già definito corporativo e ora anarco sovranista: una dinamica che spinge ceti e rappresentanze in difficoltà a fermare l’apertura e l’innovazione sociale e produttiva, perché difficili da affrontare (senza l’accettazione consapevole e la gestione dei rischi). Una dinamica che ci emargina, ci fa declinare e perdere. A tutti i livelli. Tutti.

A dominare il campo della diatriba in corso tra Agenti e Compagnie di Assicurazioni sono, dunque, l’assenza di indirizzo politico, un macroscopico conflitto d’interessi e l’insidiosa tentazione di sfuggire alle Relazioni e ai Clienti. Così la finanza si fa droga.

A porvi rimedio basterebbero, forse:

1.    Un indirizzo politico chiaro e motivato, che mettesse al centro l’interesse del cliente (chiederglielo! Fare una bella ricerca; discuterne);

2.    Una visone di futuro e d’innovazione necessaria (esempio: la Gestione dei rischi, la Prevenzione dei danni!);

3.    Un’equa fiscalità di vantaggio per indirizzare il libero mercato e la connessa gestione finanziaria.

 

La Prevenzione dei danni costa la metà del loro rimedio (fin che c’è rimedio).

Un servizio assicurativo che faccia bene il suo lavoro, cioè miri a rendere misurati (rischi) le incertezze, i pericoli, le ombre della nostra potenza, è indispensabile ora e in futuro.

La finanza è risorsa strategica della nostra attesa crescita materiale e spirituale. Che non sono separabili.

 

Francesco Bizzotto

mercoledì 22 settembre 2021

DRAGHI E L'AMBIENTE

Il Network Assicuratori plaude alla presa di posizione del Presidente del Consiglio

Draghi chiama all'azione per l'ambiente, "immediata, rapida e su larga scala".

Si orientino qui gli investimenti, dice, e si coinvolga la finanza: "accelerare la transizione energetica ha dei costi, ma genera grandi benefici".

Gli Assicuratori, ad esempio. Gestiscono oltre 10mila miliardi d'investimenti in Europa (oltre 800 in Italia). Sono interessati e devono, secondo Solvency II, ridurre i rischi della prospettiva, per mettere in sicurezza i loro bilanci (essere solvibili in futuro).

Se non investono sul futuro (sulle grandi infrastrutture materiali e sociali) gestiscono male le loro Riserve e, presto, faranno magri bilanci; le loro società avranno perdite che oggi possono essere evitate. Si tratta di giocare ex ante la partita del cambiamento.

Draghi ne parli, sblocchi la discussione infinita su come fare i previsti "investimenti infrastrutturali prospettici" delle Assicurazioni europee. Serve una mediazione alta che riconosca le ragioni di oculatezza e non sfugga alla sostanza.

Può aiutare fidarsi del mercato: dare un vantaggio fiscale alle polizze che puntano sia sulla Protezione sia sulla Prevenzione. Per una cultura del Rischiare e Assicurare all'altezza dei grandi rischi della prospettiva. Una cultura che entri nelle Direzioni delle compagnie, nella operatività delle reti di Agenti e Broker, e quindi nella riflessione dei Clienti.

lunedì 20 settembre 2021

LAVORO – IMPRESA

PER UNA ECONOMIA CHE COINVOLGA E ATTIVI

Milano discuta, innovi, faccia un TEST

Smettere di correre e fare solo l’Ambulanza del lavoro (che raccoglie morti e feriti).Mirare a un’economia dell’engagement: dell’impegno, coinvolgimento, partecipazione, anche conflitto, ma di merito, non pregiudiziale, antagonista. Anticipa i problemi. Costa poco e fa giustizia

Il rischio più temuto dalle imprese – subito dopo il digitale – è quello delle "risorse umane" da trovare, soddisfare, trattenere. E si sa che il 65% dei dipendenti è insoddisfatto. Trovare risorse con la personalità e l'attitudine giusta e un minimo di formazione di base è un problema. Anche a Milano che pure – secondo l'OCSE – è la capitale europea delle competenze professionali, dipendenti e autonome. E poi, come fare per trattenerle e soddisfarle? Molti i modi ma, “la libertà viene prima” diceva il sindacalista Cgil anni ’80 Bruno Trentin. Si tratta di liberare insieme l’uomo, il lavoratore, e l’impresa. 

Cercare, definire, con Istituzioni ad hoc, processi e servizi mirati (Politiche attive) che rendano dinamiche le relazioni di lavoro, per favorire l’incontro tra collaboratori giusti e imprenditori giusti; favorire il reciproco “engagement”: impegno, coinvolgimento, partecipazione, anche conflitto, ma di merito, creativo, non pregiudiziale, antagonista. Sperimentare una via appropriata e originale di Democrazia economica. Il nostro Paese ha una fortissima rete di PMI (il nostro salvagente) a cui mal si attagliano le pur fortunate esperienze giapponese (Qualità) e tedesca (Cogestione).

L’economia dell’engagement mira al sodo: a coinvolgere e attivare sul terreno concreto, innovativo, imprenditivo. Mira – ognuno al suo posto – a una cultura dell’impegno e della Libertà responsabile. È una sfida a tre: Lavoro, Impresa e Istituzione; tre che ambiscono e si rispettano. Significa credere (e far prendere il volo) alla sana concorrenza in economia.

Bisognerà convincere una certa sinistra (specie milanese), ma le recenti parole di Nicola Zingaretti (superare la contrapposizione tra Lavoro e Impresa) e la definizione, pur datata, di imprenditore di Valter Veltroni (“un lavoratore che rischia”) fanno sperare. Questo concorrere piacerebbe a Bruno Trentin. Penso che non dispiaccia al segretario della Cgil Landini e al presidente di Confindustria Bonomi. Cercare per questa via la reciproca soddisfazione: un valore capace forse di raddoppiare la produttività d’impresa.

Mirare a un equilibrio del mercato del lavoro (del fare impresa plurale, a diversi livelli) che abbia il minimo bisogno di sostegni e tutele esterni. Un sogno di Libertà tipicamente europeo che necessita di forti Istituzioni preposte per evitare, avverte Lucrezia Reichlin (editoriale del Corriere della sera di oggi 19 cm), che la democrazia liberale scivoli verso il “modello asiatico autoritario”. Aggiungerei qualche “pungolo gentile” (alla Richard Thaler): una buona “architettura delle opzioni” e una semplice fiscalità di vantaggio.

Significa favorire la mobilità del lavoro e la sua articolazione, flessibilità e autonomia (direbbe Enzo Spaltro), attraverso l’anticipazione dei problemi, delle crisi aziendali e relazionali. Con costi molto bassi. Acquisterebbe pieno senso il lavoro autonomo (che è fuoco di brace); sia quello di alta sia quello di modesta qualità (i lavoretti). Entrambi meritano tutele (sindacali) di solidarietà e la possibilità di formarsi, esprimersi, crescere, mettersi sul mercato e cambiare. Potersene andare, se ambiscono e sono insoddisfatti!

Ora, mentre le assunzioni riprendono quota, dopo la mazzata del Covid, una cosa è chiara: si assume a tempo determinato. L’impresa vuole contenere il rischio di avere risorse in eccesso e di sbagliare assunzione. Vuole verificare il mercato e conoscere, toccare con mano la risorsa prima di stabilizzarla. Ha ragione. E il lavoro? Ne disperdiamo qualità, tensione, fiducia nella precarietà? È la precarietà che umilia e produce i NEET!

Dunque, è evidente: le Politiche del lavoro non sono più solo questione di diritti e di tutele del lavoratore dipendente, dell'offerta di lavoro, ma un interesse di primissimo piano dell'impresa (e del Paese). Così, l’impresa deve occuparsene attivamente (come Confindustria di Brescia nella ricerca di competenti), mentre ha sempre meno senso fare carico all’impresa degli aspetti di tutela. Tocca alla società, alle sue Istituzioni. Salvo i casi di discriminazione e comportamenti scorretti. E siano tutele che attivano.

L’aspetto chiave è il nostro punto debole: le Istituzioni di territorio dedicate. Abbiamo creato un guazzabuglio tra livelli nazionale (Anpal), regionale (titolarità) e locale (responsabilità). Serve una trasparente volontà politica che vi rimedi. E Milano? È avanti. Investe da un ventennio sulla sua Agenzia del lavoro AFOL Metropolitana, che ha messo a sistema una gloriosa storia di sostegno al lavoro (a partire dal formare i più fragili).

Ora urgono scelte innovative, di respiro lombardo e oltre, nella direzione dell’engagement, della libertà responsabile. Per giocare la partita anche all’attacco, in positivo, e anche sulle migliori risorse, non solo in difesa, in negativo, sulle risorse in difficoltà (nelle crisi e sui licenziati). Smettere di fare solo l’Ambulanza del lavoro che raccoglie morti e feriti. Di tutelare e asservire. Per essere efficaci, vincere la partita e abbattere i costi. Quali scelte? Tre mi sembrano prioritarie:

1.    Sindacati e Assolombarda devono prender parte, contribuire. Per una volta, non si tratta di soldi. Si tratta di convinzione, idee, equilibri. Di progetti credibili. Senza le imprese e i Sindacati, le Politiche del lavoro rimangono ferme al secolo scorso, giocano di rimessa, platealmente separate, inefficaci e costose. E non favoriscono la convergenza delle iniziative di solidarietà, formazione e sostegno al lavoro, che spesso disperdono risorse.

2.    E poi vanno coinvolti – l’Europa lo ribadisce sempre – altri competenti interessati. Per mixare i punti di vista e realizzare iniziative nuove. L’Assicuratore ad esempio può facilmente “assicurare il lavoro”. Oltre che tutelare, si attiverà anche in due direzioni innovative a lui care e necessarie: prevenire i “sinistri” (i licenziamenti) e investire nelle infrastrutture del caso (per la formazione e la mobilità), secondo la chiara indicazione europea (Solvency II: investire per formare, anticipare i trend dei rischi). Si dia spazio, finalmente, a chi ha interesse (guadagna di più) se le cose vanno bene, se le crisi vengono gestite, anticipate. Vi sembra poca cosa?

3.    Così – in accordo e con finanziamenti europei – si può provare a gestire il “bene comune” lavoro (e impresa) come raccomanda la prima donna Nobel per l’economia (2009) Elinor Ostrom ("Governare i beni collettivi", Marsilio, 2006): mixare pubblico e privato con Istituzioni ad hoc fondate su valori, idee e progetti incrementali condivisi.

 

Si tratta di mettere in campo iniziative credibili; di provare il metodo Ostrom, ormai maturo. Facciamo a Milano con AFOL Metropolitana un TEST di Politiche attive del lavoro positive, innovative, coraggiose e solidali; europee. Dove, se non qui? Quando se non ora?

Dimostriamo che non è più vero che Milano corre e Roma pensa


Francesco Bizzotto

lunedì 6 settembre 2021

CRESCITA SI MA DI QUALITÀ E CON SOBRIETÀ.

SERVE L'UMANO DELL'UOMO PER VALUTARE I RISCHI DELLA NOSTRA POTENZA

Ancora "crescere"? Cottarelli: "Arriveremo al 6%". Pensiamoci. Troviamo riferimenti più precisi e opportuni. Crescita sì, ma di qualità, per via creativa, innovativa, di valore percepito e di apprezzamento ricevuto. È il nostro punto di forza. Guardiamoci attorno. Limitiamoci! Portiamo rispetto! Ne trarremo vantaggi.

Miriamo alla bella sobrietà; a una secca diminuzione di volumi, ingombri, inquinamento di processo e di prodotto, a breve e lungo termine. Era il trend del Nord Milano, tempo fa.

Sobrietà significa attenta valutazione a vasto raggio dei rischi implicati dalle iniziative e attività. Significa trattare con prudenza e lungimiranza (discernimento) il lato oscuro della nostra Potenza. Un tema caro al cardinal Martini. Certo, vanno fatte scelte, ci vuole coraggio. Lascerei decidere al mercato. Userei con discernimento le Casse integrazione (tema esplosivo, mi rendo conto).

Ma, qualità e sobrietà si esportano alla grande e hanno alti margini di guadagno. Chiamano in campo il fattore umano, anzi l'umano dell'uomo, le sue capacità esclusive di cura, impegno, creatività, intuizione, innovazione e servizio.

Certo, l'umano dell'uomo va riconosciuto, sostenuto, formato, liberato. Avete visto mai un creativo in catene che non sia Gandhi o Mandela?

Va fondato un diritto europeo del lavoro fortemente orientato alla libertà, all'intrapresa, alla mobilità e all'inclusione sociale.

Un diritto individuale che raddoppierà il tasso di concorrenza, consentirà di anticipare le crisi produttive (e relazionali), ci renderà imbattibili sui mercati e costerà la metà.

Produrrà risorse per garantire a tutti una vita dignitosa perché socialmente impegnata.

Queste garanzie o tutele sono una questione sociale. Non ha più senso farne carico all'impresa.

E accanto al diritto vanno poste forti Istituzioni garanti. Come ha cercato di fare Milano con la sua AFOL Metropolitana.

Qui, in Italia, non paiono pronte né la destra né la sinistra. Ma, lo è l'opinione pubblica. E lo è l'Europa.


Francesco Bizzotto 

lunedì 30 agosto 2021

IL BUON ESEMPIO DI PAPA FRANCESCO

 "È QUESTIONE POLITICA".

DALL'ASSICURATORE AL PROBLEMA PARTITI.


    Quando si dice "è questione politica" ci si riferisce a un ordine e indirizzo generale che è prioritario, molto influente, necessario.
    Per esempio: il prevalere - nel comparto assicurativo - di tensioni, divisioni e valori finanziari (e digitali) sulla potente logica industriale (il servizio offerto, le sue belle ragioni, le sue innovazioni), dipende dalla mancanza di un chiaro indirizzo "politico".
   A capovolgere questo dato basterebbe che il Governo (europeo e nazionale) orientasse l'attività assicurativa alla "Gestione dei rischi" (alla Prevenzione dei danni). Come? Con chiare    Motivazioni e con un certo Vantaggio fiscale per le polizze e i servizi dedicati.
Ora, qui le motivazioni abbondano e potete anche dimenticare che "prevenire costa la metà di rimediare". Due motivazioni sono autentiche necessità.
   La prima riguarda la natura dei rischi, che sfuggono alla logica del rimedio (ex post), perché prospettano eventi catastrofali, inimmaginabili; senza rimedio. Non si può far altro che anticiparli, prevenirli, lavorando bene, vivendo bene. Penso al Cyber risk.
   La seconda necessità riguarda direttamente l'Assicuratore. Se il rischio tende a presentarsi come Cigno nero (
incredibile, impensabile), quale potrà essere il modo per renderlo, come si deve, misurato (una probabilità)? Basteranno i Big data? Neanche per idea! Il passato (il dato) dice sempre meno del futuro. Torna la sfida di Galileo: "Ciò che non si può misurare, rendilo misurato!". È sfida "politica".
   La faccio breve. Se la Politica non indirizza, c'è un problema e credo stia nei Partiti che la alimentano e la marchiano: decidono sia degli Assetti Istituzionali sia degli Uomini (con, ovvio, poche Donne). Scusate se è poco.
   Allora, togliamo la testa da sotto la sabbia e guardiamo in faccia la realtà. La crisi & contingenza che ha portato al Governo Draghi mostrano nitidamente che il nostro limite "politico" è nei Partiti, nel loro modo di organizzare la vita interna e di darsi la leadership.        L'articolo 49 della Costituzione ("per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale") va attuato. Allora c'è la Rappresentanza democratica!
   Noi abbiamo sia un problema di assetto e stabilità Istituzionale, sia un problema Partiti.
Portiamo rispetto per la storia e per i suoi protagonisti tutti - anche per i ricchi che scendono in campo, come per i comici che si appassionano e fanno un salto di specie, per i dialettici che hanno consenso perché bucano i video, come per gli specialisti di "ditte" e organizzazioni che sanno come tenerle in pugno), però la Politica è troppo importante! Ripensiamoci: assetto / stabilità delle Istituzioni & Democrazia nei Partiti.
   Possiamo prendere esempio dall'iniziativa di papa Francesco rispetto ai movimenti ecclesiali: rinnovare l'organizzazione e i metodi di selezione della leadership (che duri meno di 10 anni). È uno che se ne intende!
Se no, i valori tramontano. Con loro l'Europa, la Democrazia e, temo, l'umanità intera, visto come abbiamo ridotto l'ambiente, ovvero mal gestito il Rischio, l'ombra della nostra inconsapevole Potenza.

Ah, l'Assicuratore!

Francesco Bizzotto

domenica 20 giugno 2021

L’EUROPA

 NO AL LAVORO PRECARIO

Nicolas Schmit, “commissario Ue per il Lavoro” dice a Francesca Basso (Corriere della sera, 17 giugno): “Bisogna accompagnare i lavoratori che passano da un posto a un altro, preparandoli e garantendo il reddito. Questo c’è nel piano [di Draghi] ed è in linea con le nostre indicazioni”. 

“Politiche attive”: per Formare a quel che serve e Accompagnare al dialogo l’offerta di lavoro e la domanda delle imprese. Attenti però, “non si può congelare” il lavoro. Parliamone: 1° difendiamo il duo Impresa-Lavoro, l’economia di mercato; 2° non tolleriamo il precariato, il nero che uccide.

Letta potrebbe… I punti nodali. Facciamo un TEST in Lombardia. E l’Europa, “assicuri” il Lavoro!

Noi europei non facciamo conto sulle armi (dobbiamo, anzi, investirvi con la Nato) e non abbiamo ossessioni di crescita quantitativa (siamo sulla qualità e l’innovazione). Il nostro punto di forza è il duo Impresa-Lavoro, l’economia di mercato: difendiamolo, curiamolo. E sradichiamo il precariato (diciamolo a chi si attarda a competere, a volte da fuorilegge, sul costo del lavoro). Penso alle sfide del digitale, dell’ambiente, della Democrazia. L’Impresa-Lavoro è la nostra carta vincente: per l’unica vittoria possibile, quella win-win, globale.

Il “Capitalismo politico” (tipo Cina) non è un destino. C’è chi la fa facile: gli Usa non hanno un pesante apparato militare? E l’Europa con i miliardi a gogò cosa fa? Non scherziamo: il discrimine tra Democrazia e Autoritarismo, tra Libertà e sua negazione è chiaro e va rimarcato (come Draghi: con modi gentili). Non è vero che l’Occidente è al tramonto. Lo sono l’autoritarismo, la violenza, un certo maschilismo. Il duo Impresa-Lavoro è cartina di tornasole. Se ne deve parlare (investire) di più, specie in Lombardia.

Su questo duo mettiamo un pacco di miliardi di debiti. Bene, se ci fanno fare un salto di consapevolezza, valori e idee, sentimenti positivi, cultura. Per esempio: Enrico Letta, al vertice di un Pd che non ha mai mostrato tenerezza per i suoi segretari, che fa, aspetta le sberle? Molli le tattiche e faccia perno su questo duo in divenire. Il Pd può ripartire dalla bella definizione di imprenditore di Walter Veltroni (“un lavoratore che rischia”). Proviamo a contaminarci e con-vincerci, compresi i molti generosi ancora comunisti nel profondo.


Schmit (“l’Italia trovi una nuova crescita”) non ci dice come fare. Sta a noi. E qui viene il bello e il difficile. Possiamo acquisire un vantaggio nel contesto europeo. Democrazia è sempre un misurarsi e competere sia esterno sia interno. Un certo rigorismo nordico non ci crederà. Meglio. L’Italia ha già dimostrato di saper fare bene. Possiamo ripeterci. Come?

1.    Politiche attive del Lavoro non vuol dire solo difendere, tutelare. A difenderci siamo bravi, e a chi oggi sfida il Lavoro, con molte forme di precariato, addirittura mettendo a rischio la vita, diciamo che deve smetterla. E noi tutti apriamo gli occhi. Lo dico con rispetto a Emma Marcegaglia, di cui condivido l’appello pro impresa (Corriere del 18 cm). L’Italia compete nel mondo con la qualità, le novità, la bellezza, frutto del cuore dell’uomo. Rispettiamolo, ricordiamolo. Sì. Politiche attive richiama a un’ottica costruttiva, positiva: ciascuno si promuove attraverso il suo contribuire. Anche il Lavoro.

 

2.    E contribuire è il bello e il massimo della dignità. La “difesa” collettiva, un po’ in crisi, avrà nuovo ossigeno. In realtà, più contribuisci, più sei forte nelle relazioni. Cosa serve all’Impresa-Lavoro? Come promuoverne e innovarne l’immagine, la cultura, l’offerta? Creare le basi per il successo con discussioni di merito, produttive, relazionali.

 

3.    Istituzione. Poiché si tratta di concretizzare un dettato costituzionale e fondare il diritto / dovere individuale del Lavoro a contribuire all’impresa, è centrale l’aspetto istituzionale: dà garanzie di libertà e responsabilità, di continuità e affinamento. Le Politiche attive hanno bisogno di strutture istituzionali (Agenzie) stabili, nazionale e di territorio...


4.    … Per anticipare il più possibile le crisi produttive e, soprattutto, relazionali. Con l’obiettivo di mettere il lavoratore giusto con l’imprenditore giusto. Non limitiamoci a raccogliere i morti e i feriti. Occupiamoci dei fuori posto licenziati come degli scontenti e dei precari che vogliono impegnarsi, crescere, cambiare. È un loro diritto, direbbe Bruno Trentin, segretario generale della Cgil dal 1988 al 1994. Ha sognato una via nuova di emancipazione del lavoro e ha detto: “La libertà viene prima”. La libertà, un prodotto della responsabilità, di quell’esporsi e rischiare propositivo che sostanzia la vita attiva.


5.    Pubblico e Privato possono stare insieme nelle Agenzie del Lavoro. La partecipazione istituzionale larga è una chiara indicazione dell’Europa. Può l’Impresa rimanerne fuori? Sono molti i soggetti specialisti interessati a contribuire: le Agenzie private, i giornali.


6.    L’Europa assicuri il Lavoro. L’Assicuratore ad esempio. È interessato ad anticipare gli eventi avversi (per non avere “sinistri” e per poter misurare i rischi). L’Europa riprenda una sua idea: verifichi la possibilità di “assicurare il lavoro” sul doppio binario della Prevenzione (formazione, reciproche soddisfazioni, mobilità) e della Garanzia di reddito. La Democrazia farebbe un balzo d’immagine nel mondo. Altro che Capitalismo politico!


7.    Convergenza. Aspetto delicato. Se contiamo le Agenzie, gli uffici, che si occupano di lavoro (soprattutto formazione) in una città di centomila abitanti, arriviamo facilmente a cento. Uno spreco da cui occorre rientrare valutando i risultati. Si tratta di creare regole (di finanziamento) e condizioni (di pluralismo): l’interesse a convergere.


8.    Concorrenza. Di questo si tratta: alzare l’asticella della concorrenza, scoprendo la ricchezza dell’umano nell’uomo anche nel fare impresa (lavoro di gruppo). Cosa delicata e indispensabile per creare, innovare. Concorrere per il miglior capitale umano è la grande sfida dell’impresa. A Milano si tocca. Qui l’imprenditore di copertina e d’antan è chiuso, non a torto: partecipare implica contribuire, assumere responsabilità. Io rispetto Cina e Russia, e non le vedo stare al nostro passo se rilanciamo sulla concorrenza.


9.    Ascoltiamo la prima donna Nobel per l’Economia (2009) Elinor Ostrom: invita gli attori pubblici e privati a costruire Istituzioni ad hoc in maniera incrementale, per tentativi ed errori, sulla base di scelte condivise (Governare i beni collettivi, Marsilio, '06). Non restiamo fermi, non limitiamoci agli articoli, a discutere. Non ne usciremmo. Scendiamo nel concreto condividendo obiettivi e risultati, contaminando le vecchie culture.


10. Facciamo un TEST nell’area Milano, Monza, Lodi e Pavia; un’area significativa delineata con lungimiranza da Assolombarda. Qui le Istituzioni già ci sono e soprattutto c’è una storia da non tradire: quella dei moltissimi – anche tra gli imprenditori: penso ai Falck – impegnati in diversi ambiti (la formazione professionale, le cooperative, la casa) per la giustizia sociale e l’emancipazione del lavoro. Una storia da rispettare e rinnovare.

Rileggiamo cosa scriveva la Commissione europea nel 2007 sulla Flexsecurity. L’Europa è una bella casa comune. E noi possiamo, dobbiamo fare un deciso passo in avanti, per noi e per lei. Facciamolo!

“La flessibilità significa assicurare ai lavoratori posti di lavoro migliori, la ‘mobilità ascendente’, lo sviluppo ottimale dei talenti. […] La sicurezza, d’altro canto, è qualcosa di più che la semplice sicurezza di mantenere il proprio posto di lavoro: essa significa dotare le persone delle competenze che consentano loro di progredire durante la loro vita lavorativa e le aiutino a trovare un nuovo posto di lavoro.” (Verso principi comuni di flessicurezza. Comunicazione della Commissione europea – 27 giugno 2007).

Francesco Bizzotto

lunedì 24 maggio 2021

IN MEMORIA DI ELUANA D’ORAZIO

SICUREZZA SUL LAVORO

Gli incidenti sul lavoro continuano, anche se diminuiti. Il rapporto uomo / macchina / contesto va ripensato: per far fronte, oltre che agli infortuni, anche alle malattie e al disagio psichico. La macchina ha una rigidità e una decadenza che richiedono l’intervento umano, in prima e in ennesima battuta. Miriamo alla Safety: un salto di qualità; formare e accompagnare. Torna utile l’Assicuratore.

 Mi ha impressionato la morte di Luana D’Orazio il 3 c.m. nell’orditoio di una tessitura del pratese. Sono in corso indagini per capire se i sistemi di sicurezza erano in funzione e perché non hanno protetto Luana. Sono un Assicuratore in pensione di lungo corso e scuola americana: assuntore di rischi e poi formatore. Guardo avanti.

 Va ormai considerato il rapporto persone / macchine / ambiente (tanto più con il digitale): un intreccio non separabile. La persona è sia il primo attore di rischi crescenti sia la prima vittima di incidenti (infortuni) e tensioni, ansie e poi malattie. Non ho dubbi: a certe condizioni, questi rischi sono gestibili. Nelle attività, nel fare impresa, si rischiano diversi tipi di danni: propri, agli affari, a terze parti, alla vita, all’ambiente, fisici ed esistenziali in senso lato e non separabili. È un intreccio che merita di essere ripensato e meglio gestito. Negli Usa si inizia a parlare di “governance” dei rischi. Significativo. Ancora una volta, Europa e Usa sono punte avanzate di riflessione. Aiutano il mondo, generosamente.

 La tradizionale gestione dei rischi spazia dalla consapevolezza alle valutazioni e stime del caso; dalle azioni di Prevenzione dei danni e Protezione di beni e persone alle opportune Assicurazioni. E mira (la gestione, la governance) sia alla Security, agli aspetti fisico materiali, alle condizioni di sicurezza dei mezzi, delle tecniche, oggettive, esterne, sia alla Safety (distinguono gli anglosassoni), cioè alla sicurezza attiva, che parla anche al cuore, forma capacità profonde, radicate, sciolte, e dà senso alle relazioni (macchine comprese). La Safety rende bello, sicuro e produttivo il lavoro. C’è, insomma, un aspetto di adeguata predisposizione dei mezzi e un aspetto di cura del sistema, delle relazioni. Occorre formare (e accompagnare) le persone, la loro attitudine positiva a comprendere, rispettare e reggere la complessità tecnica e relazionale dei sistemi. Non è cosa da poco.

 Non ci spaventi l’immenso patrimonio quantitativo di ricerca e lavoro che sta dentro ogni macchina, competenza, processo. Può farsi “qualità” ed essere “compreso”. Possiamo essere ottimisti, anche guardando al 5G e all’Intelligenza artificiale: nel lavoro, con le macchine, l’uomo può trovare il senso delle cose, avere padronanza e gioia, se punta con decisione sul gioco d’anticipo, sulla Prevenzione, e se vi aggiunge un rispettoso distacco, racchiuso nel motto dell’artigiano vetraio: “Non dare confidenza, non avere paura”.

Negli Usa l’Assicuratore è tra i principali attori di Prevenzione. Fa cultura del rischio – oltre che assicurare nel rischio – per un suo interesse di mercato: minori i sinistri, maggiore il suo guadagno, specie nel breve termine. Così, la Polizza viene spesso preceduta e accompagnata da servizi di Prevenzione dei danni e di Protezione di beni e persone. Da noi, ci siamo in linea di principio ma si fatica a trovare i modi. C’è un eccesso di interesse (e incentivo) ai volumi finanziari.

 Eppure, basterebbe dare un vantaggio fiscale alle polizze con percorsi di Prevenzione per esaltare questo mondo. Infatti Prevenzione & Assicurazione è un’abbinata di buon senso: allargherebbe il mercato ed è necessaria all’Assicuratore: gli consente di avere in chiaro il rischio che sta assumendo. Non gli basta più una buona fotografia e la scrupolosa tariffazione di base, statistica. Un maestro di mestiere (il mitico Edo Castagnoli dell’AIU Italy) già negli anni ’60, a Milano, studiava i rischi, li confrontava, pesava gli atteggiamenti dell’imprenditore come di preposti e tecnici: le attitudini al rischio. L’uomo fa l’80% della probabilità di danno, diceva. Nei sistemi complessi occorre formare e incentivare alla sicurezza attiva. Perché il rischio si forma nelle relazioni e nel tempo; non esiste in astratto.

Rischiare è un continuum; è creare e parte dal cuore. La tecnica non lo sa. Sta all’uomo affermarlo. Con Industry 4.0 sono attivabili interconnessioni e rapporti che consentono – oltre che di programmare e comandare da remoto apparati con una loro autonomia – di valorizzare la gestione del rischio sia negli aspetti macro sia in quelli micro, comportamentali. E, se l’impresa ha un prevalente interesse economico al business, l’Assicuratore lo ha alla sicurezza (alla Safety) delle persone e dei processi. Può contribuire alla consapevolezza e alla concentrazione; alla salvaguardia dei beni, della salute, dell’equilibrio psicofisico e quindi della produttività di imprenditori, professionisti autonomi e lavoratori dipendenti: tutti a rischio, cioè liberi, capaci, responsabili.

Penso a Luana e a chi soffre sul lavoro. Non sia invano.

Francesco Bizzotto

giovedì 13 maggio 2021

IL VERO COSTO SOCIALE DELLA PANDEMIA

 DISUGUAGLIANZE

STIAMO SPERANDO SOLO NELLA FINE DELLA PANDEMIA?

Lo scoppio della pandemia ha stravolto la vita di tutti, ma gli effetti più devastanti hanno interessato le fasce più fragili della popolazione, non necessariamente quelle di età più avanzata, acuendo le diseguaglianze. L’Italia è arrivata già in affanno alla sfida del coronavirus. Poco benessere, scarsa crescita, alta disoccupazione in particolare giovanile, debito pubblico eccessivo, squilibri demografici grandi differenze di reddito, genere, territorio e generazionale. Il risultato è che le criticità potrebbero aggravarsi nell’immediato futuro.

La crisi occupazionale, il debito che grava sulle future generazioni, la povertà in rimonta acuisce il divario con la parte più ricca del paese. Prima della pandemia, secondo il Global Wealth Databook di Credit Suisse, il 20% più ricco degli italiani deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, mentre il successivo 20% era titolare del 16,9 % della ricchezza, lasciando al 60% più povero solo il 13,3% delle risorse. Durante il lockdown circa la metà degli italiani ha subito una contrazione del reddito.

Inoltre, durante la pandemia, nonostante il blocco dei licenziamenti, la crisi occupazionale ha colpito quasi esclusivamente le donne, i dati Istat confermano 470.000 occupate in meno rispetto all’anno precedente.

L’impatto più negativo sul lavoro femminile si è avuto nell’occupazione a termine (-327.000 lavoratrici), nel lavoro autonomo (-87.000), nelle forme part-time (-243.000) nei servizi, in particolare nel food e nel settore dell’assistenza domestica. Dove il lavoro è meno garantito per gli uomini, per le donne lo è ancora di più.

Poiché gli uomini hanno bisogno “sia del pane sia delle rose”, il virus logora anche dal punto di vista mentale.

La paura per la propria salute e quella dei propri cari, lo stress, la sensazione di essere soli di fronte a qualcosa di incontrollabile sta aumentando il disagio psichico. Sono in aumento la depressione, l’ansia e l’insonnia.

Le giovani generazioni si sono trovate strette fra chiusure e didattica a distanza, senza strumenti adeguati.

Per costruire nel presente le basi del futuro, formazione, ricerca, sviluppo e innovazione, anche se possono apparire solo uno slogan, saranno il riferimento per i prossimi anni.

Le famiglie italiane sono state colpite in particolare dalla seconda ondata, infatti nell’”indagine straordinaria sulle famiglie italiane”, condotta da Banca d’Italia, si evidenzia che un terzo delle famiglie ha avuto una riduzione del reddito, quasi il 40% degli affittuari e oltre il 30% delle famiglie indebitate hanno dichiarato di avere difficoltà nel sostenere il pagamento dell’affitto o delle rate ed il 15% ha preso in considerazione la possibilità di chiedere un prestito, si spera ad una banca o ad una finanziaria e non al mercato illegale, nuovo business per le mafie. La metà delle famiglie dichiara di non disporre di risorse finanziarie sufficienti a sostenere il proprio tenore di vita per almeno tre mesi in assenza di reddito.

I consumi continuano a risentire dell’emergenza sanitaria. La spese effettuata in abbigliamento, alberghi, bar e ristoranti è inferiore al periodo precedente per circa l’80% delle famiglie.

Per molti la contrazione dipende più dalla paura che dalle minori disponibilità economiche, ad esempio i dipendenti pubblici non sono stati minimamente toccati dalla crisi, per cui si può sperare in ripresa dei consumi appena la diffusione del virus sarà contenuta con il completamento delle operazioni vaccinali.

Secondo uno studio di Allianz Risk Barometer i rischi da violenza politica e sociale sono tra i più temuti, infatti a fronte di un calo, negli ultimi cinque anni, degli eventi terroristici, si è visto un incremento di proteste con atti vandalici.

La ripresa europea stenta a partire in attesa di una situazione sanitaria non ancora definita, le chiusure di fatto, anche se allentate ci sono ancora e preoccupa il rialzo dell’inflazione, che per gli economisti è causato da fattori transitori, ma per famiglie riguarda direttamente il proprio portafoglio.

La discussione però è spesso solo sull’aspetto sanitario, con contrapposizioni quasi ideologiche, sarebbe ora di riportare il dibattito agli aspetti concreti della vita di tutti.

Massimo Cingolani

mercoledì 28 aprile 2021

PONTE MORANDI

 DISASTRI E RIMEDI ATTESI

Il Ponte Morandi è un esempio. Nei prossimi 50 anni, case e infrastrutture vanno guardate a vista: può succedere di tutto. Ripensare il costruito, pensare ai rimedi, prevenire i disastri. L’Assicuratore come Cavaliere bianco di mercato, interessato a rendere misurati (sostenibili) i Rischi.

La Procura di Genova nel rapporto (2.000 pagine) sul disastro del Ponte Morandi, crollato il 14.08.’18, scrive: "Tra l'inaugurazione del 1967 e il crollo, per ben 51 anni, non è stato eseguito il benché minimo intervento manutentivo di rinforzo sugli stralli della pila 9". E Francesco Cozzi, 69 anni, procuratore capo: "Ci vorrebbe un'agenzia esterna che abbia però strumenti e potere. Diciamo che il sistema si prestava ad aggiramenti dei controlli di sicurezza". E poi: "Se i processi non evitano la recidiva, cioè che si pongano le condizioni perché certe tragedie non si ripetano, non servono a nulla." (Corriere della sera, 23.04.’21).


Evitare “la recidiva”. Come? Molte infrastrutture ed edifici (il costruito di un secolo) sono a Rischio crescente. Cosa si può fare? Un esempio. La direttiva europea Solvency II libera gli investimenti degli Assicuratori europei (10.000 miliardi, 800 in Italia) e li chiama a fare “investimenti infrastrutturali prospettici”. Mira a rendere solidi i loro bilanci riducendo i Rischi della prospettiva, valorizzando il loro ruolo di misuratori interessati dei Rischi (e non solo del singolo Rischio, nell’immediato:). Dal XIV secolo sono al mondo per aiutare chi innova e corre grandi Rischi. Allora: trafficare con l’Islam, solcare gli Oceani; aprire i commerci.

 

Da quando Blaise Pascal ha definito la Probabilità statistica (qualcosa di misurabile – 1662), gli Assicuratori hanno via via codificato esperienze (eventi del passato) e si sono resi autosufficienti. Quando, infatti, un Rischio (una Probabilità) ha una misura nota e accettata (condivisa), allora è assicurabile, ovvero è sostenibile: le sue conseguenze indesiderate possono essere previste e rette da fondi costituiti ad hoc.

 

Ma, i sistemi di misurazione dei Rischi collassano: il modo frequentista, che guarda al passato, i Big Data (un modo matematico, quantitativo, separato), non è affidabile, non regge. Perché la realtà umana è creativa.

 

E come misurava i Rischi l’Assicuratore nei 4 secoli prima di Pascal? Scambiava informazioni e stava vicino; valorizzava le attività, gli uomini e i mezzi di trasporto e difesa, e a volte vi prendeva parte; si relazionava con le Istituzioni (Venezia proibiva di viaggiare di notte tra le isole della Dalmazia). È interessante notare che l’Assicuratore agiva come adesso richiede la logica della Meccanica quantistica (essere parte attiva, responsabile).

 

Ora, egli può svolgere un ruolo di Cavaliere bianco di mercato. Può contribuire a rendere sostenibili (misurate) le attività, la nostra potenza; favorire l’equilibrio tra Possibilità e Rischi. Può farlo in molti modi:

·         Con specifiche coperture assicurative all risk (Responsabilità e Danni propri) rese obbligatorie per grandi opere e progetti. E la sua quotazione dirà del Rischio che si corre;

·         Sviluppando servizi che valorizzino la Prevenzione dei danni e la cura dei processi;

·         Con norme di Corresponsabilità amministrativa in caso di cattiva Gestione dei Rischi;

·         Remunerando gli intermediari per la cura e il servizio, non per i volumi finanziari creati;


Attivando interventi già previsti dalle Polizze, come l’ispezione da parte della compagnia, per verifiche (e manutenzioni predittive) oggi agevoli con le interconnessioni digitali.

 

Si tratta di contrastare il conflitto di interessi tra attori preposti e gestione d’imprese.

Decisivo è l’input istituzionale: un vantaggio fiscale e sociale per le Polizze di chi innova e si orienta alla sostenibilità, che gli antichi Greci chiamavano senso del limite o Giusta misura.


NETWORK ASSICURATORI LOMBARDI 

martedì 20 aprile 2021

A 35 ANNI DALLA PUBBLICAZIONE

 “LA SOCIETÀ DEL RISCHIO”

Il libro del sociologo tedesco Ulrich Beck (Carocci editore, Roma, 2000; traduzione di Walter Privitera e Carlo Sandrelli) sostiene che siamo di fronte a “una pretesa di autorità del passato indebitamente prolungata oltre il proprio tempo, alla quale sono sfuggiti di mano il presente e il futuro” (p.17); “le forze produttive hanno perso la loro innocenza” (18) mentre “la tradizionale politica dell’ambiente si concentra su ciò che accade alla fine del processo produttivo, non al suo inizio, quando si decide” (93). Ora, in Usa Mark Deasley invita alla Governance strategica "to take heigher risks".

 

“La società del rischio” è il libro del sociologo tedesco Ulrich Beck (1944 – 2015) scritto a metà degli anni ’80, “su una collina, all’aperto, sul lago di Starnberg” (pag. 21), ospite della famiglia Ruhdorfer, grazie a “una borsa di ricerca della fondazione Volkswagen” (22). Pubblicato nel 1986 e subito tradotto in inglese, è stato molto letto in Germania e nei Paesi anglosassoni, per sensibilità al tema (normativa la prima, pratica i secondi). Da noi ha avuto eco accademica. La mia lettura ne osserva i risvolti utili alla “Gestione dei Rischi”. Nel 1986 lavoravo in un’Assicurazione italiana come tecnico dei grandi Rischi, dopo una bella esperienza a cavallo dei vent’anni in una compagnia Usa (AIU Italy; oggi AIG). Studiavo, riflettevo sul mestiere e scrivevo sul Notiziario Assicurativo del mitico Sergio Scotti.

 

Ho apprezzato questo testo, che è di difficile lettura e che forse merita una traduzione più pensata. È un contributo specialistico su un tema, il Rischio, che necessita di un largo approccio interdisciplinare. Così, un po’ mi ha deluso. Mi è parso descrittivo e attendista: dice molte cose, esplora sviluppi sociali laterali, ma non affonda. Non rischia! È una ricerca che illumina la scena e lancia l’allarme; evidenzia problemi. E ci lascia la responsabilità di completare il discorso. Utile in un senso. Poco in un altro. Per esempio, Beck non distingue il Rischio dal Pericolo, come invece fa Niklas Luhmann in “Sociologia del rischio” del 1991 (Bruno Mondadori, 1996): Pericolo, dice Luhmann, è potenziale di danno non ben valutato, non deciso o non condiviso; Rischio è il contrario. Molte iniziative sono un Rischio per alcuni e un Pericolo per i più, come sanno gli Agenti di Assicurazione, veri esperti dei Rischi.

 

Beck sente irrompere l’incertezza e montare il Rischio là dove c’era l’idea di una crescita illimitata. Vede l’accumulo di rifiuti e inquinanti. Denuncia che il potenziale di danno è crescente, latente, oscuro, dirompente: un’esplosione al rallentatore che occorre capire e fermare; il Rischio diverrà dominante nella produzioni di beni. Con quali conseguenze? “Scompaiono tutti gli steccati di classe” (47) per un “effetto boomerang” (48), perché i danni ricadono anche sui responsabili. “Non si tratta più di ottenere qualcosa di ‘buono’ ma di evitare il peggio; l’obiettivo che emerge è l’autolimitazione” (65). E si assiste al trasferimento di potere decisionale dalle autorità alle competenze, ai saperi, nei vari ambiti: “la logica del controllo collassa dal suo interno” (335). La questione interessa anche le aziende: “Nello sforzo di incrementare la produttività, i rischi sono sempre stati trascurati (…). La produzione di rischi e il loro disconoscimento hanno quindi la loro prima causa in un’unilateralità economica della razionalità tecnico-scientifica” (79). E succede che “i tecnici sostengono che ‘non c’è alcun rischio’, mentre gli assicuratori si rifiutano di stilare una polizza perché i rischi sono troppo alti” (336). Qui Beck mostra lucidità e coraggio.

 

E oggi? Lascio Beck e osservo che la scienza propone soluzioni per la riduzione dei Pericoli (se ne sa poco), ma il Rischio di errore (strategico e di processo) continua ad alzarsi e dovremmo chiamarlo Pericolo, perché scienza e decisioni d’impresa sono piuttosto isolate in vertici (piramidi) di comando. Serve un modello a rete, articolato, trasparente, che validi le indicazioni scientifiche e le decisioni. La libera impresa ci sta pensando e provando. Come fare? Tenere uniti gli aspetti di Possibilità e di Rischio; quelli positivi (i vantaggi) e quelli negativi (le conseguenze indesiderate); e gestirli insieme, non separarli, come facciamo ora. Sono i due lati della Potenza che ingenuamente chiamiamo Possibilità. Qui Beck non arriva.

 

Fermo sull’incertezza (quando non c’è una valutazione, una misura), legge il Rischio solo in negativo, come eventualità di danno, mentre ha una doppia valenza: è anche parte della Possibilità, del potenziale. Perché “tutto ciò che è in potenza è in potenza gli opposti” (così Aristotele, ricordava Emanuele Severino). L’approccio negativo impedisce a Beck di vedere appieno l’utilità del Rischio e il suo aspetto clou: è questione di misura. Rischio è condizione e componente dell’idea e poi dei processi da cui sorgono le opportunità. Ed è probabilità: che l’azione intrapresa produca conseguenze indesiderate, danni. L’approccio negativo tradisce Beck e lo induce a isolare la Possibilità e a mettere in relazione il Rischio con l’opportunità, il vantaggio. Confronta la probabilità negativa con un fatto, un evento positivo. Fa sembrare il rischio un accidente, mentre lo è il danno. Dovrebbe mettere il Rischio in relazione (in parallelo) con la Possibilità, perché insieme stanno a monte del processo, mentre l’opportunità di benessere, il vantaggio, sta a valle, con i danni.

 

Dunque, Beck legge il rischio separatamente, solo in negativo, come accidente; non ne focalizza la misura (aspetto clou) e finisce per ridurlo a questione di distribuzione sociale dei danni. Si tratta invece di intervenire a monte, e distribuire Possibilità / Rischi, cioè chance misurate di iniziativa, di decisione responsabile; chance gestibili, con probabilità di risultato valutabili. Se il Rischio rimane solo, separato, a lato dei processi (negativo: un costo) e senza valutazione (misura), diventa una patologia sfuggente e ansiogena. Così è.

 

Ma, Beck non manca nella denuncia: “Siamo testimoni oculari (…) di una rottura all’interno della modernità” (14), che è un progetto incompiuto; siamo di fronte a “una pretesa di autorità del passato indebitamente prolungata oltre il proprio tempo, alla quale sono sfuggiti di mano il presente e il futuro” (17). “Le forze produttive hanno perso la loro innocenza” (18). “La logica di produzione della ricchezza domina sulla logica di produzione dei rischi; nella società del rischio questo rapporto si inverte” (18). “Emerge un nuovo chiaroscuro di opportunità e rischi: i contorni della società del rischio” (20), mentre “la tradizionale politica dell’ambiente si concentra su ciò che accade alla fine del processo produttivo, non al suo inizio, quando si decide” (93). È mancato il governo dei Rischi: una Politica inconsistente.

 

Beck prospetta “uno sviluppo complessivamente controproducente” (93). E giunge a essere lapidario: “Le modalità di calcolo del rischio, come sono state sinora definite dalla scienza e dalle istituzioni legali, collassano” (29); “Quella del rischio non è una società rivoluzionaria, ma qualcosa di più: è una società delle catastrofi. In essa lo stato di emergenza minaccia di diventare normalità” (103). Una vera Cassandra. E qui ha proprio ragione. La tocchiamo.

 

Vede emergere crescenti opportunità (vantaggi) e Rischi: questo parallelo è sbagliato, ho detto. Il Rischio va studiato all’interno della “Possibilità”, perché ne è componente decisiva trascurata. L’industrializzazione (tanto più il digitale) ha prodotto molti benefici. A lungo le conseguenze indesiderate sono parse sostenibili e facilmente rimediabili, a posteriori. Lo hanno pensato tutti i probabilisti frequentisti, compreso Joseph Schumpeter. Non è così. Occorre intervenire a monte: pensare la Possibilità in modo nuovo, come un foglio a due facce, di cui vedere e gestire insieme sia il lato in fiore (l’utilità, l’affare) sia quello in ombra (le conseguenze indesiderate). Due probabilità intrecciate (soggettive, relazionali, processuali) che si influenzano. Pensate insieme, possono andare lontano in sicurezza attiva (Safety, distingue Zygmunt Bauman): capacità di correre grandi Rischi in scioltezza. Polizze di Assicurazione con questo approccio meritano subito un forte vantaggio fiscale.

 

Dunque, il nostro futuro può essere ricco di belle iniziative ad alto Rischio: di Possibilità / Rischi diffusi, gestiti, sicuri (safe) e assicurati. Ma Beck è pessimista: non vede come.

 

Pensavo e scrivevo negli anni ’80, forte della mia pratica, dei miei trent’anni e dell’incontro con due grandissimi del Rischio (il sociologo del lavoro Enzo Spaltro – Sentimento del potere – e il matematico applicato Bruno de Finetti – Filosofia della probabilità –): il Rischio è questione di iniziativa e misura; ha radici nelle scelte e si nutre di operatività. Per misurarlo, e quindi poterlo assicurare, dicevo, occorre coglierlo e seguirlo sia nelle decisioni sia nei processi produttivi, e in tempi diversi (in tempo reale). Come faceva il Michele Balconi della Dolciaria Balconi Spa di Nerviano milanese, che mi chiamò per assicurare il Rischio del nuovo capannone e vidi solo il terreno (e il progetto). I grandi imprenditori!

 

E la sostenibilità è consapevolezza e gestione della Possibilità / Rischio (dei vantaggi sperati e dei danni temuti); una gestione duale, reciprocamente utile, fatta di attente valutazioni mirate all’incremento della produttività e alla prevenzione dei danni. Anticiparli gli eventi! Agire a monte, dal livello strategico. Solo così le Possibilità / Rischi sono misurabili. Sostenibili, appunto. Il Rischio sfugge alla misurazione attendista che guarda al passato, alle statistiche. Ingorda di affari, tampona in attesa degli eventi. Inadeguata. Inaffidabile!

 

Beck dice che siamo di fronte a un salto di qualità: l’uomo viene toccato duro dalle conseguenze indesiderate del suo agire, dopo aver sterminato gli animali e lasciato un’impronta cafona quasi ovunque. Queste conseguenze non sono più né occultabili, né (tra poco) assicurabili, né (temo) rimediabili. Il liberalismo cambi passo. Penso che lo farà.

Serve un pensiero che costituisca un chiaro indirizzo e un sicuro rimedio; che ci induca a fare impresa e a lavorare (e vivere) bene; ad anticipare i danni, accettando una limitazione nell’immediato dei vantaggi sulla carta possibili, senza smettere di andare oltre. Anzi.

Dal mercato Usa vengono segnali splendidi. Specialisti come Enterprise Risk Management Initiative della North Caroline State University (direttore Mark Beasley - beasleym@ncsu.edu) mettono a fuoco la crisi e il contributo, per una via d'uscita, delle attività di Risk Management. Beasley parla (3 marzo 2021) di nuove "aspettative dei Consigli di amministrazione per la governance dei rischi", oltre la Gestione; invita a "creare una strategia a lungo termine" ("il pensiero del rischio come parte dei processi di pianificazione strategica e di budget dell'organizzazione"), per "garantire che l'Enterprise Risk Management e i suoi sforzi per la sostenibilità aggiungano valore strategico". Con quale obiettivo? "To take heigher risks". Parole chiarissime. Il panorama nostrano ci vede, invece, sulla difensiva; ha un profilo non adeguato ai grandi rischi della prospettiva.

Scrive Telmo Pievani sul Corriere delle sera del 15 aprile 2021: “L’evoluzione (…) è un’esplorazione di possibilità in cui il cammino non è già scritto all’inizio, ma si fa nell’andare. (…) La contingenza (che poi è la consapevolezza della nostra vulnerabilità) dovrebbe indurci alla prevenzione. (…) Le nostre scelte possono fare davvero la differenza. (…) Il futuro è aperto. A noi costruirlo”. Grazie a Ulrich Beck! 35 anni fa ha acceso la luce.

                                         Luglio 2006, rivisto nell’aprile 2021 

Francesco Bizzotto  

ricercatore e docente nel Master di Risk Management della Università Dante Alighieri di Reggio Calabria (responsabile scientifico è il professor Domenico Siclari).