lunedì 28 settembre 2020

FARE RETE INTELLIGENTEMENTE

 "B CORPORATION"

Divagazioni sul tema sostenibilità e prevenzione dei danni

Sostenibilità, prevenzione, rete. Grandi temi, un po' sottotraccia, riassumibili nell'espressione B Corporation. Ne parla in una bella intervista (Corriere della sera Economia, 2 settembre scorso) Sara Moraca con Jeffrey Sachs della Columbia University, che invita, appunto, a fare "B Corporation", cioè imprese e attività sostenibili; che abbiano futuro e siano, nell'attorno, benedette, non maledette. Chiaro?


Sostenibilità energetica, circolarità dell'intrapresa: produrla anche, l'energia, e non fare rifiuti, non inquinare. E non solo. Prevedere, anticipare le varie conseguenze indesiderate dell'attività: i Danni propri (che solo propri non sono quasi mai) e a terze parti, interne ed esterne. Gestire i rischi. Meritare fiducia.

Sachs dice: "Abbiamo bisogno di obiettivi condivisi e incentivi chiari per raggiungerli. (...) Si tratta della solita lotta: la tecnologia ci rende più potenti, l'etica è necessaria per usare questo potere per fare del bene".

L'etica, sappiamo, va sostenuta, incentivata, appunto. Sono convinto che basti poco: bastano buone motivazioni e vantaggi fiscali, anche piccoli. È questione di volontà, di decisione politica. Dare voce ai competenti ed essere conseguenti.

Le compagnie di assicurazione, ad esempio, già impegnate dall'Europa a mettere in sicurezza i loro bilanci con "investimenti infrastrutturali prospettici" (Solvency II), sono disponibili e possono - coerentemente - orientarsi alla Prevenzione dei danni nella quotidiana assunzione dei rischi. Cosa di cui c'è gran bisogno. Come?

Con un uso intelligente della tecno-informazione biunivoca da e verso gli assicurati. Peraltro, se non lo fanno, corrono il rischio di lavorare male e quindi di essere chiamate dalle Istituzioni, dalle comunità, da singoli, corresponsabili di danni eclatanti negli enti da loro assicurati.

Voi capite che, a stare nel Consiglio di amministrazione di una compagnia di assicurazione, c'è da non dormire di notte. Un rischio, un'ombra, che ha il suo lato in fiore. Se leggi il rischio alla Bruno de Finetti (il grande matematico applicato, per un po' assicuratore) come probabilità soggettiva relazionale in cui ti coinvolgi attivamente, puoi prendere (assumere) un rischio che pesa 10 e ritrovarlo pesare 7 o 5. E tu ci straguadagni, nel tempo in cui il libero mercato adegua quel rischio al suo effettivo valore di trasferimento. Bottino d'impresa, lo chiama Schumpeter. Bello, vero?

Una politica assicurativa orientata alla Prevenzione merita per le sue polizze un forte vantaggio fiscale (portare la tassa dal 22,25% al 10%). Conviene a tutti.

Questo tipo di scelte Politiche che orientano a lavorare bene liberamente (a scegliere di agire bene), creano un clima di fiducia nel futuro che rende sostenibile il debito. Se no, il nostro debito non è sostenibile.

Un altro esempio? La PA locale. Prendiamo Milano. Ha 134 Comuni, uno monstre, 133 di piccola taglia. Così ogni amministrazione viaggia nella nebbia a costi altissimi e procedure spesso opache. Che fare? Come guardare al futuro? Triplichiamo gli incentivi (che già esistono) a consorziare i servizi di Comuni vicini, a unirsi, a fare rete. Cosa succederà? Potenzieranno i servizi, faranno hub di responsabilità centrali, apprezzati dagli investitori e dai cittadini. Crescerà il ruolo della PA, si faranno economie e crescerà anche la fiducia dei mercati. E il nostro debito apparirà e sarà sostenibile. Appunto. "B Corporation".

Francesco Bizzotto

venerdì 11 settembre 2020

POSSIBILITA’ E RISCHI NELLA FASE 3 DEL COVID

IMMAGINA, ANTICIPA, PROCESSA

Dare spazio al Risk Management "Sorridi, respira, vai piano"

Effetto Covid. Per la "sostenibilità" delle attività serve formare alla Gestione dei rischi in modo nuovo e scrupoloso.

L'Italia è al 18° posto su 144 economie di cui il GAI (Global Attractivenes Index) di Casa Ambrosetti misura l'attrattività economica. Tra gli indici utilizzati, per la prima volta compare la "sostenibilità". Si conferma un cambio di passo che induce a riflettere. Per attrarre investitori i territori devono far crescere la cultura della Gestione dei rischi. Praticarla.

La sostenibilità implica la diffusione di competenze scientifiche mirate, utili alla sistematica valutazione (di base e di processo) delle probabili conseguenze negative, indesiderate, dell'agire. Una prateria sterminata e promettente.

La complessità delle cose richiede un salto di qualità nella Formazione alla Gestione dei rischi: vederli (consapevolezza); considerare i beni e le responsabilità coinvolti; stimare le probabilità di danno oggettive (e soggettive); trattare, mitigare i rischi (prevenzione dei danni e protezione di beni, persone, ambiente); trasferire, assicurare, i rischi insopportabili (i grandi rischi) e tenere in proprio i piccoli rischi (sono formativi e il costo del loro trasferimento è troppo elevato).

I molti, benemeriti, master di Risk Management fioriti un po' dovunque si confrontino e trasformino in corsi approfonditi: motivazioni e metodologie, teoria e pratica, atteggiamenti e comportamenti. Impegno, applicazione, continuità, cultura.

Vanno definiti ancoraggi nuovi per Gestire bene i rischi delle attività, sia d'impresa sia di vita. Nessuno dei due ambiti va trascurato: si influenzano reciprocamente in modo prepotente. Vanno acquisite competenze e compiuti percorsi di consapevolezza. Qui l'Occidente ha un ritardo storico. Ma l'Oriente sta bruciando un certo, prezioso vantaggio abbagliato dalla tecnica, dal benessere solo materiale, dalle apparenze, dalla smania del riconoscimento (la malattia del potere). Il giorno più bello? Quando Oriente e Occidente, su questo terreno, si incontreranno e parleranno.

Il nostro primo passo? Dobbiamo imparare e abituarci a leggere ex ante e insieme le Possibilità e i Rischi delle nostre attività. Renderlo un automatismo. Metterlo nell'inconscio. E poi imparare a procedere con un certo ritmo (sostenibile), una certa armonia: immaginare, anticipare, processare le Possibilità / Richio, come faceva il mitico Ayrton Senna prima di ogni Gran Premio di Formula Uno e durante.

Con locuzione negativa diciamo: non separare le Possibilità dai Rischi (il lato in fiore dalle ombre); trattenerci un po', non aggredire le Opportunità (l'aspetto positivo); non lasciarci prendere dalla frenesia, dalla fretta, dalla corsa; non temere l'aspetto negativo (non avere paura del Rischio).

"Sorridi, respira, vai piano" dice il monaco buddhista Thich Nhat Hanh, eroe non violento della guerra del Vietnam, francese d'adozione.

È un percorso che crea maturità, visioni etiche e produttività. Determinerà un cambiamento nelle catene del valore e di fornitura. Chi parte subito sarà avvantaggiato: segna la pista e ne trae un bottino, alla Schumpeter.

Francesco Bizzotto

martedì 28 luglio 2020

Considerazioni sull’ intervista di Walter Veltroni a Achille Occhetto

Per una POLITICA come RISCHIO

Rimastichiamo questioni del ‘900 o andiamo oltre? Craxi? La sua scelta occidentale è stata intuitiva e generosa. Adesso, al cuore della questione poniamo il rischio. Vale per la politica, oltre che per l’impresa e la famiglia. E c’è un messaggio per le donne: mirate al bel rischio, non al comando!

 

Ho letto l’intervista a Occhetto di Veltroni (Corriere della sera, 19 cm) e ho strabuzzato gli occhi: sono due ex segretari ed è passato un quarto di secolo! Vicende lontane, Berlinguer mitizzato, retroscena e personalismi; e i più sono morti o zittiti. Fa questioni formali, di alleanze, schieramenti, dove ogni parte aveva sia buone ragioni sia complessi retroscena e vie di fuga. L’importante era vincere. Incertezza e ambiguità tenevano campo. Come oggi.

 

Li inviterei a rifare l’intervista e chiedersi come meglio si può rappresentare e governare. Basta votare e delegare? Da dove calano gli obiettivi? Come si organizzano i contributi di merito, le competenze? Non si dovrebbe distinguere tra i partiti (fuori dalle Istituzioni) e chi governa e amministra (con una certa autonomia)? I partiti poi, si attengono al “metodo democratico” previsto dalla Costituzione?

 

Occhetto è figlio del suo tempo. Non è mai stata fatta una discussione sulle ragioni del voto che nel ’94 gli ha preferito il Berlusca. Nella sua “gioiosa macchina da guerra” erano asserragliati molti sconfitti dalla storia. Non sapendo fare i conti, si è tenuto saldo il capro espiatorio (Bettino Craxi) che, come ha detto René Girard, serve per non fare la fatica di capire le crisi (a volte è obiettivamente difficile): “È colpa sua. È stato lui”.

 

Craxi era combattuto, ma l’alternativa era di merito non di alleanze, collocazione (governo o opposizione). Craxi aveva favorito l’evoluzione democratica della sinistra e riformista del Pci (il distacco dall’Urss): al Pci aveva aperto le porte dell’Internazionale socialista. Se non lo avesse fatto, sarebbe rifluito nel campo sovietico o si sarebbe spaccato. E poi, la scelta di Craxi per l’Occidente e per l’unità europea fu lungimirante, come il sostegno ai dissidenti dell’Est comunista. Lo ha testimoniato il cecoslovacco Jiri Pelikan, morto nel 1999, esponente della Primavera di Praga, esule in Italia ed europarlamentare del Psi.

 

Questa politica di Craxi ha rafforzato la democrazia e isolato l’Urss. Due fatti positivi che i comunisti in quegli anni non gradivano. Il contributo di Craxi va riconosciuto e studiato. A meno che non riduciamo la discussione al tema del finanziamento dei partiti, tutti e tutt’ora gonfiati come rane da un ruolo sopra le righe, esagerato, opaco, rifiutato e indiscusso. Un ruolo che forse spiega gli eccessi burocratici dei nostri apparati.

 

E oggi siamo qui, con una situazione difficile, per fortuna ben mediata dall’Europa. E noi corriamo il rischio di affrontarla con la solita distribuzione a pioggia temuta dai “frugali” (i Paesi del Nord) e dannosissima: ci renderebbe meno competitivi. Siamo a più 175 miliardi di debito (maggio su maggio). E cresce la rabbia. Sì, l’impressione è che si siano usati i canadair per dar da bere agli assetati. Ma, non è un errore. La rincorsa del consenso è una costante a sinistra, che spinge il Paese a destra. Ora, urgono riforme per l’equilibrio e il rilancio del Paese, e servirebbe l’esperienza riflessiva di Occhetto e Bersani, come degli Acquaviva (già dirigente delle Acli), Tognoli (già sindaco di Milano) e Formica (classe ’27, confida in Angela Merkel, Christine Lagarde e Ursula von der Leyen).

 

Capiamoci: chi si sdraia sul consenso non mira a ri-formare la società, le sue relazioni, ma a cambiarne il comando. La politica come potere: paurosa! Bruno Trentin, già segretario comunista della Cgil, l’ha definita, quella della sinistra e del Pci in particolare (oggi estendibile senza una piega ai 5 Stelle), “scienza elitaria dell’occupazione del potere”. Trentin ha molto sofferto per questa concezione distorta e micidiale della politica. È il limite, la nebbia che ha fatto soffrire Occhetto, Veltroni, Craxi e Martelli. E molti altri. Di alcuni ho scritto, perché li ho conosciuti: Gianfranco Troielli (imprenditore amico di Craxi, Agente generale dell’INA Assitalia di Milano) e Gianfranco Mastella (sindaco di Paderno Dugnano). Il mio obiettivo è cambiare e lenire queste sofferenze. Non cerco capri espiatori o vendette.

 

La questione che la politica ancora non sa affrontare è che si deve mirare (e dire, educare) in primo luogo ai percorsi di riforma maturi, a cambiamenti micro

-sociali, ad articolare meglio le relazioni e le istituzioni, non a vaghi ideali e, in buona sostanza, a schieramenti e contrapposizioni ignoranti. Non a sostituire il ceto politico che governa. Il bello è che la regola vale per ogni tipo d’impresa: se anteponi il tuo comando alla sua vita, all’armonia delle sue relazioni interne ed esterne, non le fai un bel servizio; anzi, ne prepari la sconfitta. Vale anche per la famiglia ed è un messaggio alle donne: non mirate al comando!

 

C’è dietro, insomma, un errore di fondo che forse risale ai filosofi greci (cercavano la sostanza delle cose e svalutavano le relazioni) e che i Fabiani inglesi hanno messo bene a fuoco: si impegnavano a formare e far crescere l’uomo nelle diverse situazioni, mi diceva Mastella. La politica invece, a fronte di una realtà per alcuni aspetti ingiusta e inefficiente, cosa fa? Ne immagina una nuova e la reclama, la chiede, la pretende: nuova e giusta.

 

Ma, questa realtà immaginata sta al termine di un percorso di attuazione che rimane nell’ombra, perché ciò che interessa è il risultato finale, la sostanza, la giustizia (con me al comando, ovviamente: così la farsa è l’annuncio). Non prende, non convince. Secondo Henri Bergson è un limite della nostra intelligenza. Non una cosa da poco. Ascoltiamolo:

 

“È il risultato delle azioni che ci interessa. […] Noi siamo interamente tesi al fine da realizzare. […] La mente si dirige di colpo allo scopo, ossia alla visione schematica e semplificata dell’atto nel suo essere immaginato come compiuto. […] L’intelligenza rappresenta dunque alla attività solo degli scopi da raggiungere, ovvero dei punti di stasi. E, di scopo raggiunto in scopo raggiunto, di stasi in stasi, la nostra attività si sposta attraverso una serie di salti, durante i quali la nostra coscienza si distoglie il più possibile dal movimento che si compie per conservare soltanto l’immagine anticipata del movimento compiuto. […] Esaminate da vicino ciò che avete in mente quando parlate di un’azione che sta compiendosi. C’è l’idea di cambiamento, è ovvio, ma rimane nascosta, in penombra, mentre in piena luce c’è la figura immobile dell’atto considerato come se si fosse già compiuto. […] La conoscenza si riferisce a uno stato, anziché a un cambiamento. […] La mente si ritrova sempre ad assumere una prospettiva di stabilità su ciò che è instabile.” Henri Bergson, L'evoluzione creatrice (1941), Cortina ‘02, pagg. 244 - 248.

 

Anche in politica poniamo in piena luce la figura immobile dell’atto considerato come già compiuto: è il risultato ideale, il sole che deve sorgere. Aria di famiglia un po’ per tutti. Ma non è così anche per la tecnica (l’Intelligenza artificiale, la robotica, la genetica, il 5G e l’Interconnessione delle cose), a cui in questi giorni autorevoli opinionisti chiedono che si dia libero corso? Che cosa non va in questo modo di fare e interpretare la politica, le attività, la tecnica, lo sviluppo? Cosa è sbagliato, cosa manca in questo approccio?

 

Vediamone prima le buone ragioni, i vantaggi. Questa capacità (è potenza immaginativa, il nous degli antichi) ha dato grandi frutti: abbiamo anticipato, creato, cose e ordini straordinari (terreni e celesti); si sono scatenate energie sconosciute, incredibili, ma… Non ne abbiamo messo bene a fuoco i pro e i contro. Molti i pro. Ma, i contro e i costi sono rimasti in ombra. Splendono e fanno scuola i risultati utili e belli. Del Rinascimento brillano le città italiane.

 

Ora, l’incremento quantitativo dei mezzi e dei beni (scienza, tecnica, bellezza) prepara un rovesciamento: i beni e i mezzi, da strumenti di libertà per l’uomo, diventano vincoli, strumenti di limitazione e poi di distruzione. Perché? Torniamo a ciò che è sbagliato nell’intelligenza: assumiamo una prospettiva di stabilità e compiutezza su ciò che è instabile, in divenire; significa che trascuriamo il processo, il percorso, la via di realizzazione dell’obiettivo che ci siamo dato. Viaggiamo al buio, a velocità crescente.

 

E perché è sbagliato non valutare bene pro e contro, viaggiare al buio? Perché il fine da realizzare è in realtà una possibilità, un potenziale; e “tutto ciò che è in potenza è in potenza gli opposti” (Aristotele, citato da Severino). La via, il percorso, il processo, è decisivo perché è sempre aperto, incerto, creativo e a rischio. Grande potenziale? Grande rischio. Cresce il primo? Cresce anche il secondo. Fino a quando si può reggere?

 

È il rischio l’ospite rifiutato e necessario, con cui dobbiamo imparare a fare i conti. Assai più della tecnica, galoppante e inchiodata dai libri dei filosofi. È il rischio il simbolo del nostro tempo. Vale per tutti gli ambiti: Ai, 5G, politica, impresa. Solo l’impresa ne sta tenendo conto con un bel dibattito che mira alla organizzazione a rete, coinvolgente, responsabilizzante. Non sarà facile, perché la rete è estranea alla tradizionale solitudine dell’imprenditore. Schumpeter, infatti, sottovalutava il rischio, ne faceva una questione statistica, di costi spalmabili. Mentre non è più la statistica (la frequenza, il passato) che misura il rischio, ma piuttosto l’intelligenza creativa, instabile, che s’immischia nell’impresa, che anticipa e gestisce. I professori faticano a capirlo quanto i tecnici.

 

Il mio obiettivo? È politico in senso largo: accettare e mettere al centro, in ogni ambito, il rischio (l’intrapresa) e attrezzarci a misurarlo e gestirlo, in entrambi i suoi lati (positivo e negativo, vantaggi e danni, insieme). Sta alla base del governare e richiede che il materiale (la tecnica, la ripetizione, il razionale, il digitale, il consenso) faccia un passo indietro e lo spirituale (i modi, le relazioni, la creazione, l’innovazione, l’etica) due passi avanti.

 

Gestire i rischi è cosa seria e complessa. Perché rischio è probabilità, misura; e il modo tradizionale di misurarlo (la statistica, gli eventi del passato) collassa. La vecchia misura (la matematica), il fondamento della tradizione occidentale (il razionalismo) e il mito di quella globale attuale (i dati) ci collasseranno tra i piedi. Lo intuisce chi, a tutte le latitudini, oggi si occupa di Cyber risk: non lo puoi gestire stando in prudente attesa, in difesa, assicurandoti ex post; devi attrezzarti per aggredirlo, gestirlo, anticiparlo, “assicurarlo ex ante”, direbbe Bianca Maria Farina, presidente dell’Ania, l’Associazione degli assicuratori.

 

Miriamo a intuire, anticipare gli eventi (con regole che neutralizzino i molti hacker irresponsabili del nostro tempo), per determinarne l’equilibrio, in positivo. Perché, insegna la Meccanica dei quanti, siamo influenti, sempre! Corrisponde all’insegnamento di Georg Simmel: l’umano è sempre creativo. A forza di gestire il presente in modo meccanico, guardando indietro (al passato, ai Big data), a forza di dare spazio alla potenza e aspettare i danni a cui rimediare (a posteriori), finisce che impattiamo con eventi dannosi senza rimedio. Questo è il punto. Il mio impegno mira ad accogliere l’enigmatico invito di Galileo che sta alle origini della scienza: Conta ciò che si può contare, misura ciò che è misurabile e rendi misurabile ciò che non lo è”. Sì. Si tratta di misurare ciò che non è misurabile.

 

Se l’impresa (il liberalismo) è la punta avanzata di questa riflessione, la politica è quella arretrata. Meglio se fosse il contrario, perché la politica parla di una mentalità largamente diffusa, che qui fa da ostacolo. Ma, sono ottimista: vedo bicchieri pieni a metà; stanno nelle mani di molti leader politici europei (e non) che mi sembrano all’altezza del nostro futuro.

Francesco Bizzotto

sabato 11 luglio 2020

Per un Turismo esperienziale e relazionale, di alta qualità, ben organizzato e gestito

CALABRIA E TURISMO

 

Il Turismo in Calabria è larga parte del futuro. Qui s’immagina e si propone un Turismo che scommette sulla qualità, investe su ospitalità, bellezza, sicurezza e trasparenza e s’innesta sul punto di forza attuale della Calabria: l’Agricoltura “eroica” di un territorio magico, suggestivo, ricco di sapori. Leggi di seguito un lavoro preparatorio che mira a trasformare la realtà locale e non si limita a confrontarla con realtà del Nord in difficoltà per la pandemia. LEGGI PER APPROFONDIRE.

 

La Calabria pensi al Turismo come a un prezioso bene comune e lo organizzi, consapevole d’essere un incrocio, il punto esatto a cui fanno capo quattro strade ricche di storia e significati: l’Occidente della libertà e della crescita e l’Oriente delle origini e delle tradizioni, nonché il Nord e il Sud del mondo, che ancora vedono contrapporsi sviluppo e sofferenza economica. La Calabria affascinò i Greci già nel VII secolo a. C.: quando la resero porta di accesso ad altri mondi; lo è anche oggi, da ovunque si provenga. Qui si captano i profumi e i messaggi delle quattro direzioni, e qui si narra, si comprende, spesso si anticipa. Oggi, da terra del tramonto, ha le condizioni per farsi terra di rinascita.

 

Per la Calabria, pensiamo a un progetto di Turismo esperienziale e relazionale, e qui ci proponiamo di metterne a fuoco la macro struttura. Puntiamo a definirne un’idea verticale, di qualità specifica e dinamica, più che orizzontale, statica e di confronto (tanto facile, quanto strumentale) con altri territori. Queste alcune idee per il Turismo in Calabria:

 

A.   I molti punti di forza su cui fare leva e da consolidare. Esempi: l’agricoltura “eroica” e moderna, che ne ha fatto la storia e ne fa l’economia; l’aspra e varia bellezza del territorio; le risorse umane, lo spazio e il tempo disponibili per fare bene e rispettare l’ambiente, la biodiversità, le foreste e le comunità; i litorali attrezzati e i borghi interni unici, i manufatti di contenimento del terreno e regolazione delle acque (armacìe);

 

B.   Le sue criticità, debolezze più o meno evidenti in cui crescere: le strutture interne di accoglienza e i collegamenti; la sicurezza percepita, la comunicazione; un’immagine della Calabria catturata e isolata dalla malavita, socialmente chiusa e ferma, in attesa;

 

C.   La logica innovativa che può caratterizzare il progetto: un approccio di gestione unitaria, esperienziale e relazionale, delle Possibilità e dei Rischi di un viaggio o di una vacanza in Calabria. Conta la percezione, l’esperienza del turista! Vederne e gestirne insieme gli aspetti soggettivi, oggettivi e relazionali; mostrare sia il lato in fiore dell’esperienza (bellezza, arricchimento, appagamento) sia le sue ombre o difficoltà, i costi e i pericoli. E accertare che la comprensione sia reciproca.

Cosa facciamo e suggeriamo per massimizzare il lato in fiore e anticipare le ombre? Come operiamo e cosa suggeriamo per prevenire conseguenze indesiderate?

Polizza 4.0. Una Polizza di Gestione da attivare in tempo reale (tramite app dedicata) a copertura dei rischi del viaggio o della vacanza. Un servizio online che miri ad anticipare i problemi (prevenire i danni), ad assistere costantemente il turista, a intervenire appropriatamente nelle emergenze e a indennizzare i danni.

Turismo trasparente! L’offerta che evidenzia i soli lati positivi ha stancato, non garantisce, è opaca e facilmente implode. Serve una pratica nuova, realista, completa, obiettiva e trasparente, suggerita dal Marketing esperienziale e dalla Gestione positiva (digitalizzata) del rischio. È ciò che proponiamo.

 

D.   Le condizioni di base per “Governare i beni collettivi”[1] di un Territorio amichevole con il turista. Quattro condizioni:

 

un’articolata rete (in progress) di soggetti:

a) imprese specialiste disponibili (medie e piccole, familiari, semi-professionali: dall’hotel stellato all’Agriturismo, ai B&B);

b) Pubbliche amministrazioni locali capaci di essere capofila;

c) forti investitori privati e istituzionali, per un progetto ambizioso;

d) Università di supporto progettuale e formativo;

e) associazioni di territorio e di accoglienza decisamente impegnate, anche volontarie;

 

una descrizione (precisa) dei percorsi, delle varianti e delle opportunità accessibili offerti al turista, con indicazione di opzioni, limiti e comportamenti attesi;

 

chiare indicazioni di sicurezza personale del turista (condizioni e riferimenti specifici): un piano dettagliato (strutture, azioni, persone) di Gestione dei rischi di esperienze negative, volto a massimizzare quelle positive. Risponde alla domanda: “come, insieme, possiamo minimizzare i rischi e cogliere al meglio le opportunità e i vantaggi del soggiorno?”;

 

un sistema di mezzi di trasporto dedicati credibile, sicuro e affidabile.

 

E.   Le condizioni di stretto contorno. Sono senz’altro diverse. Ne indichiamo tre che necessitano di una ricerca, una strutturazione e un approfondimento di caso studio:

 

l’esistente. Cercare, rilevare, mappare ciò che il territorio custodisce e di cui dispone, per tracciare, da subito, le ipotesi di intervento più significative e caratterizzanti di un’offerta turistica sostenibile e immediatamente realizzabile.

 

le lingue parlate dal personale di riferimento e di servizio, accompagnate da conoscenze ed esperienze (storia, cultura, attualità) di Paesi come Cina, India, Usa, Indonesia, Russia, Brasile e Nord Africa, oltre che Europa. Gli aspetti culturali, storici e di attualità sono più importanti della lingua madre del turista. La lingua inglese, con una seconda lingua straniera, costituisce una base essenziale;

 

gli specialisti di cura e gestione relazionale del cliente e dei gruppi (esperti di “customer experience” e di “risk management” turistico). Come percepisce la Calabria e il nostro sistema di accoglienza il turista che immagina di venire qui o che è qui? Cosa desidera e si aspetta, o teme o lo delude? Cosa gli crea tensione e lo frena?

NB. Questi specialisti devono essere trainer trasversali ed avere cura sia dei turisti sia della struttura (e relative persone). Per una cultura di accoglienza e di servizio.

 

Immaginiamo un sistema che si struttura in maniera graduale, incrementale, sulla base di una visione, di obiettivi e di regole condivisi (Elinor Ostrom), e che lascia ampio spazio sia al libero associarsi sia alla iniziativa della singola impresa, associazione e persona.

 

Se il punto di forza della Calabria è la sua Agricoltura – che ha qualità e sapori forti, unici, apprezzati – l’ospitalità calabrese può essere in larga parte esperienza eno-gastronomica e basarsi sull’agriturismo, sull’ospitalità diffusa, sulle reti rurali, etc. Il progetto potrà così estendersi su tutto il territorio e cogliere l’importante obiettivo di uscire dai limiti temporali e spaziali nei quali è oggi relegato.

 

La posizione della Calabria, abbiamo detto, offre la possibilità (un bel rischio, non una facile certezza) di rivolgersi ai quattro capi del mondo. Una particolare attenzione (fare rilevamenti, stabilire contatti) può essere rivolta a tre realtà che meritano di essere sondate con cura: A) i Paesi europei, B) quelli in forte crescita (Cina e India) e C) quelli del Nord Africa. Mentre con i primi la Calabria ha un problema di immagine e affidabilità (di qualità dell’offerta e di comunicazione), con Cina e India si tratta di investire su un futuro complesso e molto promettente. Hanno insieme il 36% degli abitanti della Terra (2,7 miliardi): il 20% mira e si appresta ad avere stili di vita occidentali, innanzitutto belle esperienze di viaggio. Tanto i primi (italiani in testa) quanto i secondi cercano la qualità e sono “big spender”. Un progetto vincente non può che essere di alta qualità, che è un fatto di esperienza, di relazione, di cura e cultura; di comunicazione e rispetto. E poi è un fatto di struttura e innovazione, di impegno concreto a investire per crescere e fare meglio.

 

Offriamo questi spunti al dibattito delle Istituzioni e delle imprese, delle associazioni e della società calabresi, consapevoli della ricchezza culturale del nostro Territorio e della parzialità delle idee qui esposte. Contiamo che scatenino il putiferio degli interessi e dei punti di vista; che siano arricchite o rese irriconoscibili, stravolte. Che contribuiscano a dar vita a un bel progetto. Che la Calabria apra, ed utilizzi in grande il suo prezioso file Turismo.

Francesco Bizzotto e Demetrio Fortugno



[1] È il titolo di un libro di Elinor Ostrom (1933 - 2012), prima donna Nobel per l'economia (2009). Le sue idee (dimostrate da esperienze vincenti in ogni angolo del mondo) parlano di “adattabilità istituzionale” e mirano alla “collaborazione tra pubblico e privato”; immaginano e descrivono istituzioni collettive (né 'pubbliche' né 'private') “costruite in maniera incrementale, per tentativi ed errori, da attori sia pubblici sia privati”.


mercoledì 1 luglio 2020

SPA E COOP SI INCONTRANO NEL CIELO DELLE ASSICURAZIONI

GENERALI E CATTOLICA

Spa e Coop tendono a fondersi. Bellezza e futuro della libertà responsabile e solidale. La Spa aiuterà le istituzioni delle spiritualità: ad andare oltre il comando e il dogma

Con Generali che soccorre Cattolica, un arcobaleno è apparso in cielo. La prima sale al 24,4% del capitale della seconda e apporta un aumento di 300 milioni, più 200 per l’apprezzamento del mercato. Generali è forse la nostra più bella public company. Cattolica è una storica e radicata cooperativa: una testa, un voto, purché “professi la religione cattolica”, dice il vecchio statuto. Lo leggo nell’articolo di Mario Gerevini sul Corriere della sera del 26 us. L’una Spa, l’altra Coop. Bene, perché? Perché la Coop diventerà Spa e sarà aiutata a innovare statuto e politica industriale.

 

Ed è su questa che si gioca il futuro, come Generali ha dimostrato, radicandosi nel mondo e innovando l’organizzazione interna, pronta a tutti gli sviluppi, per vivere a lungo. Pronta, esempio minimo, a trasformare la polizza di Responsabilità Civile Auto (RCA) in un Hub 4.0 di servizi diversi all’automobilista: Come va la macchina? Quali punti si fanno critici? Come guidi in media? E oggi? Sei distratto: rallenta, tieni la distanza. E la strada? E il traffico attorno a te e più avanti? Sarà un ampio assicurare (rendere l’agire più sicuro e libero). Forse i tempi non sono maturi, ma Generali c’è, ha fatto ricerca e investito.


L’arcobaleno è di buon auspicio: se il campione dell’etica individuale (la Spa) aiuta e salva quello dell’etica solidaristica (la Coop), un significato c’è. L’etica liberale da due secoli vince su tutti i fronti (compresi quelli del nazi-fascismo e del comunismo), e si trova a fare i conti con se stessa (li sta facendo; li vuole fare): cambiare alla radice, scoprirsi e accettare la sfida di un insidioso autoritarismo trasversale, aiutato da molti. Rimbomba la domanda: l’etica liberale saprà governare la civiltà digitale che promette e incalza? Reggerà il confronto con la gestione centralizzata, impositiva, autoritaria? Pianificazione, big data, ordini e controlli possono mostrarsi più efficienti di libertà, creatività, democrazia? O queste sono d’inciampo? Vedi l’aria che tira a Hong Kong.


È sfida aperta alla vecchia Europa dei liberi e solidali. L’Onu ha posto i temi giusti: Ambiente, Società, Governance. Ma buon senso ed equilibrio europei faticano a trovare il bandolo della matassa competitiva: con-correre e misurarsi in pace, sulla base di Istituzioni forti e valori condivisi. Quali valori? Lo spazio e le chance offerti ai capaci, l’aiuto ai sofferenti, e la convivenza ordinata di una pluralità di idee, proposte, percorsi.


La sfida della Spa che vedo latente e vincente è questa: dimostrare che la sua piramide, il comando, sa uscire dall’isolamento e andare verso la rete di autonomie e collaborazioni responsabili; una rete che esalti l’imprenditività e il suo demone innovativo, anticipatore, e recuperi lo spirito di squadra e la coesione della Coop (il sostegno che attiva, a partire dal basso, come dice oggi il Censis). Una rete multidimensionale che è nelle corde della tradizione europea: può salvare sia le libertà individuali sia la solidarietà. Insieme e affinate sono competitive. Riguarda anche la Coop già divenuta Spa: il Gruppo Unipol, campione di buona reputazione e leader di mercato nei Rami Danni, che merita un discorso a parte.

 Nella pratica dei valori di libertà e di responsabilità, di realizzazione personale e sociale, di sana attenzione all’ambiente, agli stakeholder, c’è la possibilità di abbattere un’altra barriera: quella tra benessere materiale ed esistenziale. Una grossolana e solida barriera che in poco tempo s’è alzata e ovunque annichilisce l’uomo e le tradizioni spirituali, tutte o quasi in logica piramidale, di dogma e di comando. Suggerisco loro di riflettere e imparare dalla Spa, dalla logica emergente della saggia rete imprenditiva, che libera e attiva. 

Francesco Bizzotto


giovedì 25 giugno 2020

LA GESTIONE DEL RISCHIO IGNOTO


Ribadiamo: è urgente assicurare il Rischio ignoto (il Cigno nero di Nassim Nicholas Taleb). Assicurare i danni catastrofali – dopo il confinamento del Covid-19 – è questione di civiltà e giustizia: è utile che lo faccia l’Assicuratore, interessato come mai alla Prevenzione, con lo Stato che fa da garante. Serve un fondo ad hoc. Si può fare in molti modi. Basterebbe valorizzare un passaggio trascurato della Gestione dei rischi, la Ritenzione. Con una franchigia di 100 euro in tutte le polizze, in Italia, si creerebbe un fondo di 4 miliardi. In Europa 10 volte di più

 

Il tema della Gestione dei rischi che stiamo correndo in modo disordinato merita di essere approfondito. È tempo di assumere l’atteggiamento saggio e guardingo di chi si aspetta il “Cigno nero”: l’incredibile, impensabile, improbabile. Il Cigno nero (sia positivo sia negativo) è già presente: da un lato il 5G (il digitale, fino a 100 volte più veloce), dall’altro il lockdown di queste settimane. In termini tecnici è il Rischio ignoto. Si tratta di attrezzarci per misurarlo. Torna in mente l’enigmatico invito di Galileo: “Misura ciò che è misurabile e rendi misurabile ciò che non lo è”. Necessario, per invertire il trend del degrado.

 Vediamo grandi possibilità (ad alto rischio): una stagione di apertura e di pace, crescita, benessere e qualità della vita. Sì. Possibilità e rischi viaggiano insieme (sono i due lati di un unico foglio). Insieme vanno gestiti e armonizzati; formano la Potenza che, fino a Gesù, era prerogativa del divino e del potere. Ora, lo è di tutti: siamo figli, portiamo tutti un po’ di potere e di rischio. Emanuele Severino ci ricordava Aristotele: “Ciò che è in potenza, è in potenza gli opposti”. Conoscenze, mezzi tecnici e libertà li stanno amplificando. Entrambi.

 La Gestione del rischio è la pratica che rende sostenibile la crescita perché qualifica, mitiga e ci rende capaci di correre grandi rischi. Merita di essere fiscalmente agevolata. Peraltro, è obbligo di chiunque amministri (D.lgs. 231/01). Noi ci proponiamo di osservarne i limiti e proporre l’innovazione necessaria per affrontare la stagione dei Cigni neri, del Rischio ignoto. Al rischio, lo ribadiamo, sta venendo meno la misura statistica, la probabilità che guarda al passato, alle frequenze di danno. E, senza misura, il rischio regredisce a pericolo e incertezza, dice Niklas Luhmann. Dobbiamo renderlo un rischio, misurato. E poi c’è la questione risorse: come costituire il fondo ad hoc?



La classica Gestione – fatti i tre passi di base (Individuazione dei rischi, Valutazioni, Prevenzione dei danni) – parla di due passaggi sottostimati: la Ritenzione (in proprio) dei piccoli rischi e il Trasferimento assicurativo dei grandi rischi. Ora, la Ritenzione dei piccoli rischi responsabilizza i sistemi, è molto formativa e consente belle economie.



Il Trasferimento assicurativo è divenuto decisivo: per anticipare ed evitare i danni; perché ad alcuni danni non c’è più rimedio. L’Assicuratore si deve concentrare sui grandi rischi. È la sua missione. Nel XIV secolo la sua promessa (polizza) innovò la solidarietà mutualistica, fragile e incerta perché a ripartizione, con una solidarietà impersonale e con impegni formali garantiti. Liberò i coraggiosi. Consentì loro di trafficare con l’islam ed esplorare gli oceani. Oggi l’Assicuratore può liberare i creativi imprenditivi, responsabili verso la società di grandi rischi che devono essere mitigati e misurati. Un ruolo chiave, chiamato ancor più a innovare (Servizi 4.0), e che necessita di ampi margini di profitto, per la ragione di cui diceva il compianto Giovannino Agnelli: per investire. Nello specifico: per agire ex ante, misurare avanti; per anticipare il Rischio ignoto. Scusate se insistiamo.

 Negli anni passati s’è troppo spremuto (da parte di tutti, compresi gli intermediari) il limone della polizza, senza badare a innovazioni di Servizio che interessano tutti. Ora, in molti casi il trasferimento assicurativo è da rendere obbligatorio. Il perché è intuibile, con un esempio. Se vuoi perforare il Polo Nord in cerca di petrolio, ti devi assicurare. E, se nessuno ti vuole assicurare, lascia perdere! È successo.

 L’intreccio tra Ritenzione e Trasferimento assicurativo può creare subito il fondo necessario per partire con la tutela dei rischi catastrofali (ignoti) tipo il lockdown del Covid-19. È solo un esempio ed è bene valutarlo in sede europea: se su tutte le assicurazioni si ponesse una franchigia di 100 euro, potremmo subito avere dagli Assicuratori (con impegni in materia di Prevenzione che convincano loro e i cittadini) un fondo di 4 miliardi per tutelarci nella prossima catastrofe da Rischio ignoto. Equivale a uno sconto tecnico del 10% sui premi incassati (nel 2019, 40 miliardi nei Rami Danni, di cui 14 nei Rami Auto).

 Le cifre si moltiplicano per 10 in ottica europea. Se poi i decisori politici volessero tener conto del ruolo chiave di investitori istituzionali di lungo periodo degli Assicuratori, diciamo che i miliardi teorici disponibili sono mille in Italia e 10 mila in Europa. L’UE, infatti, con Solvency II ha impegnato gli Assicuratori (ampiamente disponibili) a fare “investimenti infrastrutturali prospettici”, materiali e sociali. A garanzia dei bilanci, in primis: chi non lo fa, può essere accusato di gestire male la compagnia. Un circolo virtuoso. A riprova che il problema in Occidente non sono i soldi ma le persone (donne e uomini) e i progetti.



La polizza del Rischio ignoto (la promessa garantita dallo Stato) deve, ovviamente, comprendere tutti i rischi – all risk – tranne chiare esclusioni, a prescindere dal tipo di danno o perdita (o mancato guadagno) procurati. Non può essere il consueto elenco di rischi e di danni prima assicurati e poi esclusi, che di fatto esclude il Rischio ignoto. E poi va chiarito che i momenti della polizza (da definirsi in Europa) sono tre: 1° prevenzione dei danni (il solo modo per sentire, avere confidenza, misurare il rischio, l’ombra delle attività), 2° copertura assicurativa e 3° procedura peritale di garanzia (a prova di furbo) in caso di danno. Non è poco, e vale la pena parlarne e provarci.



Francesco Bizzotto e Ferruccio Rito

mercoledì 27 maggio 2020

FRATELLI MAGGIORI QUARTA TAPPA


Ricordare, riportare vicino al cuore, le belle persone conosciute


Gianfranco Mastella

stimato Sindaco di Paderno Dugnano, nel Nord Milano. 

Anche lui socialista e assicuratore. Giungerò a trarre una morale politica sui Socialisti e sulla Sinistra. Credo sia tempo. E mi scuso con i lettori se vado un po’ lungo. La riflessione merita. Sento di doverla ai Socialisti come Mastella che hanno contribuito (non da soli) a fare la storia di grandi cambiamenti; certo, da raddrizzare ma bellissimi. Penso a:




1.  Il secolare impegno per la Formazione professionale e l’accompagnamento al lavoro dei più umili;

2.  le molte Cooperative che hanno costruito case popolari (da quelle di paese, all’INA-Casa);

3.  lo Statuto dei lavoratori (la legge 300, di 50 anni fa esatti);

4.  il Divorzio e l’Aborto (per la dignità e libertà in particolare delle donne);

5.  l’autonomia sindacale e i cambiamenti delle concrete condizioni di lavoro in fabbriche e uffici;

6.  i rapporti tra Paesi in Europa (per la sua unità) e nel mondo (per il “non allineamento” ai più forti);

7.  la fedeltà occidentale, il sostegno agli Euromissili e ai dissidenti dei Paesi dell’Est, contro l’URSS.

Impegni in cui i Socialisti sono stati in prima fila. Con i Comunisti contro (o a fare le pulci), che li accusavano di cedimenti o ai “padroni” o all’”imperialismo Usa”. Perché questa costante? Bruno Trentin ha detto: la Sinistra, i Comunisti in particolare, concepivano la Politica come “scienza elitaria dell’occupazione del potere”. Il cambiamento sociale gli interessava “come trampolino per l’accesso al potere“. Ipotesi inesplorata (un intrico di questioni) che spiega le tragedie storiche dell’URSS e dei Paesi dell’Est, e anche le difficoltà attuali dei partiti. E fa di Craxi un paladino aperto e generoso della Democrazia. Avevano ragione i Fabiani, direbbe Mastella. 
LEGGI DI SEGUITO LA MIA RIFLESSIONE ESTESA
Torno a ricordare un’altra bella persona (Gianfranco Mastella, socialista e assicuratore), conosciuta fra i miei 30 e 40 anni. Aveva 12 anni più di me e tratti ammirevoli. Il mio è un grande abbraccio. È anche – ovvio – un orgoglioso racconto di me, della mia passione politica, del senso di un impegno, di un percorso. Del senso mio, suo e di tanti silenziosi.

GIANFRANCO MASTELLA è stato Sindaco di Paderno Dugnano, militante del Psi e dipendente delle Assicurazioni Generali. Di lui posso dire: amico. Abbiamo passato belle giornate sulle nostre Prealpi. Mi ha fatto conoscere il mitico Guido della Grignetta: due spalle così, ti offriva vino nero con gassosa. Siamo stati più volte in cima alla Grigna, nel rifugio Brioschi, senza neanche sederci: un brodo caldo e via di corsa per pranzare a casa. Lui ogni domenica partiva all'alba per camminare in montagna, molte volte da solo perché, diceva, nel silenzio “affidava a Dio la famiglia della comunità padernese”, ricorda la moglie Angela. Sorridendo, mi mostrava la scritta di S. Francesco sulla Capanna Mara: “Beata solitudo, sola beatitudo”. Erano momenti di intimità: riemergevano la sua fede e il S. Agostino di cui era assiduo lettore, o maturavano scelte politiche. Fede e Politica. Umanità.

Avvocato, la sua passione era la Pubblica amministrazione, la Politica locale. Assessore e vice sindaco per lunghi anni, mi ha sostenuto nell’’85, con Ambrogio Colzani e altri (io, comunista movimentista nei 20anni) affinché entrassi in Consiglio comunale. Ci riuscimmo e divenni capogruppo del Psi con lui Sindaco. Difesi la sua giunta come un mastino: tutte le sere, nelle commissioni o in aula. Una volta mi scappò di dare del vigliacco all’ex sindaco del Pci Stefano Strada che, da alleato, puntualizzava: sbagliai, mi scusai e ci capimmo.

E un’altra volta feci passare un appello a favore di Vàclav Havel, contro il regime filo sovietico cecoslovacco, isolando il Pci. Troncato (pur migliorista, vicino al Psi) mi diede del “servo degli americani”, e io: “La prendo come una medaglia”. In effetti, lo è. Il Psi di Craxi fece una gran cosa in quegli anni sostenendo l’Occidente, i dissidenti dei regimi dell’Est e gli Euromissili contro l’Unione sovietica. E sull’aborto scrissi in Consiglio un documento unanime (con mal di pancia dei Comunisti) che chiedeva di combatterlo prima di tutto con l’educazione alla maternità e paternità consapevoli. Questa è libertà! È ancora attuale. Allora, ci si rivoltarono contro le femministe del Psi, ma il buon senso prevalse.

Un’esperienza intensa e bellissima. Gianfranco mi faceva conoscere tutti e m’infilava dappertutto. Mi volle nella verifica Bilancio e, scartabellando da incompetente, vidi (lo dissi in aula) che avevamo un consumo spropositato di benzina con le macchine e di formaggio grana nelle mense. Qualcosa cambiava. Lui era un militante, presente, paziente, sorridente. Mi diceva: “Francesco, la Politica locale è decidere, risolvere problemi. Anche guardare avanti, ma le condizioni sono molto difficili. Bisogna non avere pretese e metterci buon senso”. Lui ce ne metteva tanto. E soffriva di non potere – esempio significativo – arrivare “dove si doveva: a casa delle persone in serie difficoltà e che non chiedono; come questa mamma con due bambini piccoli che vive in un sottotetto. Mi è stata segnalata. A Paderno!”

Cercava risposte nella storia ed era gradualista, quasi attendista, tanta era la fiducia nel positivo evolvere delle cose. Infatti, aveva simpatia per i Fabiani britannici, che si ispiravano a Quinto Fabio Massimo (il temporeggiatore, con Annibale). I Fabiani mettevano in campo iniziative e progetti per istruire gli umili, per elevarli e renderli capaci di stare diritti in società, nelle istituzioni e nelle imprese. Scrisse al cardinale di Milano Carlo Maria Martini per congratularsi delle sue iniziative di scuola politica. Sosteneva che fare Politica e accettare impegni implica preparazione specifica e conoscenze storiche: “Le parole vanno non solo pensate, anche pesate”. Amava la famiglia che definiva il suo “recinto sacro” e si dispiaceva di non riuscire a dedicarle più tempo. Condividevamo qualche ingenuità, che “nella Roma antica era sinonimo di libertà”. Eravamo sul finire degli anni ’80.

Umile e responsabile, aveva un vivo “senso religioso delle cose” e auspicava il “massimo rispetto per le persone”. Un imprenditore di Paderno ha detto di lui: “È stato una Stella alpina della PA”. Vicino al sindaco di Milano Carlo Tognoli (“serio, capace e disponibile”), quasi tutti i giorni correva presto a Milano, al lavoro, a sbrigare pratiche nell’Ufficio legale delle Generali, per poi essere in Comune sui problemi e negli incontri. E mi è molto piaciuto che la sua azienda lo abbia riconosciuto alla moglie, quando è morto di tumore a 52 anni. Il suo dirigente le ha scritto: “Oggi siamo diventati tutti più poveri”.

Fare Politica nel Partito socialista significava essere ago della bilancia: potevi appellarti ai valori di welfare (e agganciavi la sinistra) come a quelli di libertà (e ti seguiva la destra). Ma si capiva che non bastava. La società era cambiata e bisognava rinnovare la democrazia, fare spazio ai molti, ma come? Claudio Martelli con il suo appello a “riconoscere i meriti e tutelare i bisogni”, ci provava e convinceva. E Craxi disegnava prospettive ampie. Ma, accanto c’erano giganti organizzati: la Dc e il Pci.

E c’era un residuo di cultura politica (tutti a chiedere) che andava preso di petto, facendo largo al nuovo. Perché non si cambiò stile e organizzazione? C’era quel virus dell’accerchiamento degli interessi con finanziamenti facili, che irrigidiva e dopava i partiti. Un virus preso, credo, dall’apparato pubblico, anni ’70: cose dell’altro mondo. Sottostimato e corrosivo, era un’autentica ombra. Una volta Mastella mi disse: “I partiti hanno bisogno di soldi; tu stanne fuori; c’è ben altro”. Pensai: non è una soluzione, ma stetti zitto. Era (è) questione profonda: toccava il ruolo dei partiti e il modo di fare Politica. Provo a dire.

Provo a dire della Sinistra, oggetto di molte discussioni. Sarebbe contento di questo mio tentativo, e tengo conto delle sue idee. In quegli anni il Psi sgomitava. Il vecchio partito delle riforme sociali (la formazione professionale per i più umili, le case, lo Statuto dei lavoratori, le leggi per il divorzio e l’aborto), che aveva criticato i conservatorismi di Dc e Pci, non bastava. La parte trainante della società chiedeva di essere promossa, lasciata libera, entro regole chiare e semplici. Il Psi aveva colto il vento nuovo e dava spazio al merito, all’innovazione, al pluralismo (televisivo ad esempio, con Silvio Berlusconi): tutelato il bisogno, aprire, liberare la società. Craxi credo pensasse oltre il Psi e la Sinistra, a un Partito democratico per tutta la Sinistra, compreso il Pci. Vedeva lontano, generosamente. Ma, il modo d’essere dei partiti, anche del Psi, era centralista. La Dc lo era meno. Il Psi, ad esempio, non si era aperto alle conoscenze e competenze organizzate, alle loro idee e proposte, se non a spizzichi e bocconi: aprendo e chiudendo. Nel Pci c’erano state analoghe aperture; ad esempio con il compianto Nevio Felicetti nel comparto assicurativo.

È mancata la capacità di porre in questione il grigio modo d’essere, pur tra indubbi meriti, della Sinistra, specie comunista: i partiti come macchine di potere che sventolano ideali e distribuiscono tutele per andare al governo; usano i movimenti sociali come trasporto, come tram. E cambiare i rapporti? Dopo. Miopia e pochezza, dice Bruno Trentin, coraggioso intellettuale e segretario generale della Cgil; un comunista impegnato che ci ha sofferto.

La sua accusa ai partiti di Sinistra è chiarissima: poiché ritenevano scientifico, indiscutibile (da Marx) il fordismo e la sua organizzazione parcellizzata del lavoro (il taylorismo), consideravano “il conflitto sociale come […] strumento di promozione e sostegno dell’azione del partito politico. In una parola, come trampolino per l’accesso al potere“. La Politica si riduceva a “scienza elitaria dell’occupazione del potere” (Bruno Trentin, La città del lavoro, Ed. Feltrinelli, 1997, p. 51). Con conseguenze tragiche: vedi l’URSS e l’Est europeo. Non avevano capito niente. Confuso il taylorismo (organizzazione del lavoro, sempre in progress) con il fordismo (la piramide di comando e potere), si sono persi. Trentin parla di “subalternità culturale al taylorismo e al fordismo” (p.107).

Una concezione della Politica arida, autoritaria, giunta al capolinea nell’’89. Questa discussione non c’è mai stata: le relazioni vengono sempre dopo le sostanze e gli individui (dai tempi dei filosofi greci). Così, i partiti (privati e politici) occupano le Istituzioni, lo Stato, e buona notte ai suonatori: le relazioni aspettano. Anche il Psi, in una certa misura. Sono di Sinistra e critico la Sinistra. Ma guardo fuori e, con Gaber, mi chiedo: cosa dice la Destra?

Qual era il senso del fermento, della domanda dei movimenti giovanili e sindacali degli anni ’70? Cos’altro chiedevamo se non che le Istituzioni e le imprese aprissero a un prender parte responsabile, a relazioni e rischi nuovi? E cos’era quella proposta di Pierre Carniti (Cisl), di creare un Fondo d’investimenti dei lavoratori con un loro contributo (lo 0,5%), per aver parte attiva in economia? Cassato dai partiti, oggi sarebbe una potenza. Carniti diceva (1977): dobbiamo “osare più democrazia”. E Trentin ricorda le parole di Norberto Bobbio: “La democrazia si è fermata sulle soglie della fabbrica” (p. 39). Democrazia, non Socialismo.

Si trattava (si tratta) di ribaltare la storia e immaginare, appunto, capovolto il processo di emancipazione dell’uomo: dalle utopie comunitarie (il Comunismo) a quelle riformatrici e di tutela (il Socialismo), alla Democrazia, con i suoi alterni percorsi di crescita e responsabilità. Punto di arrivo, non di partenza. Significava (significa) dare ragione al liberalismo, nella sostanza. È problema aperto: la piramide, centralista, del comando, non ce la fa a portarci fuori dall’empasse delle crisi: ambiente, pandemie, libertà di fare impresa, lavoro, arte.

Serve passare alla Rete: valorizzare e rispettare conoscenze, autonomie, responsabilità, rischi. Le imprese lo sentono e cercano il modo di farlo, spesso riuscendoci. Guardiamoci attorno: le nostre micro imprese, le filiere produttive con migliaia di professionisti autonomi – oggi in difficoltà –, le multinazionali tascabili belle e competitive, hanno qui, nelle relazioni di fiducia, formazione, crescita e libertà delle persone, le ragioni della loro creatività, innovazione e successo. Compreso quello di Carlo Bonomi che, alla testa di Confindustria, merita un forte augurio! La Politica impari, sia più umile, si ripensi e dia una mano alle imprese, ai Bonomi.

Ora, ascolto difese improbabili del Psi e di Craxi (da decenni capri espiatori – questo sì! – nell’immaginario collettivo: lo sento) basate sui meriti di governo dei Socialisti. Inutili se non si fa chiarezza sul ruolo dei partiti. Corriamo il rischio che a fare e pesare in Politica siano Reti opache o chi ha molti soldi. Inaccettabile. Il nodo da sciogliere, mi pare, è quello posto: la cultura centralista che sminuisce i rapporti sociali (e quindi la rappresentanza) ed è ancora dominante in forma di leadership. È il limite di quelli (di ieri e di oggi) che “il Partito sono io”.

Ai partiti serve una struttura leggera e federale, a rete (un intreccio di responsabilità e di competenze), che rispetti la Costituzione (agire con “metodo democratico”) e dia spazio e ruolo (per Statuto) ai territori e alle conoscenze. Così si superano Populismi e Sovranismi. Milano ci deve provare. Per il Paese e per contare a Roma. Servono partiti che non s’immischino troppo con la Pubblica amministrazione e con i ruoli di Governo. Anzi: in Democrazia vanno sancite e difese le autonomie, per l’alternanza. Questa Politica (spazio alle idee) costerebbe poco ed è la frontiera, credo, dell’impegno dei “democratici”.

Torniamo a noi. Nel ’90 non fui rieletto in Consiglio comunale ma rimasi vicino a Gianfranco. Lui era al secondo mandato di Sindaco e lo andavo a trovare la domenica pomeriggio nel suo ufficio. Non era solo. Spesso c’erano Sergio Santambrogio e altri compagni del Psi. Parlavamo. Cercava il modo di tenerci insieme e farmi rientrare, ma quando esplose Mani pulite (nel ’92) lo vidi in crisi, oltre che politica, anche personale. Una mazzata che lo piegò in tutti i sensi: “Serviva un cambiamento, ma non così”.

Una domenica, da soli, mi disse: “Sai com’è. Si cerca di rispettare le norme ma, se vengono qui, ci portano via tutti”. Senza semplificazione normativa e senza una qualche forma di immunità rispetto a errori e colpe non dolosi, chi entra in Politica e si trova a dover decidere, si assume responsabilità personali enormi (eccessive), oppure scivola nella semi paralisi (non decidere e non farsi nemici) o sotto ricatto. Se n’era parlato: chi decide davvero rischia troppo. È insostenibile. Io ero per un far Politica leggero, temporaneo, di volontariato e, se si vuole, di passione o servizio; non una professione ma un’esperienza che consenta di dare e poi tornare al lavoro arricchito. Gianfranco, che conosceva la complessità delle cose, sorrideva, era possibilista, ma riteneva servisse molta esperienza e dedizione. Forse, il punto è distinguere tra decisioni politiche (dei partiti, di indirizzo) esterne alla PA e decisioni operative nelle Istituzioni, da eletti o nominati. Qui, il polso, le capacità contano molto. Se no non conti. Siamo tuttora in alto mare. Se si distinguessero i ruoli, avrebbe senso uno scudo penale e civile ben calibrato per chi governa e decide. Ma, parlarne così serve?

Come ho detto, Gianfranco Mastella morì fulminato da un tumore nel 1993 a 52 anni.
Grazie, Gianfranco! Perdonaci di averti preso molta vita e un po’ di famiglia. Hai due splendidi nipoti – Cecilia e Riccardo – che non hai conosciuto, a cui Angela e Vera parlano di te e che ti vogliono bene. Riposa in pace, sulle nostre montagne.
Francesco Bizzotto