mercoledì 27 novembre 2019

AGENDA 2030: GRETA UBER ALLES!


AMBIENTE A RISCHIO. NOVITÀ POSITIVE E NODI

Effetto Thunberg. In ogni ambito, le riflessioni e le impostazioni di futuro, strategiche e organizzative, si orientano a tener conto degli effetti del nostro agire, delle conseguenze indesiderate a vasto raggio. I giovanissimi l’hanno chiesto così: basta chiacchiere. Esempi: la Banca Europea degli Investimenti – per contribuire a ridurre le emissioni di gas serra del 40% al 2030 – dal 2021 non finanzierà più carbone, petrolio e gas naturale; la Cassa Depositi e Prestiti (del Tesoro: festeggia 170 anni il 18 c.m.; Auguri!), che è leader nel venture capital, supporta 200 startup e ha un Fondo Innovazione di un miliardo, investe 200 miliardi (triennio 2019 – 2021) su progetti di sviluppo sostenibile.

Sostenibilità: l’ONU ne parla dal 2015 (Agenda 2030) e noi ci volgiamo a raddrizzare il nostro sguardo uncinato, irresponsabile; a guardare non solo ai vantaggi dell’agire; a leggere la Possibilità come Potenza (un sistema di opposti), ormai nelle nostre mani, dopo essere stata nelle mani di Dio e del potere. E più si alza la Potenza (il 5G, l’Intelligenza artificiale) più si alzano, in termini di probabilità, i vantaggi sperati e i danni temuti. E questi possono azzerare quelli, e andare ben oltre. È il Rischio, un inscindibile foglio a due lati.

Come abbiamo agito finora? Siamo stati strumentali, opportunisti, reticenti con l’ambiente e con la vita. Non stupidi: fin dal secolo XI (commerci intra-europei) abbiamo formato Mutue per tutelarci nei rischi personali, elementari e omogenei. Poi (secolo XIV) abbiamo chiesto agli Assicuratori di farsi carico di alcuni grandi rischi (commerci oceanici) che le Mutue non potevano reggere. Quindi, esplodeva la Potenza e avanzava la gestione dei rischi (vedere e trasferire): ci si occupava dei rischi come fossero un disturbo. Cosa mancava? La Prevenzione dei danni e la Gestione ampia dei rischi, in parallelo con gli affari, a tutti i livelli, a partire dalle scelte politico strategiche e di finanziamento.

Dunque, a livello macro ci siamo, e si muove anche l’impresa, viste le posizioni di Assolombarda e dei vertici di Confindustria di Como e di Lecco – Sondrio. Si tratta di guardare avanti e anticipare gli eventi; essere Prometeo. Per non declinare pericolosamente. Ma, a livello operativo siamo ancora incerti e suonati. Gestire la Potenza per anticiparne gli esiti (prevenirne i danni e proteggere gli interessi) richiede tre passi nuovi e fermi. Questi:

1.    Rischio è sempre. Costruire consapevolezza, cultura. Chiedersi: quali vantaggi prometti? quali danni sono possibili? Rallentare, esplorare, esplicitare. Ne parli la scuola e la TV; si studi all’Università. Ogni progetto compili entrambe le facce del foglio Possibilità, Potenza.

2.    Prevenire i disastri. Accettare i piccoli danni e blindare il grande rischio. Parlarne a fondo. Ogni sistema deve farne una religione (un vincolo fondativo). Prevenire costa la metà rispetto a rimediare. E in prospettiva? E se non ci fosse rimedio? Vedi il cyber risk.

3.    Garanzie al titanio (leggere, semplici, resistenti). Ogni progetto deve avere un piano trasparente di Gestione della Possibilità / Rischio e, alla fine, uno specifico ombrello: una garanzia inattaccabile di risarcimento a terzi e d’indennizzo ad azionisti e stakeholder. Un ombrello strutturato (privato e istituzionale; con garanzia pubblica) che impedisca azzardi (il fare sconsiderato, senza misura). È il 1984 di Orwel? Al contrario: condizione di libertà.

Ci stiamo svegliando e possiamo farcela. Intanto, parlano gli specialisti: il filosofo bioeticista Christopher Preston dell’Università del Montana (Usa) ha scritto un libro, “Progettisti del pianeta”, in cui si chiede “chi controllerà le future tecnologie sintetiche” (da La Lettura del Corriere della sera, 17 c.m.). Immaginano per la Terra un’era Plastocene (una Terra plasmabile; risorgeranno i Mammut?). Sono innovatori degli strumenti, dei mezzi e della vita. Per quali fini? Avremo ancora dei fini? Nelle biotecnologie “stiamo giocando con il fuoco”, ha detto Federico Faggin al Corriere della sera del 20 c.m. Intanto, siamo pratici, andiamo sul concreto, per rallentare la corsa e vedere tutti meglio. Abbiamo un po’ di problemi:

ü  Innanzitutto di linguaggio: il rischio appare e scompare; non è vero che “saremo presto a rischio se non cambiamo i comportamenti” (come dice Maja Lunde, scrittrice norvegese di bestseller sul cambiamento climatico, a La Lettura, citata), perché rischio è sempre; cambia, si alza, la probabilità. La stessa scrittrice parla di “pericolo” come sinonimo di rischio, ma non è così. È Rischio se c’è azione e una valutazione; Pericolo è una possibilità di danno o ferma o sconosciuta, una decisione non condivisa (Niklas Luhmann).

ü  C’è poi un problema politico in generale (Partiti e Istituzioni devono esporsi, decidere, rischiare il consenso, appunto, se no ci incartiamo) e uno in particolare: riguarda il lavoro. Dobbiamo trovare il modo di metterlo a rischio. Non mi si fraintenda: oggi è in un rischio formale e negativo (trovare e perdere il lavoro). Può farsi sostanziale e positivo: prender parte al sistema, contribuire nel merito, rischiare con l’imprenditore. Un balzo creativo.

ü  Assistiamo infine a gravi danni da cambiamento climatico (Venezia, l’Alto Adige, la Puglia). Come affrontarli, come prevenire altri disastri? Faccio due esempi, agli estremi:

·         Bombe di neve a Milano. Fenomeni intensi associati a forti venti fanno temere a Milano – dopo le bombe d’acqua – bufere, bombe di neve. Già viste. È un pericolo da indagare, per farne un rischio, sopportabile. Cosa può accadere al ricco patrimonio immobiliare della città? Gli accumuli di neve, se inzuppati, moltiplicano i carichi sulle coperture. Servono valutazioni e adeguamenti funzionali alla fruizione ideale nei nuovi contesti. Adeguamenti anche di coperture assicurative: in specifico, del limite per evento plurale e catastrofale, troppo spesso molto basso e sempre più insensato (sia per danni ai fruitori, sia per danni alla proprietà). Ballano valori enormi. Con enormi responsabilità anche personali!

·         Armacìe in Calabria. Sono i muretti a secco, spesso in abbandono. Retaggio di un’agricoltura “eroica” che vuole rifiorire e aprirsi al turismo di qualità; il turismo che apprezza le aspre bellezze, i profumi e i sapori delle terre incontaminate. Come sarà il clima tra qualche anno là dove si guarda l’Africa? Con alta probabilità: forti venti, trombe d’aria, lunghi periodi di siccità e piogge torrenziali. Promette male per il terreno, scosceso e selvaggio, e le colture (il vino). Le armacìe, allora, sono strategiche e polivalenti: trattengono il terreno e l’acqua; i loro micro invasi (ampliabili) a lento rilascio favoriscono anche la flora e fauna locale che altrimenti non sopravvive; sono belle, utili e funzionali. Averne cura è forse il primo passo per gestire in ottica positiva, non separata dalle attività, il rischio del cambiamento climatico. Attorno alle armacìe la Calabria può rifiorire.

Per fermare la deriva climatica, rendere sostenibili le attività e reggere i rischi del contesto, occorre cambiare: servono consapevolezza e cultura specifiche, strategiche. Vanno incardinate su parametri di giusta misura, di prevenzione dei danni e di tutela, e ancorate alla pratica (alla gestione dei rischi) di territori, sistemi e soggetti. Nessuno escluso.

Francesco Bizzotto – novembre 2019

lunedì 25 novembre 2019

UNA RISPOSTA PER ANZIANI E GIOVANI


GRATTACIELI A MILANO



Una Metropoli in verticale, integrata e ricca di Servizi. Azzera il traffico locale, piace a giovani e anziani, attrae investitori e costa la metà. Via dalla “solitudine contemporanea” (Giancarlo Consonni)


Sono geometra delle Civiche scuole serali di Milano. Non ho pretese e sono grato a Milano. Mi occupo di rischi, dove la misura è tutto, e vedo il rischio, il fascino dei grattacieli. Ho una gran voglia di entrarci e percorrerli in basso e in alto; amo le loro scale, che metterei in bella evidenza perché educano il corpo, il passo, il respiro, la mente.


Vorrei più grattacieli, anche nelle periferie e nel Contado; e che si esplicitasse meglio la città nuova. Deve farsi largo in verticale, azzerando brutture e recuperando spazio e verde, e organizzarsi con hub di trasporti e servizi che capovolgano i flussi: prossimi ai cittadini, vadano da loro, non più il contrario. Come le “Case della Salute” immaginate da Pisapia, dove sei accolto e risolvi l’80% dei problemi, e si riduce al 50% il costo della Sanità. Ne voglio una in ogni grattacielo. Bene le griffe e le suggestioni. Non bastano.

Dunque, grattacieli tra loro in bella concorrenza e ben collegati da ampie piste ciclabili, con un mix di presenze, funzioni e servizi smart per una vita personale autonoma e relazionale. È la domanda sia dei giovani (la “casa taxi” del Censis), sia degli anziani, per abbattere il loro tremendo rischio di “non autosufficienza” (è al 40% a 70anni!). Alla umiliante galera della dipendenza l’anziano arriva così: stress, solitudine, depressione, malattie. Una pesante croce per i figli, con costi enormi, insostenibili, se giochiamo d’attesa. La casa è un tassello decisivo per poter anticipare i problemi, attivare, allungare la vita in salute e darle senso. Così i servizi costano la metà.

Immagino i servizi, pubblici e privati, che si possono                                                           

avere comodi, sottomano: palestre, lavanderie, ritrovi, ristoranti, piscine, supermercati, “Case della salute”, ospedali, alberghi, centri di assistenza personale. E il Metrò dabbasso, che porta ovunque. Chiedo troppo? Voterei il partito che proponesse ai miei figli questo futuro. Ci investirei. E anche gli Assicuratori, in base a Solvency II, sono interessati a questi “investimenti prospettici”.

Insomma, io vedo una Lombardia di grattacieli, ma non ci siamo. Oso dirlo dopo aver letto l’intervista al Corriere della sera del 16 c.m. di Giancarlo Consonni, 76 anni, umanista, poeta e docente emerito di Urbanistica al Politecnico di Milano. Dopo il progetto “Porta di luce” di Citylife, fa una critica tagliente; parla di “omologazione alle metropoli dominanti dell’Occidente e del Sud-Est asiatico”, di grattacieli funzionali alla “solitudine contemporanea”, che “in realtà sono un mortorio”. E di spazi aperti al pubblico “ambigui e con una sottile militarizzazione” in basso. E in alto? Esprimono “arroganza e indifferenza”. È così.

Eppure, il balzo in avanti di Milano “dice la sua potenza, merita di essere guardato con rispetto. Ma le nuove forme tradiscono la sua storia, fatta di misura e di rapporti umani. D’altra parte l’architettura non mente: il nuovo skyline (…) si distacca dalle periferie e dal sistema metropolitano”. Guardare oltre i bastioni è decisivo per Milano.

Conclude Consonni (e io con lui): “La storia va continuamente reinventata ma tenendo fermi i valori su cui si fonda la vita associata. La trasformazione va governata. Compito dell’amministrazione è dialogare con i privati per dare vita a una città equilibrata e in cui si integrino i ceti sociali”. A Milano giovani e anziani esprimono un’esigenza nuova di casa, ambiente e servizi. Può abbattere di molto tutti i costi. Servono visioni (e mani politiche) coraggiose e aperte, relazionali e poetiche; profetiche e femminili, direi. Si facciano avanti.

Francesco Bizzotto

mercoledì 20 novembre 2019

PER UNA CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE


SENZA CINTURE ALLACCIATE STRAGE DI PASSEGGERI

In questi ultimi giorni la prima pagina di importanti quotidiani è stata caratterizzata dalla presenza di notizie relative a spaventosi incidenti stradali mortali, che hanno coinvolto soprattutto giovani.
Spesso i morti sono quelle seduti sui sedili posteriori, per un semplice motivo: non avevano le cinture di sicurezza allacciate.
Una recente indagine sull’uso delle cinture ha evidenziato che gli italiani non rispettano le norme sulla sicurezza in auto soprattutto quando sono seduti sui sedili posteriori. Eppure l’uso delle cinture di sicurezza è obbligatorio per tutti gli occupanti del mezzo da 30 anni. A sancirlo è l’articolo172 del codice della strada. In Italia più di un italiano su due trasgredisce la norma. Precisamente il 55,9%, quando è seduto sui sedili posteriori dell’auto: un dato davvero allarmante. 
Gli automobilisti sono invece più disciplinati quando si trovano alla guida o sono seduti sul sedile anteriore. Secondo i risultati dell’indagine, quando si è alla guida, a livello nazionale la percentuale di chi usa la cintura è il 97,1%. I numeri variano a seconda delle zone geografiche. Al Sud e nelle Isole la percentuale scende. Le cifre rimangono sostanzialmente invariate anche quando ad essere sotto osservazione è il passeggero. A dichiarare di fare uso della cintura è il 96,5% del campione interpellato per l’indagine.
I numeri cambiano radicalmente quando ad essere preso in considerazione è il divano posteriore dell’abitacolo. Il fanalino di coda del territorio nazionale continua a essere rappresentato dalle regioni meridionali e insulari, dove circa i due terzi della popolazione dichiara di non fare uso delle cinture posteriori. I dati non migliorano molto nemmeno nelle altre zone del nostro paese.
Se dal 1988,nonostante le sanzioni, poco è cambiato, forse è importante puntare anche sull’educazione .Ad esempio le forze di polizia sono esentate in missioni di emergenza, anche se dai filmati si vedono i militari americani in Iraq indossarle, ma perchè i Vigili Urbani, anche quando non sfrecciano con la sirene le hanno sempre slacciate?
Per non parlare di fiction e trasmissioni TV, perchè in autorevoli serie TV, con protagonisti famosi commissari la cintura non è mai allacciata, o nel van dei ristoratori le cinture sono allacciate una volta su 5 se va bene?
Forse basterebbe poco, per influenzare in maniera indiretta un comportamento, non solo previsto dal codice, ma anche utile alla propria integrità fisica e che genera continui costi alla società.
Dei politici non parliamone, l’unico che ho visto con la cintura allacciata è Prodi.
Massimo CINGOLANI

giovedì 31 ottobre 2019

USCIRE DAGLI SCHEMI DEL ‘900


Verso partiti di proposta, a Rete, proattivi e rispettosi, capaci di produrre idee e progetti, non solo di diffonderli

PARTITI ALLA FRUTTA E GRANDE POLITICA

Tattiche e alleanze alimentano il potere fotografico, descrittivo dei media.

Zingaretti: “veniamo alla sostanza di contenuti politici”. Salvini come esempio. E Renzi? E Milano?

Paolo Mieli, opinionista e storico (splendide le sue indagini su Rai Storia), nell’editoriale del Corriere della sera del 26 c.m. parla di inevitabile alleanza tra Pd e M5S. Dice: in tutte le scadenze amministrative (sistema maggioritario) il loro destino é allearsi o essere sconfitti. Tutto cambia dopo l’Umbria. Di Maio scappa (mai più alleanze strutturali con il Pd) e Zingaretti lo rincorre: “O l’alleanza è unita da una visione del futuro o non c’è. Io credo che questa visione vada costruita al più presto”; e ancora: Conte? “Ha lavorato bene” (Radio Capital, oggi). In effetti: il problema non si risolve con un colpevole.

È evidente che basare la Politica su alleanze e tattiche (riservando spazi minimi, a volte strumentali, alla riflessione, ai contenuti, ai programmi) non risolve i problemi, consegna anzi i partiti al circolo vizioso media / opinione pubblica e aumenta oltre misura il potere fotografico, descrittivo (con una sua innocenza) dei giornalisti. Si vede a occhio.

Come fan Politica i media (ancor più quelli digitali)? Hanno uno sguardo statico, statistico, che trascura gli elementi creativi, innovativi; descrivono e proiettano sistemi che immaginano logicamente conseguenti. E orientano e formano l’opinione pubblica. La realtà invece è altra cosa, dinamica. E i partiti? Sono borderline a termini di Costituzione (art. 49: “con metodo democratico”) e il loro consenso è rasoterra. Da qui si deve ripartire.

I partiti sono malmessi perché – vissuti di enfatiche narrazioni di emancipazione, di sicurezza e di libertà – sono prodotti (benemeriti) di élite. Non potevano che fissarsi in organizzazioni centralizzate, ovunque in crisi (dalla coppia alla grande impresa): il comando non ce la fa a imporsi nelle relazioni; non regge l’articolazione sociale, i variegati protagonismi, sia dal lato interno (governance), sia da quello esterno (cittadini, utenti, territori).

Cosa possono fare i partiti? Reagire, innovare: uscire dagli schemi del '900, rispettare la Costituzione e ripensarsi; inventare narrazioni di verità e di prospettiva; organizzarsi per produrre idee e progetti, anziché solo per diffonderli. Pensarsi in termini di rete proattiva di territorio, di competenze, di passioni, che sente il cambiamento, lo progetta e lo anticipa.

Ad esempio il Pd, con Martina (in uno dei 168 Circoli milanesi, l’altra sera) dice:

·         La forma del far Politica è sostanza. Come ti organizzi determina la tua proposta;

·         Il Pd, mira a innovare l’organizzazione per qualificare il suo essere “democratico” e definire una sua visione plurale del Paese, funzionale a un nuovo far Politica;

·         Sperimentiamo i Media Digitali ma non pensiamo a decisioni istantanee senza confronto.

·         Non bastano né le Primarie né la Piattaforma online. Cerchiamo il cosa e il come.

·         È chiaro che la responsabilità finale deve essere degli organismi dirigenti eletti.

·         Il Pd ha già Circoli tematici che raccolgono idee e fanno proposte. Sono importanti. (Circoli tematici citati nella serata: Sanità, Network Assicuratori, Risparmio energetico per i condomini, Donne per un futuro al femminile e un pensiero condiviso del Pd);

·         Il Pd ripensa al tema della Partecipazione e ai Media per costruire sia iniziativa politica sia Relazioni personali. Il 17 novembre a Bologna cambia lo Statuto per un congresso a tesi.

Usare dunque la tecnologia (i social) e non solo; non essere formali e strumentali. È vero: la Bestia fa consenso, ma non basterà (e non è bene) agganciare sentimenti immediati o rabbiosi; occorre mirare alla fiducia riflessiva del cittadino, della Persona considerata capace di valutazioni, opinioni e giudizi articolati. Il consenso giusto (sia di destra sia di sinistra o non) si chiede così. Andrebbe scritto in qualche modo in Costituzione.

Si va verso partiti meglio radicati nella società e organizzati per fare proposte e progetti? I segnali sono deboli. Ci vogliono almeno: 1° una concezione della rappresentanza nuova, meno distaccata e autoreferenziale e più capace di ascoltare, decidere (rischiare sintesi avanzate) e render conto, e 2° un’attività di partito organizzata (da Statuto) per Gruppi di lavoro continuativo e mirato (online & di persona), non episodico, occasionale, strumentale.

Significa avere un approccio al far Politica molto meno di vertice e oppositivo e molto più propositivo e rispettoso; le idee diverse (interne ed esterne) sono ricchezza, un dono, non motivo di sospetti e aggressioni, lamenti e recriminazioni; accettare, abbracciare le diverse sensibilità e scelte politiche; piegarsi per capire bene e pensarci sopra. Non il contrario.

Ma, cosa dicono Renzi, Grillo, la destra e i Civici? E Milano? Impressiona il balbettio, il silenzio. Eppure è un bel terreno di concorrenza (misurarsi nell’interesse del Paese reale).

Salvini, un esempio. È monotematico (e molto sospettato) ma sui migranti mi pare abbia più ragioni che torti: lo dice il suo consenso. Infatti siamo stati troppo timidi nella lotta ai trafficanti di esseri umani; troppo arrendevoli con le chiusure nord europee; un po’ miserabili con i centri di accoglienza passiva, che non integra; inconsistenti nell’iniziativa risolutiva (pacificare la Libia, aiutare i Paesi poveri impegnati nella crescita ordinata; offrire prospettive all’Africa).

C’è voluto il premio Nobel al leader etiope Abiy Ahmed Ali per vedere che l’Africa si muove, che desidera fare Istituzioni e imprese, non ricevere carità. Per inciso: fare in Africa impresa rispettosa e sostenibile, vero partenariato, apre scenari economici da favola. E chi più e meglio di noi europei può farlo? I partiti sono attesi, dal basso in alto, a una grande Politica.

Francesco Bizzotto – 30 ottobre 2019

sabato 26 ottobre 2019

PER UN RISCHIO CONSAPEVOLE E RESPONSABILE


ACCOMPAGNARE A RISCHIARE. LIBERARE


Va bene e non basta descrivere (Andreoli e Ricolfi). Come cambiare?


Vittorino Andreoli sul Corriere della sera del 21 c.m. dice che i giovani stanno perdendo la percezione del rischio, catturati dalla realtà virtuale che esalta l'attimo presente (bellissimo e vincente). Bellezza e successo subito si rivelano ambigui o impossibili o tragici.

Direi: sono inconsapevoli del rischio, cioè del percorso da compiere per costruire il futuro. E chi mai lo ha detto (e fatto percepire) ai giovani? Il rischio ha una connotazione insieme positiva e negativa: è un potenziale incerto. Ed è un rischio solo se é valutato (misurato), rischiarato, gestito. Se non lo è, dovremmo parlare di pericolo; e quando corriamo in auto un po' fatti é un azzardo (hybris: violenza, tracotanza), non un rischio. Tragica cronaca.

La realtà virtuale – stupefacente – moltiplica i pericoli: solo un impegno grande può tradurli in rischi. E non ci siamo; non se ne parla. Il 5G e l'Intelligenza artificiale: Milano faccia un dibattito mondiale di teoria e di pratica di traduzione dei pericoli in rischi, e di loro Gestione. Sono due momenti diversi. Come fai a Gestire un rischio se non è un rischio, se non è misurato?

Vale solo per i giovani? Siamo persi (Occidente e Oriente) in miti inconsistenti ed estremi: crescita quantitativa senza limiti (che brucia molti germogli di qualità possibile); benessere materiale con esiti di malessere esistenziale; resa infantile alla tecnica; Politica che vola rasoterra. Siamo ineducati al bel rischio: stare avanti (anticipare) per vivere bene, in sobria e responsabile armonia. Un esempio? Il trasporto personale in auto: ha superato il limite (costa, ingombra, inquina, uccide); l’auto per lo più sta parcheggiata e la usiamo per fare 2 o 3 chilometri; sono possibili tecnologie e servizi per un suo uso smart (quando serve, su chiamata); il mezzo pubblico (Metropolitana) può innervare le aree urbane; l’auto in futuro sarà elettrica, interconnessa, condivisa e a guida autonoma. Immaginiamo questo scenario, decidiamolo, investiamoci, lavoriamoci subito. Una priorità per Milano.

Questa è crescita; così competono le grandi città; questo è il bel rischio da correre! E questa domanda (di rischio) ha corso in Europa nelle relazioni sociali degli ultimi 50anni. Ora, non basta descrivere la realtà che vediamo e prendersela con il ’68 (Luca Ricolfi su ItaliaOggi di oggi: “siamo una società signorile di massa”; “i politici sono passeggeri di prima classe che ballano sul Titanic”; dobbiamo “rimettere in piedi quel che è stato smontato […] dal 1968 a oggi”). Vanno piuttosto individuati i nodi, progettate le Istituzioni, fatto il cambiamento, senza capri espiatori ma guardando avanti, non certo indietro.

Soprattutto per i giovani, le prime indicazioni per poter vedere la necessità e la bellezza del rischiare consapevole (responsabile) vengono dalla scuola (Ricolfi lo dice chiaro) e da Istituzioni per Politiche di vita attiva, di Promozione all’impegno e al lavoro (Orientamento, Formazione, Accompagnamento alla ricerca e Tutele) che l'Europa raccomanda da sempre e che noi abbiamo trascurato (Ricolfi qui tace), presi da logiche paternalistiche, di sola tutela, di sottomissione. La Germania ha fatto da 10 a 20 volte di più su questo terreno. Le Tutele (doverose per chi è in difficoltà) seguano le azioni di attivazione, di promozione, di liberazione; non le sostituiscano. Se lo fanno, non risolvono i problemi, fanno lievitare i costi, bruciano potenziali, creano dipendenza e alimentano corruzioni, sprechi, azioni inutili: la realtà in cui siamo; pochezze ad alto costo e produttività ferma.

Vivere, lavorare, creare è – vuole essere – rischiare: un agire consapevole, misurato, equilibrato, faticoso e armonioso; gioioso. E fare Politica significa mostrare orizzonti e accompagnare a rischiare; scatenare, liberare. Servono, e non bastano, molti Andreoli e Ricolfi.

Francesco Bizzotto - 25.10.2019

venerdì 18 ottobre 2019

LA POLITICA CHE CI SERVE


PD & M5S


Il Pd si rinnovi e rinnovi la democrazia. Questa è la domanda (e la sfida del M5S). E Renzi? E i liberali?


Zingaretti pensa a una coalizione con il M5S per governare, e vuole cambiare il Pd: "Nuovi gruppi dirigenti e una nuova segreteria unitaria. Si è aperta una fase nuova" (Corriere della sera, 16 c. m.). Il Pd li può fare questi passi, e dare stabilità al Paese (prima esigenza degli italiani) con un sistema maggioritario, se affronta il rischio (dico io) del suo nome.

Cioè se immagina il balzo di "democrazia" atteso, nell’aria: dalla concezione piramidale, paternalista, delle tutele, a quella a Rete (scatenante, fatta di autonomie e responsabilità). Un balzo sia nei rapporti tra Partito e votanti, simpatizzanti, iscritti (una organizzazione per le idee e la progettualità diffusa e vasta, nazionale e di territorio), sia nei rapporti con le Istituzioni (primarie vere per gli eletti – di dialogo, di lotta –, e rappresentanza corta: pesarli sull’ascolto, il confronto con i competenti, l’autonomia, la decisione, il rendiconto); indurli a rischiare il consenso. È il modo per gestire le fake news e le spinte disgregative che minano la società e l’ambiente. Ed è l’alternativa praticabile alla “democrazia diretta” del M5S.

Il tema è dunque: come si fa “democrazia” – che è rispetto nelle relazioni – in ogni ambito, dalla famiglia all’impresa, dai rapporti interpersonali alla Politica. Dico subito che il “come” (il mezzo, il percorso, il processo) vale più del “cosa” (del fine, degli ideali, degli obiettivi). Il “come” viene prima e condiziona il risultato. È il farsi delle cose la vita vera. Ed è rischio; e il rischio è cura e tensione (attesa, nel linguaggio del matematico applicato Bruno de Finetti).

Parlarne, aperti all’Europa. Per la Sinistra si tratta di compiere un percorso: dalle tradizioni comunista e socialista (di necessità centraliste, piramidali) alla democrazia, appunto, come ha detto il compianto Franco Volpi. Con coraggio, senza illusioni: fare passi, mettersi in via, rischiare. Dove arriveremo, precisamente non sappiamo. Bella la meta del buon cammino!

E Renzi? Mi pare contraddica l’“Italia viva”, cioè attiva, processuale: ritiene che basti il leader, la sua capacità di decisione, e lo show. Non basta: la buona soluzione, senza un percorso di partecipazione vera, che convinca, suonerà sempre male. Come lo sviluppo economico e il benessere strepitosi in cui siamo immersi; come la tecnica del 5G che si mette al nostro servizio, dicono i cinesi di Huawei (e noi, ci siamo? controlliamo?).

Concludo con i liberali – che hanno avuto ragione –: non dormano sugli allori della libertà. Anche la loro idea di democrazia è imbastita su logiche piramidali, individuali, insufficienti. Libera è la persona che sta in giuste relazioni. Ad esempio: l’esperienza Usa con Trump non dice niente? Basta eleggere il leader? Di più: è giusto eleggere il leader? Eleggerei una squadra (un Gruppo in Relazione); l’individuo da solo non esiste ed è ad alto rischio di non governarsi. E non può governare chi non si governa.

Francesco Bizzotto – 18.10.2019

martedì 8 ottobre 2019

BONOMI (Assolombarda): NECESSARIA SVOLTA CIVILE


RIPARTIAMO DALL’IMPRESA

Gestire i rischi strategici (cyber, impresa, ambiente) e aprire alla democrazia economica

Leggo che c’è preoccupazione (dopo i fatti di Usa e Gran Bretagna) per le elezioni: si teme che pirati informatici influenzino il voto con false notizie; è un risvolto del rischio moderno, che va gestito come si deve fare con il cyber risk: giocare d’anticipo, coinvolgere, dare la parola e ascoltare. Gli esclusi covano rancore e si bevono tutto; dare acqua pulita. Intanto Politica, giornalisti e Magistratura si avvitano in duelli a volte esagerati, mentre il Governo fa miracoli per dare a tutti e non togliere a nessuno (e anche questo non ci torna: la Politica deve rischiare il consenso). Siamo un po’ sbigottiti, seppure abbiamo competenze e autonomia, manteniamo un 25% di giovani Neet e siamo disponibili a mediazioni alte degli interessi, tutti rispettabili. Vorremmo capire e contribuire. Alla Politica chiediamo di trovare il modo; di non limitarsi a spiegare, mediare e tutelare, e consumarsi in giochi tattici e di alleanze. Vorremmo vedere in campo idee nuove, visioni, ma – sappiamo – c’è di peggio.


Svolta civile: un’Italia nuova e più giusta dal basso, tutti insieme. Questo aspetta Milano. Merita un grande dibattito: aprirsi, esplorare, ascoltarsi, contaminarsi. Senza, non si va lontano, non si innova, non si fa qualità e fiducia; si declina. Vedo due temi grandi:

Democrazia industriale sostenibile e coinvolgente, per imprese belle e fortissime nel mondo.

-     Sostenibile significa gestire i rischi dell’intrapresa a partire dalle scelte strategiche, (formano i grandi rischi). Non vanno separate dai processi (prima gli affari, poi gestiamo i rischi). In Usa si è iniziato a parlarne con l’ERM (Enterprise Risk Management). Se questo cambio di passo lo fa l’impresa, lo fa anche la Politica. Limita, certo, la libertà d’impresa (la rende responsabile), ed è la via per invertire il trend del degrado: ridurre le molte forme di inquinamento e la probabilità di disastri (Cigni neri, impensabili) che deriva da strategie competitive isolate e azzardate. È il messaggio della Business roundtable Usa (181 ceo di grandi imprese: “creare valore per tutti gli stakeholder”).

-     Coinvolgente significa aprire al dialogo (parlarne, favorirlo) tra impresa e lavoro; motivare e accettare il conflitto di merito; scatenare elementi diffusi di cura, servizio, autodisciplina, creatività e innovazione; cioè di produttività e di riduzione del vasto stress da esclusione e non senso. Scegliere la via della valorizzazione del capitale umano, del suo concorrere (correre insieme e misurarsi per obiettivi condivisi); abbandonare la via della sola riduzione dei costi (il lavoro non è una merce), come del ribellismo e dell’antagonismo.

Istituzioni – Agenzie per il lavoro, per renderlo coinvolto e quindi dinamico, mobile e responsabile. Per farlo abbiamo due vie: quella tedesca (della cogestione nelle grandi imprese) che è rigida e non ha dato un bel segnale nella crisi del diesel; e quella graduale indicata dall’Europa (Politiche attive di formazione, accompagnamento e tutela). Possiamo provare a portare e gestire fuori dall’impresa le crisi produttive e il conflitto distruttivo, personale, di relazione. Servono Istituzioni di territorio partecipate dalle parti sociali. È la via positiva, basilare, che accetta il mercato e il conflitto, tende ad anticipare le crisi e massimizza motivazioni, interessi e contributi. Necessita di un dibattito e un sostegno ampi, e di qualche test: facciamolo a Milano. Aumenterà la capacità di far apprezzare nel mondo i nostri prodotti e servizi, città, tradizioni, sistemi d’impresa e stili di vita.

Messaggio per la Politica (per i Partiti) in questo contesto: cambiare, aprirsi sui grandi temi ai competenti e agli appassionati. Farlo in modo organizzato, continuativo; non episodico, spettacolare, manipolatorio. Le chiamate estemporanee alimentano la sfiducia.

Il coinvolgimento, la democrazia economica, il senso del lavoro (con annesse responsabilità) era domanda sociale in maturazione già negli anni ’70, il decennio delle lotte sindacali, che pochi (Carniti - Cisl e Trentin - Cgil) seppero vedere, osteggiati da molti partiti, catturati dal centralismo. Riprendiamo, insieme, il cammino.

Francesco Bizzotto – ottobre 2019

lunedì 30 settembre 2019

LO SVILUPPO


VISTO DA MILANO

L’opzione qualitativa per una crescita economica che allontani lo spettro del declino

Salvatore Rossi è ex direttore generale di Bankitalia ed ex presidente di Ivass, l’istituto di governo del mercato assicurativo. Qui è stato lungimirante, sorprendente. Nell’editoriale del Corriere della sera del 25 scorso “Restare in serie A”, dice: non piangiamoci addosso; siamo un Paese forte e a rischio; individuiamo i nodi per la “crescita economica sostenuta e duratura che allontani lo spettro del declino”. E fa esempi: spesa e investimenti pubblici, dimensione d’impresa, semplificazione delle norme (“un reticolo anticompetitivo”).

Se ne deve parlare per bene. Il linguaggio a volte esclude e il populismo si nutre di descrizioni semplici. Serve una tre giorni di dialogo alto, di approfondimento coinvolgente, con un bel finale. Puntualizzo (dal mio punto di vista) cinque capisaldi toccati da Rossi.

Sviluppo. È bello che la crescita europea sia poco inquinante (le si imputa l’8 – 9% della Co2), ma va detto che (con Usa e Canada) consumiamo l’80% dell’energia. Non si tratta solo di risparmiarla e produrla pulita. La possibilità (di crescita) non è illimitata, ed è sempre più a rischio. Rallentare, per valutare bene ed evitare azzardi. Meglio: cambiare passo; scegliere una crescita di alta qualità (creativa, innovativa, apprezzata) che, insieme, riduca volumi, ingombri, consumi di fossili e inquinamento, e aumenti servizi, cultura, sobrietà, bellezza. Passare a opzioni qualitative. È il sogno di chi vive a Milano ed era il trend del Nord Milano prima della crisi. La crescita quantitativa, ha un limite oltre il quale muta il paesaggio e diventa una trappola (il trasporto in auto), con annessi disastri. Non scegliere, non scontentare nessuno, non esporsi, genera paralisi e sfiducia. Non si tratta di imporre, ma motivare, decidere apertamente – rischiare il consenso! – e muovere la leva fiscale e gli incentivi. Milano è pronta, con un capitale umano d’eccellenza (Carlo Bonomi).

Spesa pubblica. Nodo intricato. Resto del parere di Cassese, fallito il Referendum di Renzi: Dedichiamoci ai rami bassi della PA. Partiamo dai territori, entriamo nel merito; consorziamo i Comuni in gruppi di senso, in rete; facciamone degli hub di servizi che attivino relazioni e risolvano i problemi di imprese, giovani, famiglie. Ne deriverà un gran risparmio e una crescita di ruolo e occupati: vera e unica via per l’autonomia. Milano ha 134 Comuni, uno ogni tre chilometri: separati, ripetitivi e malvisti. Un macroscopico spreco!

Investimenti (Infrastrutture). La collaborazione tra pubblico e privato è di buon senso. Esempio: la direttiva europea Solvency II libera l’assicuratore (ho letto che il 40% non sa più dove mettere i soldi) nell’allocare le sue risorse (900 miliardi in Italia e 10.000 in Europa), purché investa in infrastrutture che favoriscano la riduzione dei rischi (“investimenti prospettici”). Rossi la storia la conosce benissimo: ha detto a suo tempo: “Solvency II è rivoluzionaria”. Gi assicuratori sono pronti, soldi in mano. Perché allora non si procede? Parigi ha un progetto da 30 miliardi per ampliare l’attuale rete metropolitana (16 linee su ferro e 303 stazioni) che serve 4,5 milioni di parigini, con altre 4 linee circolari più due prolungamenti (con treni senza conducente), per giungere tra 11 anni a servire 15 milioni di francesi. Perché Milano e la Lombardia non ci mostrano progetti così, visionari e convincenti? Possiamo fare meglio: coinvolgere Piemonte, Veneto e Liguria, e aggiungere il riassetto idrogeologico dei territori e paralleli sistemi di trasporto merci e di vie ciclabili. Ne uscirebbe un sistema policentrico, a flussi complementari e compensativi e un terzo delle auto (elettriche, largamente condivise e a guida autonoma): 1.000 città ricchissime – un po’ alla volta girate in verticale, verdi e funzionali –, e noi liberi dalla morsa ad alto rischio in cui siamo (inquinamento e corsa sfrenata). Saremmo attrattivi e competitivi, e i mercati entusiasti. Un Rinascimento e un esempio. E avremmo lavoro per decenni.

Dimensione delle imprese (Lavoro). Piccolo non è bello, dice Rossi. Dipende dalle relazioni interne che si riesce ad avere. È questo il punto: la piccola impresa non cresce per non avere problemi con i dipendenti. Il nodo è il conflitto in azienda. Si possono cambiare le cose e lasciare in azienda il conflitto sano, di merito, per innovare, crescere e farsi apprezzare, aprendo al lavoro nuovo, a “trifoglio” dicono in Usa: dipendente e autonomo, a tempo parziale o specialista. E si può portare fuori, sul territorio, il conflitto divergente, di relazione, personale, liberando tutti dai vincoli del ‘900. Ci sono problemi e insoddisfazioni insanabili? Se ne parla nell’Agenzia dei lavori del territorio e si cambia (collaboratore o imprenditore). Dialogare significa dividersi, discutere, lottare. Lo si può fare come un reciproco dono, un aiuto a crescere, senza perdere il rispetto personale e il senso di responsabilità per il ruolo e per l’impresa. Si può cambiare in questo senso. Si tratta di crederci tutti (compresi sindacati e imprese) e investire su Istituzioni per le Politiche attive (orientamento, formazione, accompagnamento e tutela) in una triplice logica: di graduale convergenza tra iniziative pubbliche e private, di fiducia tra impresa e lavoro e di anticipazione dei problemi. Tutto costerebbe la metà. Era l’indicazione dell’Unione europea in materia ed è nelle corde, mi pare, di Ursula von der Leyen.

Asciugare, semplificare le norme. Su questo punto non so dire. Certo, non può essere il “reticolo anticompetitivo” di oggi e nemmeno la guerra alle burocrazie (che sono indispensabili in mercati aperti). Serve, anche qui, una logica positiva, innovativa, relazionale, che può uscire dalla riforma della PA locale (punto 2°).

Francesco Bizzotto – settembre 2019

venerdì 27 settembre 2019

GRETA THUNBERG HA RAGIONE


RISCHIO UOMO / AMBIENTE  



“L’idea è quel movimento della coscienza che sta alla base di ogni agire nella prassi sia individuale che di carattere economico e tecnico. Al contrario di Marx, che affermava non essere la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza, io dico che è l’idea che guida l’agire verso uno scopo. […] L’utopia è ciò che ci permette di uscire dallo stallo.” Emanuele Severino, Corriere della sera 05.04.2004.



È la consapevolezza che determina la vita e gli sviluppi sociali (accende idee, ideali, utopie, impegni); ci fa uscire dallo stallo. Possiamo allora vedere bene il movimento dei giovani volto a fermare il riscaldamento globale. Non c’è un destino, e nemmeno tempo per l’autodifesa. Subito serietà: idee, progetti, applicazioni. Ha ragione Greta Thunberg.

Le idee. Severino (Corriere della sera, 01.12.2004) ci ricorda Aristotele: “Ciò che è in potenza è in potenza gli opposti”. Ogni possibilità che scienza e impresa mettono in campo è anche un rischio; ha un duplice aspetto, come i due lati di un foglio di carta; implica una probabilità sia di successo sia di danni, di conseguenze indesiderate. Questa consapevolezza è decisiva: noi ci scateniamo sulla gestione della possibilità in positivo (sui vantaggi, le opportunità) e dedichiamo scarsa attenzione, poche risorse, alla gestione dei relativi rischi. Abbiamo un impulso a fare e accaparrare, oltre la giusta misura; fame della fame futura. “È questione di buon senso ed equilibrio”, mi diceva Ferruccio Rito, saggio broker di assicurazioni milanese. E aggiungeva: “Si tratta, in tutti i campi, di agire con scienza e coscienza”. Appunto. Essere consapevoli e seri, scientifici. Se il primo obiettivo è la coscienza (“determina la vita”), ascoltiamo Henri Bergson. Ci descrive come belve:

“È il risultato delle azioni che ci interessa. […] Noi siamo interamente tesi al fine da realizzare. […] La mente si dirige di colpo allo scopo, ossia alla visione schematica e semplificata dell’atto nel suo essere immaginato come compiuto. […] L’intelligenza rappresenta dunque alla attività solo degli scopi da raggiungere, ovvero dei punti di stasi. E, di scopo raggiunto in scopo raggiunto, di stasi in stasi, la nostra attività si sposta attraverso una serie di salti, durante i quali la nostra coscienza si distoglie il più possibile dal movimento che si compie per conservare soltanto l’immagine anticipata del movimento compiuto. […] Esaminate da vicino ciò che avete in mente quando parlate di un’azione che sta compiendosi. C’è l’idea di cambiamento, è ovvio, ma rimane nascosta, in penombra, mentre in piena luce c’è la figura immobile dell’atto considerato come se si fosse già compiuto. […] La conoscenza si riferisce a uno stato, anziché a un cambiamento. […] La mente si ritrova sempre ad assumere una prospettiva di stabilità su ciò che è instabile.” Henri Bergson, L'evoluzione creatrice (1941), Cortina ‘02, pagine 244 - 248.

Il movimento a cui non guardiamo con la giusta attenzione è il processo che si compie, il rischio che si corre. Come camminare in montagna guardando e pensando solo alla meta. Finiamo in un dirupo. S’impone un approccio di gestione del rischio d’intrapresa (Enterprise Risk Management – ERM, dice il mercato anglosassone, il più avanzato a livello d’impresa); una gestione degli opposti insiti nella possibilità, la nostra attuale potenza, slegata ormai dal sacro e dal potere e affidata a responsabilità personali, dice Mauro Magatti in Oltre l’infinito – Storia della potenza dal sacro alla tecnica, Feltrinelli, 2018. Una gestione che mira, sia chiaro, a migliorare le performance. L’ERM mira a cogliere la componente positiva del rischio; mira al risultato, al prodotto: sarà buono (immaginate un’azienda vitivinicola) se avremo avuto cura di entrambi i lati del nostro specifico foglio / possibilità. Il buon vino? Solo se il rischio (terra, aria, processi, relazioni) è ben gestito. Come, penso (perché ci stiamo lavorando), il vino calabrese.

Allora, la prima cosa da fare è luce sui processi reali. Chiaro? Semplice? Per nulla. Vi sono attività (in primis decisioni e azioni politiche, pubbliche) che non sono affatto chiare.
Un esempio macro: quel che si sta facendo in Amazzonia. Spesso i rischi sono nascosti da cortine fumogene: demagogiche allusioni a roboanti vantaggi finali; per chi? a quali costi? Niklas Luhmann chiama “pericoli” i rischi insiti in decisioni non trasparenti, spesso predatorie (Sociologia del rischio, Bruno Mondadori, 1996): sono iniziative opache, decisioni non condivise e azione non valutabili. Il primo passo da compiere allora è trasformare i pericoli in rischi, cioè in situazioni valutabili, riducibili a probabilità (sia positiva sia negativa). Abbiamo accumulato troppi pericoli. E troppi soggetti sono abili nel mettere in campo possibilità di cui vengono esaltati i lati in fiore (i vantaggi, le opportunità) mentre sono trascurati i lati in ombra (le conseguenze indesiderate e magari irreversibili). Non sono / non siamo responsabili. Quasi sempre in perfetta buona fede, direbbe Bergson. Qui il liberalismo deve ripensarsi, a partire dal grande Schumpeter: il rischio non è riducibile a frequenza di eventi gestibile, controllabile a livello individuale, separato, d’impresa.
Infatti, si dice: la soluzione è nei Big data. Io penso (con molti Nobel dell’economia, ad esempio Kahneman) che l’uomo sia creativo e imprevedibile nelle scelte. Non si determina da uno status quo ante. I dati gli servono per riflettere; sono storia non scienza, diceva Karl Popper e sanno bene gli assicuratori. Così, agli inizi del ‘900, un padre della cultura europea, Georg Simmel, in Frammento sulla libertà (a cura di Monica Martinelli, Armando Editore, Roma, 2009, p. 66 e 67):
“È […] assolutamente impossibile sapere con sicurezza […] cosa penseremo o faremo nell’istante immediatamente successivo. Poiché ognuno di questi istanti è creativo, esso genera qualcosa che non è semplicemente una combinazione di ciò che già esiste e, pertanto, non è calcolabile in base a ciò, bensì accessibile al sapere solo quando è presente. […] Ogni stadio della nostra condizione spirituale è uno stadio nuovo che non può essere costruito a partire dal precedente, bensì solo atteso.”
Nelle parole di Simmel risuona la concezione della probabilità del matematico applicato Bruno de Finetti: la probabilità di un evento è un personale grado di fiducia, un’attesa, una tensione; non fuoriesce dal passato (dalle frequenze viste, dalla statistica, dai Big data). Secondo me, qui sta bene anche Gesù: “Chi fa la verità viene alla luce”. Meraviglioso.
Dunque, che fare? Possiamo rincorrere le imprese, limitarne la libertà, invadere il Brasile, impazzire e imporre ai Bolsonaro ciò che è bene per loro e per l’umanità? No. Servono principi e accordi di libertà. Di mercato, si dice. Parliamone. Io rifaccio un esempio lampante. Un caso vero, si dice, accaduto. Qualche anno fa una compagnia petrolifera inglese voleva perforare il Polo Nord: c’era (c’è) un’alta probabilità di ottimi risultati, e alti rischi (pericoli). Un passaggio chiave era ottenere una copertura assicurativa di garanzia. Fu negata da un grande assicuratore, che in buona sostanza disse: non è un rischio (misurabile); è un azzardo (quando siamo tracotanti e i rischi / pericoli sono smisurati, esagerati). Non se ne fece nulla. Idea: se rendiamo obbligatoria una copertura assicurativa “all risk” a lungo termine per ogni progetto di un certo impatto, creiamo un interessante indicatore di rischio. Sono certo che poi, gli stakeholder faranno la loro parte.
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“Per i Greci era fondamentale conoscere se stessi e avere il senso del limite. E non oltrepassarlo, pena la rovina. Esprimi la tua virtù in Giusta Misura. E conoscine il limite. L’Occidente? Ha una cultura dell’illimitato.” Umberto Galimberti, intervista a Radio Soul, 09.04.2016
“Io credo […] alla forza inventiva dell’uomo e alla sua scaltrezza vitale, alla sua capacità di vedere, progettare, dominarsi, fare e seguire leggi. Egli inventerà anche degli strumenti contro ciò che proviene da lui medesimo.” Hans Jonas, Sull’orlo dell’abisso, G. Einaudi, 2000, p. 44
 Francesco Bizzotto   settembre 2019

mercoledì 25 settembre 2019

DUE PICCOLE ANNOTAZIONI ASSICURATIVE


SUL FALLIMENTO THOMAS COOK


1)    Se i consumatori che hanno prenotato viaggi otterranno rimborsi, sarà grazie al FONDO DI GARANZIA reso obbligatorio da una legge europea. Se lo ricordino quelli che votarono Brexit!

2)    Ormai il settore turistico è dominato da due fattori: una concorrenza di solo prezzo

( come da noi nella RCA) , e poi il ciclo economico è diventato inverso come per gli assicuratori. Incassano oggi per servizi che renderanno fra qualche mese. Solo che nel turismo, oltre a non esserci alea, non c’è un IVASS.

Per carità, non che io auspichi un controllo statale generalizzato, ma la regolazione del mercato è il principale mestiere del governo di questi tempi.

Gianfranco Pascazio 25 settembre 2019