lunedì 30 settembre 2019

LO SVILUPPO


VISTO DA MILANO

L’opzione qualitativa per una crescita economica che allontani lo spettro del declino

Salvatore Rossi è ex direttore generale di Bankitalia ed ex presidente di Ivass, l’istituto di governo del mercato assicurativo. Qui è stato lungimirante, sorprendente. Nell’editoriale del Corriere della sera del 25 scorso “Restare in serie A”, dice: non piangiamoci addosso; siamo un Paese forte e a rischio; individuiamo i nodi per la “crescita economica sostenuta e duratura che allontani lo spettro del declino”. E fa esempi: spesa e investimenti pubblici, dimensione d’impresa, semplificazione delle norme (“un reticolo anticompetitivo”).

Se ne deve parlare per bene. Il linguaggio a volte esclude e il populismo si nutre di descrizioni semplici. Serve una tre giorni di dialogo alto, di approfondimento coinvolgente, con un bel finale. Puntualizzo (dal mio punto di vista) cinque capisaldi toccati da Rossi.

Sviluppo. È bello che la crescita europea sia poco inquinante (le si imputa l’8 – 9% della Co2), ma va detto che (con Usa e Canada) consumiamo l’80% dell’energia. Non si tratta solo di risparmiarla e produrla pulita. La possibilità (di crescita) non è illimitata, ed è sempre più a rischio. Rallentare, per valutare bene ed evitare azzardi. Meglio: cambiare passo; scegliere una crescita di alta qualità (creativa, innovativa, apprezzata) che, insieme, riduca volumi, ingombri, consumi di fossili e inquinamento, e aumenti servizi, cultura, sobrietà, bellezza. Passare a opzioni qualitative. È il sogno di chi vive a Milano ed era il trend del Nord Milano prima della crisi. La crescita quantitativa, ha un limite oltre il quale muta il paesaggio e diventa una trappola (il trasporto in auto), con annessi disastri. Non scegliere, non scontentare nessuno, non esporsi, genera paralisi e sfiducia. Non si tratta di imporre, ma motivare, decidere apertamente – rischiare il consenso! – e muovere la leva fiscale e gli incentivi. Milano è pronta, con un capitale umano d’eccellenza (Carlo Bonomi).

Spesa pubblica. Nodo intricato. Resto del parere di Cassese, fallito il Referendum di Renzi: Dedichiamoci ai rami bassi della PA. Partiamo dai territori, entriamo nel merito; consorziamo i Comuni in gruppi di senso, in rete; facciamone degli hub di servizi che attivino relazioni e risolvano i problemi di imprese, giovani, famiglie. Ne deriverà un gran risparmio e una crescita di ruolo e occupati: vera e unica via per l’autonomia. Milano ha 134 Comuni, uno ogni tre chilometri: separati, ripetitivi e malvisti. Un macroscopico spreco!

Investimenti (Infrastrutture). La collaborazione tra pubblico e privato è di buon senso. Esempio: la direttiva europea Solvency II libera l’assicuratore (ho letto che il 40% non sa più dove mettere i soldi) nell’allocare le sue risorse (900 miliardi in Italia e 10.000 in Europa), purché investa in infrastrutture che favoriscano la riduzione dei rischi (“investimenti prospettici”). Rossi la storia la conosce benissimo: ha detto a suo tempo: “Solvency II è rivoluzionaria”. Gi assicuratori sono pronti, soldi in mano. Perché allora non si procede? Parigi ha un progetto da 30 miliardi per ampliare l’attuale rete metropolitana (16 linee su ferro e 303 stazioni) che serve 4,5 milioni di parigini, con altre 4 linee circolari più due prolungamenti (con treni senza conducente), per giungere tra 11 anni a servire 15 milioni di francesi. Perché Milano e la Lombardia non ci mostrano progetti così, visionari e convincenti? Possiamo fare meglio: coinvolgere Piemonte, Veneto e Liguria, e aggiungere il riassetto idrogeologico dei territori e paralleli sistemi di trasporto merci e di vie ciclabili. Ne uscirebbe un sistema policentrico, a flussi complementari e compensativi e un terzo delle auto (elettriche, largamente condivise e a guida autonoma): 1.000 città ricchissime – un po’ alla volta girate in verticale, verdi e funzionali –, e noi liberi dalla morsa ad alto rischio in cui siamo (inquinamento e corsa sfrenata). Saremmo attrattivi e competitivi, e i mercati entusiasti. Un Rinascimento e un esempio. E avremmo lavoro per decenni.

Dimensione delle imprese (Lavoro). Piccolo non è bello, dice Rossi. Dipende dalle relazioni interne che si riesce ad avere. È questo il punto: la piccola impresa non cresce per non avere problemi con i dipendenti. Il nodo è il conflitto in azienda. Si possono cambiare le cose e lasciare in azienda il conflitto sano, di merito, per innovare, crescere e farsi apprezzare, aprendo al lavoro nuovo, a “trifoglio” dicono in Usa: dipendente e autonomo, a tempo parziale o specialista. E si può portare fuori, sul territorio, il conflitto divergente, di relazione, personale, liberando tutti dai vincoli del ‘900. Ci sono problemi e insoddisfazioni insanabili? Se ne parla nell’Agenzia dei lavori del territorio e si cambia (collaboratore o imprenditore). Dialogare significa dividersi, discutere, lottare. Lo si può fare come un reciproco dono, un aiuto a crescere, senza perdere il rispetto personale e il senso di responsabilità per il ruolo e per l’impresa. Si può cambiare in questo senso. Si tratta di crederci tutti (compresi sindacati e imprese) e investire su Istituzioni per le Politiche attive (orientamento, formazione, accompagnamento e tutela) in una triplice logica: di graduale convergenza tra iniziative pubbliche e private, di fiducia tra impresa e lavoro e di anticipazione dei problemi. Tutto costerebbe la metà. Era l’indicazione dell’Unione europea in materia ed è nelle corde, mi pare, di Ursula von der Leyen.

Asciugare, semplificare le norme. Su questo punto non so dire. Certo, non può essere il “reticolo anticompetitivo” di oggi e nemmeno la guerra alle burocrazie (che sono indispensabili in mercati aperti). Serve, anche qui, una logica positiva, innovativa, relazionale, che può uscire dalla riforma della PA locale (punto 2°).

Francesco Bizzotto – settembre 2019

venerdì 27 settembre 2019

GRETA THUNBERG HA RAGIONE


RISCHIO UOMO / AMBIENTE  



“L’idea è quel movimento della coscienza che sta alla base di ogni agire nella prassi sia individuale che di carattere economico e tecnico. Al contrario di Marx, che affermava non essere la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza, io dico che è l’idea che guida l’agire verso uno scopo. […] L’utopia è ciò che ci permette di uscire dallo stallo.” Emanuele Severino, Corriere della sera 05.04.2004.



È la consapevolezza che determina la vita e gli sviluppi sociali (accende idee, ideali, utopie, impegni); ci fa uscire dallo stallo. Possiamo allora vedere bene il movimento dei giovani volto a fermare il riscaldamento globale. Non c’è un destino, e nemmeno tempo per l’autodifesa. Subito serietà: idee, progetti, applicazioni. Ha ragione Greta Thunberg.

Le idee. Severino (Corriere della sera, 01.12.2004) ci ricorda Aristotele: “Ciò che è in potenza è in potenza gli opposti”. Ogni possibilità che scienza e impresa mettono in campo è anche un rischio; ha un duplice aspetto, come i due lati di un foglio di carta; implica una probabilità sia di successo sia di danni, di conseguenze indesiderate. Questa consapevolezza è decisiva: noi ci scateniamo sulla gestione della possibilità in positivo (sui vantaggi, le opportunità) e dedichiamo scarsa attenzione, poche risorse, alla gestione dei relativi rischi. Abbiamo un impulso a fare e accaparrare, oltre la giusta misura; fame della fame futura. “È questione di buon senso ed equilibrio”, mi diceva Ferruccio Rito, saggio broker di assicurazioni milanese. E aggiungeva: “Si tratta, in tutti i campi, di agire con scienza e coscienza”. Appunto. Essere consapevoli e seri, scientifici. Se il primo obiettivo è la coscienza (“determina la vita”), ascoltiamo Henri Bergson. Ci descrive come belve:

“È il risultato delle azioni che ci interessa. […] Noi siamo interamente tesi al fine da realizzare. […] La mente si dirige di colpo allo scopo, ossia alla visione schematica e semplificata dell’atto nel suo essere immaginato come compiuto. […] L’intelligenza rappresenta dunque alla attività solo degli scopi da raggiungere, ovvero dei punti di stasi. E, di scopo raggiunto in scopo raggiunto, di stasi in stasi, la nostra attività si sposta attraverso una serie di salti, durante i quali la nostra coscienza si distoglie il più possibile dal movimento che si compie per conservare soltanto l’immagine anticipata del movimento compiuto. […] Esaminate da vicino ciò che avete in mente quando parlate di un’azione che sta compiendosi. C’è l’idea di cambiamento, è ovvio, ma rimane nascosta, in penombra, mentre in piena luce c’è la figura immobile dell’atto considerato come se si fosse già compiuto. […] La conoscenza si riferisce a uno stato, anziché a un cambiamento. […] La mente si ritrova sempre ad assumere una prospettiva di stabilità su ciò che è instabile.” Henri Bergson, L'evoluzione creatrice (1941), Cortina ‘02, pagine 244 - 248.

Il movimento a cui non guardiamo con la giusta attenzione è il processo che si compie, il rischio che si corre. Come camminare in montagna guardando e pensando solo alla meta. Finiamo in un dirupo. S’impone un approccio di gestione del rischio d’intrapresa (Enterprise Risk Management – ERM, dice il mercato anglosassone, il più avanzato a livello d’impresa); una gestione degli opposti insiti nella possibilità, la nostra attuale potenza, slegata ormai dal sacro e dal potere e affidata a responsabilità personali, dice Mauro Magatti in Oltre l’infinito – Storia della potenza dal sacro alla tecnica, Feltrinelli, 2018. Una gestione che mira, sia chiaro, a migliorare le performance. L’ERM mira a cogliere la componente positiva del rischio; mira al risultato, al prodotto: sarà buono (immaginate un’azienda vitivinicola) se avremo avuto cura di entrambi i lati del nostro specifico foglio / possibilità. Il buon vino? Solo se il rischio (terra, aria, processi, relazioni) è ben gestito. Come, penso (perché ci stiamo lavorando), il vino calabrese.

Allora, la prima cosa da fare è luce sui processi reali. Chiaro? Semplice? Per nulla. Vi sono attività (in primis decisioni e azioni politiche, pubbliche) che non sono affatto chiare.
Un esempio macro: quel che si sta facendo in Amazzonia. Spesso i rischi sono nascosti da cortine fumogene: demagogiche allusioni a roboanti vantaggi finali; per chi? a quali costi? Niklas Luhmann chiama “pericoli” i rischi insiti in decisioni non trasparenti, spesso predatorie (Sociologia del rischio, Bruno Mondadori, 1996): sono iniziative opache, decisioni non condivise e azione non valutabili. Il primo passo da compiere allora è trasformare i pericoli in rischi, cioè in situazioni valutabili, riducibili a probabilità (sia positiva sia negativa). Abbiamo accumulato troppi pericoli. E troppi soggetti sono abili nel mettere in campo possibilità di cui vengono esaltati i lati in fiore (i vantaggi, le opportunità) mentre sono trascurati i lati in ombra (le conseguenze indesiderate e magari irreversibili). Non sono / non siamo responsabili. Quasi sempre in perfetta buona fede, direbbe Bergson. Qui il liberalismo deve ripensarsi, a partire dal grande Schumpeter: il rischio non è riducibile a frequenza di eventi gestibile, controllabile a livello individuale, separato, d’impresa.
Infatti, si dice: la soluzione è nei Big data. Io penso (con molti Nobel dell’economia, ad esempio Kahneman) che l’uomo sia creativo e imprevedibile nelle scelte. Non si determina da uno status quo ante. I dati gli servono per riflettere; sono storia non scienza, diceva Karl Popper e sanno bene gli assicuratori. Così, agli inizi del ‘900, un padre della cultura europea, Georg Simmel, in Frammento sulla libertà (a cura di Monica Martinelli, Armando Editore, Roma, 2009, p. 66 e 67):
“È […] assolutamente impossibile sapere con sicurezza […] cosa penseremo o faremo nell’istante immediatamente successivo. Poiché ognuno di questi istanti è creativo, esso genera qualcosa che non è semplicemente una combinazione di ciò che già esiste e, pertanto, non è calcolabile in base a ciò, bensì accessibile al sapere solo quando è presente. […] Ogni stadio della nostra condizione spirituale è uno stadio nuovo che non può essere costruito a partire dal precedente, bensì solo atteso.”
Nelle parole di Simmel risuona la concezione della probabilità del matematico applicato Bruno de Finetti: la probabilità di un evento è un personale grado di fiducia, un’attesa, una tensione; non fuoriesce dal passato (dalle frequenze viste, dalla statistica, dai Big data). Secondo me, qui sta bene anche Gesù: “Chi fa la verità viene alla luce”. Meraviglioso.
Dunque, che fare? Possiamo rincorrere le imprese, limitarne la libertà, invadere il Brasile, impazzire e imporre ai Bolsonaro ciò che è bene per loro e per l’umanità? No. Servono principi e accordi di libertà. Di mercato, si dice. Parliamone. Io rifaccio un esempio lampante. Un caso vero, si dice, accaduto. Qualche anno fa una compagnia petrolifera inglese voleva perforare il Polo Nord: c’era (c’è) un’alta probabilità di ottimi risultati, e alti rischi (pericoli). Un passaggio chiave era ottenere una copertura assicurativa di garanzia. Fu negata da un grande assicuratore, che in buona sostanza disse: non è un rischio (misurabile); è un azzardo (quando siamo tracotanti e i rischi / pericoli sono smisurati, esagerati). Non se ne fece nulla. Idea: se rendiamo obbligatoria una copertura assicurativa “all risk” a lungo termine per ogni progetto di un certo impatto, creiamo un interessante indicatore di rischio. Sono certo che poi, gli stakeholder faranno la loro parte.
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“Per i Greci era fondamentale conoscere se stessi e avere il senso del limite. E non oltrepassarlo, pena la rovina. Esprimi la tua virtù in Giusta Misura. E conoscine il limite. L’Occidente? Ha una cultura dell’illimitato.” Umberto Galimberti, intervista a Radio Soul, 09.04.2016
“Io credo […] alla forza inventiva dell’uomo e alla sua scaltrezza vitale, alla sua capacità di vedere, progettare, dominarsi, fare e seguire leggi. Egli inventerà anche degli strumenti contro ciò che proviene da lui medesimo.” Hans Jonas, Sull’orlo dell’abisso, G. Einaudi, 2000, p. 44
 Francesco Bizzotto   settembre 2019

mercoledì 25 settembre 2019

DUE PICCOLE ANNOTAZIONI ASSICURATIVE


SUL FALLIMENTO THOMAS COOK


1)    Se i consumatori che hanno prenotato viaggi otterranno rimborsi, sarà grazie al FONDO DI GARANZIA reso obbligatorio da una legge europea. Se lo ricordino quelli che votarono Brexit!

2)    Ormai il settore turistico è dominato da due fattori: una concorrenza di solo prezzo

( come da noi nella RCA) , e poi il ciclo economico è diventato inverso come per gli assicuratori. Incassano oggi per servizi che renderanno fra qualche mese. Solo che nel turismo, oltre a non esserci alea, non c’è un IVASS.

Per carità, non che io auspichi un controllo statale generalizzato, ma la regolazione del mercato è il principale mestiere del governo di questi tempi.

Gianfranco Pascazio 25 settembre 2019

martedì 24 settembre 2019

UNA VERA EMERGENZA


RISK MANAGEMENT (RM) e PUBBLICA AMMINISTRAZIONE (PA)



Gestire i rischi delle decisioni e delle attività pubbliche, con particolare riferimento al sistema Ambiente, è obbligo (e responsabilità) della PA e dei pubblici amministratori. Qui il RM è emergenza ed è la via che fa Safety (Sicurezza come capacità di correre grandi rischi – Bauman). Ciò che serve 


Il RM è al centro di ricerca e pratica nelle imprese private. La PA è in grave ritardo, ferma per lo più alle classiche polizze in ottica statica, novecentesca, salvo realtà in cui il rischio è alle stelle (ospedali). Qui offre ottimi esempi (RM di Relazioni, Conflitti e Processi). E gli amministratori? Sono molto esposti. Ciò spiega la chiusura e il discredito. Non innovano, non rischiano. E non vedono che saranno i primi responsabili dei danni catastrofali (Cigni neri) che il Cambiamento climatico carica sui territori.
Eppure la PA ha il vantaggio di essere orientata agli stakeholder. Non ha la pressione immediata della competizione quantitativa. Può essere di esempio al settore privato e fare del RM il grimaldello che scombina vecchi schemi, crea reti, anticipa risultati ed eventi, legge domande latenti, coinvolge e soddisfa i cittadini. Può chiamare i soggetti del RM (Tecnici, Consulenti, Assicuratori): dialogare e coltivare relazioni; migliorare l’approccio al RM in modo graduale e comunicarlo all’interno e all’esterno; promuovere eventi e ricerche, aggiustare il tiro e valorizzare presso l’Assicuratore (e tutti gli stakeholder) gli investimenti per la Safety. -"La Pubblica Amministrazione deve essere di esempio al settore privato. Non può essere il contrario”. Procuratore Generale Beniamino Deidda, citato da Anna Guardavilla su Punto sicuro, 23.09.2010-
Focus del RM nella PA: A. Inquadrare i rischi ambientali e impostare il RM (Sismico, Vulcanico, Geomorfologico, Atmosferico, Idrogeologico, di Inquinamento); B. Creare le infrastrutture per lo sviluppo sostenibile (di alta qualità e ad altissimi rischi ben gestiti).
Il Cambiamento climatico (presente a giovani e comunità) modifica i rischi e il RM. La PA può favorire idee e progettualità diffuse, e reperire risorse da investire. A partire dalle criticità di territorio. A Reggio Calabria il Master di RM 2019 ha detto: articolare il Piano anti-sisma.
Esempio. La direttiva europea Solvency II libera gli investimenti dell’Assicuratore (900 miliardi in Italia, 10.000 in Europa) e li orienta (per mettere in sicurezza i bilanci) verso le infrastrutture materiali e sociali che danno forma ai rischi (“investimenti prospettici”). L’ex presidente dell’IVASS Salvatore Rossi (Insurance Trade.it, 2 marzo 2016) ha detto: l’approccio di “Solvency II è rivoluzionario”. E gli Assicuratori? Sono pronti, soldi in mano.
- QUI il testo / guida (30 pp.) di IVASS “Solvency II”
Norme attinenti:
D.lgs. 231/01. Disciplina della responsabilità amministrativa (della persona fisica e giuridica) – "nominalmente amministrativa, di fatto penale" – "in caso di mancata adozione di adeguati modelli organizzativi e gestionali atti a prevenire"... (“RM nelle imprese italiane”, di Giorgino e Travaglini, Ed. Il Sole 24 Ore, ‘08, p. 19). Dispone un obbligo; capovolge l'onere della prova; chiama alla corresponsabilità.
D.lgs. 81/08. Ha un'ottica parziale ("salute e sicurezza nei luoghi di lavoro" - art.1), legge spesso il rischio in termini negativi e mira alla Sicurezza come Security (togliere pericoli e ridurre le occasioni di rischio), poco come Safety. Chiara è però la responsabilità non delegabile del titolare (art. 17): fare il DVR e designare il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione. E chiari sono i capisaldi della specifica Gestione (art. 2): la Valutazione dei rischi, la Prevenzione e Protezione, le procedure di attuazione e miglioramento nel tempo, il coinvolgimento dei lavoratori (da informare, formare, addestrare) e di un medico ad hoc.
Legge 68/15. Tratta dei delitti contro l'ambiente. Introduce il penale con l’obiettivo di invertire il trend del degrado e dell’inquinamento. È un cambio di passo che chiama a pratiche diffuse di RM.
Sentenza della Corte costituzionale 16601/17. Apre ai “Danni punitivi” di tradizione anglosassone. Mira a sradicare l’azzardo, l’agire insolente, tracotante, privo di misura e buon senso (hybris per i greci antichi).




Francesco Bizzotto – settembre 2019. Per Università Mediterranea (Reggio Calabria)

martedì 9 luglio 2019

IL DIBATTITO SULLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA


LIBERALISMO



Franco Debenedetti (86 anni), con un articolo su Il Sole 24 Ore del 5 c.m. sferra un duro attacco ai critici del liberalismo. Sembra scritto da un trentenne. Impossibile non dargli ragione. A Putin («Il liberalismo è obsoleto») risponde: “È vero il contrario: le democrazie liberali basate sull’economia di mercato sono la forma organizzativa della maggior parte degli Stati non esportatori di petrolio con gli standard di vita più elevati; c’è un nesso essenziale tra la libertà e la vivacità del sistema economico da cui deriva la loro prosperità”. E ai sovranisti (autoritari) nostrani e a certa sinistra (che ancora pensa al percorso storico dalla democrazia al socialismo al comunismo, invece del contrario, come ha suggerito il filosofo Franco Volpi) dice: “Se a dichiarare obsoleto il liberalismo è chi non lo pratica, fa solo propaganda politica. Se a dirlo è chi nel liberalismo vive e del liberalismo gode i frutti, fa correre il rischio che obsoleto possa diventarlo”.

Eppure, caro Debenedetti, un certo stallo (o crisi) del liberalismo è lampante nel rapporto con l’ambiente (ha una cultura del rischio del tutto inadeguata; una “cultura dell’illimitato”, dice Umberto Galimberti) e nelle relazioni interne alle imprese (la governance e la soddisfazione di chi vi ha parte e contribuisce). Qui ha un grave ritardo e le belle storie come la sua hanno qualche responsabilità. Chi non lo critica e rinnova, favorisce il suo declino d’influenza. Trump non è un incidente di percorso. Io mi schiero con lei, difendo il liberalismo e la democrazia e le voglio cambiare, riformare, adeguare. È nella loro bellezza aderire ai tempi, ai contesti, agli orizzonti. Lavoriamoci!

L’altro giorno, Il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire, in una cena nel giardino dell’Hotel de Caumont (appena restaurato, è anche un magnifico Centro d’arte) a Aix-en-Provence, ha detto un po’ in confidenza a un vertice di organizzazioni confindustriali e sindacali europee: “Il capitalismo, nella versione attuale, è morto. Non ha alcun futuro. (…) Un capitalismo che si preoccupa solo dei profitti a breve termine ha il destino segnato. È condannato a morire perché il Pianeta non riesce a sostenerlo, e perché è rifiutato”. Il tema della serata? “Crescita economica sostenibile e inclusiva; una governance per il XXI secolo” (Stefano Montefiori sul Corriere della sera del 6 c.m.).

Oggi è probabile al 70% che Bruno Le Maire ci prenda. E l’empasse del liberalismo ha responsabilità anche nella deriva della Politica verso leaderismi irragionevoli e autoritari. Lo dimostrano da noi due esempi (investimenti e PA locale monstre che pare intoccabile):

1° I liberali (e le maggiori imprese) vedono benissimo che il Paese ha bisogno di grandi investimenti infrastrutturali (materiali e non) per aprirsi al futuro, rendere sostenibili i rischi ambientali, sociali e della mobilità (trasporti urbani e periferici estesi). La timidezza con cui propongono la soluzione chiave (l’intensa collaborazione tra pubblico e privato) è pari solo all’incredibile ritrosia delle PA locale. Eppure, tutto è legato a questi investimenti (lavoro, cultura della rete, competitività internazionale). Il privato non sa più dove mettere i soldi e il pubblico ne lamenta la carenza e guarda da un’altra parte. Genera molto più che sfiducia!

2° Le medie e grandi aziende in questi 30anni, periodicamente, hanno innovato e si sono riorganizzate, grazie alla tecnologia, riducendo personale e costi, moltiplicando volumi e profitti. La PA locale no. Tutto è immobile, a partire dal ruolo, incartapecorito. La capitale morale ha 134 Municipi (uno ogni tre chilometri) che ripetono le stesse cose e non fanno quelle richieste (essere hub che attiva relazioni e risolve problemi per aziende, famiglie, professionisti, single in difficoltà). Perché non si fa la Città Metropolitana? I liberali non hanno niente da dire? Eppure, i “rami bassi della PA” (Cassese) possono molto per recuperare fiducia, risparmiare e aiutare chi è nel bisogno e chi ama rischiare.

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“Il baricentro razionale della società venne dunque spostato nell’agire individuale e nella cooperazione concordata (…). Ma non potrebbe darsi che questo presupposto, che viene indicato con le qualifiche «liberale, liberalismo», non sia per niente corretto? Non potrebbe darsi che non accada mai che qualcuno possa promuovere il proprio utile senza danneggiare un altro?” Molta scienza si concepisce “come un agire orientato allo scopo, sebbene essa veda la propria problematica sempre più nelle conseguenze collaterali non volute e impreviste” (Niklas Luhmann, Sociologia del rischio, Bruno Mondadori, 1996, p. 79 e 80).


Francesco Bizzotto

mercoledì 26 giugno 2019

ANTICIPARE IL FUTURO E FARE VERITA’


ANZIANI E CASE DI RIPOSO (RSA)

Dare senso alla giornata dell’anziano (vita attiva, relazionale) sia il primo impegno delle Rsa. Vivrà meglio e più a lungo. È una risorsa libera e liberante, necessaria in questo folle mondo

 Chi viaggia attorno ai 70anni ha una probabilità del 40% di finire male e in condizioni di non autosufficienza. Il rischio si può gestire e subito dimezzare. In Germania dal 1994 c’è l’obbligo di assicurarlo e la relativa polizza ha diversi caratteri e alternative. L’innovazione più bella mira a fornire strutture, percorsi e servizi utili a prevenire la dipendenza, favorire l’autonomia e recuperarla se capita di perderla. Il successo nel prevenire e recuperare è al 50%. Nel Nord Europa l’abitare ricco di servizi per l’autonomia, le relazioni e la cura è diffuso. È l’housing sociale: pubblico e privato insieme “creano comunità resilienti e inclusive”, diceva un suo gran sostenitore, Giuseppe Guzzetti, che ringrazio. E la domanda dell’anziano è simile a quella dei giovani (case “taxi” – Censis –, smart e ben servite).

Intanto, una cosa è lampante: “Possiamo vivere bene e molto più a lungo (e morire bene) se si riformano le strutture che oggi accolgono l’anziano”, ci dice un’osservatrice interna al sistema. “Oggi gli rovinano e accorciano la vita”. Addirittura? “Sì. Nella maggior parte delle Rsa, i più hanno problemi mentali. Chi c’è con la testa preferisce rimanere a casa con la badante. I suoi problemi? Isolamento, badanti non preparate, medici distratti e figli stressati. Se entra in Rsa si accorge subito di essere finito in galera”. Così, senza colpa nè processo? “Ti danno da mangiare e ti curano (igiene e salute) e basta”. In galera ci sono diritti e tratti di umanità: c’è l’ora d’aria, la biblioteca, la palestra, i laboratori. “Nelle Rsa ci sono poche iniziative di animazione e a chi c’è con la testa – se ha un po’ di carattere e figli lontani – succede di essere messo tranquillo (un po’ sedato), per poterlo gestire e perché non si faccia male. Un meraviglioso vecchietto dopo qualche mese è inebetito. E cosciente”. Perché dici vecchietto? “Perché sta salendo la quota dei maschi”.

Allora, ha ragione Marco Trabucchi – della Associazione Italiana Psicogeriatri – che sul Corriere della sera del 6 giugno auspica una cura degli anziani fino a “un’organizzazione della giornata alla ricerca di senso, un contatto positivo con i famigliari, il rispetto assoluto della libertà”. Trabucchi parla d’innovazione e risultati. “Non li vedo”. Cosa serve? “I familiari vanno coinvolti in modo serio e formale, non manipolati”. E la libertà dell’anziano? Come renderla un assoluto, anche rispetto alle personali indicazioni di cura? Quando è accanimento? È il nodo più grande: rispettare la dignità; non accanirsi oltre l’umanità. Come? “Dare senso alla giornata dell’anziano (con una vita attiva e relazionale) dev’essere il primo impegno, se no è un inferno inaccettabile. E quando è in deficit cognitivo o in stato di demenza, siamo all’anno zero”. Se viene meno l’uso della ragione e/o della parola, i sentimenti restano vivissimi. “Sì. Ricordo una signora in stato confusionale diventare rossa dall’emozione quando il marito veniva a trovarla e le teneva la mano. E molti dementi sorridono e si divertono se scherziamo, facciamo battute o raccontiamo sciocchezze tipo: ho qui fuori un elicottero; ci facciamo un giro?”

La demenza, lo stato confusionale, l’incapacità di parlare con senso logico (causalità e non contraddizione) non riducono il dovere di rispettare la persona. Servono innovazioni e investimenti ad hoc? “Sì. Penso basti una risorsa competente e gioiosa, capace di attorniarsi di qualche volontario e sostenere il duro lavoro del personale”. E perché non si fa? “Non è previsto, ma si pagherebbe. Vale molto, fa risparmiare e rende competitivi”.

Fabio Roversi Monaco, ex rettore dell’Università di Bologna, dice che vanno aggiornate le età della vita e cambiato il modo di pensare. Siamo inclini a rottamare gli anziani, invece si può trasformare una questione assistenziale e sanitaria in una risorsa, una ricchezza, un bene relazionale che aiuta a crescere. L’anziano in salute è libero e liberante; in lui vince il desiderio di immaginare, anticipare il futuro e fare verità, senza stress e vincoli particolari. Una condizione creativa meravigliosa, utile, necessaria in questo folle mondo.

Francesco Bizzotto

lunedì 10 giugno 2019

POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO


GIOVANI E FUTURO

E’ decisiva la collaborazione Pubblico - Privato.

Facciamo un patto serio, alla Elinor Ostrom (nel 2009 prima donna Nobel per l’Economia)

Ferruccio de Bortoli con l’editoriale del 2 giugno del Corriere della sera ci ricorda la “costante sottovalutazione culturale dell’investimento nei giovani”: in 120mila sono andati a lavorare all’estero nel 2018. Se posso, penso sia il risultato di errori politici e del familismo amorale dei ceti altolocati; di una lotta con mezzi sporchi, come si usa adesso. Se fosse questione di risorse, ce ne sarebbe d’avanzo (in Europa, nei Fondi assicurativi per gli “investimenti infrastrutturali” materiali e sociali previsti da Solvency II); potremmo essere ottimisti. No. Quella dei giovani è una guerra persa, al momento; una questione di giustizia e di chance (possibilità, occasioni, chiamate, rischi). Ai giovani dei ceti non abbienti è consentito rischiare da qui a qui. Molti, è vero, studiano – le famiglie ce la fanno. E poi? La più larga parte deve scegliere: umiliarsi qui, peregrinare nel precariato o andarsene. Chi se ne va magari poi è felice (nel nord Europa e in Australia si sta bene). Ma il problema (e la nostalgia) rimane. E, all’Italia cosa resta? I figli di papà. Gente che s’impegna, per bene, ma il tasso d’incertezza e frustrazione s’impenna. Pochi gli Alberto Angela.

Cosa si dovrebbe fare? Le Politiche attive del lavoro, che l’Europa ci raccomanda da oltre un decennio, mentre noi facciamo incentivi e fischiettiamo: lasciamo il pallino (con molta ammuina) alle Regioni. Intanto Germania, Inghilterra e Francia fanno da 10 a 20 volte di più (strutture, competenze, semplicità). È la mia predica; l’ho fatta 100 volte. Ora, desidero provocare, stanare, partire da un aspetto che fa scandalo a sinistra: la convergenza istituzionale, la collaborazione tra Pubblico, Privato d’impresa e Privato sociale per creare forti strutture dedicate (Agenzie dei lavori) che orientino, formino e accompagnino i lavoratori a vocazione dipendente e autonoma.

Un esempio? Quel che sta facendo giusto il Corriere di Urbano Cairo con il mensile TrovoLavoro. Complimenti! Questo spirito e queste competenze, resi parte di una iniziativa istituzionale per dare ai giovani e al lavoro chance di crescita, autonomia e dialogo con l’impresa, farebbero grandi cose. Lo stesso si può dire delle molte iniziative per il lavoro e la dignità della Chiesa Cattolica (a Milano, a Bologna). Vedo giusto per la mia Agenzia ideale un altro soggetto, sia pubblico sia privato: le Camere di Commercio (le imprese), impegnate dalla legge di riforma del 2015 a contribuire alle Politiche attive del lavoro e fin qui passive, con belle eccezioni (Brescia). Non si possono offrire chance ai giovani senza avere un rapporto con le imprese (diceva Giorgio Oldrini, sindaco di Sesto). E i Sindacati, possono rimanere fuori dalla partita, nel tempo in cui proteggere il lavoro significa anche promuoverlo, come dice Massimo Bonini della Cgil di Milano e come fa Marco Bentivogli della Fim Cisl? Se poi l’Istituzione del caso avesse al suo fianco un operatore di mercato interessato alla cultura del rischio e alla libertà (l’Assicuratore), saremmo quasi a cavallo. Potrebbe “assicurare il lavoro” (come si pensa in Europa) e tutelare nelle difficoltà. Interessato a non avere disoccupati (sinistri), si darà molto da fare: punterà a prevenire la disoccupazione, ad anticipare i problemi.

Eccoli cinque protagonisti privato / sociali credibili e utili alla Agenzia “pubblica e privata” che, con Elinor Ostrom (1933 - 2012), vedo gestire il bene collettivo Lavoro: con trasparenza, gradualità, strategie e obiettivi condivisi. Vogliamo esagerare? Chiamiamo anche un sesto soggetto sociale, esperto di formazione di base e di accompagnamento dei giovani. Ora è un po’ defilato e incerto, ma ha un grande potenziale: i Salesiani di don Bosco. Nell’800 don Bosco raccoglieva i giovani marginali e li formava, attivava e sfidava;

ne promuoveva il potenziale, direbbe Salvatore Natoli, ne favoriva l’integrazione. Erano i più umili (gli immigrati di oggi e non solo).

Non finirà il flusso di giovani emigranti. Migrerà, spero, chi lo vorrà, avrà questa passione e interesse. Sarà una cosa giusta e attireremo giovani talenti dall’estero.

E Milano? Ha la più bella Agenzia del lavoro (AFOL), ricca di una grande storia d’impegno sociale. Costata 2 miliardi in 10 anni, è a misura di metropoli. È un po’ in stand-by per incertezze e debolezze politiche. Ha strutture, competenze e scuole professionali d’eccellenza. Invito Sala, Cgil-Cisl-Uil e Assolombarda a darci un occhio, insieme.
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"Il vero problema di oggi non è premiare i meritevoli, ma portare il maggior numero di persone in condizione di realizzare il massimo delle loro potenzialità." Salvatore Natoli, filosofo - 1942. Il Sole 24 Ore, 18.02.10


Francesco Bizzotto

lunedì 3 giugno 2019

FARE POLITICA: UN FOGLIO A DUE FACCE


PD, I 5 STELLE E CALENDA

Stabilità e decisioni, schieramenti e contenuti / logiche



I protagonisti della Politica sono sia dentro sia fuori i Partiti. Mi riferisco in primo luogo ai grandi media che pesano e hanno il merito di tener vivo il dibattito plurale; di scavare nelle decisioni e intenzioni dei protagonisti istituzionali, resi fragili (loro e i Partiti) da decenni di ritardi e asserragliamenti.

Paolo Mieli é un bell'esempio. Con l'editoriale del Corriere della sera del 30 scorso, parla del Pd, dei 5 Stelle e in generale; si chiede quali alleanze siano opportune e a quali condizioni, per dare stabilità ai Governi e consentirne una ordinata alternanza. È vero: servono Governi stabili e Partiti o coalizioni che si alternino. La stabilità consente di guardare lontano e prendere decisioni; di scontentare e convincere; di rischiare.

Ma la Politica è un foglio a due facce (contenuti e alleanze) e per lei c’è un messaggio: chi e come si decide nel merito, sul da farsi? La delega a governare non è per fare giochi di schieramento. È vero: si governa molto di timone e le ideologie e gli interessi pesano meno. Il cambiamento atteso? Valutare le scelte di chi governa.

Nel caso dell’alleanza Pd - 5 Stelle, la sottile riflessione di Mieli ha il limite di non vedere che rischia di far arretrare il Pd su logiche di rappresentanza antagonistiche, redistributive e irresponsabili. Suonano così: noi marginali rivendichiamo diritti e protezione; produrre, creare valore, decidere il futuro non compete ai subordinati. Non è più così.

E ora chiediamoci: un politico di successo (parole d’ordine, televisione, simpatia e voti), se non dirige una struttura che fa un lavoro di merito, sulle logiche e i programmi, con reti di competenti esperti, appassionati, che esplorano prospettive credibili e lungimiranti, cosa fa? Finisce per galleggiare sulle sue idee fortunate e spendersi nella gestione dei rapporti, in un competere raso terra, ricco di colpi bassi, con le forze politiche e sociali: contratta scelte di superficie e posti di decisione, di influenza; e annusa l’aria, tiene d’occhio i sondaggi. Che altro può fare? Da qui l’onda del pressapochismo amorale e delle fake news. Solo il merito delle cose inchioda a fare bene.

Caro Mieli, la Politica è incerta e instabile perché sta quasi solo su una gamba, solo sulle alleanze. Se stesse anche sulle competenze, su chiari, sostenibili e convincenti progetti di crescita responsabile (non pazzi furiosi, “senza regole né limiti” dice Keith Block, ad di Salesforce), sarebbe autonoma, credibile, apprezzata e autorevole. Non crede che il vero problema della Politica stia alla base, nell’organizzazione dei Partiti? La loro vita interna avviene con il “metodo democratico” prescritto dall’art. 49 della Costituzione?

Qui casca a fagiolo la bella intervista di Giannattasio a Pisapia sul Corriere di oggi. Pisapia è esterno al Pd e va in Europa con un gran consenso. Invita Calenda a non fare il partitino di Centro e pensa a un Pd plurale e unitario, in coalizione, a patti chiari, con + Europa, Verdi e Civici, “su un progetto, un programma e un accordo politico”. Chiaro? Ci si allea se si sta al merito delle cose, si accettano idee diverse e si consente loro di contaminarsi fino alla fusione, che crea idee nuove condivise, figlie delle vecchie. Infatti, Pisapia si propone di “lavorare per un progetto condiviso per il nostro Paese”. E va in Europa. Se non si fa così, siamo ai contratti e alle spartizioni. Non funziona.

E Pisapia dice anche come realizzare questo cambio di passo verso l’esercizio del potere nel merito delle cose, per il Paese. Con le Primarie, che sono in crisi perché ridotte a conte di voti con vago riferimento ai contenuti, ai progetti e alla cultura di Governo.



Pisapia rappresenta una certa Sinistra europea radicale, giovanile, femminile e ottimista, forte a Milano, che ha molto da dire (e da correggersi). Vi appartengo e non vedo l’ora di discutere, ad esempio, dell’autonomia sociale (diritti e doveri) di vasti ceti attivi, intraprendenti e innovativi; dell’amato conflitto di merito e del concorrere di idee e progetti (che manda in archivio l’antagonismo); della caduta del potere leaderistico piramidale a favore del potere paritario, diffuso, ricco di differenze, delle Reti produttive e sociali (che superano il vecchio egualitarismo); di andare oltre la divisione tra Pubblico e Privato, per una collaborazione ricca di possibilità e di rischi. Oltre i cari confini di Destra e Sinistra.

Questi argomenti e prospettive (di contenuti plurali e di apertura e innovazione creative) hanno motivato la nascita a Sinistra del Pd e le adesioni di Calenda, mia e di tanti. Aspetto di vedere – direbbe Gaber – cosa fa la Destra. Argomenti di identità? Lasciamo perdere.

Francesco Bizzotto 

sabato 11 maggio 2019

USCIRE DAI SOLITI SCHEMI


CORRUZIONE E POLITICA

I Davigo dicano come fare Giustizia e stringere i tempi.

Il corrotto è favorito dall’isolamento. Lo vede solo Dio, e lui se ne frega. Come selezionare chi ci dirige? La soluzione piramidale collassa. Fare Rete, lavorare in gruppo. Anche per competere



Dopo lo scandalo in Lombardia ho sentito un milanese dire: Basta guardarli in faccia certi politici. E se succede qui, figurarsi dalle altre parti. L’appello a Lombroso e la supponenza non portano lontano. Più utile la riflessione di un giornalista: Servono una Giustizia veloce e una diversa selezione di chi dirige il Paese. Nonostante la corruzione, noi qui abbiamo la testa per andare oltre, purché se ne parli senza spocchia. Serve un vasto confronto che sfoci in un evento aperto, organizzato da chi deve (Fontana, Sala, i Sindaci lombardi). Ripeto: serve a poco il lamento d’occasione; serve un dialogo (è anche una lotta) di sistema, aperto al mondo, coinvolgente e mirato. Come Stoccarda per il progetto da 11 miliardi di trasporto urbano con Stazione ferroviaria passante. Una meraviglia.

Concordo sulle due priorità: riformare la Giustizia (autentico fittone della società che si va indebolendo) e cambiare la selezione di chi ci dirige (la picchiata della qualità parla). Sulla Giustizia chiedo a lei, ai Davigo, di fare proposte innovative, confrontarsi, convincere. Sono loro i competenti e i gestori. Riforme dall’esterno, non funzioneranno mai. Non ci dicano però che gli servono altre strutture, altri soldi, altro potere. Devono piuttosto innovare, servire, uscire dagli schemi; combinare il rigore e l’impressione di serietà con la semplicità e la velocità. Il potere, caro Davigo, segue: è relazionale; è questione di fiducia.

Ad esempio: abbiamo tutti bisogno di un occhio esterno. Alcune aziende lo hanno immaginato: un testimone sociale, credibile e autorevole; un team o un grande stimato e riconosciuto, come l’archistar Renzo Piano. Per un certo periodo viene chiamato a essere, appunto, arbitro, facilitatore e garante. Su cosa? Per esempio se mandare in appello e cassazione alcune sentenze di prima istanza; se procedere in alcuni casi (la corruzione in atto pubblico) per via immediata e risolutiva. Proposte innovative, serie, semplici e popolari. Far convivere, appunto, rigore, competenza e buon senso.

E sulla selezione di chi decide anche per noi (PA, Governo, Istituzioni, Politica)? La cosa è altrettanto delicata. Anzi, di più. In prospettiva decide anche sulla Giustizia. Al vertice ci sono i Partiti, è chiaro? Sono loro che selezionano. Come siamo messi, lì? Malino. Il “metodo democratico” della loro vita interna lascia a desiderare. Se per caso uno viene scalato (il Pd) succede il finimondo. Una guerra. E poi: come si amministra e governa? Per il 60% è questione di alleanze e per il 30% di emergenze. Ai contenuti e alla prospettiva resta un misero e vago 10%. Dovrebbe essere il 70, l’80%. Come fare? Servono tre passi:

1. Riformare i Partiti, la loro vita interna. Trasparenza, scalabilità, democrazia. Per esempio: il dibattito interno va orientato al merito delle cose; i competenti devono avere voce e responsabilità; non possono avervi troppo spazio gli organizzatori e i tatticismi (affermazioni sognanti o contingenti), e buona notte ai suonatori. A tal fine, basta…

2. Inchiodare alla responsabilità, anche personale, i vertici di Partiti e Istituzioni. Si decide male e s’incarta il Paese? Ne rispondono (D.lgs. 231/01 responsabilità amministrativa). Non può essere che, sulla cosa pubblica, le conseguenze non contino. Basta vincere.

3. Mixare nelle pubbliche Istituzioni la soggettività liberale e il lavoro di gruppo; decisioni singole e di gruppo. Passare dalla logica della Piramide (del Comando) a quella della Rete (competenze, confronti, autonomie). Esalta le soggettività e raddoppia la produttività.



Il 3° punto può essere scatenante. La corruzione è largamente favorita dalla frammentazione dei sistemi e dall’isolamento di chi decide. Lo vede solo Dio, e lui se ne frega. Dal punto di vista pratico è un congelante. Fa perdere efficacia ed efficienza. Per esempio: mentre la grande impresa ogni due o tre anni si riorganizza, semplifica i processi e riduce i costi (espelle il 10% del personale), la PA da sempre serra le file e mantiene strutture e occupazione. Milano ha 134 Comuni (uno ogni tre chilometri in linea d’aria). Fanno tutti le stesse cose, mentre c’è domanda di efficienza e nuovi ruoli. È giusto?

I Comuni devono consorziare servizi e lavorare in gruppo per aree omogenee; dare ai problemi soluzioni nuove e fare ben altro. A partire dai Sindaci. Se i Comuni del Nord Milano fanno squadra e decidono insieme, acquistano peso politico e si fa la Città Metropolitana; Milano conta nel mondo e attira investimenti: può fare come Stoccarda e i mercati si fidano. Chiaro? Giustizia, corruzione, economia e Politica sono intrecciate.

Francesco Bizzotto

venerdì 3 maggio 2019

IL PROBLEMA DI ZINGARETTI


PD. UN ELETTORATO IN SONNO



1° maggio 2019

Zingaretti (virgolettato del Corriere della sera del 29 aprile scorso) parla di "Lavoro giusto" e dice: "Dobbiamo aumentare i salari medio-bassi"; fare un "taglio netto del Cuneo fiscale sul tempo indeterminato"; "aumentare le indennità per i tirocini"; "fare una legge sull'equo compenso". Mi pare molto debole.

Il problema dei lavoratori è questo: come giungere a un ruolo avanzato (responsabile, propositivo) e dunque utile, apprezzato e riconosciuto? Molte le vie (l’Europa dice: fare Politiche attive) e certo l’interesse della maggioranza delle imprese, di qualunque tipo sia il lavoro. Dovrebbe essere il 1° obiettivo politico, per rendere più forte il sistema Paese. E poi, non esiste che un segmento sociale abbia riconoscimenti di status ed economici a prescindere, senza un suo contributo forte e avanzato. Vale anche per i pensionati. C'è, è vero, una questione di dignità, di civiltà e di equilibrio sociale. Ma, fare Politica significa impostare le questioni in via normale, bella e giusta. E l'emancipazione del lavoro? Si fa con il solo stipendio (beati in pantofole) o anche e innanzitutto con il ruolo, magari da inventare (creativo, artistico, volontario)? Come non vedere il (relativo) declino dei soldi?

Le imprese furbo-conservatrici (il 20 / 30% che pensa di potersi permettere di competere sui costi, senza innovare) mirano a tenere il lavoro fuori dal fare impresa. A tenerlo "manodopera" con funzioni meccaniche separate, escluse o antagoniste (che è la stessa cosa). Non funziona. La semplice cura del processo (pensiamo alla velocità e complessità di relazioni del 5G) richiede concentrazione, motivazione e capacità di gestire alti livelli di rischio. Per inciso: metà del temuto Cyber risk è formato da comportamenti sciatti o colpevoli (persone “presentiste”, non valorizzate e non soddisfatte).

Ora, gli stipendi sono bassi perché il ruolo del lavoro non è promosso e quindi non é riconosciuto. Marco Bentivogli lo ha capito ma è poco conseguente: rimane sul terreno contrattuale, rivendicativo, limitato (non vola), mentre il 70 / 80% delle imprese sente il lavoro come un grande Rischio (dopo quello tecnologico) del fare impresa: per un valutare e immaginare di gruppo, un anticipare gli eventi e un processare i Rischi in tranquilla sicurezza (safety, la chiama Zygmunt Bauman). Un altro mondo. Una terra promessa.

Ma, il problema del Pd non è Zingaretti. C’è, è vero, un ritardo storico della Sinistra, che è centralista e paternalista, poco liberante. Il problema è il Pd, la sua pancia liberal; solitaria e buonista, seduta ed egoista. Che va a rimorchio e sbrana i suoi leader, e non serve al Paese. Un elettorato in sonno. Eppure, nessun Partito (ma, si possono chiamare Partiti, a termini di Costituzione?) ha come il Pd un patrimonio di competenze spendibili, spesso appassionate. Un patrimonio pure disponibile che si fa, crede, gli affari suoi. Allora, il Pd non c’entra? Zingaretti è innocente?

L'errore di Zingaretti è che non schioda i silenziosi potentati locali (a partire dalla bella Milano, se no è troppo dura). Non li chiama a organizzare il fare Politica di iscritti e simpatizzanti per quel che sanno, per mettere a fuoco temi e settori, avviare un ascolto diffuso e la produzione di idee e materiale non certo per lobby ma per decisioni di governo.

Il problema di Zingaretti e del Pd è organizzativo: accanto ai circoli territoriali frequentati da terze e quarte età in declino, deve far decollare forti circoli di proposta e progetto. E coltivare, promuovere politici dell'ascolto, della sintesi avanzata e del coraggio (di intuire, decidere, motivare, rischiare il consenso). Ora, Zingaretti lo dica, mostri questo orizzonte. Francesco Bizzotto,