mercoledì 26 giugno 2019

ANTICIPARE IL FUTURO E FARE VERITA’


ANZIANI E CASE DI RIPOSO (RSA)

Dare senso alla giornata dell’anziano (vita attiva, relazionale) sia il primo impegno delle Rsa. Vivrà meglio e più a lungo. È una risorsa libera e liberante, necessaria in questo folle mondo

 Chi viaggia attorno ai 70anni ha una probabilità del 40% di finire male e in condizioni di non autosufficienza. Il rischio si può gestire e subito dimezzare. In Germania dal 1994 c’è l’obbligo di assicurarlo e la relativa polizza ha diversi caratteri e alternative. L’innovazione più bella mira a fornire strutture, percorsi e servizi utili a prevenire la dipendenza, favorire l’autonomia e recuperarla se capita di perderla. Il successo nel prevenire e recuperare è al 50%. Nel Nord Europa l’abitare ricco di servizi per l’autonomia, le relazioni e la cura è diffuso. È l’housing sociale: pubblico e privato insieme “creano comunità resilienti e inclusive”, diceva un suo gran sostenitore, Giuseppe Guzzetti, che ringrazio. E la domanda dell’anziano è simile a quella dei giovani (case “taxi” – Censis –, smart e ben servite).

Intanto, una cosa è lampante: “Possiamo vivere bene e molto più a lungo (e morire bene) se si riformano le strutture che oggi accolgono l’anziano”, ci dice un’osservatrice interna al sistema. “Oggi gli rovinano e accorciano la vita”. Addirittura? “Sì. Nella maggior parte delle Rsa, i più hanno problemi mentali. Chi c’è con la testa preferisce rimanere a casa con la badante. I suoi problemi? Isolamento, badanti non preparate, medici distratti e figli stressati. Se entra in Rsa si accorge subito di essere finito in galera”. Così, senza colpa nè processo? “Ti danno da mangiare e ti curano (igiene e salute) e basta”. In galera ci sono diritti e tratti di umanità: c’è l’ora d’aria, la biblioteca, la palestra, i laboratori. “Nelle Rsa ci sono poche iniziative di animazione e a chi c’è con la testa – se ha un po’ di carattere e figli lontani – succede di essere messo tranquillo (un po’ sedato), per poterlo gestire e perché non si faccia male. Un meraviglioso vecchietto dopo qualche mese è inebetito. E cosciente”. Perché dici vecchietto? “Perché sta salendo la quota dei maschi”.

Allora, ha ragione Marco Trabucchi – della Associazione Italiana Psicogeriatri – che sul Corriere della sera del 6 giugno auspica una cura degli anziani fino a “un’organizzazione della giornata alla ricerca di senso, un contatto positivo con i famigliari, il rispetto assoluto della libertà”. Trabucchi parla d’innovazione e risultati. “Non li vedo”. Cosa serve? “I familiari vanno coinvolti in modo serio e formale, non manipolati”. E la libertà dell’anziano? Come renderla un assoluto, anche rispetto alle personali indicazioni di cura? Quando è accanimento? È il nodo più grande: rispettare la dignità; non accanirsi oltre l’umanità. Come? “Dare senso alla giornata dell’anziano (con una vita attiva e relazionale) dev’essere il primo impegno, se no è un inferno inaccettabile. E quando è in deficit cognitivo o in stato di demenza, siamo all’anno zero”. Se viene meno l’uso della ragione e/o della parola, i sentimenti restano vivissimi. “Sì. Ricordo una signora in stato confusionale diventare rossa dall’emozione quando il marito veniva a trovarla e le teneva la mano. E molti dementi sorridono e si divertono se scherziamo, facciamo battute o raccontiamo sciocchezze tipo: ho qui fuori un elicottero; ci facciamo un giro?”

La demenza, lo stato confusionale, l’incapacità di parlare con senso logico (causalità e non contraddizione) non riducono il dovere di rispettare la persona. Servono innovazioni e investimenti ad hoc? “Sì. Penso basti una risorsa competente e gioiosa, capace di attorniarsi di qualche volontario e sostenere il duro lavoro del personale”. E perché non si fa? “Non è previsto, ma si pagherebbe. Vale molto, fa risparmiare e rende competitivi”.

Fabio Roversi Monaco, ex rettore dell’Università di Bologna, dice che vanno aggiornate le età della vita e cambiato il modo di pensare. Siamo inclini a rottamare gli anziani, invece si può trasformare una questione assistenziale e sanitaria in una risorsa, una ricchezza, un bene relazionale che aiuta a crescere. L’anziano in salute è libero e liberante; in lui vince il desiderio di immaginare, anticipare il futuro e fare verità, senza stress e vincoli particolari. Una condizione creativa meravigliosa, utile, necessaria in questo folle mondo.

Francesco Bizzotto

lunedì 10 giugno 2019

POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO


GIOVANI E FUTURO

E’ decisiva la collaborazione Pubblico - Privato.

Facciamo un patto serio, alla Elinor Ostrom (nel 2009 prima donna Nobel per l’Economia)

Ferruccio de Bortoli con l’editoriale del 2 giugno del Corriere della sera ci ricorda la “costante sottovalutazione culturale dell’investimento nei giovani”: in 120mila sono andati a lavorare all’estero nel 2018. Se posso, penso sia il risultato di errori politici e del familismo amorale dei ceti altolocati; di una lotta con mezzi sporchi, come si usa adesso. Se fosse questione di risorse, ce ne sarebbe d’avanzo (in Europa, nei Fondi assicurativi per gli “investimenti infrastrutturali” materiali e sociali previsti da Solvency II); potremmo essere ottimisti. No. Quella dei giovani è una guerra persa, al momento; una questione di giustizia e di chance (possibilità, occasioni, chiamate, rischi). Ai giovani dei ceti non abbienti è consentito rischiare da qui a qui. Molti, è vero, studiano – le famiglie ce la fanno. E poi? La più larga parte deve scegliere: umiliarsi qui, peregrinare nel precariato o andarsene. Chi se ne va magari poi è felice (nel nord Europa e in Australia si sta bene). Ma il problema (e la nostalgia) rimane. E, all’Italia cosa resta? I figli di papà. Gente che s’impegna, per bene, ma il tasso d’incertezza e frustrazione s’impenna. Pochi gli Alberto Angela.

Cosa si dovrebbe fare? Le Politiche attive del lavoro, che l’Europa ci raccomanda da oltre un decennio, mentre noi facciamo incentivi e fischiettiamo: lasciamo il pallino (con molta ammuina) alle Regioni. Intanto Germania, Inghilterra e Francia fanno da 10 a 20 volte di più (strutture, competenze, semplicità). È la mia predica; l’ho fatta 100 volte. Ora, desidero provocare, stanare, partire da un aspetto che fa scandalo a sinistra: la convergenza istituzionale, la collaborazione tra Pubblico, Privato d’impresa e Privato sociale per creare forti strutture dedicate (Agenzie dei lavori) che orientino, formino e accompagnino i lavoratori a vocazione dipendente e autonoma.

Un esempio? Quel che sta facendo giusto il Corriere di Urbano Cairo con il mensile TrovoLavoro. Complimenti! Questo spirito e queste competenze, resi parte di una iniziativa istituzionale per dare ai giovani e al lavoro chance di crescita, autonomia e dialogo con l’impresa, farebbero grandi cose. Lo stesso si può dire delle molte iniziative per il lavoro e la dignità della Chiesa Cattolica (a Milano, a Bologna). Vedo giusto per la mia Agenzia ideale un altro soggetto, sia pubblico sia privato: le Camere di Commercio (le imprese), impegnate dalla legge di riforma del 2015 a contribuire alle Politiche attive del lavoro e fin qui passive, con belle eccezioni (Brescia). Non si possono offrire chance ai giovani senza avere un rapporto con le imprese (diceva Giorgio Oldrini, sindaco di Sesto). E i Sindacati, possono rimanere fuori dalla partita, nel tempo in cui proteggere il lavoro significa anche promuoverlo, come dice Massimo Bonini della Cgil di Milano e come fa Marco Bentivogli della Fim Cisl? Se poi l’Istituzione del caso avesse al suo fianco un operatore di mercato interessato alla cultura del rischio e alla libertà (l’Assicuratore), saremmo quasi a cavallo. Potrebbe “assicurare il lavoro” (come si pensa in Europa) e tutelare nelle difficoltà. Interessato a non avere disoccupati (sinistri), si darà molto da fare: punterà a prevenire la disoccupazione, ad anticipare i problemi.

Eccoli cinque protagonisti privato / sociali credibili e utili alla Agenzia “pubblica e privata” che, con Elinor Ostrom (1933 - 2012), vedo gestire il bene collettivo Lavoro: con trasparenza, gradualità, strategie e obiettivi condivisi. Vogliamo esagerare? Chiamiamo anche un sesto soggetto sociale, esperto di formazione di base e di accompagnamento dei giovani. Ora è un po’ defilato e incerto, ma ha un grande potenziale: i Salesiani di don Bosco. Nell’800 don Bosco raccoglieva i giovani marginali e li formava, attivava e sfidava;

ne promuoveva il potenziale, direbbe Salvatore Natoli, ne favoriva l’integrazione. Erano i più umili (gli immigrati di oggi e non solo).

Non finirà il flusso di giovani emigranti. Migrerà, spero, chi lo vorrà, avrà questa passione e interesse. Sarà una cosa giusta e attireremo giovani talenti dall’estero.

E Milano? Ha la più bella Agenzia del lavoro (AFOL), ricca di una grande storia d’impegno sociale. Costata 2 miliardi in 10 anni, è a misura di metropoli. È un po’ in stand-by per incertezze e debolezze politiche. Ha strutture, competenze e scuole professionali d’eccellenza. Invito Sala, Cgil-Cisl-Uil e Assolombarda a darci un occhio, insieme.
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"Il vero problema di oggi non è premiare i meritevoli, ma portare il maggior numero di persone in condizione di realizzare il massimo delle loro potenzialità." Salvatore Natoli, filosofo - 1942. Il Sole 24 Ore, 18.02.10


Francesco Bizzotto

lunedì 3 giugno 2019

FARE POLITICA: UN FOGLIO A DUE FACCE


PD, I 5 STELLE E CALENDA

Stabilità e decisioni, schieramenti e contenuti / logiche



I protagonisti della Politica sono sia dentro sia fuori i Partiti. Mi riferisco in primo luogo ai grandi media che pesano e hanno il merito di tener vivo il dibattito plurale; di scavare nelle decisioni e intenzioni dei protagonisti istituzionali, resi fragili (loro e i Partiti) da decenni di ritardi e asserragliamenti.

Paolo Mieli é un bell'esempio. Con l'editoriale del Corriere della sera del 30 scorso, parla del Pd, dei 5 Stelle e in generale; si chiede quali alleanze siano opportune e a quali condizioni, per dare stabilità ai Governi e consentirne una ordinata alternanza. È vero: servono Governi stabili e Partiti o coalizioni che si alternino. La stabilità consente di guardare lontano e prendere decisioni; di scontentare e convincere; di rischiare.

Ma la Politica è un foglio a due facce (contenuti e alleanze) e per lei c’è un messaggio: chi e come si decide nel merito, sul da farsi? La delega a governare non è per fare giochi di schieramento. È vero: si governa molto di timone e le ideologie e gli interessi pesano meno. Il cambiamento atteso? Valutare le scelte di chi governa.

Nel caso dell’alleanza Pd - 5 Stelle, la sottile riflessione di Mieli ha il limite di non vedere che rischia di far arretrare il Pd su logiche di rappresentanza antagonistiche, redistributive e irresponsabili. Suonano così: noi marginali rivendichiamo diritti e protezione; produrre, creare valore, decidere il futuro non compete ai subordinati. Non è più così.

E ora chiediamoci: un politico di successo (parole d’ordine, televisione, simpatia e voti), se non dirige una struttura che fa un lavoro di merito, sulle logiche e i programmi, con reti di competenti esperti, appassionati, che esplorano prospettive credibili e lungimiranti, cosa fa? Finisce per galleggiare sulle sue idee fortunate e spendersi nella gestione dei rapporti, in un competere raso terra, ricco di colpi bassi, con le forze politiche e sociali: contratta scelte di superficie e posti di decisione, di influenza; e annusa l’aria, tiene d’occhio i sondaggi. Che altro può fare? Da qui l’onda del pressapochismo amorale e delle fake news. Solo il merito delle cose inchioda a fare bene.

Caro Mieli, la Politica è incerta e instabile perché sta quasi solo su una gamba, solo sulle alleanze. Se stesse anche sulle competenze, su chiari, sostenibili e convincenti progetti di crescita responsabile (non pazzi furiosi, “senza regole né limiti” dice Keith Block, ad di Salesforce), sarebbe autonoma, credibile, apprezzata e autorevole. Non crede che il vero problema della Politica stia alla base, nell’organizzazione dei Partiti? La loro vita interna avviene con il “metodo democratico” prescritto dall’art. 49 della Costituzione?

Qui casca a fagiolo la bella intervista di Giannattasio a Pisapia sul Corriere di oggi. Pisapia è esterno al Pd e va in Europa con un gran consenso. Invita Calenda a non fare il partitino di Centro e pensa a un Pd plurale e unitario, in coalizione, a patti chiari, con + Europa, Verdi e Civici, “su un progetto, un programma e un accordo politico”. Chiaro? Ci si allea se si sta al merito delle cose, si accettano idee diverse e si consente loro di contaminarsi fino alla fusione, che crea idee nuove condivise, figlie delle vecchie. Infatti, Pisapia si propone di “lavorare per un progetto condiviso per il nostro Paese”. E va in Europa. Se non si fa così, siamo ai contratti e alle spartizioni. Non funziona.

E Pisapia dice anche come realizzare questo cambio di passo verso l’esercizio del potere nel merito delle cose, per il Paese. Con le Primarie, che sono in crisi perché ridotte a conte di voti con vago riferimento ai contenuti, ai progetti e alla cultura di Governo.



Pisapia rappresenta una certa Sinistra europea radicale, giovanile, femminile e ottimista, forte a Milano, che ha molto da dire (e da correggersi). Vi appartengo e non vedo l’ora di discutere, ad esempio, dell’autonomia sociale (diritti e doveri) di vasti ceti attivi, intraprendenti e innovativi; dell’amato conflitto di merito e del concorrere di idee e progetti (che manda in archivio l’antagonismo); della caduta del potere leaderistico piramidale a favore del potere paritario, diffuso, ricco di differenze, delle Reti produttive e sociali (che superano il vecchio egualitarismo); di andare oltre la divisione tra Pubblico e Privato, per una collaborazione ricca di possibilità e di rischi. Oltre i cari confini di Destra e Sinistra.

Questi argomenti e prospettive (di contenuti plurali e di apertura e innovazione creative) hanno motivato la nascita a Sinistra del Pd e le adesioni di Calenda, mia e di tanti. Aspetto di vedere – direbbe Gaber – cosa fa la Destra. Argomenti di identità? Lasciamo perdere.

Francesco Bizzotto 

sabato 11 maggio 2019

USCIRE DAI SOLITI SCHEMI


CORRUZIONE E POLITICA

I Davigo dicano come fare Giustizia e stringere i tempi.

Il corrotto è favorito dall’isolamento. Lo vede solo Dio, e lui se ne frega. Come selezionare chi ci dirige? La soluzione piramidale collassa. Fare Rete, lavorare in gruppo. Anche per competere



Dopo lo scandalo in Lombardia ho sentito un milanese dire: Basta guardarli in faccia certi politici. E se succede qui, figurarsi dalle altre parti. L’appello a Lombroso e la supponenza non portano lontano. Più utile la riflessione di un giornalista: Servono una Giustizia veloce e una diversa selezione di chi dirige il Paese. Nonostante la corruzione, noi qui abbiamo la testa per andare oltre, purché se ne parli senza spocchia. Serve un vasto confronto che sfoci in un evento aperto, organizzato da chi deve (Fontana, Sala, i Sindaci lombardi). Ripeto: serve a poco il lamento d’occasione; serve un dialogo (è anche una lotta) di sistema, aperto al mondo, coinvolgente e mirato. Come Stoccarda per il progetto da 11 miliardi di trasporto urbano con Stazione ferroviaria passante. Una meraviglia.

Concordo sulle due priorità: riformare la Giustizia (autentico fittone della società che si va indebolendo) e cambiare la selezione di chi ci dirige (la picchiata della qualità parla). Sulla Giustizia chiedo a lei, ai Davigo, di fare proposte innovative, confrontarsi, convincere. Sono loro i competenti e i gestori. Riforme dall’esterno, non funzioneranno mai. Non ci dicano però che gli servono altre strutture, altri soldi, altro potere. Devono piuttosto innovare, servire, uscire dagli schemi; combinare il rigore e l’impressione di serietà con la semplicità e la velocità. Il potere, caro Davigo, segue: è relazionale; è questione di fiducia.

Ad esempio: abbiamo tutti bisogno di un occhio esterno. Alcune aziende lo hanno immaginato: un testimone sociale, credibile e autorevole; un team o un grande stimato e riconosciuto, come l’archistar Renzo Piano. Per un certo periodo viene chiamato a essere, appunto, arbitro, facilitatore e garante. Su cosa? Per esempio se mandare in appello e cassazione alcune sentenze di prima istanza; se procedere in alcuni casi (la corruzione in atto pubblico) per via immediata e risolutiva. Proposte innovative, serie, semplici e popolari. Far convivere, appunto, rigore, competenza e buon senso.

E sulla selezione di chi decide anche per noi (PA, Governo, Istituzioni, Politica)? La cosa è altrettanto delicata. Anzi, di più. In prospettiva decide anche sulla Giustizia. Al vertice ci sono i Partiti, è chiaro? Sono loro che selezionano. Come siamo messi, lì? Malino. Il “metodo democratico” della loro vita interna lascia a desiderare. Se per caso uno viene scalato (il Pd) succede il finimondo. Una guerra. E poi: come si amministra e governa? Per il 60% è questione di alleanze e per il 30% di emergenze. Ai contenuti e alla prospettiva resta un misero e vago 10%. Dovrebbe essere il 70, l’80%. Come fare? Servono tre passi:

1. Riformare i Partiti, la loro vita interna. Trasparenza, scalabilità, democrazia. Per esempio: il dibattito interno va orientato al merito delle cose; i competenti devono avere voce e responsabilità; non possono avervi troppo spazio gli organizzatori e i tatticismi (affermazioni sognanti o contingenti), e buona notte ai suonatori. A tal fine, basta…

2. Inchiodare alla responsabilità, anche personale, i vertici di Partiti e Istituzioni. Si decide male e s’incarta il Paese? Ne rispondono (D.lgs. 231/01 responsabilità amministrativa). Non può essere che, sulla cosa pubblica, le conseguenze non contino. Basta vincere.

3. Mixare nelle pubbliche Istituzioni la soggettività liberale e il lavoro di gruppo; decisioni singole e di gruppo. Passare dalla logica della Piramide (del Comando) a quella della Rete (competenze, confronti, autonomie). Esalta le soggettività e raddoppia la produttività.



Il 3° punto può essere scatenante. La corruzione è largamente favorita dalla frammentazione dei sistemi e dall’isolamento di chi decide. Lo vede solo Dio, e lui se ne frega. Dal punto di vista pratico è un congelante. Fa perdere efficacia ed efficienza. Per esempio: mentre la grande impresa ogni due o tre anni si riorganizza, semplifica i processi e riduce i costi (espelle il 10% del personale), la PA da sempre serra le file e mantiene strutture e occupazione. Milano ha 134 Comuni (uno ogni tre chilometri in linea d’aria). Fanno tutti le stesse cose, mentre c’è domanda di efficienza e nuovi ruoli. È giusto?

I Comuni devono consorziare servizi e lavorare in gruppo per aree omogenee; dare ai problemi soluzioni nuove e fare ben altro. A partire dai Sindaci. Se i Comuni del Nord Milano fanno squadra e decidono insieme, acquistano peso politico e si fa la Città Metropolitana; Milano conta nel mondo e attira investimenti: può fare come Stoccarda e i mercati si fidano. Chiaro? Giustizia, corruzione, economia e Politica sono intrecciate.

Francesco Bizzotto

venerdì 3 maggio 2019

IL PROBLEMA DI ZINGARETTI


PD. UN ELETTORATO IN SONNO



1° maggio 2019

Zingaretti (virgolettato del Corriere della sera del 29 aprile scorso) parla di "Lavoro giusto" e dice: "Dobbiamo aumentare i salari medio-bassi"; fare un "taglio netto del Cuneo fiscale sul tempo indeterminato"; "aumentare le indennità per i tirocini"; "fare una legge sull'equo compenso". Mi pare molto debole.

Il problema dei lavoratori è questo: come giungere a un ruolo avanzato (responsabile, propositivo) e dunque utile, apprezzato e riconosciuto? Molte le vie (l’Europa dice: fare Politiche attive) e certo l’interesse della maggioranza delle imprese, di qualunque tipo sia il lavoro. Dovrebbe essere il 1° obiettivo politico, per rendere più forte il sistema Paese. E poi, non esiste che un segmento sociale abbia riconoscimenti di status ed economici a prescindere, senza un suo contributo forte e avanzato. Vale anche per i pensionati. C'è, è vero, una questione di dignità, di civiltà e di equilibrio sociale. Ma, fare Politica significa impostare le questioni in via normale, bella e giusta. E l'emancipazione del lavoro? Si fa con il solo stipendio (beati in pantofole) o anche e innanzitutto con il ruolo, magari da inventare (creativo, artistico, volontario)? Come non vedere il (relativo) declino dei soldi?

Le imprese furbo-conservatrici (il 20 / 30% che pensa di potersi permettere di competere sui costi, senza innovare) mirano a tenere il lavoro fuori dal fare impresa. A tenerlo "manodopera" con funzioni meccaniche separate, escluse o antagoniste (che è la stessa cosa). Non funziona. La semplice cura del processo (pensiamo alla velocità e complessità di relazioni del 5G) richiede concentrazione, motivazione e capacità di gestire alti livelli di rischio. Per inciso: metà del temuto Cyber risk è formato da comportamenti sciatti o colpevoli (persone “presentiste”, non valorizzate e non soddisfatte).

Ora, gli stipendi sono bassi perché il ruolo del lavoro non è promosso e quindi non é riconosciuto. Marco Bentivogli lo ha capito ma è poco conseguente: rimane sul terreno contrattuale, rivendicativo, limitato (non vola), mentre il 70 / 80% delle imprese sente il lavoro come un grande Rischio (dopo quello tecnologico) del fare impresa: per un valutare e immaginare di gruppo, un anticipare gli eventi e un processare i Rischi in tranquilla sicurezza (safety, la chiama Zygmunt Bauman). Un altro mondo. Una terra promessa.

Ma, il problema del Pd non è Zingaretti. C’è, è vero, un ritardo storico della Sinistra, che è centralista e paternalista, poco liberante. Il problema è il Pd, la sua pancia liberal; solitaria e buonista, seduta ed egoista. Che va a rimorchio e sbrana i suoi leader, e non serve al Paese. Un elettorato in sonno. Eppure, nessun Partito (ma, si possono chiamare Partiti, a termini di Costituzione?) ha come il Pd un patrimonio di competenze spendibili, spesso appassionate. Un patrimonio pure disponibile che si fa, crede, gli affari suoi. Allora, il Pd non c’entra? Zingaretti è innocente?

L'errore di Zingaretti è che non schioda i silenziosi potentati locali (a partire dalla bella Milano, se no è troppo dura). Non li chiama a organizzare il fare Politica di iscritti e simpatizzanti per quel che sanno, per mettere a fuoco temi e settori, avviare un ascolto diffuso e la produzione di idee e materiale non certo per lobby ma per decisioni di governo.

Il problema di Zingaretti e del Pd è organizzativo: accanto ai circoli territoriali frequentati da terze e quarte età in declino, deve far decollare forti circoli di proposta e progetto. E coltivare, promuovere politici dell'ascolto, della sintesi avanzata e del coraggio (di intuire, decidere, motivare, rischiare il consenso). Ora, Zingaretti lo dica, mostri questo orizzonte. Francesco Bizzotto,

venerdì 5 aprile 2019

5G, ANTICIPARE E RENDERE MISURATI I RISCHI DELLA TECNICA

INTELLIGENZA ARTIFICIALE

HENRY A. KISSINGER – 96enne – invita a riflettere, prima che sia “troppo tardi”:
“Come finisce l'Illuminismo [versione in inglese, in rete]. Filosoficamente, intellettualmente – in ogni modo – la società umana è impreparata all'ascesa dell'intelligenza artificiale”. "La cognizione umana perde il suo carattere personale, gli individui diventano dati e i dati diventano regnanti."

Che fare? Un contributo può venire dall’Assicuratore per impedire azzardi e disastri e l’opinione pubblica e i governi potranno vedere la tecnica rallentare e rischiare (rischiarare, risplendere) per l’uomo e non contro
L’interessante testo dell’ex Segretario di stato Usa sulla nostra povera visione della Intelligenza artificiale (AI) si conclude così: “Se non iniziamo presto questo sforzo [di corretta visione e comprensione della AI], tra non molto scopriremo che siamo partiti troppo tardi”. Le macchine che si nutrono di dati e di realtà virtuali in ambito 5G (interconnessioni 100 volte più veloci di oggi) auto-apprendono e si auto-definiscono, forse, oltre le nostre possibilità di comprensione e controllo. Si teme che determineranno i nostri scopi, scegliendo tra le opzioni con criteri che escludono i valori, i sentimenti e le informazioni di contesto che oggi formano le scelte umane, creative per definizione.

“Ciò che è in potenza è in potenza gli opposti”
Aristotele, citato da Emanuele Severino (Corriere della sera, 01.12.’04)

Questo è il punto: l’uomo ha potuto crescere ed educarsi alla meraviglia perché è creativo e imprevedibile nelle scelte. Non può determinarsi da uno status quo ante. I dati gli servono per riflettere; non sono scienza ma storia. Lo diceva Karl Popper e lo sanno bene gli assicuratori moderni. Così Georg Simmel (inizi del ‘900) in Frammento sulla libertà (a cura di Monica Martinelli, Armando Editore, Roma, 2009, p. 66 e 67):

“È […] assolutamente impossibile sapere con sicurezza […] cosa penseremo o faremo nell’istante immediatamente successivo. Poiché ognuno di questi istanti è creativo, esso genera qualcosa che non è semplicemente una combinazione di ciò che già esiste e, pertanto, non è calcolabile in base a ciò, bensì accessibile al sapere solo quando è presente. […] Ogni stadio della nostra condizione spirituale è uno stadio nuovo che non può essere costruito a partire dal precedente, bensì solo atteso.”
Nella conclusione di Simmel risuona la concezione della probabilità del matematico applicato Bruno de Finetti: la probabilità di un evento è un personale grado di fiducia, un’attesa; non fuoriesce certo dal passato (dalle frequenze viste, dalla statistica).

 L’AI, dice Kissinger, pensa ma non come noi. Memorizza, calcola e decide secondo fini politici, commerciali e militari di base che rispondono a interessi non trasparenti, di parte, momentanei. Possono sfuggire al controllo democratico. È pensata da tecnici che non tengono conto della tradizione umanistica e nemmeno dell’effettivo comportamento economico (Daniel Kahneman: i sentimenti, gli affetti, gli stati d’animo concorrono più dei vantaggi nelle decisioni economiche). Insomma, l’AI suscita domande che non vanno lasciate ai tecnologi. I filosofi sono intimiditi. Si sveglino. Facciano la loro parte.

L’articolo è in rete e merita d’essere letto. Qui desidero cogliere un suo interrogativo chiave che ci può condurre al bandolo della matassa. Dice Kissinger:

“Chi è responsabile per le azioni dell’AI? Come deve essere determinata la responsabilità per i loro errori? Un sistema legale progettato dall’uomo può tenere il passo con le attività prodotte da un’AI capace di pensare e potenzialmente di superarle?”
Mi pare che la complessità della materia suggerisca che qui la responsabilità va composta, intrecciata, per giungere ad anticipare. Non possiamo aspettare gli eventi (come e più che nel Cyber risk). Altrimenti son disastri. Voglio dire che servono regole di mercato capaci di impedire l’azzardo. Lo so, sembra una contraddizione; non lo è. Non nascondiamoci: il tecnologo è un pesce che si muove in ambienti ricchi di risorse (grandi imprese o Stati). Visione e consapevolezza servono a questo: capire qual è il valore della probabilità di evento (in particolare di Responsabilità verso terzi, verso l’umanità). Tutti possiamo riconoscere che l’azzardo (il rischio smisurato) va impedito. Ma come? Io dico: con l’obbligo di un impegno terzo (e solvibile) di far fronte ai danni: una speciale Assicurazione ad hoc. È chiaro: la compagnia di Assicurazione – terza, privata e ri-assicurata da un pool globale – con la sua quotazione dice del livello del rischio in questione e con la sua polizza (la “promessa”, l’impegno a risarcire i danni futuri) assume un ruolo attivo nel determinare il rischio. Necessariamente. Perché lo deve misurare in termini relazionali, processuali e prospettici, non certo statici, momentanei e separati, come nei tre secoli scorsi, i secoli della autoreferenzialità consentita dalla statistica. Non quota? non assicura? Il progetto si blocca, come quello per la perforazione del Polo Nord qualche anno fa. L’indisponibilità ad assicurare ha fatto saggezza.
Un inciso: se non conosciamo le probabilità di danni (adesso, spesso è così; le info sono insufficienti), non si tratta di rischi ma di “pericoli”, distingue opportunamente Niklas Luhmann (1927 – 1998, sociologo e filosofo tedesco, consigliere di Helmut Kohl). E nessuno potrebbe quotare / assicurare un pericolo. Manca l’elemento chiave: la misura. Questo sistema di verifica attiverà l’aspetto centrale: la consapevolezza anticipata delle Istituzioni e dell’opinione pubblica. Oggi è vaga, incerta, ritardata. Lo dice anche Kissinger.
È decisivo impedire l’irresponsabilità, stabilire limiti, rallentare per capire, gustare il nuovo e gestirlo. E rispondere sempre a questa domanda: chi ti assicura? Chi ti conosce, ti ha capito a fondo e pagherà i danni eventuali, i “sinistri”? Niente Assicurazione? Niente azione. Perché azione responsabile è rischio (misura), aperto a esiti opposti (Aristotele).
“Per i Greci era fondamentale conoscere se stessi e avere il senso del limite. E non oltrepassarlo, pena la rovina. Esprimi la tua virtù in Giusta Misura. E conoscine il limite. L’Occidente? Ha una cultura dell’illimitato.” U. Galimberti, intervista a Radio Soul, 09.04.’16
“Le modalità di calcolo del rischio, come sono state sinora definite dalla scienza e dalle istituzioni legali, collassano.” Ulrich Beck, La società del rischio, Ed. Carocci, ‘00, p. 29
"Più non è possibile quello che era possibile nelle epoche passate dove, per una razionale previsione del futuro, bastava guardare il passato.” Umberto Galimberti, Psiche e techne, Ed. Feltrinelli, ‘04, p. 52
Proposta: miriamo ad accordi di responsabilità a livello globale, per far entrare nel gioco della ricerca e applicazione tecnica soggetti e standard (norme) di responsabilità: soggetti terzi specialisti (Assicuratori), economicamente interessati a limitare i danni prodotti e impegnati a risarcirli. Impegnati senza scampo e quindi attivi nella direzione di rendere l’iniziativa e le azioni misurate e dunque rischi (compatibili, sopportabili), non pericoli, non azzardi. Ogni progetto abbia un piano di Gestione dei rischi e trovi un Assicuratore che ne certifica la sostenibilità e ne risponda, li assicuri.

Francesco Bizzotto

lunedì 1 aprile 2019

STUDIO E LAVORO:LA DANIMARCA E NOI


UN REDDITO PER STUDIARE, AD ESEMPIO

Attività, Studio, Lavoro: serve non separare, un approccio positivo e responsabile, istituzionale



Per risolvere i problemi dell’economia, del debito, del lavoro e della povertà occorre favorire la vita attiva, l’impegno, l’autonomia e la mobilità sociale. Serve un approccio positivo, dinamico, anticipatore e integrato. Leggo sul Corriere della sera del 28 cm che in Danimarca, dopo le scuole medie superiori, i giovani ricevono un reddito dallo Stato per studiare (minimo se stanno in casa, 825 euro al mese se autonomi). Così, s’impegnano in mille attività di scuola, lavoro e ricerca, e l’immagine delle pubbliche Istituzioni è positiva.

“Lo scopo fondamentale di questo schema di aiuti [uno stipendio per studiare] è la mobilità sociale. Nessuno studente capace dev’essere costretto a rinunciare agli studi perché non ha i mezzi. (David Elmegaard Jensen, funzionario dell’Agenzia che eroga lo stipendio agli studenti).

L’Italia, invece, parte dalla crescita: arricchirci, reggere il debito e tutelare il bisogno – fermo il resto; cioè senza riforme, senza toccare niente e nessuno. Non funziona. L’impostazione è sbagliata; nasconde la polvere, fa gioco di rimessa. Aspettare poi il danno per tutelare e risarcire ha costi folli e alimenta la spirale furberia, rancore, antistato.

1°. La crescita. Deve essere armoniosa, quindi di qualità, se no ci annega. Richiede una fiscalità di vantaggio (che è il rischio politico). Il punto è: valutare le possibilità nelle loro promesse e nei loro pericoli (da trasformare in rischi, cioè azioni misurate). Il 5G ad esempio: moltiplica per cento la velocità tecnica. È sostenibile? Non perdiamo il controllo?

2°. La povertà e il lavoro vanno affrontati alla danese. La Mobilità cambia tutto e sdrammatizza; riduce il rancore, anticipa la precarietà e il bisogno. E costa la metà.

La situazione merita un dibattito largo (europeo, aperto al mondo) con un preciso obiettivo: servono Istituzioni nuove per

 capire dove va la tecnica (con quali conseguenze, anche di lungo termine) e Governare le libere attività d’intrapresa (prima dei Cigni neri: i disastri);

 fare Politiche attive dei lavori, dipendenti e autonomi. Per promuoverli, non tutelarli: se prima non attiva, non promuove, la tutela serve il tutelante!



Approccio istituzionale significa continuità di riflessione, progettazione e azione convergente. Basta iniziative saltuarie, emergenziali e scollegate (ogni interesse e specialismo per sé, isolato, vociante e incomprensibile ai più). Istituzione è questo: fare sistema e affermare la logica relazionale accanto a quella personale. È il lascito della cultura europea: contemplazione e progetto, impegno personale e relazione, correre e concorrere, libertà e giustizia, misura e armonia. Per un discorso universale e credibile; per rimuovere gli ostacoli che discriminano e seminano odio; per agire bene.

È cosa che richiede un vasto impegno intellettuale e il recupero, ad esempio:

1. della manualità, il nostro punto di forza (Giulio Giorello: la storia inizia dalle mani);

2. di una formazione aperta e continua (civica, a base filosofico - umanistica) e

3. di una sicurezza intesa come Safety: è la sicurezza che deriva non dalla riduzione dei rischi ma dalla capacità di reggerli e correrli, dice Zygmunt Bauman. Le nostre leggi sulla sicurezza – 81/08 – fanno quasi il contrario.



Le mani, la formazione e la sicurezza come safety sono tre fondamentali.

Milano ha la responsabilità di esplorare terreni nuovi (il dibattito che non c’è) e aprire sentieri laterali. Due esempi: rilanciare la sua Agenzia Formazione, Orientamento e Lavoro (AFOL) Metropolitana; riformare la PA locale (asciugare, fare efficienza ed efficacia; ridurre i Municipi da 134 – uno ogni tre chilometri! – a 30). Qui balla un raddoppio di ruolo della PA e un risparmio di un miliardo l’anno. Così, cresce la fiducia e cala il debito.

Francesco Bizzotto 

giovedì 21 marzo 2019

LA MALATTIA DELLA DEMOCRAZIA


 “In attesa perenne nel nome di Machiavelli”

Fare gioco d’attesa e mirare al fine, da predatori, incuranti dei mezzi



“In attesa perenne nel nome di Machiavelli” è il titolo di un articolo di Ernesto Galli della Loggia – Corriere della sera, 15 cm – in cui critica duro il libro di Asor Rosa “Machiavelli e l’Italia”. Si seguita, dice, nell’attesa che un “principe nuovo”, dotato di “armi proprie”, venga a risolvere i nostri problemi (istituzionali, economici e sociali). Sì, la politica da noi è attesa poco responsabile: subito dopo avere preso posizione (un posto) ci si dispone ad aspettare le mosse di chi sta in alto. Perché sono venuti meno gli orizzonti ideologici ed è difficile dire circa il che fare. L’organizzazione dei partiti poi non aiuta: è ancora quella vecchia, atta a trasmettere dall’alto al basso; strumento del principe; incostituzionale (c’è poco “metodo democratico”). Insomma, tutto, dalla cultura all’organizzazione, mira al centro, in alto, per incensare o criticare; in attesa dell’errore, della (facile) caduta. La logica della Piramide (del comando), in abbandono nel privato, domina il pubblico. Incredibile ritardo.

Quella del principe nuovo è cultura della separazione che isola. È infantile: il padre è ancora lì, dominante e inefficiente. Non funziona e produce malattie: onnipotenza in alto e passività, dipendenza, in basso. L’impresa la sta esplorando. E la Politica? Centralismo o Populismo a sinistra e Sovranismo (o che altro?) a destra. La complessità qui è esaltante. Non esplorata, induce basso profilo, professionismo d’accatto e disprezzo. Eppure ci sono idee positive, mature e praticabili. Due esempi:

I territori – data la paralisi del governo centrale – possono attivarsi, prendere l’iniziativa e mettere in campo progetti condivisi e risorse (“armi proprie”), superando la contrapposizione pubblico / privato (dice Elinor Ostrom, studiosa del governo dei beni comuni, prima donna Nobel per l’economia nel 2009). Se lo fanno bene, hanno subito dalla loro la forza irresistibile dell’opinione pubblica. Si tratta di praticare la sussidiarietà, diceva a proposito delle relazioni industriali, l’ex direttore di Confindustria Innocenzo Cipolletta in una bella intervista di Dario Di Vico sul Corriere della sera: “Rispondere alla disintermediazione responsabilizzandosi ulteriormente e risolvendo problemi”. Vale in generale: per il lavoro come per infrastrutture, investimenti, sicurezza. Ed è la sola cosa che va fatta per la rinascita del Sud. Alzarsi e attivarsi. È a portata di mano.

Convertirsi dal FINE ai MEZZI. Machiavelli (1469 – 1527) è anche alfiere del principio per cui “tutti i profeti armati vinsero, e li disarmati ruinarono”. Dal che la regola tutt’ora imperante: il fine giustifica i mezzi. E la chiamiamo civiltà. La radice dell’errore sta negli antichi filosofi greci (quanta timidezza dei nostri nel criticarli!): pensavano gli individui e le cose come sostanze “nettamente e risolutamente separate le une dalle altre” (Francesco Remotti) e non anche come relazioni. Dal che l’errore di precipitarci al fine e trascurare il percorso, la via, il processo e le sue regole (Enri Bergson). E il rischio – aggiungo –, e le conseguenze dell’agire (ne verrà bene o disastri?). Georg Simmel (1858 – 1918) l’aveva detto: l’uomo vero è l’intero (soggetto individuale e relazioni); è un errore separare; e l’individuo è insondabile (creativo in ogni attimo). A mezzi buoni e giusti, a belle relazioni – sembra dire Simmel – seguiranno fini giusti e sorprendenti. Non possiamo anticiparli, predirli. Convertirsi allora significa rimettersi per via, riportare al centro il processo, le regole e i rischi. Significa fare la verità, come diceva Jeshua Ben Joseph. È prossimo all’invito di Innocenzo Cipolletta (attivarsi nei territori) e di Ernesto Galli della Loggia (non stare in perenne attesa del “principe nuovo” che non verrà).

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“Non riuscendo a rendere forte il giusto, si è fatto giusto il forte”. Blaise Pascal, citato da Giulio Giorello (Corriere della sera, 11.02.2019)

Francesco Bizzotto

lunedì 25 febbraio 2019

POLITICHE ATTIVE, USCIRE DAGLI SCHEMI




 MILANO AL LAVORO


Il Corriere della sera lancia TrovoLavoro, iniziativa (su carta, il primo lunedì del mese, gratis) per l'incontro tra Domanda e Offerta di lavoro. La prima uscita il 25 febbraio. 

Se n'è parlato qui a Milano il 22 c.m., con Davide Casaleggio (nel 2054 si lavorerà per l'1% del tempo), Marco Bentivogli (ogni robot chiama nuovi lavori, se il processo viene capito, governato, anticipato), il vice di Confindustria Gianni Brugnoli (le imprese hanno difficoltà a reperire capitale umano, che é "fulcro del successo") e con il presidente di RCS Urbano Cairo (daremo informazioni pratiche e selezionate; il lavoro? C’è e ci sarà). Bella iniziativa: TrovoLavoro dirà quali aziende assumono e cercano, e cosa cercano. Vedremo. Il messaggio: il lavoro è il primo problema; decisivo é fare sistema, ascoltare le esigenze delle imprese, formare per quel che serve (un nuovo diritto), ridare valore umanistico al lavoro manuale e attivare i giovani. Il governo non ci complichi la vita. La mia riflessione. Sono molte le iniziative per il lavoro. Se ne occupano anche i grandi Comuni e molte chiese locali (Milano e Bologna, ad esempio). C'è in realtà una dispersione di risorse, soprattutto se si tiene conto che l'aspetto decisivo é il rapporto personale tra un esperto e il soggetto che cerca lavoro; l'accompagnamento, già caro a don Bosco. L'abbiamo colpevolmente trascurato. La Germania ha 100.000 esperti. Noi ne stiamo inserendo 10.000 accanto agli 8.000 in forza, oberati di compiti amministrativi. Milano ha una Agenzia di Formazione, Orientamento e Lavoro (AFOL) metropolitana che ha messo a sistema una bella storia. Merita di essere aperta ai più diversi soggetti e investitori, a partire da imprese e sindacati, per mirare la formazione e rendere efficace il dialogo tra Domanda delle aziende e Offerta di lavoro. Obiettivo: una sana Mobilità del lavoro che liberi tutte le forze (d'impresa e del lavoro), valorizzi l'armonia relazionale (e dunque la creatività e l'innovazione) e anticipi i problemi, le crisi. L'impresa vuole assumere e licenziare liberamente. Anche il lavoratore insoddisfatto o precario vuole crescere e cambiare. Entrambe le esigenze si possono soddisfare. Si può realizzare un nuovo modo di concorrere, con il giusto paracadute (la tutela economica e l'accompagnamento per tutti, imprenditori e lavoratori). C'é un 20% di lavoro in più subito possibile. E in futuro? Dipende da molte cose. Propendo per la tesi di Bentivogli, che però sottovaluta, mi pare, gli effetti della tecnologia combinati con la consapevolezza che la crescita quantitativa deve darsi un limite: non tutto ciò che è possibile merita di essere processato, realizzato, perché il lato in ombra della possibilità (il rischio) si sta alzando paurosamente. Crescita sì, ma qualitativa (di valore), per vie creative, innovative e sostenibili, che riducano ingombri, volumi, sprechi, inquinamenti. Era il trend del Nord Milano dieci anni fa. Fondamentali sono le grandi infrastrutture di trasporto, comunicazione e riassetto idrogeologico e urbanistico (uso del territorio). C'é qui una prateria di iniziative e lavoro. Ora, la priorità è parlarne, unire gli attori pubblici e privati (aspetto clou) e definire un progetto coraggioso all'altezza di Milano. Un ruolo forte devono averlo il sindaco Giuseppe Sala, Carlo Bonomi di Assolombarda e – perché no? – un’istituzione come il Corriere di Urbano Cairo. Si tratta di uscire dagli schemi per rilanciare l’Agenzia del lavoro AFOL e le Politiche attive (che l’Europa finanzierà), aperti alla Lombardia, per il Paese. Sapendo che la risposta giusta non c'é. La si deve cercare, costruire, fare. Insieme. Come la verità per Gesù. É la specialità di Milano.
Francesco Bizzotto

lunedì 18 febbraio 2019

POLIZZA E GESTIONE DEL RISCHIO


UNIVERSITÀ CATTOLICA E POLITECNICO
NEBBIA A MILANO



Pur convinto, con Franco Volpi, filosofo vicentino mancato nel 2009 a 57 anni, che sia bene procedere con la “ragionevole prudenza del pensiero”, prendo i casi di due istituzioni di calibro e prestigio per fare critiche pesanti, con il dovuto rispetto e senza pretese.

L’Università Cattolica di Milano esce con questi risultati di ricerca del suo CeTIF: la nuova sfida del mercato assicurativo è l’Instant insurance; fare piccole polizze, per pochi giorni, via smartphone, senza intermediari. Sono pacchetti assicurativi temporanei per importi contenuti di copertura e di premio. Si acquistano con un clic dello smartphone. Et voilà! La loro caratteristica? Le parti rischiano poco: piccoli rischi con – a ben vedere – alti costi implicati. Conviene? Solo all’assicuratore (fa volumi). Ma, questi è nato nel XIII secolo per andare oltre le Mutue, che coprivano rischi omogenei ripartendo i fondi raccolti: finiti i fondi, finite le garanzie. L’assicuratore copriva con la sua “promessa” (polizza) i grandi rischi dell’iniziativa individuale (innovativa, esplorativa) che la logica delle Mutue rifiutava. È vero, siamo sensibili ai piccoli rischi, ma – riflettiamo – quali conseguenze potrà avere un piccolo danno? I costi implicati rendono conveniente tenerlo in proprio o assicurarlo in altro modo. L’indirizzo di assicurare i piccoli rischi è sbagliato. Ma, la ricerca? Berlusconi direbbe: siamo nel “paradosso del comma 22” (risposte pilotate). Rimangono le domande: a cosa orientare l’assicuratore? Rispondo: ad assicurare i grandi rischi di industry 4.0 e della globalizzazione. Possibile che l’offerta non veda l’esigenza? Rispondo con il caso del Politecnico di Milano.

Il Politecnico, santuario laico, ha lanciato anni fa il Cineas, consorzio di formazione alla Gestione del rischio (di cui è cuore la Prevenzione dei danni). Da un po’ annacqua la mission e fa il gambero: dà molto peso alle polizze, mentre tutto invita (persino la legge: la 231/01) a essere responsabili, a investire (nella Gestione) per prevenirli i danni. E perché la Cattolica e il Politecnico sembrano avallare l’indirizzo che orienta a fare volumi finanziari (con poca sostanza industriale) e alla polizza con poca prevenzione, poca Gestione?

C’è in corso una lotta (e una crisi). Ci sono ottiche, interessi e sensibilità diversi. Vincono i finanziari e perdono gli industriali? In parte. Soprattutto, il mercato assicurativo è in una significativa crisi: teme il grande rischio perché “collassano” i modi tradizionali di misurarlo (Ulrich Beck); guardare al passato (una volta per tutte) dice sempre meno del futuro; la Statistica, le tariffe, la separatezza spaziale e temporale non misurano più il rischio e riservano amare sorprese (Cigni neri, dice Nassim Nicholas Taleb). E il rischio è una probabilità, una misura; altrimenti è un pericolo (Niklas Luhmann in Sociologia del rischio). Capite? Se sono bazzecole, la Statistica ancora ce la fa, se sono grandi rischi, son dolori. È un dato, per inciso, che manca a tutti gli economisti. Anche a Schumpeter.

Come rendere misurati (probabilità) i rischi del nostro tempo? Serve un approccio nuovo (e creativo). Serve, appunto, Gestire i rischi a tutto campo: vederli e valutarli bene; misurarli in ipotesi e poi trattarli a dovere (prevenzione e protezione); quindi ritenerne la parte sopportabile, utile a responsabilizzare, e assicurare i grandi rischi che metterebbero in ginocchio. Per fare questo percorso si deve uscire dagli uffici, valorizzare gli intermediari, stare sul campo, accanto ai diversi soggetti influenti, a osservare bene i processi, a relazionarsi con continuità (raccogliere e dare info), per contribuire alla formazione del rischio, che così possiamo definire (alla Bruno de Finetti) come soggettivo e attivo, relazionale e processuale, in linea retta con il dettato della Meccanica dei quanti: chi si relaziona contribuisce a dare forma all’evento atteso.

Ed è la direttiva europea Solvency II a mettere la ciliegina su questa torta. Dice: l’assicuratore è libero d’investire (5.000 miliardi) come vuole, purché sia responsabile; faccia “investimenti prospettici” nelle grandi infrastrutture materiali e sociali determinanti

per la formazione dei rischi che ha in casa e che assumerà. Guardi avanti, concentrato e proteso ad anticipare gli eventi. Ecco, la parola magica del moderno rischiare è: anticipare.

Ma, la Politica e le grandi PA non dovrebbero prioritariamente occuparsi di queste questioni (organizzarsi per metterle a fuoco, dare vantaggi fiscali, fare governance, ascoltati i competenti)?

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“Le modalità di calcolo del rischio, come sono state sinora definite dalla scienza e dalle istituzioni legali, collassano.” Ulrich Beck, La società del rischio, Carocci, ‘00, p. 29


Francesco Bizzotto