venerdì 5 aprile 2019

5G, ANTICIPARE E RENDERE MISURATI I RISCHI DELLA TECNICA

INTELLIGENZA ARTIFICIALE

HENRY A. KISSINGER – 96enne – invita a riflettere, prima che sia “troppo tardi”:
“Come finisce l'Illuminismo [versione in inglese, in rete]. Filosoficamente, intellettualmente – in ogni modo – la società umana è impreparata all'ascesa dell'intelligenza artificiale”. "La cognizione umana perde il suo carattere personale, gli individui diventano dati e i dati diventano regnanti."

Che fare? Un contributo può venire dall’Assicuratore per impedire azzardi e disastri e l’opinione pubblica e i governi potranno vedere la tecnica rallentare e rischiare (rischiarare, risplendere) per l’uomo e non contro
L’interessante testo dell’ex Segretario di stato Usa sulla nostra povera visione della Intelligenza artificiale (AI) si conclude così: “Se non iniziamo presto questo sforzo [di corretta visione e comprensione della AI], tra non molto scopriremo che siamo partiti troppo tardi”. Le macchine che si nutrono di dati e di realtà virtuali in ambito 5G (interconnessioni 100 volte più veloci di oggi) auto-apprendono e si auto-definiscono, forse, oltre le nostre possibilità di comprensione e controllo. Si teme che determineranno i nostri scopi, scegliendo tra le opzioni con criteri che escludono i valori, i sentimenti e le informazioni di contesto che oggi formano le scelte umane, creative per definizione.

“Ciò che è in potenza è in potenza gli opposti”
Aristotele, citato da Emanuele Severino (Corriere della sera, 01.12.’04)

Questo è il punto: l’uomo ha potuto crescere ed educarsi alla meraviglia perché è creativo e imprevedibile nelle scelte. Non può determinarsi da uno status quo ante. I dati gli servono per riflettere; non sono scienza ma storia. Lo diceva Karl Popper e lo sanno bene gli assicuratori moderni. Così Georg Simmel (inizi del ‘900) in Frammento sulla libertà (a cura di Monica Martinelli, Armando Editore, Roma, 2009, p. 66 e 67):

“È […] assolutamente impossibile sapere con sicurezza […] cosa penseremo o faremo nell’istante immediatamente successivo. Poiché ognuno di questi istanti è creativo, esso genera qualcosa che non è semplicemente una combinazione di ciò che già esiste e, pertanto, non è calcolabile in base a ciò, bensì accessibile al sapere solo quando è presente. […] Ogni stadio della nostra condizione spirituale è uno stadio nuovo che non può essere costruito a partire dal precedente, bensì solo atteso.”
Nella conclusione di Simmel risuona la concezione della probabilità del matematico applicato Bruno de Finetti: la probabilità di un evento è un personale grado di fiducia, un’attesa; non fuoriesce certo dal passato (dalle frequenze viste, dalla statistica).

 L’AI, dice Kissinger, pensa ma non come noi. Memorizza, calcola e decide secondo fini politici, commerciali e militari di base che rispondono a interessi non trasparenti, di parte, momentanei. Possono sfuggire al controllo democratico. È pensata da tecnici che non tengono conto della tradizione umanistica e nemmeno dell’effettivo comportamento economico (Daniel Kahneman: i sentimenti, gli affetti, gli stati d’animo concorrono più dei vantaggi nelle decisioni economiche). Insomma, l’AI suscita domande che non vanno lasciate ai tecnologi. I filosofi sono intimiditi. Si sveglino. Facciano la loro parte.

L’articolo è in rete e merita d’essere letto. Qui desidero cogliere un suo interrogativo chiave che ci può condurre al bandolo della matassa. Dice Kissinger:

“Chi è responsabile per le azioni dell’AI? Come deve essere determinata la responsabilità per i loro errori? Un sistema legale progettato dall’uomo può tenere il passo con le attività prodotte da un’AI capace di pensare e potenzialmente di superarle?”
Mi pare che la complessità della materia suggerisca che qui la responsabilità va composta, intrecciata, per giungere ad anticipare. Non possiamo aspettare gli eventi (come e più che nel Cyber risk). Altrimenti son disastri. Voglio dire che servono regole di mercato capaci di impedire l’azzardo. Lo so, sembra una contraddizione; non lo è. Non nascondiamoci: il tecnologo è un pesce che si muove in ambienti ricchi di risorse (grandi imprese o Stati). Visione e consapevolezza servono a questo: capire qual è il valore della probabilità di evento (in particolare di Responsabilità verso terzi, verso l’umanità). Tutti possiamo riconoscere che l’azzardo (il rischio smisurato) va impedito. Ma come? Io dico: con l’obbligo di un impegno terzo (e solvibile) di far fronte ai danni: una speciale Assicurazione ad hoc. È chiaro: la compagnia di Assicurazione – terza, privata e ri-assicurata da un pool globale – con la sua quotazione dice del livello del rischio in questione e con la sua polizza (la “promessa”, l’impegno a risarcire i danni futuri) assume un ruolo attivo nel determinare il rischio. Necessariamente. Perché lo deve misurare in termini relazionali, processuali e prospettici, non certo statici, momentanei e separati, come nei tre secoli scorsi, i secoli della autoreferenzialità consentita dalla statistica. Non quota? non assicura? Il progetto si blocca, come quello per la perforazione del Polo Nord qualche anno fa. L’indisponibilità ad assicurare ha fatto saggezza.
Un inciso: se non conosciamo le probabilità di danni (adesso, spesso è così; le info sono insufficienti), non si tratta di rischi ma di “pericoli”, distingue opportunamente Niklas Luhmann (1927 – 1998, sociologo e filosofo tedesco, consigliere di Helmut Kohl). E nessuno potrebbe quotare / assicurare un pericolo. Manca l’elemento chiave: la misura. Questo sistema di verifica attiverà l’aspetto centrale: la consapevolezza anticipata delle Istituzioni e dell’opinione pubblica. Oggi è vaga, incerta, ritardata. Lo dice anche Kissinger.
È decisivo impedire l’irresponsabilità, stabilire limiti, rallentare per capire, gustare il nuovo e gestirlo. E rispondere sempre a questa domanda: chi ti assicura? Chi ti conosce, ti ha capito a fondo e pagherà i danni eventuali, i “sinistri”? Niente Assicurazione? Niente azione. Perché azione responsabile è rischio (misura), aperto a esiti opposti (Aristotele).
“Per i Greci era fondamentale conoscere se stessi e avere il senso del limite. E non oltrepassarlo, pena la rovina. Esprimi la tua virtù in Giusta Misura. E conoscine il limite. L’Occidente? Ha una cultura dell’illimitato.” U. Galimberti, intervista a Radio Soul, 09.04.’16
“Le modalità di calcolo del rischio, come sono state sinora definite dalla scienza e dalle istituzioni legali, collassano.” Ulrich Beck, La società del rischio, Ed. Carocci, ‘00, p. 29
"Più non è possibile quello che era possibile nelle epoche passate dove, per una razionale previsione del futuro, bastava guardare il passato.” Umberto Galimberti, Psiche e techne, Ed. Feltrinelli, ‘04, p. 52
Proposta: miriamo ad accordi di responsabilità a livello globale, per far entrare nel gioco della ricerca e applicazione tecnica soggetti e standard (norme) di responsabilità: soggetti terzi specialisti (Assicuratori), economicamente interessati a limitare i danni prodotti e impegnati a risarcirli. Impegnati senza scampo e quindi attivi nella direzione di rendere l’iniziativa e le azioni misurate e dunque rischi (compatibili, sopportabili), non pericoli, non azzardi. Ogni progetto abbia un piano di Gestione dei rischi e trovi un Assicuratore che ne certifica la sostenibilità e ne risponda, li assicuri.

Francesco Bizzotto

lunedì 1 aprile 2019

STUDIO E LAVORO:LA DANIMARCA E NOI


UN REDDITO PER STUDIARE, AD ESEMPIO

Attività, Studio, Lavoro: serve non separare, un approccio positivo e responsabile, istituzionale



Per risolvere i problemi dell’economia, del debito, del lavoro e della povertà occorre favorire la vita attiva, l’impegno, l’autonomia e la mobilità sociale. Serve un approccio positivo, dinamico, anticipatore e integrato. Leggo sul Corriere della sera del 28 cm che in Danimarca, dopo le scuole medie superiori, i giovani ricevono un reddito dallo Stato per studiare (minimo se stanno in casa, 825 euro al mese se autonomi). Così, s’impegnano in mille attività di scuola, lavoro e ricerca, e l’immagine delle pubbliche Istituzioni è positiva.

“Lo scopo fondamentale di questo schema di aiuti [uno stipendio per studiare] è la mobilità sociale. Nessuno studente capace dev’essere costretto a rinunciare agli studi perché non ha i mezzi. (David Elmegaard Jensen, funzionario dell’Agenzia che eroga lo stipendio agli studenti).

L’Italia, invece, parte dalla crescita: arricchirci, reggere il debito e tutelare il bisogno – fermo il resto; cioè senza riforme, senza toccare niente e nessuno. Non funziona. L’impostazione è sbagliata; nasconde la polvere, fa gioco di rimessa. Aspettare poi il danno per tutelare e risarcire ha costi folli e alimenta la spirale furberia, rancore, antistato.

1°. La crescita. Deve essere armoniosa, quindi di qualità, se no ci annega. Richiede una fiscalità di vantaggio (che è il rischio politico). Il punto è: valutare le possibilità nelle loro promesse e nei loro pericoli (da trasformare in rischi, cioè azioni misurate). Il 5G ad esempio: moltiplica per cento la velocità tecnica. È sostenibile? Non perdiamo il controllo?

2°. La povertà e il lavoro vanno affrontati alla danese. La Mobilità cambia tutto e sdrammatizza; riduce il rancore, anticipa la precarietà e il bisogno. E costa la metà.

La situazione merita un dibattito largo (europeo, aperto al mondo) con un preciso obiettivo: servono Istituzioni nuove per

 capire dove va la tecnica (con quali conseguenze, anche di lungo termine) e Governare le libere attività d’intrapresa (prima dei Cigni neri: i disastri);

 fare Politiche attive dei lavori, dipendenti e autonomi. Per promuoverli, non tutelarli: se prima non attiva, non promuove, la tutela serve il tutelante!



Approccio istituzionale significa continuità di riflessione, progettazione e azione convergente. Basta iniziative saltuarie, emergenziali e scollegate (ogni interesse e specialismo per sé, isolato, vociante e incomprensibile ai più). Istituzione è questo: fare sistema e affermare la logica relazionale accanto a quella personale. È il lascito della cultura europea: contemplazione e progetto, impegno personale e relazione, correre e concorrere, libertà e giustizia, misura e armonia. Per un discorso universale e credibile; per rimuovere gli ostacoli che discriminano e seminano odio; per agire bene.

È cosa che richiede un vasto impegno intellettuale e il recupero, ad esempio:

1. della manualità, il nostro punto di forza (Giulio Giorello: la storia inizia dalle mani);

2. di una formazione aperta e continua (civica, a base filosofico - umanistica) e

3. di una sicurezza intesa come Safety: è la sicurezza che deriva non dalla riduzione dei rischi ma dalla capacità di reggerli e correrli, dice Zygmunt Bauman. Le nostre leggi sulla sicurezza – 81/08 – fanno quasi il contrario.



Le mani, la formazione e la sicurezza come safety sono tre fondamentali.

Milano ha la responsabilità di esplorare terreni nuovi (il dibattito che non c’è) e aprire sentieri laterali. Due esempi: rilanciare la sua Agenzia Formazione, Orientamento e Lavoro (AFOL) Metropolitana; riformare la PA locale (asciugare, fare efficienza ed efficacia; ridurre i Municipi da 134 – uno ogni tre chilometri! – a 30). Qui balla un raddoppio di ruolo della PA e un risparmio di un miliardo l’anno. Così, cresce la fiducia e cala il debito.

Francesco Bizzotto 

giovedì 21 marzo 2019

LA MALATTIA DELLA DEMOCRAZIA


 “In attesa perenne nel nome di Machiavelli”

Fare gioco d’attesa e mirare al fine, da predatori, incuranti dei mezzi



“In attesa perenne nel nome di Machiavelli” è il titolo di un articolo di Ernesto Galli della Loggia – Corriere della sera, 15 cm – in cui critica duro il libro di Asor Rosa “Machiavelli e l’Italia”. Si seguita, dice, nell’attesa che un “principe nuovo”, dotato di “armi proprie”, venga a risolvere i nostri problemi (istituzionali, economici e sociali). Sì, la politica da noi è attesa poco responsabile: subito dopo avere preso posizione (un posto) ci si dispone ad aspettare le mosse di chi sta in alto. Perché sono venuti meno gli orizzonti ideologici ed è difficile dire circa il che fare. L’organizzazione dei partiti poi non aiuta: è ancora quella vecchia, atta a trasmettere dall’alto al basso; strumento del principe; incostituzionale (c’è poco “metodo democratico”). Insomma, tutto, dalla cultura all’organizzazione, mira al centro, in alto, per incensare o criticare; in attesa dell’errore, della (facile) caduta. La logica della Piramide (del comando), in abbandono nel privato, domina il pubblico. Incredibile ritardo.

Quella del principe nuovo è cultura della separazione che isola. È infantile: il padre è ancora lì, dominante e inefficiente. Non funziona e produce malattie: onnipotenza in alto e passività, dipendenza, in basso. L’impresa la sta esplorando. E la Politica? Centralismo o Populismo a sinistra e Sovranismo (o che altro?) a destra. La complessità qui è esaltante. Non esplorata, induce basso profilo, professionismo d’accatto e disprezzo. Eppure ci sono idee positive, mature e praticabili. Due esempi:

I territori – data la paralisi del governo centrale – possono attivarsi, prendere l’iniziativa e mettere in campo progetti condivisi e risorse (“armi proprie”), superando la contrapposizione pubblico / privato (dice Elinor Ostrom, studiosa del governo dei beni comuni, prima donna Nobel per l’economia nel 2009). Se lo fanno bene, hanno subito dalla loro la forza irresistibile dell’opinione pubblica. Si tratta di praticare la sussidiarietà, diceva a proposito delle relazioni industriali, l’ex direttore di Confindustria Innocenzo Cipolletta in una bella intervista di Dario Di Vico sul Corriere della sera: “Rispondere alla disintermediazione responsabilizzandosi ulteriormente e risolvendo problemi”. Vale in generale: per il lavoro come per infrastrutture, investimenti, sicurezza. Ed è la sola cosa che va fatta per la rinascita del Sud. Alzarsi e attivarsi. È a portata di mano.

Convertirsi dal FINE ai MEZZI. Machiavelli (1469 – 1527) è anche alfiere del principio per cui “tutti i profeti armati vinsero, e li disarmati ruinarono”. Dal che la regola tutt’ora imperante: il fine giustifica i mezzi. E la chiamiamo civiltà. La radice dell’errore sta negli antichi filosofi greci (quanta timidezza dei nostri nel criticarli!): pensavano gli individui e le cose come sostanze “nettamente e risolutamente separate le une dalle altre” (Francesco Remotti) e non anche come relazioni. Dal che l’errore di precipitarci al fine e trascurare il percorso, la via, il processo e le sue regole (Enri Bergson). E il rischio – aggiungo –, e le conseguenze dell’agire (ne verrà bene o disastri?). Georg Simmel (1858 – 1918) l’aveva detto: l’uomo vero è l’intero (soggetto individuale e relazioni); è un errore separare; e l’individuo è insondabile (creativo in ogni attimo). A mezzi buoni e giusti, a belle relazioni – sembra dire Simmel – seguiranno fini giusti e sorprendenti. Non possiamo anticiparli, predirli. Convertirsi allora significa rimettersi per via, riportare al centro il processo, le regole e i rischi. Significa fare la verità, come diceva Jeshua Ben Joseph. È prossimo all’invito di Innocenzo Cipolletta (attivarsi nei territori) e di Ernesto Galli della Loggia (non stare in perenne attesa del “principe nuovo” che non verrà).

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“Non riuscendo a rendere forte il giusto, si è fatto giusto il forte”. Blaise Pascal, citato da Giulio Giorello (Corriere della sera, 11.02.2019)

Francesco Bizzotto

lunedì 25 febbraio 2019

POLITICHE ATTIVE, USCIRE DAGLI SCHEMI




 MILANO AL LAVORO


Il Corriere della sera lancia TrovoLavoro, iniziativa (su carta, il primo lunedì del mese, gratis) per l'incontro tra Domanda e Offerta di lavoro. La prima uscita il 25 febbraio. 

Se n'è parlato qui a Milano il 22 c.m., con Davide Casaleggio (nel 2054 si lavorerà per l'1% del tempo), Marco Bentivogli (ogni robot chiama nuovi lavori, se il processo viene capito, governato, anticipato), il vice di Confindustria Gianni Brugnoli (le imprese hanno difficoltà a reperire capitale umano, che é "fulcro del successo") e con il presidente di RCS Urbano Cairo (daremo informazioni pratiche e selezionate; il lavoro? C’è e ci sarà). Bella iniziativa: TrovoLavoro dirà quali aziende assumono e cercano, e cosa cercano. Vedremo. Il messaggio: il lavoro è il primo problema; decisivo é fare sistema, ascoltare le esigenze delle imprese, formare per quel che serve (un nuovo diritto), ridare valore umanistico al lavoro manuale e attivare i giovani. Il governo non ci complichi la vita. La mia riflessione. Sono molte le iniziative per il lavoro. Se ne occupano anche i grandi Comuni e molte chiese locali (Milano e Bologna, ad esempio). C'è in realtà una dispersione di risorse, soprattutto se si tiene conto che l'aspetto decisivo é il rapporto personale tra un esperto e il soggetto che cerca lavoro; l'accompagnamento, già caro a don Bosco. L'abbiamo colpevolmente trascurato. La Germania ha 100.000 esperti. Noi ne stiamo inserendo 10.000 accanto agli 8.000 in forza, oberati di compiti amministrativi. Milano ha una Agenzia di Formazione, Orientamento e Lavoro (AFOL) metropolitana che ha messo a sistema una bella storia. Merita di essere aperta ai più diversi soggetti e investitori, a partire da imprese e sindacati, per mirare la formazione e rendere efficace il dialogo tra Domanda delle aziende e Offerta di lavoro. Obiettivo: una sana Mobilità del lavoro che liberi tutte le forze (d'impresa e del lavoro), valorizzi l'armonia relazionale (e dunque la creatività e l'innovazione) e anticipi i problemi, le crisi. L'impresa vuole assumere e licenziare liberamente. Anche il lavoratore insoddisfatto o precario vuole crescere e cambiare. Entrambe le esigenze si possono soddisfare. Si può realizzare un nuovo modo di concorrere, con il giusto paracadute (la tutela economica e l'accompagnamento per tutti, imprenditori e lavoratori). C'é un 20% di lavoro in più subito possibile. E in futuro? Dipende da molte cose. Propendo per la tesi di Bentivogli, che però sottovaluta, mi pare, gli effetti della tecnologia combinati con la consapevolezza che la crescita quantitativa deve darsi un limite: non tutto ciò che è possibile merita di essere processato, realizzato, perché il lato in ombra della possibilità (il rischio) si sta alzando paurosamente. Crescita sì, ma qualitativa (di valore), per vie creative, innovative e sostenibili, che riducano ingombri, volumi, sprechi, inquinamenti. Era il trend del Nord Milano dieci anni fa. Fondamentali sono le grandi infrastrutture di trasporto, comunicazione e riassetto idrogeologico e urbanistico (uso del territorio). C'é qui una prateria di iniziative e lavoro. Ora, la priorità è parlarne, unire gli attori pubblici e privati (aspetto clou) e definire un progetto coraggioso all'altezza di Milano. Un ruolo forte devono averlo il sindaco Giuseppe Sala, Carlo Bonomi di Assolombarda e – perché no? – un’istituzione come il Corriere di Urbano Cairo. Si tratta di uscire dagli schemi per rilanciare l’Agenzia del lavoro AFOL e le Politiche attive (che l’Europa finanzierà), aperti alla Lombardia, per il Paese. Sapendo che la risposta giusta non c'é. La si deve cercare, costruire, fare. Insieme. Come la verità per Gesù. É la specialità di Milano.
Francesco Bizzotto

lunedì 18 febbraio 2019

POLIZZA E GESTIONE DEL RISCHIO


UNIVERSITÀ CATTOLICA E POLITECNICO
NEBBIA A MILANO



Pur convinto, con Franco Volpi, filosofo vicentino mancato nel 2009 a 57 anni, che sia bene procedere con la “ragionevole prudenza del pensiero”, prendo i casi di due istituzioni di calibro e prestigio per fare critiche pesanti, con il dovuto rispetto e senza pretese.

L’Università Cattolica di Milano esce con questi risultati di ricerca del suo CeTIF: la nuova sfida del mercato assicurativo è l’Instant insurance; fare piccole polizze, per pochi giorni, via smartphone, senza intermediari. Sono pacchetti assicurativi temporanei per importi contenuti di copertura e di premio. Si acquistano con un clic dello smartphone. Et voilà! La loro caratteristica? Le parti rischiano poco: piccoli rischi con – a ben vedere – alti costi implicati. Conviene? Solo all’assicuratore (fa volumi). Ma, questi è nato nel XIII secolo per andare oltre le Mutue, che coprivano rischi omogenei ripartendo i fondi raccolti: finiti i fondi, finite le garanzie. L’assicuratore copriva con la sua “promessa” (polizza) i grandi rischi dell’iniziativa individuale (innovativa, esplorativa) che la logica delle Mutue rifiutava. È vero, siamo sensibili ai piccoli rischi, ma – riflettiamo – quali conseguenze potrà avere un piccolo danno? I costi implicati rendono conveniente tenerlo in proprio o assicurarlo in altro modo. L’indirizzo di assicurare i piccoli rischi è sbagliato. Ma, la ricerca? Berlusconi direbbe: siamo nel “paradosso del comma 22” (risposte pilotate). Rimangono le domande: a cosa orientare l’assicuratore? Rispondo: ad assicurare i grandi rischi di industry 4.0 e della globalizzazione. Possibile che l’offerta non veda l’esigenza? Rispondo con il caso del Politecnico di Milano.

Il Politecnico, santuario laico, ha lanciato anni fa il Cineas, consorzio di formazione alla Gestione del rischio (di cui è cuore la Prevenzione dei danni). Da un po’ annacqua la mission e fa il gambero: dà molto peso alle polizze, mentre tutto invita (persino la legge: la 231/01) a essere responsabili, a investire (nella Gestione) per prevenirli i danni. E perché la Cattolica e il Politecnico sembrano avallare l’indirizzo che orienta a fare volumi finanziari (con poca sostanza industriale) e alla polizza con poca prevenzione, poca Gestione?

C’è in corso una lotta (e una crisi). Ci sono ottiche, interessi e sensibilità diversi. Vincono i finanziari e perdono gli industriali? In parte. Soprattutto, il mercato assicurativo è in una significativa crisi: teme il grande rischio perché “collassano” i modi tradizionali di misurarlo (Ulrich Beck); guardare al passato (una volta per tutte) dice sempre meno del futuro; la Statistica, le tariffe, la separatezza spaziale e temporale non misurano più il rischio e riservano amare sorprese (Cigni neri, dice Nassim Nicholas Taleb). E il rischio è una probabilità, una misura; altrimenti è un pericolo (Niklas Luhmann in Sociologia del rischio). Capite? Se sono bazzecole, la Statistica ancora ce la fa, se sono grandi rischi, son dolori. È un dato, per inciso, che manca a tutti gli economisti. Anche a Schumpeter.

Come rendere misurati (probabilità) i rischi del nostro tempo? Serve un approccio nuovo (e creativo). Serve, appunto, Gestire i rischi a tutto campo: vederli e valutarli bene; misurarli in ipotesi e poi trattarli a dovere (prevenzione e protezione); quindi ritenerne la parte sopportabile, utile a responsabilizzare, e assicurare i grandi rischi che metterebbero in ginocchio. Per fare questo percorso si deve uscire dagli uffici, valorizzare gli intermediari, stare sul campo, accanto ai diversi soggetti influenti, a osservare bene i processi, a relazionarsi con continuità (raccogliere e dare info), per contribuire alla formazione del rischio, che così possiamo definire (alla Bruno de Finetti) come soggettivo e attivo, relazionale e processuale, in linea retta con il dettato della Meccanica dei quanti: chi si relaziona contribuisce a dare forma all’evento atteso.

Ed è la direttiva europea Solvency II a mettere la ciliegina su questa torta. Dice: l’assicuratore è libero d’investire (5.000 miliardi) come vuole, purché sia responsabile; faccia “investimenti prospettici” nelle grandi infrastrutture materiali e sociali determinanti

per la formazione dei rischi che ha in casa e che assumerà. Guardi avanti, concentrato e proteso ad anticipare gli eventi. Ecco, la parola magica del moderno rischiare è: anticipare.

Ma, la Politica e le grandi PA non dovrebbero prioritariamente occuparsi di queste questioni (organizzarsi per metterle a fuoco, dare vantaggi fiscali, fare governance, ascoltati i competenti)?

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“Le modalità di calcolo del rischio, come sono state sinora definite dalla scienza e dalle istituzioni legali, collassano.” Ulrich Beck, La società del rischio, Carocci, ‘00, p. 29


Francesco Bizzotto 

martedì 5 febbraio 2019

WORLD ECONOMIC FORUM E PRIORITA’ DI LUNGO PERIODO


ECONOMIA ETICA

Chi agisce deve avere scopi giusti e comportarsi bene. E dire dove va a parare, quali conseguenze positive e negative si attende: quali rischi corre lui e fa correre a noi. Per un’etica del libero mercato



Un articolo di Gianmario Verona sul World Economic Forum di Davos (Corriere della sera, 25 cm) titola e parla de “L’etica dei comportamenti – una priorità per l’economia”. Vediamo. A Davos 2019 si guarda alle “priorità di lungo periodo”. Tra una globalizzazione disordinata e una disruption tecnologica con “lati oscuri”, la medicina per il capitalismo eterno malato non viene cercata a livello macro (delle policy) ma micro, dei comportamenti. Per riacchiappare la fiducia, che si crea nell’agire, nel governare.

Vogliamo “ridurre la povertà in Africa” (e le fughe di massa)? Creiamo le condizioni per un “call to action” del privato a investirvi. Pensiamo di “limitare l’abuso dell’impiego dei dati internet”? Favoriamo “attraverso blockchain e reti neurali le innovazioni che impieghino i dati senza impiegare i profili”. E la sostenibilità delle produzioni? Passiamo a prodotti (e marchi) guidati da scopi e obiettivi dichiarati (purpose-driven brand). Aziende e istituzioni sono chiamate a concorrere a un livello sottile: “dare risposte concrete e allo stesso tempo etiche”, relazionali, cioè buone e giuste. Cerchiamo leader morali per soddisfare una domanda nuova, molto esigente. Poi, certo, servono politiche economiche macro di sostegno. La bella notizia è che “la generazione Z, i nati dopo il 2000, è portatrice di molti di questi valori” ed è disponibile a impegnarsi. C’è molto da costruire in termini di sensibilità e consenso: formare all’etica nella scuola e far conoscere le buone prassi, attenti alla ricerca interdisciplinare. Conta la qualità delle decisioni e dei fatti. Dara Khosrowshahi di Uber, dopo la morte del giornalista Jamal Khashoggi, ha deciso “di non partecipare alla conferenza Saudi Future Investment Initiative a Riad, nonostante i molti investitori arabi tra i loro azionisti.” Non sono cose da buonisti. Il premio Nobel 2014 Jean Tirole sostiene che l’Economia è una gemma della filosofia morale: mira al bene comune.

Se è la fiducia il propellente di base, ci vuole un visibile equilibrio tra conoscenze (possibilità e capacità) da un lato e rischi (finalità e conseguenze: dove vai a parare) dall’altro. E questo è il sapere. Basta a produrre fiducia? No, dice Vito Mancuso. Serve anche il sapore: l’etica (onestà nelle relazioni, sempre), da cui la fiducia. Oggi cresce il sapere. E il sapore? Gli appelli lasciano il tempo che trovano. I controlli costano e alimentano separatezze e chiusure. Cerco un’etica giusta, bella, interna al libero mercato.

È evidente che, per governare la potenza latente (la massa di conoscenze che abbiamo) serve esplorare doti nuove: di sapienza (dice Mancuso); contemplative, aggiungo io: rallentare, vedere bene, apprezzare, soppesare, anticipare. E, forse, servono condizioni di vantaggio economico ad agire bene come norma. Un po’ come ha fatto l’Europa con le Assicurazioni: per garantirne la solvibilità le impegna a investire (5.000 miliardi) in infrastrutture materiali e sociali che riducano i rischi. Se non lo fanno, aumenta il capitale di garanzia. Sono così interessate a investimenti etici. E l’economia in generale?

Un esempio (già fatto). Il D.lgs. 231/01 obbliga i responsabili di attività a preoccuparsi dei rischi che corrono (pena risponderne con il patrimonio personale). Funziona? Poco, perché siamo un po’ incoscienti e mancano stimoli e interessi economici reciproci. C’è l’obbligo di gestire i rischi ma non viene specificato che deve concludersi, come logica vuole, con l’Assicurazione. Questa ha interesse a valutare bene i rischi. Potrebbe fare di più per la prevenzione. E potrebbe dire dei rischi smisurati, degli azzardi. Mandare segnali.

Siamo oltre il comportamentismo. Il rischio, inteso come probabilità soggettiva (Bruno de Finetti), relazionale, processuale, è una buona cartina al tornasole dell’etica delle attività. Ed è una probabilità quantistica: chi vi mette mano contribuisce a dargli forma, con i suoi scopi, le sue capacità, il suo comportamento. Qui l’economia mostra gravi limiti di responsabilità. Snobba un po’ il rischio. È ferma alla probabilità frequentista, passatista.
Francesco Bizzotto



martedì 29 gennaio 2019

ANTAGONISMO O CONFRONTO DI MERITO?


CGIL. IL CUORE OLTRE …

Come si rappresenta oggi il lavoro? Non commettere l’errore di separare impresa e lavoratori.

Candido Marco Bentivogli e Carlo Bonomi per unire, passare alla Qualità, attrarre Investimenti 


L’impressione? Landini segretario e Colla vice è il presente al passato, il non decidersi per il futuro. La Cgil, perso il treno della Democrazia economica alla tedesca (poco male), fa un importante appello all’unità sindacale. Ma, il lamento politico è un canto stonato: sei tagliato fuori quando sei debole, e i sindacati lo sono da decenni. Non a caso, dove c’era margine, sono cresciuti i profitti e molto diminuiti gli stipendi. E i giovani? E il ruolo del lavoro? Non esiste. Si alza il rischio che salti la baracca. C’è un responsabile? Sì. Guarda caso, è il maggior danneggiato dalla debolezza sindacale: l’impresa. L’errore strategico di Confindustria (la chiusura nelle relazioni aziendali) ha infragilito il sistema economico. Non ha guardato oltre il naso; ha fatto conto sul lavoro umiliato, a basso costo (e pure sul finto nazionalista che dice di non vedere l’orso, in alto a destra). Intanto l’imprenditore medio fatica ed è bravo a trovare, formare, soddisfare e tenersi i lavoratori attivi e creativi.

Che è quel che conta. Perché l’impresa (il libero mercato) è impegnata in una svolta epocale: dall’ottica individuale (liberale) a quella della rete (della filiera) che tiene insieme e articola, governa e riconosce attori diversi. Il lavoro – quello che rimane, che non passa alla macchina – non è più “manodopera” esecutiva, ma intelligenza riflessiva, che cura relazioni lunghe, complesse e nuove (con l’intelligenza artificiale e fino in capo al mondo), ed è a caccia d’innovazioni: le anticipa, le sente arrivare, le crea e se le gode; le contempla. È il lavoro (dipendente e autonomo) che c’è e che serve per competere: chiede e offre qualità, cura, forma istituzionale e fiducia. Carlo Bonomi (presidente di Assolombarda, l'associazione delle imprese di Milano, Lodi, Monza e Brianza: 4° pil in Europa dopo Madrid, Londra e Parigi) l’ha detta così: Milano va grazie a competenze diffuse, all’impegno e alla passione; dobbiamo “costruire dal basso nuova fiducia. Promuovere i nostri giovani”. Perché è giusto e per sopravvivere. Ha detto infatti Mario Deaglio (23° Rapporto sull’Economia globale e l’Italia): “L’economia globale sta rallentando (…). L’unica soluzione che sta prendendo corpo è la sostenibilità” (delle relazioni ambientali e sociali, dico io). L’imprenditore, da solo, non ce la fa. Nessuno stia a guardare.

La Cgil, allora? Bene il duo Landini e Colla se le politiche a cui pensano (Landini: dirompenti e rivendicative in alto; Colla: dialoganti e collaborative in basso, nell’impresa – ma, nel congresso se n’è parlato?) si confrontano apertamente; si verificano. E se la ritrovata spinta all’unità sindacale non è la scialuppa di salvataggio di un ceto, ma mira a un’unità larga: un organismo direttivo unitario (per le grandi questioni) aperto a tutte le rappresentanze del lavoro (dipendente e autonomo), e un volto, una voce unitaria del sindacalismo italiano. Io candido Marco Bentivogli, segretario generale della Fim Cisl. Il suo slogan? Promuovere il lavoro e trattare. A tutele e paternalismi si perde tutti.

Ora esagero. Un Sindacato dei Lavori vedrebbe bene che l’antagonismo (il conflitto relazionale, la contrapposizione di ruolo) non va più, è fuori stagione; che è tempo di conflitti di merito, che salvino sempre la relazione e la dignità personale. La decisione più bella, allora, che sindacati e associazioni d’impresa potrebbero / dovrebbero prendere è gettare il cuore oltre …: fare una struttura di ricerca e rappresentanza alta delle forze sia di impresa sia di lavoro, per elaborare idee e proposte di governo dell’economia (come passare al paradigma della Qualità? Come attrarre Investimenti?) e darle un’espressione unitaria (volto e voce). Anche qui c’è una persona che ha visione e che stimo capace: il citato presidente di Assolombarda Carlo Bonomi. Potrebbe un Governo fare il nesci?

“Una società può progredire in complessità solo se progredisce in solidarietà” (Edgar Morin, Il paradigma perduto, Feltrinelli, ’99).

Francesco Bizzotto

lunedì 14 gennaio 2019

“PATTO TRASVERSALE PER LA SCIENZA”


LA SCIENZA? SI FA


Il patto, redatto dagli immunologi Burioni e Silvestri e firmato da Grillo e Renzi, sa di colpaccio un po’ sopra le righe. Non lo firmo. L’obiettivo è giusto (l’obbligo delle vaccinazioni: così s’è deciso) ma l’enfasi è troppa e il finale è un batter cassa discutibile 
(“un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base”). Scienza e ricerca sono dati a bere come assoluti indipendenti che non sono. Conta il contesto e la maturità sociale. E conta, eccome, la politica: Gran Bretagna e Germania, dove il vaccino non è obbligatorio, non fanno pseudoscienza; aderiscono a realtà diverse. Ce lo chiarisce l’Economia, che registra mille pareri, non ne azzecca una e apre al comportamentismo. Nel 2017 il premio Nobel è andato a Richard Thaler, che dimostra l’influenza sulle scelte economiche delle spinte gentili, poco razionali, per nulla impositive e molto relazionali. Un esempio? Per ridurre l’obesità basta mettere i cibi sani ad altezza degli occhi e gli altri in basso o in alto (R. H. Thaler e C. R. Sunstein, La spinta gentile, Feltrinelli, ’14). È scienza. Come è scientifica la crescita mondiale senza precedenti di cui il Nobel per l’economia 2018 William Nordhaus ha detto: “L'umanità sta giocano a dadi con l'ambiente”.

Certo, la scienza illumina il cammino, ci aiuta a valutare e decidere. Ed è di questo che si tratta, tenendo conto di molte variabili, non solo razionali e non solo economiche. La verità scientifica non è ma si fa. Lo diceva anche Gesù (“Chi fa la verità viene alla luce“; Gv 3,14). E poi, se si tratta di valutare, decidere e agire, significa che le cose possono stare in un modo e anche in un altro, soprattutto con riferimento alle conseguenze che ne possono scaturire. Decidere è rischiare (un agire misurato e aperto). E anche rischiare non è banale: il rischio si fa, come la verità. La decisione infatti può non riguardare un rischio ma un pericolo (siamo al buio, sappiamo poco) oppure un azzardo, (la hybris dei greci antichi: eccesso consapevole; tracotanza incapace e sicurezza pericolosa, irresponsabile). Entrambi (il pericolo e l’azzardo) sono spesso ricchi di scienza. Anzi, servirebbe giusto una scienza che studi e valuti le conseguenze delle scoperte scientifiche: non è più tempo di aspettare le confutazioni, che magari arrivano dopo un disastro senza rimedio.

Dunque la scienza non è un assoluto che ci libera dalla lettura, interpretazione e decisione responsabili. Sempre più la decisione è politica (interessa, coinvolge i molti: la vaccinazione è un esempio). Dunque la scienza illumina; a decidere è la politica. Nell’appello – che voglio salvare – la parola politica va sostituita con la parola partiti.

Francesco Bizzotto

mercoledì 9 gennaio 2019

ACCOMPAGNAMENTO MOBILITA’ E PROMOZIONE


LAVORARE COME CONCORRERE



Sul lavoro l’aria è viziata; sotto sotto è lotta vera. E, nelle imprese, nel Paese, ci sono belle esperienze. Sono ottimista. Il Governo ha posto giuste questioni (Dignità e Sicurezza di reddito) con l’approccio old delle sinistre e dei liberali (stabilità e tutele). Servono invece Mobilità e Promozione (con paracadute per il Reddito). Ora, sterza su condizionalità, controlli e incentivi: se viziati dalla passività, falliranno. Vedremo le norme e i regolamenti. C’è però un bel fermento su due nodi: i Centri per l’impiego (o Agenzie del lavoro; AFOL a Milano e Monza) e la Formazione continua per tutti. Possono far decollare il Dialogo di territorio tra Domanda delle imprese e Offerta di lavoro, risolutivo per avere più occupati e relazioni più soddisfacenti e produttive. La Domanda (l’impresa) è oggi molto abbottonata: va per conoscenze e fiducia. Mentre imprese e sindacati sono fuori dalle Agenzie del lavoro. Primo passo: farli entrare. Secondo: formare l’Offerta. Obiettivi da perseguire, entrambi, in modo graduale e rispettoso delle parti in causa, secondo la ricetta di Elinor Ostrom – 1933 / 2012 –, prima donna, nel 2009, premio Nobel per l'economia.

Ma, perché l’impresa non dice chiaro cosa le serve? E perché le Associazioni d’imprese e i Sindacati non hanno speso per anni una parola (tranne la Cisl: una!) a sostegno delle Politiche attive del lavoro? C’è l’Agenzia nazionale dal 2015 e c’è una riforma delle Camere di commercio che chiede alle imprese di contribuirvi. La Verità? L’impresa vuole scegliere il lavoratore senza essere scelta; non vuole che si formi una Concorrenza sul Capitale umano (tra lavoratori e tra imprese). E i sindacati? Non mirano all’autonomia e al protagonismo del lavoro; sono centralisti, come la vecchia Sinistra: “Ai tuoi interessi ci penso io”. E invece è quel che serve per uscire dalle parallele logiche dell’impresa come fatto individuale (non relazionale, poco innovativo) e del lavoro fermo, rappresentato e tutelato (e scontento al 70%); il lavoro che fanno le macchine: eseguire compiti su ordini.

Passare da stabilità e tutele (passività) a Mobilità e Promozione (attivarsi e concorrere) equivale a passare da un approccio negativo, sacrificale, a uno propositivo, responsabile. Significa che (salvo un 2% fisiologico di tutele) Accompagnamento, Mobilità e Promozione – cioè crescere, interrogarsi, immaginare, studiare, viaggiare, cambiare, osare Startup – devono valere per tutti, non solo per licenziati, inoccupati, disoccupati. Il primo approccio rende tutto pesante, difficile, costoso; il secondo, tutto leggero, semplice, solare. Un’idea cara a Bruno Trentin, sindacalista Cgil, testimonia Pietro Ichino (in La casa nella pineta).

E le risorse? Sono abbondanti e vengono offerte da molte Istituzioni (si può attivare una bella Concorrenza). In primis c’è un’azione e un risparmio urgente: mettere ordine e dare senso; troppi soggetti sono in campo in modo confuso e poco produttivo; Agenzie pubbliche o para pubbliche di varia natura, sempre finanziate o agevolate; vaghi corsi di formazione (e i risultati?). Ho contato solo a Como un centinaio di uffici per il lavoro (strutture e stipendi). Fare ordine in casa. E parlare in Europa: a progetti seri seguono finanziamenti sicuri. Mancano i progetti seri. E poi, in Europa si discute di lavoro accompagnato e “assicurato”. E noi? Silenzio. Aumenterebbe di molto le chance di occupazione e Mobilità. Un’idea grandiosa: assicurare il Lavoro significherebbe che l’Europa crea un’unica struttura di garanzia. Io oserei di più: dalla mutualità (ripartire i costi) passerei a una impostazione assicurativa vera e propria; un soggetto che prende un “premio” e s’impegna di suo con garanzie non solo monetarie; si attiverebbe per rendere misurati e sostenibili i rischi in questione (avere meno “sinistri”, guadagnare di più). Interessante, vero? L’Assicuratore, dunque, potrebbe essere un attivatore di lavoro e d’impresa (sempre meno separabili).

C’è da dire che è anche (parlavamo di risorse) uno speciale investitore istituzionale di lungo periodo impegnato – da un preciso e saggio indirizzo europeo (Solvency II) – a fare “investimenti infrastrutturali prospettici” (iip) materiali e sociali, con l’obiettivo di ridurre il peso dei rischi che ha e metterà in pancia. Per tenere basso il capitale di solvibilità. Così, per inciso, se un Cda fa pochi “iip”, potrà essere accusato dal Davide Serra di turno di cattiva gestione, di danneggiare la compagnia. È chiaro perché gli Assicuratori hanno già stanziato, nel silenzio generale, 15 miliardi per “iip” (su 800 di riserve in Italia e 5.000 in Europa)? Non si dica: mancano le risorse. La Politica vuole continuare a separare il pubblico dal privato? È un errore. Il mio pensare qui è andreottiano.

Allora, le imprese vogliono libertà di prendere e lasciare (licenziare). Si può fare in logica di reciprocità concorrenziale; sconsiglio la logica sacrificale. Proviamo un dialogo istituzionale che metta il lavoratore giusto (dipendente o autonomo) con l’imprenditore giusto. Verrà da sé che, se la relazione di lavoro non gira, è giusto cambiare: licenziare o dimettersi. Perché? C’è un conflitto sano da scoprire: di merito, creativo, che rispetti e rafforzi le relazioni e faccia impresa vitale, sociale.



Francesco Bizzotto


sabato 5 gennaio 2019

PER UN VERO ERM- Enterprise Risk Management -


AZZARDO O RISCHIO?



Siamo “individui” dinamici e solitari, amiamo valutare e decidere, e insieme siamo “persone” con forti legami sociali, portate alla comunicazione, al dono reciproco, e al dialogo, alla lotta; pronte a fare gruppo. Siamo “cosa e cosa”: realtà sfuggenti, contraddittorie e indomabili, mai in vera sintonia con la società, eppure eccentriche, facili ad aprirsi, arrendersi all’altro, e a collaborare nella forma del con-correre (il contribuire riconosciuto per obiettivi condivisi) che esalta le qualità individuali, dà esiti innovativi e rinsalda il gruppo. Ora, i due poli (individuo e persona) sono co-originari e si bilanciano. Lasciati soli, il primo si fa tracotanza spudorata, la seconda frustrazione esplosiva. Uniti formano l’uomo intero e qualitativamente unico che – con sofisticate soluzioni istituzionali e relazioni di rete (spazio per decidere, rischiare) – sa agire in modo sensato, misurato. (Monica Martinelli, L’uomo intero. La lezione inascoltata di Georg Simmel, Il Melangolo, ‘14).

Il mio obiettivo: creare le condizioni per l’espressione della “potenza” latente, resa accessibile dalla scienza. Già controllata dalle religioni, poi dai sovrani, quindi dagli Stati, dalla tecnica e dai mezzi per la ricerca scientifica, la potenza è ora in mani individuali (Mauro Magatti, Oltre l’infinito, Feltrinelli, ‘18). Il liberalismo l’ha esplorata con risultati straordinari. E con gravi difetti: tende a trascurare la persona; mira al controllo piramidale; è indirizzata al benessere solo materiale; pensa a una crescita quantitativa senza limite. Ma, l’individuo senza la persona annichilisce; il controllo si fa censura; il benessere o è anche dello spirito o non è; la crescita tecnico-quantitativa illimitata è follia.

Mi pare che i difetti si possano correggere riflettendo sul “rischio”, simbolo della potenza (sempre aperta a risultati opposti) e protagonista trascurato dalla scienza (anche da Mauro Magatti). È stato tenuto a bada dal diritto e dalla statistica (lo sguardo rivolto al passato). La possibilità che le attività procurassero danni (a se stesse, a terzi, alla collettività) è stata gestita – a posteriori, con un certo fastidio – per via matematica (Pascal) e con forme contrattuali e di solidarietà pubbliche (welfare) e private (mutue e assicurazioni).

Ora, il rischio è una probabilità, una misura. A ben vedere, prima – quando non valutiamo e non decidiamo – è “pericolo” (Niklas Luhmann, Sociologia del rischio, B. Mondadori, ‘96). Oggi richiede una misurazione complessa: soggettiva e relazionale, processuale e prospettica, quantitativa e qualitativa. Una métrion, direbbe Platone: “la misura interiore di una totalità vivente” (H. Georg Gadamer, Dove si nasconde la salute, Cortina, '94, p. 109). La métrion dice cosa è opportuno, saggio, giusto, buono, adeguato, lungimirante. Il rischio? Si fa, è un’attesa, direbbe Bruno de Finetti; non c’è altro modo per misurarlo. "Più non è possibile quello che era possibile nelle epoche passate dove, per una razionale previsione del futuro bastava guardare il passato.” (Umberto Galimberti, Psiche e techne, Feltrinelli, ‘04, p. 52). Nelle imprese cala il tasso di decisione? Perché si è nel pericolo; si rischia poco.

Altro che big data e regolazioni algoritmiche! La logica tecno-quantitativa (métron in Platone: misura matematica) va accompagnata, resa viva, con un approccio qualitativo che le dia una Giusta misura (métrion), ne stabilisca il limite e ci faccia uscire dalla follia. Per consentire alla potenza (alla scienza) di dispiegarsi in libertà serve, allora, l’uomo intero e una Gestione avanzata dei rischi, sostenuta dalla tecnica e – direi – assicurata in ottica prospettica. È l’ottica – prevista dall’Europa con Solvency II – che anticipa e così misura il rischio della potenza. Crea cioè una sicurezza consapevole e responsabile: safety la chiama Zygmunt Bauman (capacità di trasformare i pericoli in rischi e abilità nel correrli - Università Cattolica di Milano, 29.03.’04). Questa sì ha grandi prospettive di crescita. E, con lei, la scienza e la potenza. E come aumentare questa safety? Praticando – insieme – la Gestione dei rischi e delle possibilità, una concentrazione duale, un vero ERM - Enterprise Risk Management che non c’è, perché prima ci avventiamo sulla preda (Henri Bergson) e poi gestiamo l’operatività, rimediamo; continuiamo nell’errore di separare (Simmel).

C’è, dunque, un soggetto tenuto ed economicamente interessato a fare prevenzione: è l’assicurazione privata posta in un giusto rapporto con l’autorità pubblica. L’assicuratore, con la sua quotazione (il premio richiesto o il rifiuto ad assumere il rischio) dice del caso specifico: che rischio è? Ha i tratti del pericolo? È un azzardo, una follia? Se non assicura, chi di dovere ha elementi per non autorizzare l’iniziativa. Un esempio? Perforare il Polo Nord (un azzardo): è solo il rifiuto ad assicurare che ha messo il progetto in stand by.

La logica del rischiare, cioè del fare iniziative misurate / métrion, è l’unica via d’uscita dal trend in cui siamo (inquinamenti, stress, migrazioni, catastrofi, cyber risk, mutazioni genetiche avventate). È sostenibile e costa la metà rispetto al rimedio. Un caso limite? La Sanità è al 90% ex post, sul rimedio, su pericoli. Se si orientasse ex ante, alla prevenzione, ai rischi, crescerebbero responsabilità e safety diffuse e potremmo far conto (solo qui, in prospettiva) su un risparmio annuale di 70 miliardi. Che messaggio ai cittadini e ai mercati!

Francesco Bizzotto