lunedì 25 febbraio 2019

POLITICHE ATTIVE, USCIRE DAGLI SCHEMI




 MILANO AL LAVORO


Il Corriere della sera lancia TrovoLavoro, iniziativa (su carta, il primo lunedì del mese, gratis) per l'incontro tra Domanda e Offerta di lavoro. La prima uscita il 25 febbraio. 

Se n'è parlato qui a Milano il 22 c.m., con Davide Casaleggio (nel 2054 si lavorerà per l'1% del tempo), Marco Bentivogli (ogni robot chiama nuovi lavori, se il processo viene capito, governato, anticipato), il vice di Confindustria Gianni Brugnoli (le imprese hanno difficoltà a reperire capitale umano, che é "fulcro del successo") e con il presidente di RCS Urbano Cairo (daremo informazioni pratiche e selezionate; il lavoro? C’è e ci sarà). Bella iniziativa: TrovoLavoro dirà quali aziende assumono e cercano, e cosa cercano. Vedremo. Il messaggio: il lavoro è il primo problema; decisivo é fare sistema, ascoltare le esigenze delle imprese, formare per quel che serve (un nuovo diritto), ridare valore umanistico al lavoro manuale e attivare i giovani. Il governo non ci complichi la vita. La mia riflessione. Sono molte le iniziative per il lavoro. Se ne occupano anche i grandi Comuni e molte chiese locali (Milano e Bologna, ad esempio). C'è in realtà una dispersione di risorse, soprattutto se si tiene conto che l'aspetto decisivo é il rapporto personale tra un esperto e il soggetto che cerca lavoro; l'accompagnamento, già caro a don Bosco. L'abbiamo colpevolmente trascurato. La Germania ha 100.000 esperti. Noi ne stiamo inserendo 10.000 accanto agli 8.000 in forza, oberati di compiti amministrativi. Milano ha una Agenzia di Formazione, Orientamento e Lavoro (AFOL) metropolitana che ha messo a sistema una bella storia. Merita di essere aperta ai più diversi soggetti e investitori, a partire da imprese e sindacati, per mirare la formazione e rendere efficace il dialogo tra Domanda delle aziende e Offerta di lavoro. Obiettivo: una sana Mobilità del lavoro che liberi tutte le forze (d'impresa e del lavoro), valorizzi l'armonia relazionale (e dunque la creatività e l'innovazione) e anticipi i problemi, le crisi. L'impresa vuole assumere e licenziare liberamente. Anche il lavoratore insoddisfatto o precario vuole crescere e cambiare. Entrambe le esigenze si possono soddisfare. Si può realizzare un nuovo modo di concorrere, con il giusto paracadute (la tutela economica e l'accompagnamento per tutti, imprenditori e lavoratori). C'é un 20% di lavoro in più subito possibile. E in futuro? Dipende da molte cose. Propendo per la tesi di Bentivogli, che però sottovaluta, mi pare, gli effetti della tecnologia combinati con la consapevolezza che la crescita quantitativa deve darsi un limite: non tutto ciò che è possibile merita di essere processato, realizzato, perché il lato in ombra della possibilità (il rischio) si sta alzando paurosamente. Crescita sì, ma qualitativa (di valore), per vie creative, innovative e sostenibili, che riducano ingombri, volumi, sprechi, inquinamenti. Era il trend del Nord Milano dieci anni fa. Fondamentali sono le grandi infrastrutture di trasporto, comunicazione e riassetto idrogeologico e urbanistico (uso del territorio). C'é qui una prateria di iniziative e lavoro. Ora, la priorità è parlarne, unire gli attori pubblici e privati (aspetto clou) e definire un progetto coraggioso all'altezza di Milano. Un ruolo forte devono averlo il sindaco Giuseppe Sala, Carlo Bonomi di Assolombarda e – perché no? – un’istituzione come il Corriere di Urbano Cairo. Si tratta di uscire dagli schemi per rilanciare l’Agenzia del lavoro AFOL e le Politiche attive (che l’Europa finanzierà), aperti alla Lombardia, per il Paese. Sapendo che la risposta giusta non c'é. La si deve cercare, costruire, fare. Insieme. Come la verità per Gesù. É la specialità di Milano.
Francesco Bizzotto

lunedì 18 febbraio 2019

POLIZZA E GESTIONE DEL RISCHIO


UNIVERSITÀ CATTOLICA E POLITECNICO
NEBBIA A MILANO



Pur convinto, con Franco Volpi, filosofo vicentino mancato nel 2009 a 57 anni, che sia bene procedere con la “ragionevole prudenza del pensiero”, prendo i casi di due istituzioni di calibro e prestigio per fare critiche pesanti, con il dovuto rispetto e senza pretese.

L’Università Cattolica di Milano esce con questi risultati di ricerca del suo CeTIF: la nuova sfida del mercato assicurativo è l’Instant insurance; fare piccole polizze, per pochi giorni, via smartphone, senza intermediari. Sono pacchetti assicurativi temporanei per importi contenuti di copertura e di premio. Si acquistano con un clic dello smartphone. Et voilà! La loro caratteristica? Le parti rischiano poco: piccoli rischi con – a ben vedere – alti costi implicati. Conviene? Solo all’assicuratore (fa volumi). Ma, questi è nato nel XIII secolo per andare oltre le Mutue, che coprivano rischi omogenei ripartendo i fondi raccolti: finiti i fondi, finite le garanzie. L’assicuratore copriva con la sua “promessa” (polizza) i grandi rischi dell’iniziativa individuale (innovativa, esplorativa) che la logica delle Mutue rifiutava. È vero, siamo sensibili ai piccoli rischi, ma – riflettiamo – quali conseguenze potrà avere un piccolo danno? I costi implicati rendono conveniente tenerlo in proprio o assicurarlo in altro modo. L’indirizzo di assicurare i piccoli rischi è sbagliato. Ma, la ricerca? Berlusconi direbbe: siamo nel “paradosso del comma 22” (risposte pilotate). Rimangono le domande: a cosa orientare l’assicuratore? Rispondo: ad assicurare i grandi rischi di industry 4.0 e della globalizzazione. Possibile che l’offerta non veda l’esigenza? Rispondo con il caso del Politecnico di Milano.

Il Politecnico, santuario laico, ha lanciato anni fa il Cineas, consorzio di formazione alla Gestione del rischio (di cui è cuore la Prevenzione dei danni). Da un po’ annacqua la mission e fa il gambero: dà molto peso alle polizze, mentre tutto invita (persino la legge: la 231/01) a essere responsabili, a investire (nella Gestione) per prevenirli i danni. E perché la Cattolica e il Politecnico sembrano avallare l’indirizzo che orienta a fare volumi finanziari (con poca sostanza industriale) e alla polizza con poca prevenzione, poca Gestione?

C’è in corso una lotta (e una crisi). Ci sono ottiche, interessi e sensibilità diversi. Vincono i finanziari e perdono gli industriali? In parte. Soprattutto, il mercato assicurativo è in una significativa crisi: teme il grande rischio perché “collassano” i modi tradizionali di misurarlo (Ulrich Beck); guardare al passato (una volta per tutte) dice sempre meno del futuro; la Statistica, le tariffe, la separatezza spaziale e temporale non misurano più il rischio e riservano amare sorprese (Cigni neri, dice Nassim Nicholas Taleb). E il rischio è una probabilità, una misura; altrimenti è un pericolo (Niklas Luhmann in Sociologia del rischio). Capite? Se sono bazzecole, la Statistica ancora ce la fa, se sono grandi rischi, son dolori. È un dato, per inciso, che manca a tutti gli economisti. Anche a Schumpeter.

Come rendere misurati (probabilità) i rischi del nostro tempo? Serve un approccio nuovo (e creativo). Serve, appunto, Gestire i rischi a tutto campo: vederli e valutarli bene; misurarli in ipotesi e poi trattarli a dovere (prevenzione e protezione); quindi ritenerne la parte sopportabile, utile a responsabilizzare, e assicurare i grandi rischi che metterebbero in ginocchio. Per fare questo percorso si deve uscire dagli uffici, valorizzare gli intermediari, stare sul campo, accanto ai diversi soggetti influenti, a osservare bene i processi, a relazionarsi con continuità (raccogliere e dare info), per contribuire alla formazione del rischio, che così possiamo definire (alla Bruno de Finetti) come soggettivo e attivo, relazionale e processuale, in linea retta con il dettato della Meccanica dei quanti: chi si relaziona contribuisce a dare forma all’evento atteso.

Ed è la direttiva europea Solvency II a mettere la ciliegina su questa torta. Dice: l’assicuratore è libero d’investire (5.000 miliardi) come vuole, purché sia responsabile; faccia “investimenti prospettici” nelle grandi infrastrutture materiali e sociali determinanti

per la formazione dei rischi che ha in casa e che assumerà. Guardi avanti, concentrato e proteso ad anticipare gli eventi. Ecco, la parola magica del moderno rischiare è: anticipare.

Ma, la Politica e le grandi PA non dovrebbero prioritariamente occuparsi di queste questioni (organizzarsi per metterle a fuoco, dare vantaggi fiscali, fare governance, ascoltati i competenti)?

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“Le modalità di calcolo del rischio, come sono state sinora definite dalla scienza e dalle istituzioni legali, collassano.” Ulrich Beck, La società del rischio, Carocci, ‘00, p. 29


Francesco Bizzotto 

martedì 5 febbraio 2019

WORLD ECONOMIC FORUM E PRIORITA’ DI LUNGO PERIODO


ECONOMIA ETICA

Chi agisce deve avere scopi giusti e comportarsi bene. E dire dove va a parare, quali conseguenze positive e negative si attende: quali rischi corre lui e fa correre a noi. Per un’etica del libero mercato



Un articolo di Gianmario Verona sul World Economic Forum di Davos (Corriere della sera, 25 cm) titola e parla de “L’etica dei comportamenti – una priorità per l’economia”. Vediamo. A Davos 2019 si guarda alle “priorità di lungo periodo”. Tra una globalizzazione disordinata e una disruption tecnologica con “lati oscuri”, la medicina per il capitalismo eterno malato non viene cercata a livello macro (delle policy) ma micro, dei comportamenti. Per riacchiappare la fiducia, che si crea nell’agire, nel governare.

Vogliamo “ridurre la povertà in Africa” (e le fughe di massa)? Creiamo le condizioni per un “call to action” del privato a investirvi. Pensiamo di “limitare l’abuso dell’impiego dei dati internet”? Favoriamo “attraverso blockchain e reti neurali le innovazioni che impieghino i dati senza impiegare i profili”. E la sostenibilità delle produzioni? Passiamo a prodotti (e marchi) guidati da scopi e obiettivi dichiarati (purpose-driven brand). Aziende e istituzioni sono chiamate a concorrere a un livello sottile: “dare risposte concrete e allo stesso tempo etiche”, relazionali, cioè buone e giuste. Cerchiamo leader morali per soddisfare una domanda nuova, molto esigente. Poi, certo, servono politiche economiche macro di sostegno. La bella notizia è che “la generazione Z, i nati dopo il 2000, è portatrice di molti di questi valori” ed è disponibile a impegnarsi. C’è molto da costruire in termini di sensibilità e consenso: formare all’etica nella scuola e far conoscere le buone prassi, attenti alla ricerca interdisciplinare. Conta la qualità delle decisioni e dei fatti. Dara Khosrowshahi di Uber, dopo la morte del giornalista Jamal Khashoggi, ha deciso “di non partecipare alla conferenza Saudi Future Investment Initiative a Riad, nonostante i molti investitori arabi tra i loro azionisti.” Non sono cose da buonisti. Il premio Nobel 2014 Jean Tirole sostiene che l’Economia è una gemma della filosofia morale: mira al bene comune.

Se è la fiducia il propellente di base, ci vuole un visibile equilibrio tra conoscenze (possibilità e capacità) da un lato e rischi (finalità e conseguenze: dove vai a parare) dall’altro. E questo è il sapere. Basta a produrre fiducia? No, dice Vito Mancuso. Serve anche il sapore: l’etica (onestà nelle relazioni, sempre), da cui la fiducia. Oggi cresce il sapere. E il sapore? Gli appelli lasciano il tempo che trovano. I controlli costano e alimentano separatezze e chiusure. Cerco un’etica giusta, bella, interna al libero mercato.

È evidente che, per governare la potenza latente (la massa di conoscenze che abbiamo) serve esplorare doti nuove: di sapienza (dice Mancuso); contemplative, aggiungo io: rallentare, vedere bene, apprezzare, soppesare, anticipare. E, forse, servono condizioni di vantaggio economico ad agire bene come norma. Un po’ come ha fatto l’Europa con le Assicurazioni: per garantirne la solvibilità le impegna a investire (5.000 miliardi) in infrastrutture materiali e sociali che riducano i rischi. Se non lo fanno, aumenta il capitale di garanzia. Sono così interessate a investimenti etici. E l’economia in generale?

Un esempio (già fatto). Il D.lgs. 231/01 obbliga i responsabili di attività a preoccuparsi dei rischi che corrono (pena risponderne con il patrimonio personale). Funziona? Poco, perché siamo un po’ incoscienti e mancano stimoli e interessi economici reciproci. C’è l’obbligo di gestire i rischi ma non viene specificato che deve concludersi, come logica vuole, con l’Assicurazione. Questa ha interesse a valutare bene i rischi. Potrebbe fare di più per la prevenzione. E potrebbe dire dei rischi smisurati, degli azzardi. Mandare segnali.

Siamo oltre il comportamentismo. Il rischio, inteso come probabilità soggettiva (Bruno de Finetti), relazionale, processuale, è una buona cartina al tornasole dell’etica delle attività. Ed è una probabilità quantistica: chi vi mette mano contribuisce a dargli forma, con i suoi scopi, le sue capacità, il suo comportamento. Qui l’economia mostra gravi limiti di responsabilità. Snobba un po’ il rischio. È ferma alla probabilità frequentista, passatista.
Francesco Bizzotto



martedì 29 gennaio 2019

ANTAGONISMO O CONFRONTO DI MERITO?


CGIL. IL CUORE OLTRE …

Come si rappresenta oggi il lavoro? Non commettere l’errore di separare impresa e lavoratori.

Candido Marco Bentivogli e Carlo Bonomi per unire, passare alla Qualità, attrarre Investimenti 


L’impressione? Landini segretario e Colla vice è il presente al passato, il non decidersi per il futuro. La Cgil, perso il treno della Democrazia economica alla tedesca (poco male), fa un importante appello all’unità sindacale. Ma, il lamento politico è un canto stonato: sei tagliato fuori quando sei debole, e i sindacati lo sono da decenni. Non a caso, dove c’era margine, sono cresciuti i profitti e molto diminuiti gli stipendi. E i giovani? E il ruolo del lavoro? Non esiste. Si alza il rischio che salti la baracca. C’è un responsabile? Sì. Guarda caso, è il maggior danneggiato dalla debolezza sindacale: l’impresa. L’errore strategico di Confindustria (la chiusura nelle relazioni aziendali) ha infragilito il sistema economico. Non ha guardato oltre il naso; ha fatto conto sul lavoro umiliato, a basso costo (e pure sul finto nazionalista che dice di non vedere l’orso, in alto a destra). Intanto l’imprenditore medio fatica ed è bravo a trovare, formare, soddisfare e tenersi i lavoratori attivi e creativi.

Che è quel che conta. Perché l’impresa (il libero mercato) è impegnata in una svolta epocale: dall’ottica individuale (liberale) a quella della rete (della filiera) che tiene insieme e articola, governa e riconosce attori diversi. Il lavoro – quello che rimane, che non passa alla macchina – non è più “manodopera” esecutiva, ma intelligenza riflessiva, che cura relazioni lunghe, complesse e nuove (con l’intelligenza artificiale e fino in capo al mondo), ed è a caccia d’innovazioni: le anticipa, le sente arrivare, le crea e se le gode; le contempla. È il lavoro (dipendente e autonomo) che c’è e che serve per competere: chiede e offre qualità, cura, forma istituzionale e fiducia. Carlo Bonomi (presidente di Assolombarda, l'associazione delle imprese di Milano, Lodi, Monza e Brianza: 4° pil in Europa dopo Madrid, Londra e Parigi) l’ha detta così: Milano va grazie a competenze diffuse, all’impegno e alla passione; dobbiamo “costruire dal basso nuova fiducia. Promuovere i nostri giovani”. Perché è giusto e per sopravvivere. Ha detto infatti Mario Deaglio (23° Rapporto sull’Economia globale e l’Italia): “L’economia globale sta rallentando (…). L’unica soluzione che sta prendendo corpo è la sostenibilità” (delle relazioni ambientali e sociali, dico io). L’imprenditore, da solo, non ce la fa. Nessuno stia a guardare.

La Cgil, allora? Bene il duo Landini e Colla se le politiche a cui pensano (Landini: dirompenti e rivendicative in alto; Colla: dialoganti e collaborative in basso, nell’impresa – ma, nel congresso se n’è parlato?) si confrontano apertamente; si verificano. E se la ritrovata spinta all’unità sindacale non è la scialuppa di salvataggio di un ceto, ma mira a un’unità larga: un organismo direttivo unitario (per le grandi questioni) aperto a tutte le rappresentanze del lavoro (dipendente e autonomo), e un volto, una voce unitaria del sindacalismo italiano. Io candido Marco Bentivogli, segretario generale della Fim Cisl. Il suo slogan? Promuovere il lavoro e trattare. A tutele e paternalismi si perde tutti.

Ora esagero. Un Sindacato dei Lavori vedrebbe bene che l’antagonismo (il conflitto relazionale, la contrapposizione di ruolo) non va più, è fuori stagione; che è tempo di conflitti di merito, che salvino sempre la relazione e la dignità personale. La decisione più bella, allora, che sindacati e associazioni d’impresa potrebbero / dovrebbero prendere è gettare il cuore oltre …: fare una struttura di ricerca e rappresentanza alta delle forze sia di impresa sia di lavoro, per elaborare idee e proposte di governo dell’economia (come passare al paradigma della Qualità? Come attrarre Investimenti?) e darle un’espressione unitaria (volto e voce). Anche qui c’è una persona che ha visione e che stimo capace: il citato presidente di Assolombarda Carlo Bonomi. Potrebbe un Governo fare il nesci?

“Una società può progredire in complessità solo se progredisce in solidarietà” (Edgar Morin, Il paradigma perduto, Feltrinelli, ’99).

Francesco Bizzotto

lunedì 14 gennaio 2019

“PATTO TRASVERSALE PER LA SCIENZA”


LA SCIENZA? SI FA


Il patto, redatto dagli immunologi Burioni e Silvestri e firmato da Grillo e Renzi, sa di colpaccio un po’ sopra le righe. Non lo firmo. L’obiettivo è giusto (l’obbligo delle vaccinazioni: così s’è deciso) ma l’enfasi è troppa e il finale è un batter cassa discutibile 
(“un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base”). Scienza e ricerca sono dati a bere come assoluti indipendenti che non sono. Conta il contesto e la maturità sociale. E conta, eccome, la politica: Gran Bretagna e Germania, dove il vaccino non è obbligatorio, non fanno pseudoscienza; aderiscono a realtà diverse. Ce lo chiarisce l’Economia, che registra mille pareri, non ne azzecca una e apre al comportamentismo. Nel 2017 il premio Nobel è andato a Richard Thaler, che dimostra l’influenza sulle scelte economiche delle spinte gentili, poco razionali, per nulla impositive e molto relazionali. Un esempio? Per ridurre l’obesità basta mettere i cibi sani ad altezza degli occhi e gli altri in basso o in alto (R. H. Thaler e C. R. Sunstein, La spinta gentile, Feltrinelli, ’14). È scienza. Come è scientifica la crescita mondiale senza precedenti di cui il Nobel per l’economia 2018 William Nordhaus ha detto: “L'umanità sta giocano a dadi con l'ambiente”.

Certo, la scienza illumina il cammino, ci aiuta a valutare e decidere. Ed è di questo che si tratta, tenendo conto di molte variabili, non solo razionali e non solo economiche. La verità scientifica non è ma si fa. Lo diceva anche Gesù (“Chi fa la verità viene alla luce“; Gv 3,14). E poi, se si tratta di valutare, decidere e agire, significa che le cose possono stare in un modo e anche in un altro, soprattutto con riferimento alle conseguenze che ne possono scaturire. Decidere è rischiare (un agire misurato e aperto). E anche rischiare non è banale: il rischio si fa, come la verità. La decisione infatti può non riguardare un rischio ma un pericolo (siamo al buio, sappiamo poco) oppure un azzardo, (la hybris dei greci antichi: eccesso consapevole; tracotanza incapace e sicurezza pericolosa, irresponsabile). Entrambi (il pericolo e l’azzardo) sono spesso ricchi di scienza. Anzi, servirebbe giusto una scienza che studi e valuti le conseguenze delle scoperte scientifiche: non è più tempo di aspettare le confutazioni, che magari arrivano dopo un disastro senza rimedio.

Dunque la scienza non è un assoluto che ci libera dalla lettura, interpretazione e decisione responsabili. Sempre più la decisione è politica (interessa, coinvolge i molti: la vaccinazione è un esempio). Dunque la scienza illumina; a decidere è la politica. Nell’appello – che voglio salvare – la parola politica va sostituita con la parola partiti.

Francesco Bizzotto

mercoledì 9 gennaio 2019

ACCOMPAGNAMENTO MOBILITA’ E PROMOZIONE


LAVORARE COME CONCORRERE



Sul lavoro l’aria è viziata; sotto sotto è lotta vera. E, nelle imprese, nel Paese, ci sono belle esperienze. Sono ottimista. Il Governo ha posto giuste questioni (Dignità e Sicurezza di reddito) con l’approccio old delle sinistre e dei liberali (stabilità e tutele). Servono invece Mobilità e Promozione (con paracadute per il Reddito). Ora, sterza su condizionalità, controlli e incentivi: se viziati dalla passività, falliranno. Vedremo le norme e i regolamenti. C’è però un bel fermento su due nodi: i Centri per l’impiego (o Agenzie del lavoro; AFOL a Milano e Monza) e la Formazione continua per tutti. Possono far decollare il Dialogo di territorio tra Domanda delle imprese e Offerta di lavoro, risolutivo per avere più occupati e relazioni più soddisfacenti e produttive. La Domanda (l’impresa) è oggi molto abbottonata: va per conoscenze e fiducia. Mentre imprese e sindacati sono fuori dalle Agenzie del lavoro. Primo passo: farli entrare. Secondo: formare l’Offerta. Obiettivi da perseguire, entrambi, in modo graduale e rispettoso delle parti in causa, secondo la ricetta di Elinor Ostrom – 1933 / 2012 –, prima donna, nel 2009, premio Nobel per l'economia.

Ma, perché l’impresa non dice chiaro cosa le serve? E perché le Associazioni d’imprese e i Sindacati non hanno speso per anni una parola (tranne la Cisl: una!) a sostegno delle Politiche attive del lavoro? C’è l’Agenzia nazionale dal 2015 e c’è una riforma delle Camere di commercio che chiede alle imprese di contribuirvi. La Verità? L’impresa vuole scegliere il lavoratore senza essere scelta; non vuole che si formi una Concorrenza sul Capitale umano (tra lavoratori e tra imprese). E i sindacati? Non mirano all’autonomia e al protagonismo del lavoro; sono centralisti, come la vecchia Sinistra: “Ai tuoi interessi ci penso io”. E invece è quel che serve per uscire dalle parallele logiche dell’impresa come fatto individuale (non relazionale, poco innovativo) e del lavoro fermo, rappresentato e tutelato (e scontento al 70%); il lavoro che fanno le macchine: eseguire compiti su ordini.

Passare da stabilità e tutele (passività) a Mobilità e Promozione (attivarsi e concorrere) equivale a passare da un approccio negativo, sacrificale, a uno propositivo, responsabile. Significa che (salvo un 2% fisiologico di tutele) Accompagnamento, Mobilità e Promozione – cioè crescere, interrogarsi, immaginare, studiare, viaggiare, cambiare, osare Startup – devono valere per tutti, non solo per licenziati, inoccupati, disoccupati. Il primo approccio rende tutto pesante, difficile, costoso; il secondo, tutto leggero, semplice, solare. Un’idea cara a Bruno Trentin, sindacalista Cgil, testimonia Pietro Ichino (in La casa nella pineta).

E le risorse? Sono abbondanti e vengono offerte da molte Istituzioni (si può attivare una bella Concorrenza). In primis c’è un’azione e un risparmio urgente: mettere ordine e dare senso; troppi soggetti sono in campo in modo confuso e poco produttivo; Agenzie pubbliche o para pubbliche di varia natura, sempre finanziate o agevolate; vaghi corsi di formazione (e i risultati?). Ho contato solo a Como un centinaio di uffici per il lavoro (strutture e stipendi). Fare ordine in casa. E parlare in Europa: a progetti seri seguono finanziamenti sicuri. Mancano i progetti seri. E poi, in Europa si discute di lavoro accompagnato e “assicurato”. E noi? Silenzio. Aumenterebbe di molto le chance di occupazione e Mobilità. Un’idea grandiosa: assicurare il Lavoro significherebbe che l’Europa crea un’unica struttura di garanzia. Io oserei di più: dalla mutualità (ripartire i costi) passerei a una impostazione assicurativa vera e propria; un soggetto che prende un “premio” e s’impegna di suo con garanzie non solo monetarie; si attiverebbe per rendere misurati e sostenibili i rischi in questione (avere meno “sinistri”, guadagnare di più). Interessante, vero? L’Assicuratore, dunque, potrebbe essere un attivatore di lavoro e d’impresa (sempre meno separabili).

C’è da dire che è anche (parlavamo di risorse) uno speciale investitore istituzionale di lungo periodo impegnato – da un preciso e saggio indirizzo europeo (Solvency II) – a fare “investimenti infrastrutturali prospettici” (iip) materiali e sociali, con l’obiettivo di ridurre il peso dei rischi che ha e metterà in pancia. Per tenere basso il capitale di solvibilità. Così, per inciso, se un Cda fa pochi “iip”, potrà essere accusato dal Davide Serra di turno di cattiva gestione, di danneggiare la compagnia. È chiaro perché gli Assicuratori hanno già stanziato, nel silenzio generale, 15 miliardi per “iip” (su 800 di riserve in Italia e 5.000 in Europa)? Non si dica: mancano le risorse. La Politica vuole continuare a separare il pubblico dal privato? È un errore. Il mio pensare qui è andreottiano.

Allora, le imprese vogliono libertà di prendere e lasciare (licenziare). Si può fare in logica di reciprocità concorrenziale; sconsiglio la logica sacrificale. Proviamo un dialogo istituzionale che metta il lavoratore giusto (dipendente o autonomo) con l’imprenditore giusto. Verrà da sé che, se la relazione di lavoro non gira, è giusto cambiare: licenziare o dimettersi. Perché? C’è un conflitto sano da scoprire: di merito, creativo, che rispetti e rafforzi le relazioni e faccia impresa vitale, sociale.



Francesco Bizzotto


sabato 5 gennaio 2019

PER UN VERO ERM- Enterprise Risk Management -


AZZARDO O RISCHIO?



Siamo “individui” dinamici e solitari, amiamo valutare e decidere, e insieme siamo “persone” con forti legami sociali, portate alla comunicazione, al dono reciproco, e al dialogo, alla lotta; pronte a fare gruppo. Siamo “cosa e cosa”: realtà sfuggenti, contraddittorie e indomabili, mai in vera sintonia con la società, eppure eccentriche, facili ad aprirsi, arrendersi all’altro, e a collaborare nella forma del con-correre (il contribuire riconosciuto per obiettivi condivisi) che esalta le qualità individuali, dà esiti innovativi e rinsalda il gruppo. Ora, i due poli (individuo e persona) sono co-originari e si bilanciano. Lasciati soli, il primo si fa tracotanza spudorata, la seconda frustrazione esplosiva. Uniti formano l’uomo intero e qualitativamente unico che – con sofisticate soluzioni istituzionali e relazioni di rete (spazio per decidere, rischiare) – sa agire in modo sensato, misurato. (Monica Martinelli, L’uomo intero. La lezione inascoltata di Georg Simmel, Il Melangolo, ‘14).

Il mio obiettivo: creare le condizioni per l’espressione della “potenza” latente, resa accessibile dalla scienza. Già controllata dalle religioni, poi dai sovrani, quindi dagli Stati, dalla tecnica e dai mezzi per la ricerca scientifica, la potenza è ora in mani individuali (Mauro Magatti, Oltre l’infinito, Feltrinelli, ‘18). Il liberalismo l’ha esplorata con risultati straordinari. E con gravi difetti: tende a trascurare la persona; mira al controllo piramidale; è indirizzata al benessere solo materiale; pensa a una crescita quantitativa senza limite. Ma, l’individuo senza la persona annichilisce; il controllo si fa censura; il benessere o è anche dello spirito o non è; la crescita tecnico-quantitativa illimitata è follia.

Mi pare che i difetti si possano correggere riflettendo sul “rischio”, simbolo della potenza (sempre aperta a risultati opposti) e protagonista trascurato dalla scienza (anche da Mauro Magatti). È stato tenuto a bada dal diritto e dalla statistica (lo sguardo rivolto al passato). La possibilità che le attività procurassero danni (a se stesse, a terzi, alla collettività) è stata gestita – a posteriori, con un certo fastidio – per via matematica (Pascal) e con forme contrattuali e di solidarietà pubbliche (welfare) e private (mutue e assicurazioni).

Ora, il rischio è una probabilità, una misura. A ben vedere, prima – quando non valutiamo e non decidiamo – è “pericolo” (Niklas Luhmann, Sociologia del rischio, B. Mondadori, ‘96). Oggi richiede una misurazione complessa: soggettiva e relazionale, processuale e prospettica, quantitativa e qualitativa. Una métrion, direbbe Platone: “la misura interiore di una totalità vivente” (H. Georg Gadamer, Dove si nasconde la salute, Cortina, '94, p. 109). La métrion dice cosa è opportuno, saggio, giusto, buono, adeguato, lungimirante. Il rischio? Si fa, è un’attesa, direbbe Bruno de Finetti; non c’è altro modo per misurarlo. "Più non è possibile quello che era possibile nelle epoche passate dove, per una razionale previsione del futuro bastava guardare il passato.” (Umberto Galimberti, Psiche e techne, Feltrinelli, ‘04, p. 52). Nelle imprese cala il tasso di decisione? Perché si è nel pericolo; si rischia poco.

Altro che big data e regolazioni algoritmiche! La logica tecno-quantitativa (métron in Platone: misura matematica) va accompagnata, resa viva, con un approccio qualitativo che le dia una Giusta misura (métrion), ne stabilisca il limite e ci faccia uscire dalla follia. Per consentire alla potenza (alla scienza) di dispiegarsi in libertà serve, allora, l’uomo intero e una Gestione avanzata dei rischi, sostenuta dalla tecnica e – direi – assicurata in ottica prospettica. È l’ottica – prevista dall’Europa con Solvency II – che anticipa e così misura il rischio della potenza. Crea cioè una sicurezza consapevole e responsabile: safety la chiama Zygmunt Bauman (capacità di trasformare i pericoli in rischi e abilità nel correrli - Università Cattolica di Milano, 29.03.’04). Questa sì ha grandi prospettive di crescita. E, con lei, la scienza e la potenza. E come aumentare questa safety? Praticando – insieme – la Gestione dei rischi e delle possibilità, una concentrazione duale, un vero ERM - Enterprise Risk Management che non c’è, perché prima ci avventiamo sulla preda (Henri Bergson) e poi gestiamo l’operatività, rimediamo; continuiamo nell’errore di separare (Simmel).

C’è, dunque, un soggetto tenuto ed economicamente interessato a fare prevenzione: è l’assicurazione privata posta in un giusto rapporto con l’autorità pubblica. L’assicuratore, con la sua quotazione (il premio richiesto o il rifiuto ad assumere il rischio) dice del caso specifico: che rischio è? Ha i tratti del pericolo? È un azzardo, una follia? Se non assicura, chi di dovere ha elementi per non autorizzare l’iniziativa. Un esempio? Perforare il Polo Nord (un azzardo): è solo il rifiuto ad assicurare che ha messo il progetto in stand by.

La logica del rischiare, cioè del fare iniziative misurate / métrion, è l’unica via d’uscita dal trend in cui siamo (inquinamenti, stress, migrazioni, catastrofi, cyber risk, mutazioni genetiche avventate). È sostenibile e costa la metà rispetto al rimedio. Un caso limite? La Sanità è al 90% ex post, sul rimedio, su pericoli. Se si orientasse ex ante, alla prevenzione, ai rischi, crescerebbero responsabilità e safety diffuse e potremmo far conto (solo qui, in prospettiva) su un risparmio annuale di 70 miliardi. Che messaggio ai cittadini e ai mercati!

Francesco Bizzotto

mercoledì 19 dicembre 2018

DOPO L’ “ANNO ORRIBILE” DELLA SINISTRA


Il nuovo anno che verrà

Il 5 marzo di quest’”anno orribile” della sinistra scrivevo questo sulla Vocemetropolitana:
“Nella società liquida ha vinto il partito della disintermediazione. Senza una sezione in ogni quartiere, senza cartelli elettorali, il M5Stelle è riuscito a non essere un fenomeno passeggero o una piccola parentesi della storia, ma a consolidarsi.
Quando apriranno le sedi, saranno anche fisicamente visibili e avranno un apparato periferico snello, forse avremo il nuovo partito di massa con tanto di correnti, interessi particolari e generali come la vecchia DC, con rigido centralismo poco democratico come il PCI. Nelle sedi, per essere in linea con l’aspetto tecnologico del movimento, invece del segretario di sezione, ci sarà un totem con un algoritmo in grado di preparare un buon programma per il consiglio di zona.”

Sembra che in questi mesi invece di cercare di comprendere perché l’elettorato ha scelto questa opzione, ci sia stata una rincorsa non solo a non capire perchè le periferie della società si sentono escluse, siano esse il quartiere dormitorio della grande città o la valle non raggiunta dal turismo e dove internet non “prende”, ma a rimproverare e a disprezzare chi ha deciso di votare i partiti che governano.

Si è riusciti a rompere il rapporto con un pezzo di società che prima si riconosceva nell’ area rappresentata dal PD, non sarà facile riprendere un dialogo.
In questi ultimi mesi tutti parlano di periferie immaginandole in maniera vaga, come se fossero solo i quartieri lontani dal centro, invece le periferie sono anche quei territori che a macchia di leopardo, per una serie di casualità, anche solo la posizione orografica, non sono idonee allo sviluppo commerciale o turistico.
Esistono poi le periferie sociali spesso composte da giovani che vivono “l’irrilevanza” come condizione esistenziale.
E’ quello descritto nel 52° rapporto del CENSIS sulla situazione sociale del Paese che evidenzia come:

“La crisi che blocca l’Italia è economica, ma anche sociale, e si pone l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune, portando in evidenza i costi che il Paese pagherà nel caso la società restasse intrappolata nella propria paura, nella nostalgia del passato, nel rancore. Una riflessione che dovrà dare visibilità e forza a idee ed esperienze concrete”.
Per il congresso del PD, a prescindere della mozione che vincerà, sarebbe interessante farne una sintesi da mandare in ogni circolo, evitando possibilmente commenti moralistici, e sulla base di “un’analisi concreta della situazione concreta”, per cominciare a capire la società italiana, per iniziare un lungo cammino di riconquista delle posizioni perdute.

Nel prossimo congresso PD, mi auguro che si ridiscuta l’idea di Europa in modo diverso, in questi anni si è parlato molto di Europa in termini quasi fideistici, mentre l’Unione si presenta ai cittadini sempre più in difficoltà a causa dei negoziati per la Brexit, sempre più tesi, le divisioni est-ovest, nord-sud, il governo comunitario spesso incomprensibile, la gestione dei profughi, i conflitti alle porte e non ultimo il terrorismo.
I cambiamenti climatici, che condizionano lo sviluppo economico e le migrazioni dovranno essere il nuovo paradigma di questo secolo.
Anche Il modello Milano reggerà ancora, perchè più l’economia si globalizza più le funzioni strategiche si concentrano nelle città globalizzate, ma se Milano vorrà fare un salto in avanti, avrà bisogno non solo centri decisionali dell’economia ma anche della politica. CONSOB, IVASS o l’AGCM, meglio noto come antitrust, tanto per fare un esempio dovrebbero avere la sede nella nostra città.
Mentre per Autority europee ci sarà da aspettare, la vicenda EMA insegna.
Sarà importante comprendere che mai il consenso è scontato e esportabile, neanche nei comuni dell’area metropolitana. 
Massimo Cingolani

venerdì 14 dicembre 2018

IL CENSIS 2018


“CATTIVERIA”

 Sì. E le cause? Non sono d’accordo.

Non è solo questione di economia e lavoro.

Come rimediare al ribollente malessere? Innovare in tre aree. Osare più democrazia. Gestire ex ante problemi e rischi.



Il Censis ci descrive incattiviti e chiusi, pronti a comportamenti indicibili. È un orientamento profondo che ha ragioni economiche, dice: la crisi, il Pil, i consumi piatti, il lavoro, gli investimenti. Non sono d’accordo. Per capire, serve un altro sguardo. Oltre a quello dei soldi, serve lo sguardo della vita (buon senso, misura, soddisfazione, reciprocità e rispetto: “la civiltà delle maniere” di Pier Massimo Forni). Ci sono, è vero, fasce di difficoltà economica, esclusione e ingiustizia: basti dire che i salari italiani sono cresciuti di 400 euro all’anno tra il 2000 e il 2017, mentre i francesi di 6.000 e i tedeschi di 5.000. Ma la povertà vera (don Colmegna), che riguarda molti e fa problema, è un mix di sofismi televisivi, ambizioni smodate, sprechi e tagli insensati, pericoli fuori controllo, dipendenti scontenti o precari, immigrati non integrati, isolamenti diversi (imprenditori e professionisti, anziani e separati).

Insomma, il cuore del problema non è nella povertà materiale. Lo è per un 10 -15% e può essere molto ridotto con iniziative di accompagnamento (c’è un 20% di Domanda di lavoro delle imprese da mettere a frutto). La “cattiveria” diffusa (che segue il “rancore” del 2017) si riassorbe sul terreno delle relazioni sociali sostanziali, percettive, visive. C’è un’etica del vivere insieme che sta morendo e che si nutre di buoni esempi e di rispetto (guardarsi attorno, voltarsi, dubitare e tenere conto dell’altro). Ha poco a che fare con la crescita. Anzi. Muore di crescita quantitativa, inquinamento, rumore, rifiuti e indifferenza (ognuno per sé, come il tutto esaurito della stagione sciistica). È questione squisitamente umana e politica. Come uscirne? Quali i rimedi? Indico tre risorse chiave su cui innovare: 1° la rappresentanza politica, 2° il liberalismo economico, 3° la logica del rischiare.

La Politica è inconsistente nel rappresentare interessi e sensibilità, e nel definire prospettive. Crisi della democrazia? Direi, piuttosto, del modo in cui i partiti praticano l’indirizzo e l’iniziativa di governo. Sono messi – tranne, in parte, il Pd – come l’aria che si respira a Milano: fuori legge. La Costituzione prevede (art. 49) che concorrano “con metodo democratico”: bilancio e organizzazione interna, contendibilità, responsabilità amministrativa. Niente. Mettono a rischio il Paese e non ne rispondono. Concentrati sugli equilibri interni, definiscono l’azione di governo sul filo degli umori, del consenso. Vaghi sono i tentativi organizzati di ascoltare e capire come muove (in positivo) la realtà. Il rapporto con gli elettori è di bassa cucina: umorale, per proclami, richieste, pretese anche volgari; quasi mai per competenze, idee, progetti. I partiti fanno nomine pesanti; vanno messi a norma e devono ascoltare, decidere, rischiare il consenso e render conto.

Il liberalismo economico deve aprire al lavoro, alle professioni. Bussano da anni alla porta, mentre animano, innovano e curano fitte reti di relazioni; sono una bella parte della nostra splendida economia. Il limite del sistema attuale è l’isolamento degli imprenditori. Non ha più senso. Il tema è la Democrazia economica. Come lo svolgiamo, alla luce dell’art. 46 della Costituzione? Alla tedesca, con la co-gestione sindacale (mostratasi fragile nella crisi Volkswagen) o con una partecipazione libera e regolata alla vita d’impresa, che premi l’armonia relazionale e quindi la creatività? Sono per la seconda, come sembra dire l’Europa, e auspico Istituzioni pubblico – private di territorio (Agenzie del lavoro), partecipate da imprese e sindacati, e assicurate secondo norme europee (qualcuno interessato al mercato aperto e a non avere “sinistri”, cioè disoccupati). Istituzioni che organizzino il dialogo tra Domanda e Offerta di lavoro, portino via dall’azienda il conflitto di relazione, i lacci e lacciuoli (Guido Carli) e l’insoddisfazione dei collaboratori (è al 70%!). Giochino quindi a mettere il collaboratore giusto con l’imprenditore giusto, ad anticipare i problemi, a non aspettare le crisi e i licenziamenti. Significa scatenare la concorrenza sul Capitale umano e ripartire con il libero mercato (una prateria). Diventeremmo globalmente imbattibili. Qui, bisogna amare il concorrere.

Francesco Bizzotto

domenica 25 novembre 2018

SULLA PROPOSTA MACRON - MERKEL


“BILANCIO DELLA ZONA EURO”



Milano – a tutti i livelli – dica Sì, riformi la PA e pensi a una grande crescita di qualità

La proposta Macron - Merkel di Bilancio della zona euro è un bel passo avanti. Avrà innervosito Trump e Putin, che vogliono l’Europa à la carte. Serve a “rafforzare la tenuta e la competitività dei Paesi e assicurare la stabilità dell’eurozona”. Così Olaf Scholz, ministro delle Finanze tedesco, che auspica un accordo nell’Eurogruppo. Il Consiglio dei capi di Stato e di governo deciderà in merito il 15 dicembre. Milano si schieri a tutti i livelli.

La proposta vuole escludere “i paesi con deficit o debito eccessivo dai fondi per investimenti, ricerca e innovazione” (Corriere della sera, 19.11). È questione di serietà. Non si può vivere a debito senza prospettiva di rientro. Chi ti farà prestito?

Ma, il governo da noi eletto ha posto due giuste questioni: la povertà e la flessibilità d’uscita dal lavoro. Bisogna trovare i soldi. Dico: ci sono per stare bene tutti, non umiliare nessuno, far emergere e riconoscere i potenziali di ciascuno e premiare l’impegno e i risultati (il merito). Chi non lo crede, bestemmia. Certo, occorre cambiare, fare sistema.

Immaginiamo una prospettiva in due tempi: 1° riforma della PA locale finalizzata alla sua qualificazione e a risparmi motivati (senza licenziamenti, anzi); 2° investimenti di base infrastrutturali, scatenanti una crescita bella, sostenibile, etica, di alta qualità. Vediamo.

1° Già Cassese invitava a puntare sui “rami bassi” della PA. Milano non aspetti Roma e si proponga di passare da 134 Comuni (uno ogni 3 km.) a 30. Il Politecnico prevede un risparmio di un miliardo l’anno. Ci sono incentivi che possono essere aumentati. Io guardo alle motivazioni: le macchine rendono 30 volte più di 30 anni fa; l’online può andare oltre; servono visioni e progetti di area vasta; si può, si deve lavorare in gruppo (sindaci, assessori, uffici) e consorziare servizi; Milano Città Metropolitana deve decollare; la PA può crescere come hub di servizi, presidio territoriale e cura delle relazioni economiche e sociali (iniziative pubblico – private, urbanistica creativa, negozi vuoti ai professionisti).

2° Investimenti infrastrutturali come volano di crescita qualitativa. Altro che No Tav. Con un’urgenza: il riassetto idrogeologico del territorio, ovviamente almeno lombardo, accompagnato da un ambizioso e innovativo piano integrato di trasporto merci e persone (strada e ferro). Va fatta ricerca. Guardiamo alle grandi città europee. Pensano a 30 metrò, non comprano 30 carrozze. Stoccarda è un esempio: la Stazione passante (un investimento da 8,2 miliardi) come occasione per riprogettare il sistema e collegare treni e metropolitane, centri, quartieri e aeroporto. Sarà terminata nel 2025, quattro anni più tardi del previsto (nel 2010). Una cosa seria. Anche Milano ha una Stazione di testa e un bisogno estremo di collegare tre aeroporti e centinaia di quartieri e città (il Contado) tra loro e con i centri direzionali. A cosa penso? Dal Garda al Monte Rosa e da Madesimo al Ticino. Non c’è al mondo un posto più ricco e più bello. Da Sondrio a Pavia, da Brescia a Novara e Valsesia. Milano è porta d’Europa se si pensa nodo della rete lombarda e di più.

Sì, mi dicono, e i soldi? Ne ho già parlato. La riforma della PA da un lato e gli investitori dall’altro: riparte la fiducia. Un esempio. Gli Assicuratori, investitori istituzionali da 8.000 miliardi in Europa, hanno lo sguardo lungo per mestiere. Ora, sono tenuti ad averlo: a investire sulle infrastrutture materiali e sociali (per ridurre i rischi che hanno in pancia e che assumeranno). La direttiva europea Solvency II li chiama “investimenti prospettici”. Un indirizzo geniale, accolto da tutti. Più investono, più liberano capitali di solvibilità e più guadagnano (avranno meno sinistri). Meno investono nelle infrastrutture, più i rischi crescono e meno guadagnano (avranno più sinistri e devono accantonare più capitali).

Milano alzi la voce di merito, si schieri, a tutti i livelli. Dica sì a un responsabile Bilancio europeo e sia visionaria, pensi in grande.

Francesco Bizzotto