martedì 29 gennaio 2019

ANTAGONISMO O CONFRONTO DI MERITO?


CGIL. IL CUORE OLTRE …

Come si rappresenta oggi il lavoro? Non commettere l’errore di separare impresa e lavoratori.

Candido Marco Bentivogli e Carlo Bonomi per unire, passare alla Qualità, attrarre Investimenti 


L’impressione? Landini segretario e Colla vice è il presente al passato, il non decidersi per il futuro. La Cgil, perso il treno della Democrazia economica alla tedesca (poco male), fa un importante appello all’unità sindacale. Ma, il lamento politico è un canto stonato: sei tagliato fuori quando sei debole, e i sindacati lo sono da decenni. Non a caso, dove c’era margine, sono cresciuti i profitti e molto diminuiti gli stipendi. E i giovani? E il ruolo del lavoro? Non esiste. Si alza il rischio che salti la baracca. C’è un responsabile? Sì. Guarda caso, è il maggior danneggiato dalla debolezza sindacale: l’impresa. L’errore strategico di Confindustria (la chiusura nelle relazioni aziendali) ha infragilito il sistema economico. Non ha guardato oltre il naso; ha fatto conto sul lavoro umiliato, a basso costo (e pure sul finto nazionalista che dice di non vedere l’orso, in alto a destra). Intanto l’imprenditore medio fatica ed è bravo a trovare, formare, soddisfare e tenersi i lavoratori attivi e creativi.

Che è quel che conta. Perché l’impresa (il libero mercato) è impegnata in una svolta epocale: dall’ottica individuale (liberale) a quella della rete (della filiera) che tiene insieme e articola, governa e riconosce attori diversi. Il lavoro – quello che rimane, che non passa alla macchina – non è più “manodopera” esecutiva, ma intelligenza riflessiva, che cura relazioni lunghe, complesse e nuove (con l’intelligenza artificiale e fino in capo al mondo), ed è a caccia d’innovazioni: le anticipa, le sente arrivare, le crea e se le gode; le contempla. È il lavoro (dipendente e autonomo) che c’è e che serve per competere: chiede e offre qualità, cura, forma istituzionale e fiducia. Carlo Bonomi (presidente di Assolombarda, l'associazione delle imprese di Milano, Lodi, Monza e Brianza: 4° pil in Europa dopo Madrid, Londra e Parigi) l’ha detta così: Milano va grazie a competenze diffuse, all’impegno e alla passione; dobbiamo “costruire dal basso nuova fiducia. Promuovere i nostri giovani”. Perché è giusto e per sopravvivere. Ha detto infatti Mario Deaglio (23° Rapporto sull’Economia globale e l’Italia): “L’economia globale sta rallentando (…). L’unica soluzione che sta prendendo corpo è la sostenibilità” (delle relazioni ambientali e sociali, dico io). L’imprenditore, da solo, non ce la fa. Nessuno stia a guardare.

La Cgil, allora? Bene il duo Landini e Colla se le politiche a cui pensano (Landini: dirompenti e rivendicative in alto; Colla: dialoganti e collaborative in basso, nell’impresa – ma, nel congresso se n’è parlato?) si confrontano apertamente; si verificano. E se la ritrovata spinta all’unità sindacale non è la scialuppa di salvataggio di un ceto, ma mira a un’unità larga: un organismo direttivo unitario (per le grandi questioni) aperto a tutte le rappresentanze del lavoro (dipendente e autonomo), e un volto, una voce unitaria del sindacalismo italiano. Io candido Marco Bentivogli, segretario generale della Fim Cisl. Il suo slogan? Promuovere il lavoro e trattare. A tutele e paternalismi si perde tutti.

Ora esagero. Un Sindacato dei Lavori vedrebbe bene che l’antagonismo (il conflitto relazionale, la contrapposizione di ruolo) non va più, è fuori stagione; che è tempo di conflitti di merito, che salvino sempre la relazione e la dignità personale. La decisione più bella, allora, che sindacati e associazioni d’impresa potrebbero / dovrebbero prendere è gettare il cuore oltre …: fare una struttura di ricerca e rappresentanza alta delle forze sia di impresa sia di lavoro, per elaborare idee e proposte di governo dell’economia (come passare al paradigma della Qualità? Come attrarre Investimenti?) e darle un’espressione unitaria (volto e voce). Anche qui c’è una persona che ha visione e che stimo capace: il citato presidente di Assolombarda Carlo Bonomi. Potrebbe un Governo fare il nesci?

“Una società può progredire in complessità solo se progredisce in solidarietà” (Edgar Morin, Il paradigma perduto, Feltrinelli, ’99).

Francesco Bizzotto

lunedì 14 gennaio 2019

“PATTO TRASVERSALE PER LA SCIENZA”


LA SCIENZA? SI FA


Il patto, redatto dagli immunologi Burioni e Silvestri e firmato da Grillo e Renzi, sa di colpaccio un po’ sopra le righe. Non lo firmo. L’obiettivo è giusto (l’obbligo delle vaccinazioni: così s’è deciso) ma l’enfasi è troppa e il finale è un batter cassa discutibile 
(“un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base”). Scienza e ricerca sono dati a bere come assoluti indipendenti che non sono. Conta il contesto e la maturità sociale. E conta, eccome, la politica: Gran Bretagna e Germania, dove il vaccino non è obbligatorio, non fanno pseudoscienza; aderiscono a realtà diverse. Ce lo chiarisce l’Economia, che registra mille pareri, non ne azzecca una e apre al comportamentismo. Nel 2017 il premio Nobel è andato a Richard Thaler, che dimostra l’influenza sulle scelte economiche delle spinte gentili, poco razionali, per nulla impositive e molto relazionali. Un esempio? Per ridurre l’obesità basta mettere i cibi sani ad altezza degli occhi e gli altri in basso o in alto (R. H. Thaler e C. R. Sunstein, La spinta gentile, Feltrinelli, ’14). È scienza. Come è scientifica la crescita mondiale senza precedenti di cui il Nobel per l’economia 2018 William Nordhaus ha detto: “L'umanità sta giocano a dadi con l'ambiente”.

Certo, la scienza illumina il cammino, ci aiuta a valutare e decidere. Ed è di questo che si tratta, tenendo conto di molte variabili, non solo razionali e non solo economiche. La verità scientifica non è ma si fa. Lo diceva anche Gesù (“Chi fa la verità viene alla luce“; Gv 3,14). E poi, se si tratta di valutare, decidere e agire, significa che le cose possono stare in un modo e anche in un altro, soprattutto con riferimento alle conseguenze che ne possono scaturire. Decidere è rischiare (un agire misurato e aperto). E anche rischiare non è banale: il rischio si fa, come la verità. La decisione infatti può non riguardare un rischio ma un pericolo (siamo al buio, sappiamo poco) oppure un azzardo, (la hybris dei greci antichi: eccesso consapevole; tracotanza incapace e sicurezza pericolosa, irresponsabile). Entrambi (il pericolo e l’azzardo) sono spesso ricchi di scienza. Anzi, servirebbe giusto una scienza che studi e valuti le conseguenze delle scoperte scientifiche: non è più tempo di aspettare le confutazioni, che magari arrivano dopo un disastro senza rimedio.

Dunque la scienza non è un assoluto che ci libera dalla lettura, interpretazione e decisione responsabili. Sempre più la decisione è politica (interessa, coinvolge i molti: la vaccinazione è un esempio). Dunque la scienza illumina; a decidere è la politica. Nell’appello – che voglio salvare – la parola politica va sostituita con la parola partiti.

Francesco Bizzotto

mercoledì 9 gennaio 2019

ACCOMPAGNAMENTO MOBILITA’ E PROMOZIONE


LAVORARE COME CONCORRERE



Sul lavoro l’aria è viziata; sotto sotto è lotta vera. E, nelle imprese, nel Paese, ci sono belle esperienze. Sono ottimista. Il Governo ha posto giuste questioni (Dignità e Sicurezza di reddito) con l’approccio old delle sinistre e dei liberali (stabilità e tutele). Servono invece Mobilità e Promozione (con paracadute per il Reddito). Ora, sterza su condizionalità, controlli e incentivi: se viziati dalla passività, falliranno. Vedremo le norme e i regolamenti. C’è però un bel fermento su due nodi: i Centri per l’impiego (o Agenzie del lavoro; AFOL a Milano e Monza) e la Formazione continua per tutti. Possono far decollare il Dialogo di territorio tra Domanda delle imprese e Offerta di lavoro, risolutivo per avere più occupati e relazioni più soddisfacenti e produttive. La Domanda (l’impresa) è oggi molto abbottonata: va per conoscenze e fiducia. Mentre imprese e sindacati sono fuori dalle Agenzie del lavoro. Primo passo: farli entrare. Secondo: formare l’Offerta. Obiettivi da perseguire, entrambi, in modo graduale e rispettoso delle parti in causa, secondo la ricetta di Elinor Ostrom – 1933 / 2012 –, prima donna, nel 2009, premio Nobel per l'economia.

Ma, perché l’impresa non dice chiaro cosa le serve? E perché le Associazioni d’imprese e i Sindacati non hanno speso per anni una parola (tranne la Cisl: una!) a sostegno delle Politiche attive del lavoro? C’è l’Agenzia nazionale dal 2015 e c’è una riforma delle Camere di commercio che chiede alle imprese di contribuirvi. La Verità? L’impresa vuole scegliere il lavoratore senza essere scelta; non vuole che si formi una Concorrenza sul Capitale umano (tra lavoratori e tra imprese). E i sindacati? Non mirano all’autonomia e al protagonismo del lavoro; sono centralisti, come la vecchia Sinistra: “Ai tuoi interessi ci penso io”. E invece è quel che serve per uscire dalle parallele logiche dell’impresa come fatto individuale (non relazionale, poco innovativo) e del lavoro fermo, rappresentato e tutelato (e scontento al 70%); il lavoro che fanno le macchine: eseguire compiti su ordini.

Passare da stabilità e tutele (passività) a Mobilità e Promozione (attivarsi e concorrere) equivale a passare da un approccio negativo, sacrificale, a uno propositivo, responsabile. Significa che (salvo un 2% fisiologico di tutele) Accompagnamento, Mobilità e Promozione – cioè crescere, interrogarsi, immaginare, studiare, viaggiare, cambiare, osare Startup – devono valere per tutti, non solo per licenziati, inoccupati, disoccupati. Il primo approccio rende tutto pesante, difficile, costoso; il secondo, tutto leggero, semplice, solare. Un’idea cara a Bruno Trentin, sindacalista Cgil, testimonia Pietro Ichino (in La casa nella pineta).

E le risorse? Sono abbondanti e vengono offerte da molte Istituzioni (si può attivare una bella Concorrenza). In primis c’è un’azione e un risparmio urgente: mettere ordine e dare senso; troppi soggetti sono in campo in modo confuso e poco produttivo; Agenzie pubbliche o para pubbliche di varia natura, sempre finanziate o agevolate; vaghi corsi di formazione (e i risultati?). Ho contato solo a Como un centinaio di uffici per il lavoro (strutture e stipendi). Fare ordine in casa. E parlare in Europa: a progetti seri seguono finanziamenti sicuri. Mancano i progetti seri. E poi, in Europa si discute di lavoro accompagnato e “assicurato”. E noi? Silenzio. Aumenterebbe di molto le chance di occupazione e Mobilità. Un’idea grandiosa: assicurare il Lavoro significherebbe che l’Europa crea un’unica struttura di garanzia. Io oserei di più: dalla mutualità (ripartire i costi) passerei a una impostazione assicurativa vera e propria; un soggetto che prende un “premio” e s’impegna di suo con garanzie non solo monetarie; si attiverebbe per rendere misurati e sostenibili i rischi in questione (avere meno “sinistri”, guadagnare di più). Interessante, vero? L’Assicuratore, dunque, potrebbe essere un attivatore di lavoro e d’impresa (sempre meno separabili).

C’è da dire che è anche (parlavamo di risorse) uno speciale investitore istituzionale di lungo periodo impegnato – da un preciso e saggio indirizzo europeo (Solvency II) – a fare “investimenti infrastrutturali prospettici” (iip) materiali e sociali, con l’obiettivo di ridurre il peso dei rischi che ha e metterà in pancia. Per tenere basso il capitale di solvibilità. Così, per inciso, se un Cda fa pochi “iip”, potrà essere accusato dal Davide Serra di turno di cattiva gestione, di danneggiare la compagnia. È chiaro perché gli Assicuratori hanno già stanziato, nel silenzio generale, 15 miliardi per “iip” (su 800 di riserve in Italia e 5.000 in Europa)? Non si dica: mancano le risorse. La Politica vuole continuare a separare il pubblico dal privato? È un errore. Il mio pensare qui è andreottiano.

Allora, le imprese vogliono libertà di prendere e lasciare (licenziare). Si può fare in logica di reciprocità concorrenziale; sconsiglio la logica sacrificale. Proviamo un dialogo istituzionale che metta il lavoratore giusto (dipendente o autonomo) con l’imprenditore giusto. Verrà da sé che, se la relazione di lavoro non gira, è giusto cambiare: licenziare o dimettersi. Perché? C’è un conflitto sano da scoprire: di merito, creativo, che rispetti e rafforzi le relazioni e faccia impresa vitale, sociale.



Francesco Bizzotto


sabato 5 gennaio 2019

PER UN VERO ERM- Enterprise Risk Management -


AZZARDO O RISCHIO?



Siamo “individui” dinamici e solitari, amiamo valutare e decidere, e insieme siamo “persone” con forti legami sociali, portate alla comunicazione, al dono reciproco, e al dialogo, alla lotta; pronte a fare gruppo. Siamo “cosa e cosa”: realtà sfuggenti, contraddittorie e indomabili, mai in vera sintonia con la società, eppure eccentriche, facili ad aprirsi, arrendersi all’altro, e a collaborare nella forma del con-correre (il contribuire riconosciuto per obiettivi condivisi) che esalta le qualità individuali, dà esiti innovativi e rinsalda il gruppo. Ora, i due poli (individuo e persona) sono co-originari e si bilanciano. Lasciati soli, il primo si fa tracotanza spudorata, la seconda frustrazione esplosiva. Uniti formano l’uomo intero e qualitativamente unico che – con sofisticate soluzioni istituzionali e relazioni di rete (spazio per decidere, rischiare) – sa agire in modo sensato, misurato. (Monica Martinelli, L’uomo intero. La lezione inascoltata di Georg Simmel, Il Melangolo, ‘14).

Il mio obiettivo: creare le condizioni per l’espressione della “potenza” latente, resa accessibile dalla scienza. Già controllata dalle religioni, poi dai sovrani, quindi dagli Stati, dalla tecnica e dai mezzi per la ricerca scientifica, la potenza è ora in mani individuali (Mauro Magatti, Oltre l’infinito, Feltrinelli, ‘18). Il liberalismo l’ha esplorata con risultati straordinari. E con gravi difetti: tende a trascurare la persona; mira al controllo piramidale; è indirizzata al benessere solo materiale; pensa a una crescita quantitativa senza limite. Ma, l’individuo senza la persona annichilisce; il controllo si fa censura; il benessere o è anche dello spirito o non è; la crescita tecnico-quantitativa illimitata è follia.

Mi pare che i difetti si possano correggere riflettendo sul “rischio”, simbolo della potenza (sempre aperta a risultati opposti) e protagonista trascurato dalla scienza (anche da Mauro Magatti). È stato tenuto a bada dal diritto e dalla statistica (lo sguardo rivolto al passato). La possibilità che le attività procurassero danni (a se stesse, a terzi, alla collettività) è stata gestita – a posteriori, con un certo fastidio – per via matematica (Pascal) e con forme contrattuali e di solidarietà pubbliche (welfare) e private (mutue e assicurazioni).

Ora, il rischio è una probabilità, una misura. A ben vedere, prima – quando non valutiamo e non decidiamo – è “pericolo” (Niklas Luhmann, Sociologia del rischio, B. Mondadori, ‘96). Oggi richiede una misurazione complessa: soggettiva e relazionale, processuale e prospettica, quantitativa e qualitativa. Una métrion, direbbe Platone: “la misura interiore di una totalità vivente” (H. Georg Gadamer, Dove si nasconde la salute, Cortina, '94, p. 109). La métrion dice cosa è opportuno, saggio, giusto, buono, adeguato, lungimirante. Il rischio? Si fa, è un’attesa, direbbe Bruno de Finetti; non c’è altro modo per misurarlo. "Più non è possibile quello che era possibile nelle epoche passate dove, per una razionale previsione del futuro bastava guardare il passato.” (Umberto Galimberti, Psiche e techne, Feltrinelli, ‘04, p. 52). Nelle imprese cala il tasso di decisione? Perché si è nel pericolo; si rischia poco.

Altro che big data e regolazioni algoritmiche! La logica tecno-quantitativa (métron in Platone: misura matematica) va accompagnata, resa viva, con un approccio qualitativo che le dia una Giusta misura (métrion), ne stabilisca il limite e ci faccia uscire dalla follia. Per consentire alla potenza (alla scienza) di dispiegarsi in libertà serve, allora, l’uomo intero e una Gestione avanzata dei rischi, sostenuta dalla tecnica e – direi – assicurata in ottica prospettica. È l’ottica – prevista dall’Europa con Solvency II – che anticipa e così misura il rischio della potenza. Crea cioè una sicurezza consapevole e responsabile: safety la chiama Zygmunt Bauman (capacità di trasformare i pericoli in rischi e abilità nel correrli - Università Cattolica di Milano, 29.03.’04). Questa sì ha grandi prospettive di crescita. E, con lei, la scienza e la potenza. E come aumentare questa safety? Praticando – insieme – la Gestione dei rischi e delle possibilità, una concentrazione duale, un vero ERM - Enterprise Risk Management che non c’è, perché prima ci avventiamo sulla preda (Henri Bergson) e poi gestiamo l’operatività, rimediamo; continuiamo nell’errore di separare (Simmel).

C’è, dunque, un soggetto tenuto ed economicamente interessato a fare prevenzione: è l’assicurazione privata posta in un giusto rapporto con l’autorità pubblica. L’assicuratore, con la sua quotazione (il premio richiesto o il rifiuto ad assumere il rischio) dice del caso specifico: che rischio è? Ha i tratti del pericolo? È un azzardo, una follia? Se non assicura, chi di dovere ha elementi per non autorizzare l’iniziativa. Un esempio? Perforare il Polo Nord (un azzardo): è solo il rifiuto ad assicurare che ha messo il progetto in stand by.

La logica del rischiare, cioè del fare iniziative misurate / métrion, è l’unica via d’uscita dal trend in cui siamo (inquinamenti, stress, migrazioni, catastrofi, cyber risk, mutazioni genetiche avventate). È sostenibile e costa la metà rispetto al rimedio. Un caso limite? La Sanità è al 90% ex post, sul rimedio, su pericoli. Se si orientasse ex ante, alla prevenzione, ai rischi, crescerebbero responsabilità e safety diffuse e potremmo far conto (solo qui, in prospettiva) su un risparmio annuale di 70 miliardi. Che messaggio ai cittadini e ai mercati!

Francesco Bizzotto

mercoledì 19 dicembre 2018

DOPO L’ “ANNO ORRIBILE” DELLA SINISTRA


Il nuovo anno che verrà

Il 5 marzo di quest’”anno orribile” della sinistra scrivevo questo sulla Vocemetropolitana:
“Nella società liquida ha vinto il partito della disintermediazione. Senza una sezione in ogni quartiere, senza cartelli elettorali, il M5Stelle è riuscito a non essere un fenomeno passeggero o una piccola parentesi della storia, ma a consolidarsi.
Quando apriranno le sedi, saranno anche fisicamente visibili e avranno un apparato periferico snello, forse avremo il nuovo partito di massa con tanto di correnti, interessi particolari e generali come la vecchia DC, con rigido centralismo poco democratico come il PCI. Nelle sedi, per essere in linea con l’aspetto tecnologico del movimento, invece del segretario di sezione, ci sarà un totem con un algoritmo in grado di preparare un buon programma per il consiglio di zona.”

Sembra che in questi mesi invece di cercare di comprendere perché l’elettorato ha scelto questa opzione, ci sia stata una rincorsa non solo a non capire perchè le periferie della società si sentono escluse, siano esse il quartiere dormitorio della grande città o la valle non raggiunta dal turismo e dove internet non “prende”, ma a rimproverare e a disprezzare chi ha deciso di votare i partiti che governano.

Si è riusciti a rompere il rapporto con un pezzo di società che prima si riconosceva nell’ area rappresentata dal PD, non sarà facile riprendere un dialogo.
In questi ultimi mesi tutti parlano di periferie immaginandole in maniera vaga, come se fossero solo i quartieri lontani dal centro, invece le periferie sono anche quei territori che a macchia di leopardo, per una serie di casualità, anche solo la posizione orografica, non sono idonee allo sviluppo commerciale o turistico.
Esistono poi le periferie sociali spesso composte da giovani che vivono “l’irrilevanza” come condizione esistenziale.
E’ quello descritto nel 52° rapporto del CENSIS sulla situazione sociale del Paese che evidenzia come:

“La crisi che blocca l’Italia è economica, ma anche sociale, e si pone l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune, portando in evidenza i costi che il Paese pagherà nel caso la società restasse intrappolata nella propria paura, nella nostalgia del passato, nel rancore. Una riflessione che dovrà dare visibilità e forza a idee ed esperienze concrete”.
Per il congresso del PD, a prescindere della mozione che vincerà, sarebbe interessante farne una sintesi da mandare in ogni circolo, evitando possibilmente commenti moralistici, e sulla base di “un’analisi concreta della situazione concreta”, per cominciare a capire la società italiana, per iniziare un lungo cammino di riconquista delle posizioni perdute.

Nel prossimo congresso PD, mi auguro che si ridiscuta l’idea di Europa in modo diverso, in questi anni si è parlato molto di Europa in termini quasi fideistici, mentre l’Unione si presenta ai cittadini sempre più in difficoltà a causa dei negoziati per la Brexit, sempre più tesi, le divisioni est-ovest, nord-sud, il governo comunitario spesso incomprensibile, la gestione dei profughi, i conflitti alle porte e non ultimo il terrorismo.
I cambiamenti climatici, che condizionano lo sviluppo economico e le migrazioni dovranno essere il nuovo paradigma di questo secolo.
Anche Il modello Milano reggerà ancora, perchè più l’economia si globalizza più le funzioni strategiche si concentrano nelle città globalizzate, ma se Milano vorrà fare un salto in avanti, avrà bisogno non solo centri decisionali dell’economia ma anche della politica. CONSOB, IVASS o l’AGCM, meglio noto come antitrust, tanto per fare un esempio dovrebbero avere la sede nella nostra città.
Mentre per Autority europee ci sarà da aspettare, la vicenda EMA insegna.
Sarà importante comprendere che mai il consenso è scontato e esportabile, neanche nei comuni dell’area metropolitana. 
Massimo Cingolani

venerdì 14 dicembre 2018

IL CENSIS 2018


“CATTIVERIA”

 Sì. E le cause? Non sono d’accordo.

Non è solo questione di economia e lavoro.

Come rimediare al ribollente malessere? Innovare in tre aree. Osare più democrazia. Gestire ex ante problemi e rischi.



Il Censis ci descrive incattiviti e chiusi, pronti a comportamenti indicibili. È un orientamento profondo che ha ragioni economiche, dice: la crisi, il Pil, i consumi piatti, il lavoro, gli investimenti. Non sono d’accordo. Per capire, serve un altro sguardo. Oltre a quello dei soldi, serve lo sguardo della vita (buon senso, misura, soddisfazione, reciprocità e rispetto: “la civiltà delle maniere” di Pier Massimo Forni). Ci sono, è vero, fasce di difficoltà economica, esclusione e ingiustizia: basti dire che i salari italiani sono cresciuti di 400 euro all’anno tra il 2000 e il 2017, mentre i francesi di 6.000 e i tedeschi di 5.000. Ma la povertà vera (don Colmegna), che riguarda molti e fa problema, è un mix di sofismi televisivi, ambizioni smodate, sprechi e tagli insensati, pericoli fuori controllo, dipendenti scontenti o precari, immigrati non integrati, isolamenti diversi (imprenditori e professionisti, anziani e separati).

Insomma, il cuore del problema non è nella povertà materiale. Lo è per un 10 -15% e può essere molto ridotto con iniziative di accompagnamento (c’è un 20% di Domanda di lavoro delle imprese da mettere a frutto). La “cattiveria” diffusa (che segue il “rancore” del 2017) si riassorbe sul terreno delle relazioni sociali sostanziali, percettive, visive. C’è un’etica del vivere insieme che sta morendo e che si nutre di buoni esempi e di rispetto (guardarsi attorno, voltarsi, dubitare e tenere conto dell’altro). Ha poco a che fare con la crescita. Anzi. Muore di crescita quantitativa, inquinamento, rumore, rifiuti e indifferenza (ognuno per sé, come il tutto esaurito della stagione sciistica). È questione squisitamente umana e politica. Come uscirne? Quali i rimedi? Indico tre risorse chiave su cui innovare: 1° la rappresentanza politica, 2° il liberalismo economico, 3° la logica del rischiare.

La Politica è inconsistente nel rappresentare interessi e sensibilità, e nel definire prospettive. Crisi della democrazia? Direi, piuttosto, del modo in cui i partiti praticano l’indirizzo e l’iniziativa di governo. Sono messi – tranne, in parte, il Pd – come l’aria che si respira a Milano: fuori legge. La Costituzione prevede (art. 49) che concorrano “con metodo democratico”: bilancio e organizzazione interna, contendibilità, responsabilità amministrativa. Niente. Mettono a rischio il Paese e non ne rispondono. Concentrati sugli equilibri interni, definiscono l’azione di governo sul filo degli umori, del consenso. Vaghi sono i tentativi organizzati di ascoltare e capire come muove (in positivo) la realtà. Il rapporto con gli elettori è di bassa cucina: umorale, per proclami, richieste, pretese anche volgari; quasi mai per competenze, idee, progetti. I partiti fanno nomine pesanti; vanno messi a norma e devono ascoltare, decidere, rischiare il consenso e render conto.

Il liberalismo economico deve aprire al lavoro, alle professioni. Bussano da anni alla porta, mentre animano, innovano e curano fitte reti di relazioni; sono una bella parte della nostra splendida economia. Il limite del sistema attuale è l’isolamento degli imprenditori. Non ha più senso. Il tema è la Democrazia economica. Come lo svolgiamo, alla luce dell’art. 46 della Costituzione? Alla tedesca, con la co-gestione sindacale (mostratasi fragile nella crisi Volkswagen) o con una partecipazione libera e regolata alla vita d’impresa, che premi l’armonia relazionale e quindi la creatività? Sono per la seconda, come sembra dire l’Europa, e auspico Istituzioni pubblico – private di territorio (Agenzie del lavoro), partecipate da imprese e sindacati, e assicurate secondo norme europee (qualcuno interessato al mercato aperto e a non avere “sinistri”, cioè disoccupati). Istituzioni che organizzino il dialogo tra Domanda e Offerta di lavoro, portino via dall’azienda il conflitto di relazione, i lacci e lacciuoli (Guido Carli) e l’insoddisfazione dei collaboratori (è al 70%!). Giochino quindi a mettere il collaboratore giusto con l’imprenditore giusto, ad anticipare i problemi, a non aspettare le crisi e i licenziamenti. Significa scatenare la concorrenza sul Capitale umano e ripartire con il libero mercato (una prateria). Diventeremmo globalmente imbattibili. Qui, bisogna amare il concorrere.

Francesco Bizzotto

domenica 25 novembre 2018

SULLA PROPOSTA MACRON - MERKEL


“BILANCIO DELLA ZONA EURO”



Milano – a tutti i livelli – dica Sì, riformi la PA e pensi a una grande crescita di qualità

La proposta Macron - Merkel di Bilancio della zona euro è un bel passo avanti. Avrà innervosito Trump e Putin, che vogliono l’Europa à la carte. Serve a “rafforzare la tenuta e la competitività dei Paesi e assicurare la stabilità dell’eurozona”. Così Olaf Scholz, ministro delle Finanze tedesco, che auspica un accordo nell’Eurogruppo. Il Consiglio dei capi di Stato e di governo deciderà in merito il 15 dicembre. Milano si schieri a tutti i livelli.

La proposta vuole escludere “i paesi con deficit o debito eccessivo dai fondi per investimenti, ricerca e innovazione” (Corriere della sera, 19.11). È questione di serietà. Non si può vivere a debito senza prospettiva di rientro. Chi ti farà prestito?

Ma, il governo da noi eletto ha posto due giuste questioni: la povertà e la flessibilità d’uscita dal lavoro. Bisogna trovare i soldi. Dico: ci sono per stare bene tutti, non umiliare nessuno, far emergere e riconoscere i potenziali di ciascuno e premiare l’impegno e i risultati (il merito). Chi non lo crede, bestemmia. Certo, occorre cambiare, fare sistema.

Immaginiamo una prospettiva in due tempi: 1° riforma della PA locale finalizzata alla sua qualificazione e a risparmi motivati (senza licenziamenti, anzi); 2° investimenti di base infrastrutturali, scatenanti una crescita bella, sostenibile, etica, di alta qualità. Vediamo.

1° Già Cassese invitava a puntare sui “rami bassi” della PA. Milano non aspetti Roma e si proponga di passare da 134 Comuni (uno ogni 3 km.) a 30. Il Politecnico prevede un risparmio di un miliardo l’anno. Ci sono incentivi che possono essere aumentati. Io guardo alle motivazioni: le macchine rendono 30 volte più di 30 anni fa; l’online può andare oltre; servono visioni e progetti di area vasta; si può, si deve lavorare in gruppo (sindaci, assessori, uffici) e consorziare servizi; Milano Città Metropolitana deve decollare; la PA può crescere come hub di servizi, presidio territoriale e cura delle relazioni economiche e sociali (iniziative pubblico – private, urbanistica creativa, negozi vuoti ai professionisti).

2° Investimenti infrastrutturali come volano di crescita qualitativa. Altro che No Tav. Con un’urgenza: il riassetto idrogeologico del territorio, ovviamente almeno lombardo, accompagnato da un ambizioso e innovativo piano integrato di trasporto merci e persone (strada e ferro). Va fatta ricerca. Guardiamo alle grandi città europee. Pensano a 30 metrò, non comprano 30 carrozze. Stoccarda è un esempio: la Stazione passante (un investimento da 8,2 miliardi) come occasione per riprogettare il sistema e collegare treni e metropolitane, centri, quartieri e aeroporto. Sarà terminata nel 2025, quattro anni più tardi del previsto (nel 2010). Una cosa seria. Anche Milano ha una Stazione di testa e un bisogno estremo di collegare tre aeroporti e centinaia di quartieri e città (il Contado) tra loro e con i centri direzionali. A cosa penso? Dal Garda al Monte Rosa e da Madesimo al Ticino. Non c’è al mondo un posto più ricco e più bello. Da Sondrio a Pavia, da Brescia a Novara e Valsesia. Milano è porta d’Europa se si pensa nodo della rete lombarda e di più.

Sì, mi dicono, e i soldi? Ne ho già parlato. La riforma della PA da un lato e gli investitori dall’altro: riparte la fiducia. Un esempio. Gli Assicuratori, investitori istituzionali da 8.000 miliardi in Europa, hanno lo sguardo lungo per mestiere. Ora, sono tenuti ad averlo: a investire sulle infrastrutture materiali e sociali (per ridurre i rischi che hanno in pancia e che assumeranno). La direttiva europea Solvency II li chiama “investimenti prospettici”. Un indirizzo geniale, accolto da tutti. Più investono, più liberano capitali di solvibilità e più guadagnano (avranno meno sinistri). Meno investono nelle infrastrutture, più i rischi crescono e meno guadagnano (avranno più sinistri e devono accantonare più capitali).

Milano alzi la voce di merito, si schieri, a tutti i livelli. Dica sì a un responsabile Bilancio europeo e sia visionaria, pensi in grande.

Francesco Bizzotto

sabato 24 novembre 2018

RISCOPERTA DI UN PICCOLO PREZIOSO TESTO DI ECO


UN PUNTO DI RIFERIMENTO

In questo periodo in cui l'ignoranza e la lontananza dalla realtà sono al potere dovremmo concentrarci su quello che conosciamo e cui siamo vicino, come il nostro prediletto settore assicurativo, e la nostra città, che speriamo sia domenica protagonista nelle primarie regionali.

Però voglio condividere con voi una lettura, che consiglio di diffondere, per la qualità, l'importanza e non da ultimo la spesa contenuta - 5 euri. 

Si tratta della ristampa fatta da "La Nave di Teseo" di un discorso tenuto da Umberto Eco nel 1995 negli Stati Uniti per commemorare la fine della seconda guerra mondiale, e si intitola "Fascismo eterno". Il piccolo testo è importante perchè che poneva 23 anni una domanda ".... posto che  i regimi politici possono essere rovesciati, e le ideologie criticate e delegittimate, dietro ad un regime e la una domanda a sua ideologia c'è un modo di pensa e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni. C'è un altro fantasma che si aggira per l'Europa ?". Oggi questa domanda non è più retorica, ed il fantasma molto concreto, come dimostrano le caratteristiche del fascismo eterno che Eco enumera:



# culto della tradizione

# rifiuto del modernismo

# culto dell'azione per l'azione, la cultura ed il sapere sono sospetti di per sè

# il disaccordo è tradimento

# sfrutta la paura delle differenze

# fa appello alle classi medie frustrate per qualche crisi economica o politica, spaventate dalla pressione di gruppi sociali subalterni

# è nazionalista nel senso della promozione della identità nazionale contro inesistenti complotti internazionali

# il popolo è portato a sentirsi umiliato per la ricchezza del nemico che gli viene additato

# la vita è guerra, il pacifismo collusione col nemico

# elitismo popolare: noi siamo i migliori

# culto dell'eroe e della morte

# machismo come surrogato della guerra

# populismo qualitativo, non contano i diritti individuali ma la volontà comune del popolo, di cui il capo è depositario ed interprete unico


Altro che fantasma, ha un nome ed un cognome. Non so voi, ma io sono di giorno in giorno più preoccupato, e per questo mi conforta vedere segnali nel PD rivolti all'urgenza ed unitarietà della costruzione di una opposizione decisa a ribaltare questo fascismo strisciante che ci circonda. 

Gianfranco PASCAZIO

mercoledì 14 novembre 2018

ANZIANI E RICOVERI


FARNE LUOGHI DI GIOIA



A 70 anni abbiamo il 40% di probabilità di finire la vita in un Ricovero. Occupiamocene. I Ricoveri per anziani? Sono luoghi complessi, d’impegno e fatica; quasi sempre sono anche una galera. La cura sistematica delle Relazioni può farli costare meno e trasformarli in luoghi di vita vera, di pace e di gioia.




La legge 219/17 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” innova le disposizioni di cura sanitaria in un senso che valorizza la vita di Relazione del paziente. Non può essere diversamente: “tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona” (art. 1.1.). Notiamo: la dignità sta alla pari con gli altri valori ed è sinonimo di reciprocità e rispetto nelle relazioni. E lo ribadisce così: “è promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia” (art. 1.2.), e poi così: “il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura” (art. 1.8.). Ne consegue: “la formazione iniziale e continua dei medici e degli altri esercenti le professioni sanitarie comprende la formazione in materia di relazione e comunicazione con il paziente, di terapia del dolore e di cure palliative” (art. 1.10.).


La centralità della Relazione è confermata al suo livello più alto (la Relazione con sé stessi) con l’invito al medico “nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte” ad “astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure”. Qui il medico “può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore” (art. 2.2.). La sedazione profonda la chiese anche il Cardinale Carlo Maria Martini. Perché nessuno deve morire disperato. La legge 219/17 sottolinea poi l’importanza del consenso informato del paziente e dei suoi cari, e introduce la possibilità di lasciare formali Disposizioni anticipate di trattamento. È un problema grande e delicato: non possiamo lasciarlo sulle spalle di figli e nipoti.

La buona Relazione è dunque un valore in sé, ha un potenziale innovativo di terapia ed è la migliore cura palliativa, oltre che la condizione per prevenire depressioni, malattie e dipendenza. È poi condizione di Comunicazione, che non si realizza mai senza una buona Relazione.

Ora, l’80 o 90% degli anziani arriva nei Ricoveri con forme di demenza senile, assai spesso per scarsa cura delle Relazioni negli ambienti di vita. Il 50% degli anziani dichiara di non avere amici e il 30% di non poter contare su nessuno (26° Rapporto Istat). La demenza si aggrava nel Ricovero per la stessa causa, contrastata solo dalla informale iniziativa, dal carattere e dal buon cuore del personale (sempre necessari). La non messa a tema, la non sistematicità della cura delle Relazioni è culturale: diamo importanza – a partire, pare, da Aristotele – alle cose e alle persone (in sé, separate) e trascuriamo l’aspetto vitale, relazionale. Ma l’uomo intero – dice l’Europa – è sia individualità che socialità. Le strutture di cura finiscono per occuparsi delle sole 3 evidenze: salute, cibo, pulizia. Le attività di animazione sono, esse stesse, separate e limitate nel tempo e ai soggetti in salute mentale. Ma la demenza è malattia del cervello Pensante (ha 20 mila anni), che lascia attivissimi i Cervelli Emotivo (200 milioni di anni) e Rettiliano (400 milioni di anni).


Come si può curare la Relazione nei Ricoveri? Formando una risorsa (scelta tra i competenti in struttura?) e attribuendole ruolo nei luoghi e momenti di servizio all’anziano, per renderli più belli ed efficaci. E lui più compreso. La funzione avrà cura del clima, del dialogo, dell’ascolto, dello svago e della motivazione all’impegno tanto dell’anziano quanto del personale interessato. È un coach (un formatore) ed è immaginabile che organizzi e animi l’apporto di un bel gruppo di volontari. Qui siamo al cuore dell’invecchiamento attivo. Ho visto Medici, Infermieri e Oss meravigliosi, pronti al ruolo.

Ormai è chiaro: la cura delle Relazioni si paga. Produrrà efficacia ed efficienza e un bel clima. Avrà effetti positivi sull’umore, la gioia e la salute dell’anziano. Lo aiuterà ad accettare l’inevitabile. È un’azione di umanità e giustizia che alleggerisce i lavori più delicati. Uno sforzo (ben comunicato) in questa direzione verrà molto apprezzato dagli anziani e anche dai parenti (oggi preoccupati e catturati da sensi di colpa: vedono i loro cari scivolare verso una fine disperata). È un’innovazione che si presta a essere finanziata dagli interessati, dalla Regione e dagli Assicuratori, disponibili a investire su polizze e infrastrutture per le cure di lungo termine (LTC), come prevede la direttiva europea Solvency II. Ed è un buon consiglio: anticipa interventi della Magistratura, che ritengo maturi e vicini.

Si può trarre spunto dall’esperienza dei “Clown dottori” o fare riferimento alla saggezza mistica, spirituale di tante tradizioni religiose. Le migliori pratiche? Sono specifiche e nascono sul campo.

Francesco Bizzotto 

lunedì 5 novembre 2018

TAV E CRESCITA


USCIRE DALLA NEBBIA

Sono favorevole al Tav e capisco i No Tav. Siamo ancora sulla Crescita quantitativa, mentre solo la qualitativa offre prospettive di rischio gestibili. Stoccarda, un ottimo esempio per Milano, dico a Sala 

Il Tav è il simbolo di quel che siamo: confusi e incerti, su un crinale pieno di pericoli (quando non si sa bene e non si decide, secondo Niklas Luhmann), aperti o al declino o a una stagione nuova. Possiamo fare di questi pericoli dei “rischi”, se valutiamo e decidiamo, se li gestiamo con misura. Sono favorevole al Tav, ma capisco i No Tav e sono refrattario al mito della Crescita che imperversa. Dov’è il limite? L’Occidente (il 20%) usa l’80% delle risorse del pianeta. La Crescita sconsiderata (quantitativa) aumenterà tutti i costi e anche il Debito pubblico, che va diminuito per via di riforme: ad esempio, con il raddoppio degli incentivi e un bel dibattito per ridurre i Comuni da 8mila a 3mila (a Milano da 134 – uno ogni 3 km! – a 30), orientandoli al digitale, a lavorare in gruppo, a essere hub di servizi.

Crescita? Solo di qualità, per favore. Riduciamo quantità, ingombri, rumori, volgarità, inquinamento. Molti rischi sono già fuori controllo. Sono pericoli, azzardi, Cigni neri. Come l’aria di Lombardia. La qualità esce da buone relazioni e creatività (i nostri punti di forza). Porta con sé sobrietà, crescita culturale, gioia, affinamento degli stili di vita. Dire Crescita inganna. Si dà spazio al peggio e non c’è più tempo. Usciamo dalla nebbia: non lasciamo al Mercato il compito di ripulirsi. Serve la Politica: valutare, decidere, orientare, rischiare.

La Crescita quantitativa irriflessiva, esagerata (vedi il traffico e lo smog qui nel Contado di Milano) ha cambiato il contesto, il paesaggio, direbbe Umberto Galimberti. Da positiva è divenuta insopportabile. Da denuncia penale. Andava anticipata. È il messaggio dei No Tav. Ma, non condivido la loro opposizione: le grandi infrastrutture (di trasporto di merci e persone in primis, specie su ferro) sono indispensabili alla Mobilità, caposaldo di qualità.

E, per inciso, l’Europa ha creato condizioni strutturali geniali per il loro finanziamento: ha previsto che l’Assicuratore (investitore istituzionale da 5.000 miliardi – 800 in Italia) ci metta le sue riserve, per ridurre la probabilità di avere danni dai rischi che assume e così contenere il capitale di solvibilità. È previsto dalla direttiva Solvency II (“rivoluzionaria”, l’ha definita Salvatore Rossi, ottimo presidente di Ivass, l’autorità italiana di controllo).

Sì, allora, al Tav. Peraltro, abbiamo già discusso e deciso. Ma, i No Tav pensano di non doversi arrendere mai, anche se minoranza. Non so se si sia discusso poco e male. Si verifichi. Ho l’impressione che la loro sia una “scorciatoia pericolosa” (Giuseppe Guzzetti), e che si credano diversi, superiori, speciali; con la ragione in tasca che si affermerà, se non oggi, domani. E sulle labbra il sorrisetto che conosciamo: La Storia è con me e tu, se prevali, è perché sei un furbo (e un corrotto). Foto di famiglia, purtroppo, a sinistra.

Bisogna discutere a fondo – a Milano – di questo atteggiamento, che ha affondato tutti i riformismi. Vanno poi meglio regolate le discussioni di merito (quale Crescita vogliamo? Quali progetti realizzare, e come?). Democrazia è innanzitutto reciprocità e rispetto.

I buoni esempi in Europa non mancano. Stoccarda ha discusso assai bene della nuova Stazione ferroviaria che costerà 8,2 miliardi (dai 4,5 iniziali) e sarà terminata nel 2025, quattro anni più tardi del previsto (nel 2010). Come? Con ampi confronti, con esperti e testimoni, manifestazioni continue anche di piazza, e con una televisione totalmente dedicata agli approfondimenti (fino al referendum del 2011). Realizzerà, al posto di 17 binari di testa, 8 binari passanti e tutta una serie di linee urbane che collegheranno la città ai suoi quartieri e all’aeroporto. Una cosa splendida.

Un sogno a portata di mano per Milano. E 8 miliardi sono la metà di quello che gli Assicuratori italiani hanno già stanziato per investimenti infrastrutturali. Lo ha più volte detto Maria Bianca Farina, presidente dell’Ania. E io dico al sindaco Sala, con la considerazione e il rispetto che merita: Chiami Rossi, parli con Farina; facciamo Milano come Stoccarda!

Francesco Bizzotto