lunedì 27 agosto 2018

IL RISCHIO L'ASPETTO CHIAVE




LA SINISTRA? SI RIPENSI



Ho una simpatia per Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della sera. Va al sodo; non teme di esporsi. Il 30 luglio scorso invita la Sinistra – “perduto il suo antico retroterra identitario” – a darsene uno nuovo e “rompere la gabbia di ferro” in cui si muove la Politica, “limitata drasticamente dai vincoli dell’economia e della finanza globalizzate”. Come? Orientandosi a conservare “nel senso di arginare il progresso (…,) condizionare la modernità (…,) selezionarne per quanto possibile gli esiti. (…) Un’identità politica alternativa al dominio distruttivo della modernità.”

E l’11 agosto rincara: “La Sinistra non riesce neppure a pensare che la tecno-scienza e le ragioni del capitale – per giunta una volta che l’epicentro dell’una e dell’altro si disloca in aree geopolitiche non occidentali – possono perdere quello che a lungo è stato il loro antico carattere di veicoli di un futuro migliore. (…) Ma questo è il tempo in cui, se si vuole pensare, bisogna forse essere capaci di pensare l’impensabile.”

Porterò pezze d’appoggio a questa proposta e dirò che per rompere la gabbia di ferro occorre riconoscerne le ragioni, darsi una regolata, discutere a fondo.

Conservare valori e tradizioni, arginare il progresso, impedirne il dominio distruttivo: è una condizione di equilibrio da recuperare, una priorità. È di Sinistra? Sì. È attenzione alle relazioni e alla giustizia. Ce n’è una versione di Destra che stimola e valorizza le iniziative dei singoli. Possono concorrere per la tenuta sociale e ambientale.

Ma, valori e tradizioni vanno e vengono. Riflettiamo. I rapporti di coppia e la famiglia, ad esempio, stanno perdendo (e meno male!) valori intrisi di violenza e dominio. Vanno sostituiti con una cultura del dialogo (l’opinione come dono). Non arriverà da sola. Che idea abbiamo di conflitto? È antagonismo (Freud: "opposizione insanabile di due realtà contrarie"), oppure comprensione (Jung: "dinamica di un'unica realtà contraddittoria e vitale")? (Silvia Montefoschi in C. G. Jung, un pensiero in divenire, Garzanti, ‘85, p. 191).

Arginare il progresso? Non piace agli scienziati. Eppure, mentre crescono le Possibilità, urgono capacità di Gestirne i Rischi, per una sicurezza attiva (Safety, Bauman) a cui non siamo abituati: noi balziamo sugli scopi (Bergson) e trascuriamo il percorso, i processi. Abbiamo mitizzato i fini (Machiavelli) e trascurato i mezzi, le relazioni. Vince chi fa il risultato, l’obiettivo, il successo materiale (con qualunque mezzo). È stato scalzato il percorso, il lavoro fatto bene, i mezzi buoni, la fatica. Non c’è stata partita, anche per un ritardo delle religioni (cardinale Martini). Vi sembra poca cosa?

È il Rischio l’aspetto chiave: lo consideriamo separato dalle Possibilità e senza limiti. Pura follia. Hans Jonas ha detto: solo un disastro ci fermerà. Come anticiparlo? Ad esempio: chi presenta progetti, vi comprenda un corposo sistema di Gestione dei Rischi completo di Prevenzione e Assicurazione. Manca l’Assicurazione? Il progetto non ha seguito. Viene impedito. Come l’idea di perforare il Polo Nord, accantonata (meno male) dopo che è stata negata, dai Lloyd’s, la polizza. Dovremmo distinguere (Luhmann) tra Rischi (misurabili, gestibili), Pericoli (opachi, non gestibili) e Azzardi (eccesso, tracotanza, roulette). Dunque, si può arginare il progresso (rinsavire) rivalutando il Rischio, trascurato da Destra e da Sinistra.

Economia e finanza formano una gabbia di ferro? Ho detto: capirne le ragioni. I mercati fiutano gli eccessi (azzardi); quando non si fidano di politiche a debito e senza prospettive di rientro, denunciano chi vive al di sopra dei propri mezzi e chiama disastri.

Cosa può fare Milano? Ha 134 Municipi, uno ogni 3 chilometri, e la PA lamenta di non avere risorse. Dovrebbe dire: facciamo un progetto di auto riforma (ruolo e servizi). Oggi strutture e macchine possono gestire 30 volte più di 30 anni fa. Accorpiamo enti e servizi, asciughiamoli – senza licenziare – e dilatiamoli verso nuove utilità: per famiglie in difficoltà e aziende che non sanno di avere fornitori e clienti a un tiro di schioppo. La domanda è di Sportelli unici di competenze (risolvere i problemi). Un tale progetto – che riduce sprechi e corruzione, fa risparmiare e crea valore per famiglie e imprese – otterrebbe un giusto credito dai mercati.

Non basta. La Politica cammina sulle gambe dei Partiti, che hanno un problema con la Costituzione. È insensato che chiunque ha o una tradizione o soldi o uno straccio di idea o humour da vendere possa scendere in campo senza regole (finanziamenti, organizzazione, selezione, contendibilità, bilancio). È una precondizione. Vale molto più per la Destra.

C’è dell’altro su cui il far Politica deve andare in chiaro: penso alla pratica della Democrazia, della Rappresentanza; quella diretta non va (è manipolatoria), ma la delega in bianco con passerelle e talk show? Vale per tutti. Ne parlerò un’altra volta.

Francesco Bizzotto

giovedì 2 agosto 2018

PUNTO HR 2018!


"ABILISSIMI”


"PUNTO HR 2018!"a cura di Sergio Carbone e Angelo Pasquarella è il testo a più mani presentato a Milano l'altro giorno, il 26 luglio, nella sala Falk di Assolombarda.

Ci è voluto del coraggio ad affrontare un tema così caldo (la risorsa umana e le sue relazioni "nell'era della digital transformation") in una data e con un clima così come è a Milano.

Nel testo c'è uno sguardo ampio sulle attività in generale e su quelle assicurative in particolare. Nel nostro Paese e soprattutto fuori, per imparare. Un libro da leggere.



Il tema delle Risorse umane è sì al centro delle discussioni, ma guardato male (come fatica, schiavitù, vincolo o come laccio e costo); sempre come se il lavoro fosse "merce" fredda, indifferente.

Grandissima questione affrontata troppo spesso con approcci negativi, statici o difensivi e protettivi; che separano il lavoro, le competenze, dall'impresa e dalla vita. Soprattutto separano il lavoro personale dalle sue complesse Relazioni e dai contributi propositivi / creativi / innovativi che nei fatti porta con sè. Relazioni e contributi che - a dir poco trascurati nel dibattito, rimasti in ombra - non consentono di vedere l'altro aspetto emergenziale del tema, di cui dirò: i nuovi Rischi implicati, forieri di grandi opportunità / vantaggi & di altrettanto grandi danni, fino alla catastrofe, se non gestiti. Un esempio? Il Cyber risk, che prende forma al 50% dentro le imprese, per comportamenti poco attenti e consapevoli e non solo.



Bene. Il testo presentato è una piacevole eccezione. Parla di Risorse umane con approccio positivo e attivo, aperto al mondo e alla tecnologia, capace di intrecciare umanità, etica, velocità e produttività. Dice: c'è speranza! Se il Capitale umano e le sue Relazioni (con se stesso, l'altro vicino e lontano, l'esterno, il cliente, e le macchine, i sistemi, le cose, i servizi) vengono posti al centro, curati, interrogati e ascoltati, valorizzati, ingaggiati, formati, motivati e disciplinati ... Allora ci può essere fiducia nell'epoca digitale; allora tutto può funzionare e bene; essere bene. Diversamente, senza le donne e gli uomini o contro di loro (precarietà, esclusione) il sistema non funziona. Non può funzionare. Si tratta di trovare un nuovo equilibrio di partecipazione, riconoscimento e responsabilità (imprenditività). Innanzitutto cercarlo.



Molti i contributi specialistici, a volte sorprendenti, sempre interessanti. Il mantra: non c'è innovazione tecnologica se non intrecciata alla crescita (e innovazione) delle Relazioni d'impresa. Cambia l'impresa? Cambiano anche la donna e l'uomo. Perchè la Relazione è al centro? Perchè è decisivo lavorare in Team, in Gruppo; una sfida grandiosa alla logica piramidale, quella del comando, ovunque in crisi nera. La logica nuova? La Rete, con i suoi nodi di competenza, le sue autonomie (piccole o grandi) e i tratti di tenuta, di sistema, che sono appunto le Relazioni. Se anche solo un tratto cede ... I pesci scappano.



Così, alle nuove fabbriche servono "persone", protagonisti attivi del progetto aziendale. Non certo manodopera "presentista" (la forma italiana dell'assenteismo, si è detto). Persone chiamate a essere interpreti, a dare forma a ogni passo dell'innovazione dando il meglio di sè. Ecco, poter dare il meglio di sè è bello, giusto e necessario. Serve una certa armonia relazionale. E se non c'è? Io dico: si cambia.



Il libro è da leggere, anche se tutti andiamo a caccia di bigini. Dico solo del bel contributo di Riccardo Billi sull'inserimento lavorativo dei portatori di handicap. Dimostra con un caso concreto che la materia può essere gestita non come vincolo ma come un bel rischio (una bella occasione / una chance). Siamo tutti limitati e "Abilissimi!" (titolo del contributo) ed è facile essere sorpresi dalle capacità creative e semplificanti dei "diversamente abili". Vale per tutti. Infatti, saldare le doti del 17enne e del 60enne è stato un altro mantra dell'incontro. Ma, qui mi fermo e faccio due personali osservazioni:



1°. Occorre affrontare il tema della istituzionalizzazione delle nuove relazioni d'impresa compatibili nel tempo di Industry 4.0. Un modo che liberi l'imprenditore e il lavoratore (entrambi) dai vincoli del '900 e dai rischi che sappiamo. Portiamo le tutele (per tutti) nel Territorio con Agenzie del lavoro partecipate (dalle parti sociali, da specialisti privati e anche dall'Assicuratore, ho sostenuto altrove) e lasciamo in azienda solo il conflitto di merito, necessario e molto produttivo. Darà vita a un nuovo "concorrere". Agenzie del lavoro (dipendente e autonomo) orientate ad anticipare i problemi (le crisi produttive e di relazione) e quindi che mirino - con l'accompagnamento e il dialogo - a mettere il lavoratore giusto con l'imprenditore giusto. Che facciano Mobilità, finalmente, con le Politiche attive da noi rimaste al palo: la Fornero le aveva "rinviate di 6 mesi", mentre il Jobs act le prevede (e ha istituito l'Agenzia nazionale) ma sono di competenza regionale. Campa cavallo. Vince (perchè a troppi conviene) l'assistenza. Qui la Germania fa 20 volte più di noi. Uno scandalo, come il lavoro precario senza chance di poter crescere, misurarsi, rischiare, cambiare. Il problema del lavoro non sono i rider, i voucher, i lavoretti ma l'assenza di condizioni di Mobilità (cioè di concorrenza, di Politiche attive).



2°. Deve crescere il Risk management. Esigenza sotto traccia in tutto il testo. Ho accennato al Cyber risk, paradigma della Gestione dei rischi necessaria con Industry 4.0: quella predittiva, anche qui anticipatrice dei problemi (dei sinistri). Il Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati Personali (GDPR 679/17) mira ad arginare questo rischio. Entrerà in vigore il prossimo 21.08, abbiamo letto. L'Autorità sta definendo il Regolamento di attuazione. Potrebbe affermare che chi paga Riscatti commette reato e che la Colpa grave equivale al Dolo. Il messaggio sarebbe: il rischio va gestito e ridotto; non si può lavorare male (essere formali, non sostanziali) e assicurarsi. Vedremo. In generale l'innovazione digitale e il ruolo nuovo del sistema macchine - uomini / donne (in Relazione, in Rete) impongono un ripensamento della Gestione dei rischi. Va immaginata e attuata molto di più in termini informativi e formativi, processuali e relazionali, qualitativi ed etici. Se non si pone al centro la Risorsa umana la "digital transformation" s'incarta, dice questo testo. Aggiungo: si alzerà di molto la possibilità che produca gravi danni. Riflettiamo: scivoleremo sempre più dall'aver a che fare con Rischi (probabilità: misurate, gestibili, assicurabili) all'aver a che fare con Pericoli (fuori misura, fuori controllo, opachi, di cui poco sappiamo, dice Niklas Luhmann) e quindi con Azzardi (eccesso, arroganza, Cigni neri, disastri).



La digitalizzazione promette bene. Può essere di certo un bel Rischio. Speriamo che lo sia (che lo diventi), che non finisca a Pericoli e Azzardi.



Francesco BIZZOTTO

venerdì 6 luglio 2018

LAVORO


 SERVE LA MOBILITA’


Il “Decreto dignità” sbaglia sul lavoro, e la confusione è generale. 


Per battere la precarietà (che è frutto di flessibilità unilaterale, mal fatta) ci vuole la Mobilità, non la stabilità; ci vogliono Politiche attive per tutti, anche per i rider, i lavoratori a tempo determinato o parziale o somministrato, e per quel 68% da scandalo che non è soddisfatto del posto, che vorrebbe crescere, rischiare, cambiare lavoro o imprenditore e non ha modo di farlo. È l’impostazione europea della Flexsecurity, annacquata dal nostro diffuso guardar corto.

La Mobilità apre l’orizzonte, tende ad anticipare le crisi aziendali e quel 5% di disarmonia relazionale fisiologica di cui imprenditori e lavoratori vogliono liberarsi. Rende accettabili questi rischi e i momenti difficili. Ingiusta è la precarietà stabile; una galera per entrambe le parti. Pensare di ottenerla solo per sé è l’errore strategico di Confindustria. Negarla è l’errore della vecchia sinistra. Al 90% delle imprese servono collaboratori attivi e propositivi, non manodopera timorosa e spenta; lavoratori impegnati, con visioni positive e dunque soddisfatti e creativi / innovativi su tutta la filiera delle cose e delle relazioni d’impresa, non potenziali haker in agguato o distratti davanti a uno schermo (immagine nient’affatto di fantasia, se è vero che il 50% del Cyber risk si forma dentro l’impresa).

Con logica novecentesca – contrapposizione e rapporti di forza – chi guida le imprese ha approfittato della flessibilità (necessaria) per regolare i conti, o meglio – al solito – per ridurre la concorrenza. Perché, occorrerà riconoscerlo, il futuro del lavoro, anzi, il suo presente, è contribuire in modo responsabile alla vita d’impresa, essere co-imprenditore, collaboratore attivo. In buona parte lo è già. Un punto di forza. Questo salto di qualità del concorrere è la via d’uscita, promette molto bene e va riconosciuto, istituzionalizzato. È nella pratica, nelle cose, non nelle corde della nostra arretrata cultura di rappresentanza.

Chi punta tutto sulla stabilità del lavoro non capisce l’impresa che serve (complessa, armonica, con processi delicati e relazioni lunghe), e chi aspetta il licenziamento per aiutare il lavoratore è fuori dal mondo perché deprime il capitale umano e santifica la scelta di Confindustria: puntare su paura, precarietà e riduzione del costo del lavoro, anziché sulla partecipazione responsabile, soddisfatta, e sul sostegno del mercato interno.

La soluzione? Ripartire dalle Agenzie del lavoro (pubbliche, aperte a tutte le parti, articolate in sportelli di quartiere e paese); investire e ridiscutere le prassi assistenziali, puntare su Formazione (le aziende dicano cosa gli serve), Orientamento e Politiche attive. E non solo per i disoccupati, gli ultimi, gli sfigati. Per tutti. Mirare a promuovere il lavoro. È l’unico modo per proteggerlo e insieme far crescere libere e competitive le imprese. Così i lavoretti e il precariato acquistano senso, sono utili, temporanei, accettabili. Ascoltiamo l’Europa. Gli incentivi alle imprese da soli servono a poco. E l’assistenza (Reddito di cittadinanza o inclusione) riserviamola ai poveri e agli esclusi, impegnati a cercare lavoro senza riuscirci e ciò nonostante socialmente attivi (nel volontariato, in attività sociali) perché dalla società ricevono il giusto per vivere con dignità. Succede già, per vie opache.

Così il cerchio si può quasi chiudere, se non fosse per il Sud in cui si concentrerebbe il 70% del Reddito di cittadinanza o inclusione, dice Maurizio Ferrera (Corriere della sera, 28 giugno scorso). Qui “la sfida non è certo quella di inserire le persone, ma quella di creare nuovi posti”. Poiché “nessuno è pagato per stare sul divano”, “prima di sussidiare chi cerca lavoro, bisogna stimolarne la domanda”, cioè far crescere imprese e servizi con un potenziale nei settori in cui c’è spazio (turismo, cultura, salute). È una vera sfida. Come? Con “investimenti infrastrutturali e sociali, incentivi fiscali, una sostanziosa riduzione del costo del lavoro.” Discorso serio e duro. Le disponibilità ci sono (l’Assicuratore investitore istituzionale è un esempio). Si devono fare entrambi i percorsi. Con un progetto Paese che può convincere i mercati finanziari e può partire da Milano Città Metropolitana. Per tutti.

Francesco Bizzotto





giovedì 5 luglio 2018

PRECARIATO E LAVORO GIOVANILE


UNA ASIMMETRIA

Perché la risposta non è la stabilità imposta ma la libera mobilità

Dobbiamo essere chiari con i Giovani sul Lavoro. Ne va dell’economia, che non è tutto ma è fondamentale, con l’ambiente, la cultura, la giustizia. Le imprese vogliono avere collaboratori, non dipendenti. Lavoratori impegnati, attivi, sorridenti, relazionali, creativi, per competere nel mondo come stanno facendo: con la qualità, le regole rispettate, la rete affidabile di competenze, la bellezza, il buon gusto, la sorpresa. Per questo vogliono poter licenziare facile, liberarsi di quel 5% di personale che è seduto, collabora formalmente, non gli interessa, pensa ad altro e tira sera.

Ci stanno arrivando, con il tempo determinato, il part-time, l’esternare, il trasferire, i lavoretti, ma corrono un alto rischio di trovare solo la precarietà, il deserto. I giovani soffrono di questa condizione di flessibilità unilaterale, che si addice alla merce. È una giungla: l’impresa ti mette fuori quando vuole (anche per ragioni ignobili, sappiamo) e tu sei solo e confuso. Non è giusto. L’impresa ha ragione, ma serve reciprocità. Lo dico anche per il figlio di papà, che muore al futuro e al merito quando diventa raccomandato, cioè castrato. E Dio sa quanti lo sono. Nel pubblico e nel privato. Pochi gli Alberto Angela.

L’impresa di cui parlo – che gira attorno ai 15 dipendenti e che potrebbe andare oltre e dare lavoro ma teme di sbagliare e complicarsi la vita – è la struttura portante, il nostro futuro. Dobbiamo ascoltarla e aiutarla a fare bene e a non farsi male. Servono la Politica e le Istituzioni, per fare i suoi interessi nonostante lei (le sue chiusure). L’impresa funziona e vive se c’è un sano ambiente concorrenziale. L’apertura dei mercati ci ha aiutato soprattutto perché ha favorito (ad esempio nel cibo) la “concorrenza”. Scatena le capacità. È una realtà sociale a doppia uscita: per dare e per prendere; è una forma di collaborazione e conflitto (di merito, senza l’aggressività e la violenza che vediamo quando viene meno). È da studiare meglio, da perfezionare ed esaltare. È come lavorare in gruppo: 1 + 1 + 1 fa 5; a volte 10. È così. La “relazione” (che è sempre un concorrere: offre chance, rende responsabili e mette a rischio) scatena le intelligenze, esalta i potenziali.

È la “relazione” il cuore della questione, non i fatti, i risultati, le sostanze, le monadi, gli individui. Servono nuovi filosofi per andare oltre Aristotele (pare) e il vecchiume di destra e di sinistra che da 2500 anni ci inchioda nella separatezza. Se no, la concorrenza muore; muore il principio relazionale, di reciprocità, di giustizia. Siamo troppo ancorati alle pulsioni, all’immediatezza (Silvia Montefoschi), e quindi dominati dalla tecnica (Umberto Galimberti) e isolati, poco lungimiranti (papa Francesco). Tant’è. Il destino avverso (la tendenza al calo della concorrenza, a tutti i livelli, anche in Politica) si può ribaltare ponendo al centro e regolando le relazioni. Con le conseguenze del caso.

E il lavoro è parte delle “relazioni d’impresa”. Il “collaboratore” attivo e sorridente cos’è se non un vero e proprio concorrente che contribuisce e vuole affermarsi, essere apprezzato, riconosciuto, guadagnarci? E, come l’impresa si vuole liberare del lavativo, così è giusto che il bravo lavoratore abbia chance, possa provare a liberarsi dell’imprenditore che non è all’altezza, non lo valorizza o non ha bisogno di lui. Vanno aiutati entrambi. È questione d’impostazione, di base. In questo Dialogo, c’è subito un 20% di occupazione in più. Spiegarlo a sinistra.

È difficile da fare? No. La Germania investe in Politiche attive del Lavoro 12 volte più di noi. È un caso? In realtà 20 volte di più, perché i nostri Centri per l’impiego sono fermi alla logica del collocamento e gravati da fardelli amministrativi, mentre serve l’accompagnamento, come faceva don Bosco con i Giovani nell’800 (a proposito: cosa fanno i Salesiani?).

Le risorse ci sono. Si parte dall’Orientare, si fa Formazione di base, specifica e continua, e poi Mobilità (parola chiave, dialogica, temuta dai troppi fifoni che non amano la Concorrenza). Possiamo fare meglio della Germania, che forse s’è incartata con la “cogestione” (non ha impedito lo scandalo Volkswagen). Possiamo fare perno sulla piccola impresa e sulla mobilità aperta, libera. Serve l’Istituzione ad hoc. A Milano, a Monza e in molta parte del Centro Nord ci sono Agenzie del lavoro pronte o quasi allo scopo. Devono essere partecipate, potenziate e assicurate (qualcuno che guadagna di più se io lavoro, e quindi che si fa in quattro): case aperte del Concorrere diffuso che pone al centro il capitale umano. Serve a mettere in chiaro il disastro assistenziale e a dare senso ai lavoretti, a lasciar crescere la gig economy.

Perché la risposta al precariato non è la stabilità imposta ma la libera Mobilità. Alzati in volo, Milano!

Francesco Bizzotto

mercoledì 23 maggio 2018

RECEPIMENTO DELLA DIRETTIVA IDD


EUROPA E GOVERNO DELLE ASSICURAZIONI

Il Servizio è orientato alla Prevenzione e a Investimenti e Polizze “prospettici”

Gli Intermediari vanno incentivati alla Gestione dei Rischi (Informazioni e Prevenzione)

Va misurata la soddisfazione dei Clienti e studiato un Controllo di Gestione partecipato



L’Europa avanza anche nel mondo assicurativo, tra geniali intuizioni (Solvency II), tentativi e qualche limite. L’Unione è ricca di esperienze e molto articolata. I Paesi europei, per vincere nella competizione globale, comprendano e accettino un forte ruolo dell’UE.

I Servizi Assicurativi sono un cardine dello sviluppo atteso (responsabile, sostenibile, di qualità alta), hanno un ottimo potenziale di crescita e mostrano positive dinamiche. Solvency II esalta il ruolo di Investitori istituzionali delle Compagnie e le indirizza verso Investimenti e Polizze prospettici, ovvero indirizza alla Gestione dei Rischi in tutte le fasi della loro formazione, dalle Infrastrutture pubbliche alle Relazioni con i Clienti, dai Processi produttivi alla vita privata.

Il ruolo degli Intermediari di Distribuzione e Servizio è centrale in questo mercato. L’UE lo indirizza con la Direttiva IDD (Insurance Ditribution Directive – 97/16) in discussione in Parlamento: il Governo Gentiloni ha emanato il Decreto di recepimento. Opinioni diverse e pressioni si sono confrontate, come è normale.

Auspichiamo che il ruolo di Agenti e Broker sia accresciuto da un più chiaro indirizzo alla cura della Relazione con l’utenza e alla innovazione di Servizio. Agenti e Broker devono essere soggetti attivi (anche consorziandosi tra loro) e avere più chiari incentivi – anziché ad alzare i volumi d’incasso – alla Gestione dei Rischi (Informazioni e Prevenzione) e dei Sinistri. E anche la soddisfazione dei Clienti è tempo che sia misurata (da soggetti terzi) e premiata.

Poiché Solvency II valorizza gli investimenti assicurativi con la Gestione in grande dei Rischi – a partire dalle infrastrutture economiche e sociali che danno loro una decisiva forma di base – il Governo esplori l’utilità di Controlli di Gestione interna partecipati dagli stakeholders (in primo luogo Agenti e Broker). Perché l’aspetto finanziario è tutt’altro che separabile da quello industriale.


giovedì 17 maggio 2018

UNIRE MILANO


MILANO E LA CRESCITA

Uniamo Milano e diamole visione larga e generosa. Avrà peso politico



Milano ha una visione politica ingenua, individuale, verticale: ciascuno sta con il naso all’insù; guarda a Roma, all’Europa, al mondo, e non fa squadra. Non conosce la regola aurea del potere, il lavoro di gruppo. Pochi anni fa la sinistra aveva due cavalli di razza (Giuliano Pisapia e Stefano Boeri) e subito si son fatti guerra. In ogni ambito, se non fai politica di gruppo non conti; anche nelle attività pratiche le tue esigenze non trovano spazio. In televisione passa altro e tu devi difenderti, stai a lato e hai già abbastanza, ti dicono. Fatichi a far passare le tue vere esigenze.

Il Corriere della sera è un media aperto e attento; affronta le questioni con competenza e intelligenza. Non basta. Per esempio: la Crescita. Quella che serve a Milano è qualitativa, e dunque articolata, selettiva, governata: una Crescita per via creativa e innovativa, che si fa apprezzare ed è basata su esperienza, ricerca, utilità, stile, buon gusto. Accanto – ça va sans dire – ci sta (ci deve stare) una de-crescita delle quantità, degli ingombri, dei rumori, delle volgarità e degli inquinanti di ogni tipo. Con inevitabili conseguenze e ricadute nelle infrastrutture, nelle abitazioni, nei sistemi di trasporto e servizi alle imprese e ai cittadini. Tutto è da ripensare alla radice. Va detto (nelle grandi città si sta facendo): ripulire, asciugare, rendere semplice, bello ed efficiente.

È questa la via maestra della Crescita, dell’occupazione e dell’efficienza. Esempi: pensare a un’urbanistica non separata (Le Corbusier) che porti hub di servizi ai cittadini e non il contrario, in un finimondo di spostamenti; recuperare verde (portare in altezza abitazioni e produzioni); definire sistemi larghi di trasporto pubblico veloce e di mobilità urbana condivisa; gestire i rischi ambientali e produttivi (prevenzione e protezione: anticipare, non aspettare i Cigni neri). È la potente domanda (latente) di Milano. Manca la forza di agire in autonomia, che viene solo dalla coesione. E la solidarietà con il Paese? Si esprime nel fare bene Milano. Essere esempio e laboratorio.

E non mancano le risorse. L’Assicuratore, investitore istituzionale da 500 miliardi, è tenuto – su indirizzo europeo (Solvency II) – a investire in infrastrutture materiali e sociali che riducano i rischi di prospettiva. La sua disponibilità è esplicitata (15 miliardi) e favorisce gli azionisti: migliora infatti il risultato tecnico e diminuisce il capitale di garanzia (di solvibilità). Geniale Europa!

Con un editoriale di Francesco Giavazzi, il Corriere del 13 maggio prende posizione per la Crescita e snocciola ragioni, ma non va a fondo, non mette in campo una visione che sia bella, faccia futuro, unisca Milano e le dia peso politico. Dice Giavazzi: se l’Italia non cresce, il debito la affonda; mentre gli investimenti privati vanno (+ 7,3% in un anno), l’efficienza produttiva (2001 – 16) è calata del 2%, in particolare nelle Piccole imprese, nella PA e nei servizi (invece in Germania e Spagna è cresciuta: 10% e 2%). Secondo la BCE, le cause della nostra mancata Crescita sono la caduta di efficienza (50%) e la scarsità di investimenti e di partecipazione (50%). L’Italia è ferma perché lo è la sua PA (che non investe, costa e complica) e perché utilizza male il capitale umano, che infatti è insoddisfatto del lavoro per il 68%.

E Giavazzi? Consiglia di mettere manager al posto di figli e nipoti nelle Piccole imprese, e di favorire la concorrenza. Sulla concorrenza sono d’accordo: fa uscire il meglio. E cosa c’è di meglio del concorrere in gruppo del capitale umano (dell’armonia delle reti)? Sono allora centrali infrastrutture sociali (Agenzie dei Lavori) che promuovano il capitale umano a fattore primario di concorrenza (di contributo) nell’impresa e nella società. La Germania va perché ha trovato un suo equilibrio, fatto di cogestione nelle grandi aziende e di mobilità del lavoro nelle piccole. Ma da noi è tutto un tabù. Smettiamola di parlare da soli.

Francesco Bizzotto 

lunedì 7 maggio 2018

RIFLESSIONI SU UN EDITORIALE


POTERI FORTI

Panebianco picchia su magistratura e vertici della PA. Ma è la politica che deve crescere. E solo il lavoro di gruppo, in trasparenza, alla base, può ridarle autorevolezza e ridurre la corruzione



L’editoriale del Corriere della sera – 30 aprile di Angelo Panebianco è un soprassalto del giornalismo. Dice pane al pane: i poteri forti sono le tecnostrutture di vertice delle magistrature e della PA. Andrebbero consultate prima di fare il governo, se no è “a rischio di decapitazione politica”. Sono forti perché la politica rappresentativa è “debole e ricattabile”; ha ceduto potere, s’è creato uno squilibrio. Le tecnostrutture vogliono politici “disposti a inginocchiarsi in loro presenza e a baciare l’anello”. Sono indifferenti o ostili “verso l’economia di mercato” e difendono “un’impalcatura normativa fatta apposta per tenere in scacco le imprese e lontani dal Paese gli investitori esteri (la vera causa della disoccupazione giovanile)”. Alimentano un’ideologia anti industriale e l’espansione della spesa pubblica. Il M5S è un loro “sottoprodotto” ed “effetto collaterale”, e la grande bugia, in circolo da 30anni, è che la corruzione sia molto alta, mentre è nella media europea.

Forte del principio di non abbassare l’alto ma alzare il basso, non farei a buoni e cattivi. Mi pongo due domande: perché la politica è debole? Come ridurre la corruzione?

La politica rappresentativa è in crisi perché i cittadini trovano inadeguata la delega totale con molti talk show di percorso e giudizio finale sull’operato. Vogliono un politico con idee belle e motivate, e con capacità di ascolto, di decisione e di rendiconto. Insomma, uno che ha di suo e si relaziona e misura, cambia anche, propone indirizzi, fa sintesi e operatività. Un capace coraggioso. E di passaggio. Infatti, il professionismo che s’è impadronito della politica ne ha minato l’elemento forte: la passione. Senza, è tutto un non dire per non scontentare (ed essere rieletti). La Politica dev’essere impegno temporaneo di molti, in cui s’impara e s’invita a lavorare su se stessi, a liberarsi dal Piccolo io (Etty Hillesum) e a vedere la squadra (il Paese, la Terra). Sapendo che, se dai molto, ricevi di più e cresci.

Ma, la politica debole da chi è veicolata? Dai partiti. Sono il problema. Ho la tessera del Pd e anche lui ha le sue, se è vero che discute in modo poco organizzato, continuativo e finalizzato (ma discute: e chi altro?). E ora tutti lo vogliono dentro, se no cosa resta? C’è un problema fondativo, costituzionale. I partiti sono spesso il trasporto (il tram) di ambizioni di carriera organizzate (queste sì). Non è ben chiaro come prendono le decisioni. Anche per questo nessuno le accetta, e fioccano divisioni, drammi e rancori. Decidono senza “concorrere con metodo democratico” (Costituzione, art. 49). Mettono in pericolo il Paese e non lasciano cauzione. Perché le differenze siano una ricchezza (un dono) occorre che il percorso delle decisioni sia evidente e misurato. Direi: occorre che sia un Rischio.

E la corruzione? Non mi adagerei sulle medie. Siamo abituati a guardare in alto (il pesce puzza dalla testa). Dobbiamo guardare dappertutto, come quando camminiamo. Abbiamo badato poco ai “rami bassi” della PA. È lì il terreno fertile (il rizoma) che nutre tutte le pastoie. Se è vero che il Federalismo comincia dalle periferie che si rimboccano le maniche, assumono responsabilità e si fanno forti (vedi “Appello per Lecco”), anche la lotta alla corruzione passa per un cambiamento alla base della PA. Come? Esempio: unire o consorziare i troppi Comuni per valutare i problemi in ottica larga e far lavorare in gruppo sindaci, assessori e tecnostrutture locali (rieccole!). Rendere credibili e comprensibili le decisioni: così cresce la Politica e si fa trasparenza. Al buio tutto imputridisce.

Francesco Bizzotto

giovedì 3 maggio 2018

MARCO BENTIVOGLI




“L’industria del futuro per essere sostenibile e competitiva, non può non prevedere la partecipazione del lavoro organizzato e dei lavoratori alla gestione strategica dell’impresa”



Così Marco Bentivogli (Segretario generale Fim Cisl) su questa News a proposito dell’accordo Alcoa (produzione di alluminio in Sardegna): nel capitale societario di Sider Alloys entra Invitalia e anche i dipendenti con un 5% delle azioni e un posto nel Consiglio di Sorveglianza. Il coinvolgimento, la partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa è all’ordine del giorno ed è sia di destra che di sinistra (Ah, Gaber!). Vediamone le ragioni:

1. L’articolarsi, differenziarsi e crescere degli individui (consumatori e produttori), frutto e merito, in Occidente, del liberalismo e delle battaglie di emancipazione, ha reso impraticabile, inefficiente, l’organizzazione piramidale, la via dell’autorità formale (forza separata, violenza): il comando, tanto nelle intraprese quanto nei gruppi informali, nelle famiglie e nelle coppie (come nella stessa idea di Dio), è ad alto rischio di ridicolo, se non è credibile, utile e riconosciuto; se non cattura e promuove. La stessa proprietà è sul sentiero del dramma o della commedia se non si legittima con passione, preparazione, dedizione, capacità specifiche, in primis relazionali: saper fare gruppo armonico.

2. Individuo e società, impresa e lavoro hanno con-vinto. È la forza dell’Europa a cui il mondo guarda e che cerca nuove sintesi. L’iniziativa, l’intrapresa, ovunque, tende ad assumere la forma della rete di competenze che collaborano e sono ampiamente responsabili (abili nel dare risposte e contributi in ottica di sistema). Al centro ci sono le relazioni e i processi; la forma. Il come si prendono le decisioni e si fanno le cose conta più delle idee e della sostanza, delle cose, delle produzioni. Il come viene prima e quindi è più importante. La forma determina la sostanza, che è latenza. Un capovolgimento. E ciascuna parte si spiega nel sistema a cui contribuisce, non al proprio interno; in alto, non in basso. Il nostro errore? Separare gli aspetti, mentre solo a mezzi buoni, a buone relazioni, possono conseguire fini giusti e sostenibili. Vi sembra poco? Siamo in zona Cesarini.

3. Per inciso: riscoprire la centralità del processo, delle relazioni e dei mezzi, del come si sta insieme e si opera, porta a ritrovare l’importanza e il significato del rischio, che è padrone del processo e scompare se mi concentro sulla possibilità teorica (il sogno) o sul risultato immaginato o raggiunto. La consapevolezza del rischio e la sua gestione rischiarano a puntino e rendono bella e sostenibile (e, ovviamente, limitata) l’opera nel suo contesto.

4. Chiamare i lavoratori a partecipare (poco o tanto) alla vita dell’impresa significa attivare l’area di produttività sostanziale (interessata, attiva) anziché quella solo formale e passiva (manodopera). Significa promuovere produttività latente. Raddoppio possibile.

5. Favorire relazioni d’impresa partecipative, conflittuali nel merito dei problemi, significa liberare tutti i soggetti (direbbe la francese Cfdt) e richiede un’Istituzione nuova, esterna, che si faccia carico del conflitto di relazione. In azienda è un cancro; va portato fuori e risolto. Meglio: anticipato. Le Agenzie del lavoro o Centri per l’impiego locali e le Politiche attive (orientamento, formazione, accompagnamento) divengono strategici e di comune interesse. Perché l’impresa e il lavoro sono, entrambi, delicati beni comuni. Un altro mondo.

6. Caricare i lavoratori, in particolare i giovani, di responsabilità, chiamarli a contribuire e concorrere (misurarsi), a meritarsi una collocazione e un riconoscimento (in azienda come nella società – no profit), significa aiutarli a leggere il futuro non come minaccia (un pericolo incerto che spaventa) e nemmeno come promessa (c’è solo da raccogliere, senza impegno e problemi) ma come rischio. E rischio dice di una realtà in cui t’impegni, incerta ma valutata, sostenibile (una probabilità) e dotata pure di un paracadute per coraggiosi (vai tranquillo, se ti ritrovi in difficoltà, ti sosteniamo, ti aiutiamo). In quest’ottica la tecnologia perde di ossessività e torna a essere in posizione centrale perché mezzo, partecipe del processo. È Politica.



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“La tecnologia non porta il precariato, è piuttosto il vuoto di immaginazione dei politici e di molti sindacalisti che lo determina. Bisogna avere il coraggio e la competenza per scrivere sul foglio bianco“. Marco Bentivogli

Francesco Bizzotto

martedì 1 maggio 2018

PER LA VERA FLEXSECURITY


LAVORO. GIRARE IN POSITIVO


Maurizio Del Conte, presidente dell’Agenzia nazionale per le Politiche attive – Anpal – dice la sua in un lungo articolo sul Corriere della sera del 27.04. Due giorni dopo, Di Maio (“capo politico M5S”) punta molto sul lavoro in una lettera allo stesso giornale. Entrambi dicono che le Politiche attive e i Centri per l’impiego – Cpi – sono conditio sine qua non per il Reddito di cittadinanza. Servono Cpi standardizzati, riconoscibili “su tutto il territorio e in grado di fornire ovunque gli stessi servizi”, per “prendere per mano i disoccupati e accompagnarli (… alla) riconquista del lavoro”. L’Anpal va liberata dalle burocrazie e finanziata con “adeguate risorse”. Così Del Conte. E Di Maio? “Le politiche attive del lavoro non funzionano” e i Cpi vanno riformati per “proteggere il lavoro”.

I messaggi sono chiari. Ed è vero: Reddito d’inclusione o di cittadinanza pari sono nella sostanza. È una priorità e non è questione di risorse, anche perché l’Europa finanzia i progetti seri. Certo, serve la riforma dei Cpi e uno standard minimo per tutte le regioni. Ma il servizio deve piegarsi sulla specifica realtà locale e sulla volontà politica e dell’opinione pubblica. E deve rendere conto. Non può essere servizio a gogò. E mi sembra miope non riferirsi e non chiedere una cornice europea: ballano molti miliardi.

È però troppo debole la logica che sta sotto questi ragionamenti e tutto il pensiero che da noi rumina Lavoro: una logica negativa, sacrificale, subordinata e di rimessa, perdente per definizione. Fa franare tutto. C’era anche nel Jobs act, ma Del Conte aveva parlato di Politiche attive di prevenzione delle crisi. La cartina al tornasole è l’art. 18. Di Maio ne propone la reintroduzione “come ‘misura ponte’, in attesa di una piena realizzazione del reddito di cittadinanza e della riforma dei Cpi”. Dopo, quindi, si toglierà? Del Conte parla invece di approccio pragmatico, centrato sui servizi. Senza art. 18.

Significa: l’azienda è (o sarà) libera di licenziarti, anche con un motivo inventato, ingiusto ma, tranquillo, io poi ti ricolloco. Così – ma è l’opinione di tutti gli economisti e lavoristi che hanno in mano il pallino – le cose sono (sembrano) pari: più flessibilità / licenziabilità e più servizi ex post (una volta morto). È qui l’errore.

La parità (e quel che serve davvero alle imprese) si fa girando il discorso in positivo: l’impresa ha bisogno di essere più libera nel prendere e lasciare (via quindi l’art. 18); lo Stato (che tutela tutti nel bisogno) aiuta il lavoratore a fare altrettanto; a essere più libero di scegliere e cambiare imprenditore. Se vuole crescere o è in difficoltà o non è contento (e il 68% non lo è), lo accoglie, lo orienta, lo forma e accompagna nel dialogo con imprese.

L’Istituzione ideale? Quella che anticipa crisi e difficoltà, produttive e relazionali. È la vera flexsecurity (“alla danese”) ed è il discorso che fa la Cfdt francese. Ora è più chiaro perché si fatica a venire a capo delle competenze che mancano alle imprese (per un 25 - 30% al nord): temono la concorrenza e la partecipazione del Lavoro. Ma solo queste scatenano impegno, inventiva, innovazione e produttività (quel che serve per stare al mondo). E governare significa fare condizioni di concorrenza. Quando Renzi dice che il Jobs act ha creato un milione di posti, non tocca il cuore. C’è molto di più nelle relazioni di lavoro: dignità, rispetto, orgoglio, gioia. Vedi Kahneman, Nobel 2002. È l’errore degli economisti (e lavoristi) classici: visioni razionali, formali, strumentali. E Di Maio cosa dice?

E qui da noi? La Milano politica sembra dimenticare la sua storia di sostegno, tutela e promozione del lavoro. In un decennio (costo 2 miliardi) è stata messa a sistema nell’Agenzia Metropolitana AFOL (Formazione, Orientamento e Lavoro), Cpi compresi. La confusione istituzionale non aiuta e la Regione Lombardia pure. Certo, Milano che si privasse della sua storia e lasciasse morire l’AFOL nell’indifferenza, per tornare a Cpi fragili e lontani, rimarrebbe negli annali.

Francesco Bizzotto

mercoledì 25 aprile 2018

OSARE, INNOVARE, MANIFESTARE IL FUTURO


GIOVANI E FUTURO



Il futuro è incerto; molte le possibilità e i pericoli. Farne dei Rischi: probabilità soggettive & relazionali, gestibili, sostenibili. Recuperare liricità e libertà; dare spazio a chi ha interesse alla Prevenzione



 “Il futuro – promessa è diventato futuro – minaccia” dice Miguel Benasayag in L’epoca delle passioni tristi (Feltrinelli, 04, p. 40). E Umberto Galimberti (30.03.’18 - Colloquia 10.0) ne trae che il futuro è imprevedibile e quindi “non retroagisce come motivazione” sui giovani. Il problema, mi pare, è di adulti e Istituzioni, che pensano a una crescita quantitativa senza limiti e chiudono gli occhi sulla minacciosa prospettiva. Il futuro merita l’impegno dei giovani proprio perché è imprevedibile e incerto – non è una promessa. La perdita di fiducia dei giovani è nei confronti dei creduloni adulti, il cui futuro è minaccioso. Infatti, dice Benasayag (p. 42): “Occorre che gli adulti considerino il futuro e ciò che deve essere costruito come qualcosa di positivo e desiderabile”. E conclude: “La configurazione del futuro dipende in buona parte da ciò che sapremo fare nel presente” (p.22). Fare cosa?

Smascherare la folle illusione (Politica) della crescita senza limiti, ovvero senza gestire i Rischi insiti nelle Possibilità. Promesse per il futuro non ne esistono. Scienza e tecnica aprono potenziali incerti perché “tutto ciò che è in potenza è in potenza gli opposti” (Aristotele). Non si tratta di Possibilità (positivo) e Rischio (negativo), come siamo soliti dire, fare, separare. L’incertezza è interna alla Possibilità, e dire Rischio implica avere già misurato l’evento atteso (è una probabilità). Dovremmo pensare per immagini. Ci serve un ideogramma che contenga gli opposti: la Possibilità / Pericolo da esplorare e valutare; da gestire e ridurre a Rischio. In questo, Aristotele non ci aiuta: bada alla sostanza più che alle relazioni processuali (ai Rischi). Noi siamo soggetti responsabili in cammino. Non c’è realtà senza relazione, senza Rischio. Una difficile messa a punto, forse per un limite dell’intelligenza. Infatti

“È il risultato delle azioni che ci interessa. […] Noi siamo interamente tesi al fine da realizzare. […] La mente si dirige di colpo allo scopo, ossia alla visione schematica e semplificata dell’atto nel suo essere immaginato come compiuto. […] L’intelligenza rappresenta dunque alla attività solo degli scopi da raggiungere, ovvero dei punti di stasi. E, di scopo raggiunto in scopo raggiunto, di stasi in stasi, la nostra attività si sposta attraverso una serie di salti, durante i quali la nostra coscienza si distoglie il più possibile dal movimento che si compie per conservare soltanto l’immagine anticipata del movimento compiuto. Henri Bergson, L'evoluzione creatrice (1941), Cortina ‘02, p. 244 e successive.

Un limite da spavento. Come lavorarci sopra per crescere e tenere insieme i due lati della Possibilità (il vantaggio atteso e il danno temuto, il pericolo implicato, da trasformare in Rischio misurato e quindi agibile, processabile con relativo successo)? Invito i Giovani a svolgere il tema; a ribaltare i paradigmi. Papa Francesco offre molti spunti. Faccio due vertiginosi accenni:

1° Impariamo (affermiamo) il valore del concentrarsi sulle possibilità: riflettere a fondo, darsi tempo e limiti, fare dialogo e pause, rallentare per vedere bene, soppesare, prepararsi e agire con delicatezza e appropriatezza (la Giusta Misura Métrion degli antichi Greci), entrare nei processi (azioni, percorsi) con piedi leggeri, spirito artistico, cuore poetico. Ovvero, recuperare l’agire lirico e libero (spirituale?) dei padri del deserto (e di beghine e begardi) cristiani, dei sufi musulmani, dei dervisci, dei taoisti, dei buddisti impegnati alla Thich Nhat Hanh, dei mistici dell’ebraismo (qabbālāh), dei nativi americani. Vito Mancuso ci può dire. Un po’ come ha fatto Stoccarda quando ha deciso per il passante ferroviario. Un modo, una forma che predispone al Risk management; a Gestire bene le Possibilità & i pericoli; farne Rischi belli, che meritano.

E, 2°, diamo spazio al soggetto di mercato che tratta i pericoli e ha interesse a ridurli a Rischi (oggi per via di Prevenzione, perché la Statistica è collassata): l’Assicuratore prefigurato dall’Europa – Solvency II – e da Bianca Maria Farina, coraggiosa presidente dell’Associazione delle compagnie italiane - Ania. Sì. Osare, innovare, manifestare il futuro.

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“Per i Greci era fondamentale conoscere se stessi e avere il senso del limite. E non oltrepassarlo, pena la rovina. Esprimi la tua virtù in Giusta Misura. E conoscine il limite. L’Occidente? Ha una cultura dell’illimitato.” U. Galimberti, intervista a Radio Soul, 09.04.’16



Francesco Bizzotto