mercoledì 23 maggio 2018

RECEPIMENTO DELLA DIRETTIVA IDD


EUROPA E GOVERNO DELLE ASSICURAZIONI

Il Servizio è orientato alla Prevenzione e a Investimenti e Polizze “prospettici”

Gli Intermediari vanno incentivati alla Gestione dei Rischi (Informazioni e Prevenzione)

Va misurata la soddisfazione dei Clienti e studiato un Controllo di Gestione partecipato



L’Europa avanza anche nel mondo assicurativo, tra geniali intuizioni (Solvency II), tentativi e qualche limite. L’Unione è ricca di esperienze e molto articolata. I Paesi europei, per vincere nella competizione globale, comprendano e accettino un forte ruolo dell’UE.

I Servizi Assicurativi sono un cardine dello sviluppo atteso (responsabile, sostenibile, di qualità alta), hanno un ottimo potenziale di crescita e mostrano positive dinamiche. Solvency II esalta il ruolo di Investitori istituzionali delle Compagnie e le indirizza verso Investimenti e Polizze prospettici, ovvero indirizza alla Gestione dei Rischi in tutte le fasi della loro formazione, dalle Infrastrutture pubbliche alle Relazioni con i Clienti, dai Processi produttivi alla vita privata.

Il ruolo degli Intermediari di Distribuzione e Servizio è centrale in questo mercato. L’UE lo indirizza con la Direttiva IDD (Insurance Ditribution Directive – 97/16) in discussione in Parlamento: il Governo Gentiloni ha emanato il Decreto di recepimento. Opinioni diverse e pressioni si sono confrontate, come è normale.

Auspichiamo che il ruolo di Agenti e Broker sia accresciuto da un più chiaro indirizzo alla cura della Relazione con l’utenza e alla innovazione di Servizio. Agenti e Broker devono essere soggetti attivi (anche consorziandosi tra loro) e avere più chiari incentivi – anziché ad alzare i volumi d’incasso – alla Gestione dei Rischi (Informazioni e Prevenzione) e dei Sinistri. E anche la soddisfazione dei Clienti è tempo che sia misurata (da soggetti terzi) e premiata.

Poiché Solvency II valorizza gli investimenti assicurativi con la Gestione in grande dei Rischi – a partire dalle infrastrutture economiche e sociali che danno loro una decisiva forma di base – il Governo esplori l’utilità di Controlli di Gestione interna partecipati dagli stakeholders (in primo luogo Agenti e Broker). Perché l’aspetto finanziario è tutt’altro che separabile da quello industriale.


giovedì 17 maggio 2018

UNIRE MILANO


MILANO E LA CRESCITA

Uniamo Milano e diamole visione larga e generosa. Avrà peso politico



Milano ha una visione politica ingenua, individuale, verticale: ciascuno sta con il naso all’insù; guarda a Roma, all’Europa, al mondo, e non fa squadra. Non conosce la regola aurea del potere, il lavoro di gruppo. Pochi anni fa la sinistra aveva due cavalli di razza (Giuliano Pisapia e Stefano Boeri) e subito si son fatti guerra. In ogni ambito, se non fai politica di gruppo non conti; anche nelle attività pratiche le tue esigenze non trovano spazio. In televisione passa altro e tu devi difenderti, stai a lato e hai già abbastanza, ti dicono. Fatichi a far passare le tue vere esigenze.

Il Corriere della sera è un media aperto e attento; affronta le questioni con competenza e intelligenza. Non basta. Per esempio: la Crescita. Quella che serve a Milano è qualitativa, e dunque articolata, selettiva, governata: una Crescita per via creativa e innovativa, che si fa apprezzare ed è basata su esperienza, ricerca, utilità, stile, buon gusto. Accanto – ça va sans dire – ci sta (ci deve stare) una de-crescita delle quantità, degli ingombri, dei rumori, delle volgarità e degli inquinanti di ogni tipo. Con inevitabili conseguenze e ricadute nelle infrastrutture, nelle abitazioni, nei sistemi di trasporto e servizi alle imprese e ai cittadini. Tutto è da ripensare alla radice. Va detto (nelle grandi città si sta facendo): ripulire, asciugare, rendere semplice, bello ed efficiente.

È questa la via maestra della Crescita, dell’occupazione e dell’efficienza. Esempi: pensare a un’urbanistica non separata (Le Corbusier) che porti hub di servizi ai cittadini e non il contrario, in un finimondo di spostamenti; recuperare verde (portare in altezza abitazioni e produzioni); definire sistemi larghi di trasporto pubblico veloce e di mobilità urbana condivisa; gestire i rischi ambientali e produttivi (prevenzione e protezione: anticipare, non aspettare i Cigni neri). È la potente domanda (latente) di Milano. Manca la forza di agire in autonomia, che viene solo dalla coesione. E la solidarietà con il Paese? Si esprime nel fare bene Milano. Essere esempio e laboratorio.

E non mancano le risorse. L’Assicuratore, investitore istituzionale da 500 miliardi, è tenuto – su indirizzo europeo (Solvency II) – a investire in infrastrutture materiali e sociali che riducano i rischi di prospettiva. La sua disponibilità è esplicitata (15 miliardi) e favorisce gli azionisti: migliora infatti il risultato tecnico e diminuisce il capitale di garanzia (di solvibilità). Geniale Europa!

Con un editoriale di Francesco Giavazzi, il Corriere del 13 maggio prende posizione per la Crescita e snocciola ragioni, ma non va a fondo, non mette in campo una visione che sia bella, faccia futuro, unisca Milano e le dia peso politico. Dice Giavazzi: se l’Italia non cresce, il debito la affonda; mentre gli investimenti privati vanno (+ 7,3% in un anno), l’efficienza produttiva (2001 – 16) è calata del 2%, in particolare nelle Piccole imprese, nella PA e nei servizi (invece in Germania e Spagna è cresciuta: 10% e 2%). Secondo la BCE, le cause della nostra mancata Crescita sono la caduta di efficienza (50%) e la scarsità di investimenti e di partecipazione (50%). L’Italia è ferma perché lo è la sua PA (che non investe, costa e complica) e perché utilizza male il capitale umano, che infatti è insoddisfatto del lavoro per il 68%.

E Giavazzi? Consiglia di mettere manager al posto di figli e nipoti nelle Piccole imprese, e di favorire la concorrenza. Sulla concorrenza sono d’accordo: fa uscire il meglio. E cosa c’è di meglio del concorrere in gruppo del capitale umano (dell’armonia delle reti)? Sono allora centrali infrastrutture sociali (Agenzie dei Lavori) che promuovano il capitale umano a fattore primario di concorrenza (di contributo) nell’impresa e nella società. La Germania va perché ha trovato un suo equilibrio, fatto di cogestione nelle grandi aziende e di mobilità del lavoro nelle piccole. Ma da noi è tutto un tabù. Smettiamola di parlare da soli.

Francesco Bizzotto 

lunedì 7 maggio 2018

RIFLESSIONI SU UN EDITORIALE


POTERI FORTI

Panebianco picchia su magistratura e vertici della PA. Ma è la politica che deve crescere. E solo il lavoro di gruppo, in trasparenza, alla base, può ridarle autorevolezza e ridurre la corruzione



L’editoriale del Corriere della sera – 30 aprile di Angelo Panebianco è un soprassalto del giornalismo. Dice pane al pane: i poteri forti sono le tecnostrutture di vertice delle magistrature e della PA. Andrebbero consultate prima di fare il governo, se no è “a rischio di decapitazione politica”. Sono forti perché la politica rappresentativa è “debole e ricattabile”; ha ceduto potere, s’è creato uno squilibrio. Le tecnostrutture vogliono politici “disposti a inginocchiarsi in loro presenza e a baciare l’anello”. Sono indifferenti o ostili “verso l’economia di mercato” e difendono “un’impalcatura normativa fatta apposta per tenere in scacco le imprese e lontani dal Paese gli investitori esteri (la vera causa della disoccupazione giovanile)”. Alimentano un’ideologia anti industriale e l’espansione della spesa pubblica. Il M5S è un loro “sottoprodotto” ed “effetto collaterale”, e la grande bugia, in circolo da 30anni, è che la corruzione sia molto alta, mentre è nella media europea.

Forte del principio di non abbassare l’alto ma alzare il basso, non farei a buoni e cattivi. Mi pongo due domande: perché la politica è debole? Come ridurre la corruzione?

La politica rappresentativa è in crisi perché i cittadini trovano inadeguata la delega totale con molti talk show di percorso e giudizio finale sull’operato. Vogliono un politico con idee belle e motivate, e con capacità di ascolto, di decisione e di rendiconto. Insomma, uno che ha di suo e si relaziona e misura, cambia anche, propone indirizzi, fa sintesi e operatività. Un capace coraggioso. E di passaggio. Infatti, il professionismo che s’è impadronito della politica ne ha minato l’elemento forte: la passione. Senza, è tutto un non dire per non scontentare (ed essere rieletti). La Politica dev’essere impegno temporaneo di molti, in cui s’impara e s’invita a lavorare su se stessi, a liberarsi dal Piccolo io (Etty Hillesum) e a vedere la squadra (il Paese, la Terra). Sapendo che, se dai molto, ricevi di più e cresci.

Ma, la politica debole da chi è veicolata? Dai partiti. Sono il problema. Ho la tessera del Pd e anche lui ha le sue, se è vero che discute in modo poco organizzato, continuativo e finalizzato (ma discute: e chi altro?). E ora tutti lo vogliono dentro, se no cosa resta? C’è un problema fondativo, costituzionale. I partiti sono spesso il trasporto (il tram) di ambizioni di carriera organizzate (queste sì). Non è ben chiaro come prendono le decisioni. Anche per questo nessuno le accetta, e fioccano divisioni, drammi e rancori. Decidono senza “concorrere con metodo democratico” (Costituzione, art. 49). Mettono in pericolo il Paese e non lasciano cauzione. Perché le differenze siano una ricchezza (un dono) occorre che il percorso delle decisioni sia evidente e misurato. Direi: occorre che sia un Rischio.

E la corruzione? Non mi adagerei sulle medie. Siamo abituati a guardare in alto (il pesce puzza dalla testa). Dobbiamo guardare dappertutto, come quando camminiamo. Abbiamo badato poco ai “rami bassi” della PA. È lì il terreno fertile (il rizoma) che nutre tutte le pastoie. Se è vero che il Federalismo comincia dalle periferie che si rimboccano le maniche, assumono responsabilità e si fanno forti (vedi “Appello per Lecco”), anche la lotta alla corruzione passa per un cambiamento alla base della PA. Come? Esempio: unire o consorziare i troppi Comuni per valutare i problemi in ottica larga e far lavorare in gruppo sindaci, assessori e tecnostrutture locali (rieccole!). Rendere credibili e comprensibili le decisioni: così cresce la Politica e si fa trasparenza. Al buio tutto imputridisce.

Francesco Bizzotto

giovedì 3 maggio 2018

MARCO BENTIVOGLI




“L’industria del futuro per essere sostenibile e competitiva, non può non prevedere la partecipazione del lavoro organizzato e dei lavoratori alla gestione strategica dell’impresa”



Così Marco Bentivogli (Segretario generale Fim Cisl) su questa News a proposito dell’accordo Alcoa (produzione di alluminio in Sardegna): nel capitale societario di Sider Alloys entra Invitalia e anche i dipendenti con un 5% delle azioni e un posto nel Consiglio di Sorveglianza. Il coinvolgimento, la partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa è all’ordine del giorno ed è sia di destra che di sinistra (Ah, Gaber!). Vediamone le ragioni:

1. L’articolarsi, differenziarsi e crescere degli individui (consumatori e produttori), frutto e merito, in Occidente, del liberalismo e delle battaglie di emancipazione, ha reso impraticabile, inefficiente, l’organizzazione piramidale, la via dell’autorità formale (forza separata, violenza): il comando, tanto nelle intraprese quanto nei gruppi informali, nelle famiglie e nelle coppie (come nella stessa idea di Dio), è ad alto rischio di ridicolo, se non è credibile, utile e riconosciuto; se non cattura e promuove. La stessa proprietà è sul sentiero del dramma o della commedia se non si legittima con passione, preparazione, dedizione, capacità specifiche, in primis relazionali: saper fare gruppo armonico.

2. Individuo e società, impresa e lavoro hanno con-vinto. È la forza dell’Europa a cui il mondo guarda e che cerca nuove sintesi. L’iniziativa, l’intrapresa, ovunque, tende ad assumere la forma della rete di competenze che collaborano e sono ampiamente responsabili (abili nel dare risposte e contributi in ottica di sistema). Al centro ci sono le relazioni e i processi; la forma. Il come si prendono le decisioni e si fanno le cose conta più delle idee e della sostanza, delle cose, delle produzioni. Il come viene prima e quindi è più importante. La forma determina la sostanza, che è latenza. Un capovolgimento. E ciascuna parte si spiega nel sistema a cui contribuisce, non al proprio interno; in alto, non in basso. Il nostro errore? Separare gli aspetti, mentre solo a mezzi buoni, a buone relazioni, possono conseguire fini giusti e sostenibili. Vi sembra poco? Siamo in zona Cesarini.

3. Per inciso: riscoprire la centralità del processo, delle relazioni e dei mezzi, del come si sta insieme e si opera, porta a ritrovare l’importanza e il significato del rischio, che è padrone del processo e scompare se mi concentro sulla possibilità teorica (il sogno) o sul risultato immaginato o raggiunto. La consapevolezza del rischio e la sua gestione rischiarano a puntino e rendono bella e sostenibile (e, ovviamente, limitata) l’opera nel suo contesto.

4. Chiamare i lavoratori a partecipare (poco o tanto) alla vita dell’impresa significa attivare l’area di produttività sostanziale (interessata, attiva) anziché quella solo formale e passiva (manodopera). Significa promuovere produttività latente. Raddoppio possibile.

5. Favorire relazioni d’impresa partecipative, conflittuali nel merito dei problemi, significa liberare tutti i soggetti (direbbe la francese Cfdt) e richiede un’Istituzione nuova, esterna, che si faccia carico del conflitto di relazione. In azienda è un cancro; va portato fuori e risolto. Meglio: anticipato. Le Agenzie del lavoro o Centri per l’impiego locali e le Politiche attive (orientamento, formazione, accompagnamento) divengono strategici e di comune interesse. Perché l’impresa e il lavoro sono, entrambi, delicati beni comuni. Un altro mondo.

6. Caricare i lavoratori, in particolare i giovani, di responsabilità, chiamarli a contribuire e concorrere (misurarsi), a meritarsi una collocazione e un riconoscimento (in azienda come nella società – no profit), significa aiutarli a leggere il futuro non come minaccia (un pericolo incerto che spaventa) e nemmeno come promessa (c’è solo da raccogliere, senza impegno e problemi) ma come rischio. E rischio dice di una realtà in cui t’impegni, incerta ma valutata, sostenibile (una probabilità) e dotata pure di un paracadute per coraggiosi (vai tranquillo, se ti ritrovi in difficoltà, ti sosteniamo, ti aiutiamo). In quest’ottica la tecnologia perde di ossessività e torna a essere in posizione centrale perché mezzo, partecipe del processo. È Politica.



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“La tecnologia non porta il precariato, è piuttosto il vuoto di immaginazione dei politici e di molti sindacalisti che lo determina. Bisogna avere il coraggio e la competenza per scrivere sul foglio bianco“. Marco Bentivogli

Francesco Bizzotto

martedì 1 maggio 2018

PER LA VERA FLEXSECURITY


LAVORO. GIRARE IN POSITIVO


Maurizio Del Conte, presidente dell’Agenzia nazionale per le Politiche attive – Anpal – dice la sua in un lungo articolo sul Corriere della sera del 27.04. Due giorni dopo, Di Maio (“capo politico M5S”) punta molto sul lavoro in una lettera allo stesso giornale. Entrambi dicono che le Politiche attive e i Centri per l’impiego – Cpi – sono conditio sine qua non per il Reddito di cittadinanza. Servono Cpi standardizzati, riconoscibili “su tutto il territorio e in grado di fornire ovunque gli stessi servizi”, per “prendere per mano i disoccupati e accompagnarli (… alla) riconquista del lavoro”. L’Anpal va liberata dalle burocrazie e finanziata con “adeguate risorse”. Così Del Conte. E Di Maio? “Le politiche attive del lavoro non funzionano” e i Cpi vanno riformati per “proteggere il lavoro”.

I messaggi sono chiari. Ed è vero: Reddito d’inclusione o di cittadinanza pari sono nella sostanza. È una priorità e non è questione di risorse, anche perché l’Europa finanzia i progetti seri. Certo, serve la riforma dei Cpi e uno standard minimo per tutte le regioni. Ma il servizio deve piegarsi sulla specifica realtà locale e sulla volontà politica e dell’opinione pubblica. E deve rendere conto. Non può essere servizio a gogò. E mi sembra miope non riferirsi e non chiedere una cornice europea: ballano molti miliardi.

È però troppo debole la logica che sta sotto questi ragionamenti e tutto il pensiero che da noi rumina Lavoro: una logica negativa, sacrificale, subordinata e di rimessa, perdente per definizione. Fa franare tutto. C’era anche nel Jobs act, ma Del Conte aveva parlato di Politiche attive di prevenzione delle crisi. La cartina al tornasole è l’art. 18. Di Maio ne propone la reintroduzione “come ‘misura ponte’, in attesa di una piena realizzazione del reddito di cittadinanza e della riforma dei Cpi”. Dopo, quindi, si toglierà? Del Conte parla invece di approccio pragmatico, centrato sui servizi. Senza art. 18.

Significa: l’azienda è (o sarà) libera di licenziarti, anche con un motivo inventato, ingiusto ma, tranquillo, io poi ti ricolloco. Così – ma è l’opinione di tutti gli economisti e lavoristi che hanno in mano il pallino – le cose sono (sembrano) pari: più flessibilità / licenziabilità e più servizi ex post (una volta morto). È qui l’errore.

La parità (e quel che serve davvero alle imprese) si fa girando il discorso in positivo: l’impresa ha bisogno di essere più libera nel prendere e lasciare (via quindi l’art. 18); lo Stato (che tutela tutti nel bisogno) aiuta il lavoratore a fare altrettanto; a essere più libero di scegliere e cambiare imprenditore. Se vuole crescere o è in difficoltà o non è contento (e il 68% non lo è), lo accoglie, lo orienta, lo forma e accompagna nel dialogo con imprese.

L’Istituzione ideale? Quella che anticipa crisi e difficoltà, produttive e relazionali. È la vera flexsecurity (“alla danese”) ed è il discorso che fa la Cfdt francese. Ora è più chiaro perché si fatica a venire a capo delle competenze che mancano alle imprese (per un 25 - 30% al nord): temono la concorrenza e la partecipazione del Lavoro. Ma solo queste scatenano impegno, inventiva, innovazione e produttività (quel che serve per stare al mondo). E governare significa fare condizioni di concorrenza. Quando Renzi dice che il Jobs act ha creato un milione di posti, non tocca il cuore. C’è molto di più nelle relazioni di lavoro: dignità, rispetto, orgoglio, gioia. Vedi Kahneman, Nobel 2002. È l’errore degli economisti (e lavoristi) classici: visioni razionali, formali, strumentali. E Di Maio cosa dice?

E qui da noi? La Milano politica sembra dimenticare la sua storia di sostegno, tutela e promozione del lavoro. In un decennio (costo 2 miliardi) è stata messa a sistema nell’Agenzia Metropolitana AFOL (Formazione, Orientamento e Lavoro), Cpi compresi. La confusione istituzionale non aiuta e la Regione Lombardia pure. Certo, Milano che si privasse della sua storia e lasciasse morire l’AFOL nell’indifferenza, per tornare a Cpi fragili e lontani, rimarrebbe negli annali.

Francesco Bizzotto

mercoledì 25 aprile 2018

OSARE, INNOVARE, MANIFESTARE IL FUTURO


GIOVANI E FUTURO



Il futuro è incerto; molte le possibilità e i pericoli. Farne dei Rischi: probabilità soggettive & relazionali, gestibili, sostenibili. Recuperare liricità e libertà; dare spazio a chi ha interesse alla Prevenzione



 “Il futuro – promessa è diventato futuro – minaccia” dice Miguel Benasayag in L’epoca delle passioni tristi (Feltrinelli, 04, p. 40). E Umberto Galimberti (30.03.’18 - Colloquia 10.0) ne trae che il futuro è imprevedibile e quindi “non retroagisce come motivazione” sui giovani. Il problema, mi pare, è di adulti e Istituzioni, che pensano a una crescita quantitativa senza limiti e chiudono gli occhi sulla minacciosa prospettiva. Il futuro merita l’impegno dei giovani proprio perché è imprevedibile e incerto – non è una promessa. La perdita di fiducia dei giovani è nei confronti dei creduloni adulti, il cui futuro è minaccioso. Infatti, dice Benasayag (p. 42): “Occorre che gli adulti considerino il futuro e ciò che deve essere costruito come qualcosa di positivo e desiderabile”. E conclude: “La configurazione del futuro dipende in buona parte da ciò che sapremo fare nel presente” (p.22). Fare cosa?

Smascherare la folle illusione (Politica) della crescita senza limiti, ovvero senza gestire i Rischi insiti nelle Possibilità. Promesse per il futuro non ne esistono. Scienza e tecnica aprono potenziali incerti perché “tutto ciò che è in potenza è in potenza gli opposti” (Aristotele). Non si tratta di Possibilità (positivo) e Rischio (negativo), come siamo soliti dire, fare, separare. L’incertezza è interna alla Possibilità, e dire Rischio implica avere già misurato l’evento atteso (è una probabilità). Dovremmo pensare per immagini. Ci serve un ideogramma che contenga gli opposti: la Possibilità / Pericolo da esplorare e valutare; da gestire e ridurre a Rischio. In questo, Aristotele non ci aiuta: bada alla sostanza più che alle relazioni processuali (ai Rischi). Noi siamo soggetti responsabili in cammino. Non c’è realtà senza relazione, senza Rischio. Una difficile messa a punto, forse per un limite dell’intelligenza. Infatti

“È il risultato delle azioni che ci interessa. […] Noi siamo interamente tesi al fine da realizzare. […] La mente si dirige di colpo allo scopo, ossia alla visione schematica e semplificata dell’atto nel suo essere immaginato come compiuto. […] L’intelligenza rappresenta dunque alla attività solo degli scopi da raggiungere, ovvero dei punti di stasi. E, di scopo raggiunto in scopo raggiunto, di stasi in stasi, la nostra attività si sposta attraverso una serie di salti, durante i quali la nostra coscienza si distoglie il più possibile dal movimento che si compie per conservare soltanto l’immagine anticipata del movimento compiuto. Henri Bergson, L'evoluzione creatrice (1941), Cortina ‘02, p. 244 e successive.

Un limite da spavento. Come lavorarci sopra per crescere e tenere insieme i due lati della Possibilità (il vantaggio atteso e il danno temuto, il pericolo implicato, da trasformare in Rischio misurato e quindi agibile, processabile con relativo successo)? Invito i Giovani a svolgere il tema; a ribaltare i paradigmi. Papa Francesco offre molti spunti. Faccio due vertiginosi accenni:

1° Impariamo (affermiamo) il valore del concentrarsi sulle possibilità: riflettere a fondo, darsi tempo e limiti, fare dialogo e pause, rallentare per vedere bene, soppesare, prepararsi e agire con delicatezza e appropriatezza (la Giusta Misura Métrion degli antichi Greci), entrare nei processi (azioni, percorsi) con piedi leggeri, spirito artistico, cuore poetico. Ovvero, recuperare l’agire lirico e libero (spirituale?) dei padri del deserto (e di beghine e begardi) cristiani, dei sufi musulmani, dei dervisci, dei taoisti, dei buddisti impegnati alla Thich Nhat Hanh, dei mistici dell’ebraismo (qabbālāh), dei nativi americani. Vito Mancuso ci può dire. Un po’ come ha fatto Stoccarda quando ha deciso per il passante ferroviario. Un modo, una forma che predispone al Risk management; a Gestire bene le Possibilità & i pericoli; farne Rischi belli, che meritano.

E, 2°, diamo spazio al soggetto di mercato che tratta i pericoli e ha interesse a ridurli a Rischi (oggi per via di Prevenzione, perché la Statistica è collassata): l’Assicuratore prefigurato dall’Europa – Solvency II – e da Bianca Maria Farina, coraggiosa presidente dell’Associazione delle compagnie italiane - Ania. Sì. Osare, innovare, manifestare il futuro.

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“Per i Greci era fondamentale conoscere se stessi e avere il senso del limite. E non oltrepassarlo, pena la rovina. Esprimi la tua virtù in Giusta Misura. E conoscine il limite. L’Occidente? Ha una cultura dell’illimitato.” U. Galimberti, intervista a Radio Soul, 09.04.’16



Francesco Bizzotto

lunedì 23 aprile 2018

ASSICURARE IL LAVORO E IL FUTURO DEI GIOVANI


LAVORETTI



Vederne il lato in fiore. Fare un Test di accompagnamento “assicurato”: uno Sportello (pubblico e partecipato) di tutela territoriale. Spingerà i giovani a osare, scoprire, rischiare



La gig economy, l’economia dei piccoli giri o lavoretti, si fonda sui servizi prenotabili online (consegne o logistica). Veloci fattorini e corrieri ne sono il punto di forza. Esternalizza il lavoro di trasporto e consegna; crea piattaforme d’incontro tra ristoranti (e altri servizi) e cittadini. In genere non fornisce i veicoli per il trasporto e non crea rapporti di lavoro diretti tra aziende e fattorini o autisti. Questi sono autonomi, e si autogestiscono. I costi aziendali sono bassi, flessibili al massimo; la strategia di sviluppo è libera e sciolta. L’azienda corrisponde salari con pagamenti a ore o a cottimo, senza ferie retribuite, malattia o altri benefit. Poche regole, niente contratto.

Può non essere precariato, condizione spesso reale. È uno sviluppo atteso e utile dei servizi urbani specifici, e merita di essere un lavoro da coraggiosi, iniziale, con prospettive di crescita, verso un altro lavoro dipendente o autonomo. Può anche essere una scelta di vita (ci si gode la città), ma in genere è un rimedio, un meritevole adattarsi. Chapeau a chi vi si impegna.

Mi propongo di affermare, in una nicchia tipica, che è possibile non essere lasciati soli; che, nella massima flessibilità, la dignità del lavoro viene rispettata e trova una salvaguardia sociale; che, se è un inizio provvisorio di attività, non proprio scelto, così sarà, avrà sostegni e prospettive che meritano; all’altezza del coraggio messo in campo.

Questa salvaguardia incentiverà i giovani a provarci, a misurarsi, a rischiare, a inventare lavoretti. Con vantaggi per tutti. Immaginate il risparmio, se potessimo sostituire i numerosissimi, costosissimi e pressoché vuoti autobus pubblici che corrono per il Contado di Milano (134 Comuni) con un efficiente servizio tipo “taxi condiviso 2.0” (una navetta che percorre tratte fisse da prenotare tramite un tocco sullo smartphone). È la scelta del Dubai Future Accelerator. Cifre da capogiro: Dubai le investe, noi le sprechiamo in disservizi.

Concretamente: parliamone con l’AFOL milanese, l’Agenzia Metropolitana per la Formazione, l’Orientamento e il Lavoro, che ha messo a sistema un pezzo di storia della Milano che accoglie e promuove. Predisponiamo con Regione Lombardia un progetto di Test da presentare all’Europa (lo finanzierà): accompagnare questo nuovo lavoro – come faceva don Bosco nell’800 – e farne un prezioso marketing sociale, con uno Sportello dedicato che lo sostenga, che faciliti il dialogo tra Domanda e Offerta (aziende e prestatori d’opera) e che gestisca, anticipi i problemi tecnici e relazionali. Un Test di contratto di lavoro o regola sociale; uno Sportello pubblico partecipato da tutte le parti, con servizi di formazione specifica o mirata, anche a crescere, fare meglio o cambiare, volare alto, se l’aspirazione, l’immaginazione e la volontà sostengono il giovane interessato.

Un lavoro accompagnato che immagino “assicurato”. Il rischio specifico è misurabile. L’Assicuratore, tipico cavaliere bianco interessato a non avere “sinistri”, può prender parte alla gestione dello Sportello e mettere in campo particolari servizi, varie garanzie di tutela (malattia, maternità - paternità, disoccupazione). Per lui, sarebbe un modo utile e bello d’interpretare la direttiva europea Solvency II, che lo invita a investire per ridurre i rischi di prospettiva e rendere più sicuri i Bilanci (e minori i capitali di garanzia da tenere fermi). Assicurare il Lavoro e il Futuro dei Giovani è il modo migliore per fare i suoi interessi e insieme quelli del Paese.

Lavoretti: tipica periferia di Milano. Il Sindaco Sala ne faccia una priorità e una bandiera.

Francesco Bizzotto 

mercoledì 18 aprile 2018

ASSICURIAMO LA MOBILITA’


CARI PROFESSORI



Jobs act: mano alla Politica!

Il lavoro come fattore di concorrenza tra imprese. 



Pietro Ichino, Pietro Garibaldi, Tito Boeri, Tommaso Nannicini: l’impegno in Politica dei professori fa loro onore; la sanno lunga; hanno visione e passione per la cosa pubblica; nei loro profili trovi scintille di skill (“Ha lavorato come economista nel Dipartimento di ricerca del Fondo Monetario Internazionale”). Tipici cooptati, nelle scelte politiche (pesi, priorità, motivazioni, equilibri) vengono mandati avanti e lasciati soli. La Politica è cosa particolare, sottile vertice interdisciplinare (oltre che della carità, diceva Paolo VI). E i prof sono spesso piagati dal “virtuosismo matematico” e poco inclini a “riconoscere l’importanza delle variabili psicologiche nei fenomeni economici” (Herbert Simon).

Il Jobs act per esempio. I prof dicono cose vere e insistono, dopo il patatrac elettorale: Renzi (bene: l’occupazione) e Camusso (male: la licenziabilità)? “Sappiamo oggi in modo scientifico che avevano ragione entrambi”, dicono Tito Boeri e Pietro Garibaldi su lavoce.info (articolo riportato da questa News la scorsa settimana). È troppo. Con il Jobs act – in sostanza: decontribuzione fiscale e contratto a tutele crescenti, senza l’art. 18, per i nuovi – si è alzato di quasi il 20% il numero di imprese con oltre 15 dipendenti; sono cresciute le tutele per gli esclusi dal lavoro stabile e l’occupazione (800mila posti); è aumentata la flessibilità del lavoro (fermi i licenziamenti all’1,4%); si è creata l’Agenzia nazionale per le Politiche attive ANPAL, che sta convincendo le Camere di commercio (le imprese) a fare chiarezza sulla Domanda di lavoro, per orientare famiglie e scuole e per formare a quel che serve; si è ridotta la conflittualità in azienda del 70%.

Ora, come nel Gioco dell’oca, si torna daccapo: M5S e Lega parlano con Camusso e pensano di reintrodurre l’art. 18 (il diritto al reintegro in azienda del lavoratore licenziato senza una giusta causa). Dico che una Politica coraggiosa (Matteo Salvini e Beppe Grillo per primi, non solo il Pd sconfitto) farebbe bene a riflettere su pregi e limiti del Jobs act, e su cosa serve al sistema economico (imprese e lavoratori).

Serve un approccio positivo, non solo reattivo, negativo, di rimessa, perdente per definizione; un approccio che non valga solo per disoccupati, espulsi e malmessi. Farsi carico di proposte di civile convivenza. La Crocerossa poi costerà molto meno.

Puntiamo a Politiche di Mobilità per tutti (il 68% è insoddisfatto), per mettere il lavoratore giusto con l’imprenditore giusto; che possano scegliersi e impegnarsi, creare, innovare, farsi apprezzare. E il conflitto? Solo di merito, per fare bene: concorrere, misurarsi. Cresce ed è grande l’imprenditore che regge questa concorrenza! Si tratta di passare (Marco Bentivogli) da ottiche di protezione (del lavoro) a ottiche di promozione. La Sinistra accetti la concorrenza tra lavoratori (tabù e terrore dei vetero marxisti) e rilanci: il lavoro come fattore di concorrenza tra imprese. E il conflitto di relazione? Lo portiamo fuori dall’azienda, nel territorio. Ha detto a Il Sole 24 Ore dell’11 cm. Federico Visentin, presidente della Mevis (leader nei componenti metallici): “Quando una relazione si viene a rompere è sempre un fallimento. Ma come si può pretendere che in quella situazione ci possa venire imposto di continuare a convivere?” Ha ragione da vendere.

Manca l’Istituzione che porti il problema sul territorio (i Centri per l’impiego riformati, partecipati e potenziati) e faccia quel che abbiamo sempre rinviato: le Politiche attive.

E le tutele? Innoviamo! Ad esempio, “assicuriamo” il lavoro con 3 garanzie: continuità del reddito, formazione mirata e ricerca d’impiego. Si può agire bene per questa via. Chiamare l’Assicuratore significa mettere in campo un soggetto economico che faccia, in

una logica di mercato, da Cavaliere bianco: non guadagna sui disoccupati ma, al contrario, se ci sono pochi e piccoli “sinistri”. Il suo ruolo? Rendere misurati i rischi specifici attivandosi in diverse direzioni: soprattutto per anticipare i problemi e prevenire i licenziamenti, le crisi aziendali. Ridurrà il rischio e renderà compatibile il Reddito di cittadinanza o di inclusione. E le imprese saranno ancor più libere e imbattibili sui mercati.

Ci aiutino i professori a fare un test lombardo in un contesto di accordo europeo.

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RISORSE COMUNI. L'idea chiave di Elinor Ostrom (1933 - 2012, prima donna Nobel per l'economia ‘09: "Governare i beni collettivi", Marsilio, '06) è la "adattabilità istituzionale come prerequisito per la sopravvivenza e il successo nell'assicurare l'uso di risorse comuni nel lungo periodo" (A. Ristuccia, Introduzione, p. XVII). Una "alternativa empirica (per il governo delle realtà sociali complesse) basata sulla valorizzazione delle istituzioni collettive (e, dunque, né 'pubbliche' né 'private', nel senso voluto dall'armamentario ideologico dei sostenitori dello 'stato' e del 'mercato'), costruite in maniera incrementale, per tentativi ed errori, da attori pubblici e privati", in base a scelte strategiche condivise. (G. Vetritto e F. Velo, p. XXIX). Verso "nuovi paradigmi di processi decisionali inclusivi" (Idem, p. XXXI). Con l’obiettivo di "cercare di risolvere i problemi comuni per migliorare nel tempo la propria produttività" (Ostrom, p. 44), per evitare la "tragedia dei beni collettivi" (Garrett Hardin, Science, 1968, citato a p. 44). Già Aristotele diceva: "Ciò che è comune alla massima quantità di individui riceve la minima cura. Ognuno pensa principalmente a se stesso, e quasi per nulla all'interesse comune" (Politico, libro II, cap. 3, citato a p. 13).

“Gli strumenti dell’econometria contemporanea sono assolutamente inadeguati (…). Gli economisti, anche quelli a orientamento empirico, non possono più ripararsi dal mondo dietro cumuli di dati statistici, dati che spesso hanno un elevato contenuto di rumore e sono scarsamente pertinenti. Dovranno avventurarsi nel mondo, come gli antropologi che imparano la lingua degli indigeni.” Herbert A. Simon, Premio Nobel per l’economia 1978, Scienza economica e comportamento umano, Edizioni di Comunità, ‘00, p. 57.

"Il vero problema di oggi non è premiare i meritevoli, ma portare il maggior numero di persone in condizione di realizzare il massimo delle loro potenzialità." Salvatore Natoli, filosofo - 1942. Il Sole 24 Ore, 18.02.'10.

Francesco Bizzotto


mercoledì 11 aprile 2018

AUTONOMIE LOCALI, DA LECCO UN ESEMPIO DA SEGUIRE


FEDERALISMO SANO, SENZA PRETESE



Jyrki Katainen, vicepresidente delle Ue, è il giovane falco dell’austerità. In una intervista a Francesca Basso (Corriere della sera, 7 c.m.) ha ribadito: per garantire una società del benessere occorre condurre una politica fiscale responsabile e avere conti pubblici sani, finanze pubbliche in salute. Chiaro. Anche quando mette insieme “economia circolare sostenibile”, crescita (a mezzo intelligenza artificiale) di produttività e occupazione, e commercio globale. Par di capire: la crescita ha bisogno di differenze tra settori e territori; il Nord Italia, ad esempio, deve crescere in valore (avere cura, innovare) e de-crescere in termini quantitativi in molti campi. Così, il sistema non è sostenibile. Va detto. E deve gestire meglio i rischi e qualificare infrastrutture e Istituzioni: riorganizzarsi, fare grandi investimenti, aumentare la partecipazione e la trasparenza, ritrovare la PA (ruolo, efficacia ed efficienza), e ridurre la prassi isolante del dire generico, non vedere e non sapere.

Il limite della Politica europea? Di motivazioni e puntuali indicazioni. Così, troppi Paesi tacciono sul debito, non mandano segnali (ai creditori) che diminuirà e non innovano il sistema (Draghi: riforme strutturali). Come schiodare l’impostazione di spesa pubblica? Serve un Federalismo senza pretese, dal basso, concreto: agire in modo giusto e tenere gli occhi aperti. L’autonomia (la libertà) esce solo dal prender parte responsabile. Un esempio? L’iniziativa della lista civica Appello per Lecco, di cui Municipalità Metropolitane ha dato conto: si fondono 13 Comuni, si dà vita a una città di 108mila abitanti, si riorganizza la PA locale, si risparmia e si hanno contributi dalla legge 142 (Fusioni tra Comuni) e da quella di stabilità 2014. Lecco così si riposiziona, governa meglio le sue storiche realtà e coglie appieno i benefici del flusso turistico che sta montando.

I risparmi di spesa non sono la prima motivazione, anche se va detto che oggi, mentre la media italiana è di 7.595 abitanti per Comune (Appello per Lecco, pag. 33), i sistemi possono gestire 30 volte i volumi e i problemi di 30 anni fa. Gli 8.000 Comuni sono frutto di logiche divisive e di indebolimento, prima che di campanilismi (idem, pag. 25). È necessaria una sana e apprezzata PA locale. Vanno messi in evidenza i vantaggi di questo urgente processo di Federalismo dal basso. Provo a farlo. Io ho in mente Milano, con i suoi 134 Comuni: uno monstre, gli altri ogni 3 chilometri, a capire poco e non contare nulla. La Fusione tra Comuni è una priorità: la montagna alla portata delle nostre gambe. Vediamone alcuni modi, ragioni e vantaggi:

1. Governo di area vasta: una giusta visione delle vocazioni, delle possibilità e dei problemi; scelte lungimiranti e discussioni alla pari con gli enti paralleli e sovrastanti;

2. Cresce la fiducia e si attraggono idee e investimenti infrastrutturali e imprenditoriali;

3. Aumenta l’occupazione e ci sono risorse per le tutele, la ricerca, il non profit;

4. Il sistema pubblico (Istruzione, Giustizia, Salute, Camera di commercio) si qualifica;

5. La PA può organizzarsi per Lavorare in Gruppo, a partire dai Sindaci. Così, le tradizioni di rappresentanza e servizio locale rimangono e si rinnovano;

6. Si realizzano decisioni trasparenti e convincenti; sinergie di acquisto e spesa;

7. Cresce il ruolo della PA e delle Istituzioni locali, in particolare per la promozione delle Relazioni tra i soggetti del territorio (imprese, lavoro, professioni, giovani, donne);

8. La PA non licenzia. Anzi, assume esperti di relazioni, ricercatori, informatici, pianificatori urbanistici innovativi per il salto di qualità dei servizi;

9. Si rafforza il dialogo sociale, la partecipazione e l’evidenza del merito (il positivo concorrere che aumenta le chance di ciascuno ed è solidale, non lascia in difficoltà.



Francesco Bizzotto

mercoledì 21 marzo 2018

Voto del 4 marzo ANALISI EULER HERMES


All’economia serve un governo?

Prima ancora che Moscovici dichiarasse che i mercati e la UE non sono preoccupati del risultato delle elezioni italiane, lo avevano già affermato gli operatori economici.
Infatti nell’ultimo report di Euler Hermes, società del gruppo Allianz, operante nell’assicurazione crediti, si sostiene che “Dopo il voto dello scorso 4 marzo, il Sistema Italia ,si appresta a ripartire dai fondamentali solidi sui quali l’economia nazionale ha ripreso a marciare negli ultimi due anni” e  presenta le principali leve macroeconomiche “che potranno consentire al Paese di liberare tutto il potenziale economico per proseguire sul sentiero virtuoso della crescita a un ritmo più elevato”.
“In un contesto congiunturale europeo positivo, grazie alla ripresa degli scambi e alle condizioni monetarie e finanziarie accomodanti, possiamo prevedere per l’Italia altri due anni di ciclo positivo con una crescita del PIL dell’1,4% nel 2018 e dell’1,2% nel 2019 L’economia sarà sostenuta dai consumi privati che ritorneranno in terreno positivo (+1,0%), dagli investimenti (+4,4%) e dalle esportazioni (+4,4% in termini reali)”.
Nello studio vengono analizzate alcune macro-aree di intervento per accrescere il potenziale del sistema economico nazionale.
Al primo punto c’è l’aumento del potere d’acquisto delle famiglie.
Sebbene i consumi privati siano stati il principale motore della crescita, negli ultimi anni il potere d’acquisto degli italiani si è rivelato inferiore rispetto a quello di latri paesi europei. Si potrebbe procedere con l’adozione di un regime per le imposte sul reddito più graduale rispetto a quello attuale per liberare più risorse. Il livello dei prezzi dell’energia al consumo, per esempio, rimane ancora superiore a quello di Francia e Spagna. Lo stesso vale per il settore dei servizi di pubblica utilità, in cui i prezzi non si sono adeguati rispetto ad altri paesi dell’area euro. Riformare questi settori con una maggior liberalizzazione contribuirebbe a diminuire la rigidità dei prezzi e a garantire un maggiore potere d’acquisto ai privati.
E’ necessario poi sbloccare i finanziamenti e gli investimenti
Le banche italiane si trovano in una posizione decisamente migliore rispetto a un anno fa. Lo stock totale delle sofferenze è diminuito di 104 miliardi di Euro, attestandosi a 274 miliardi. Nonostante questo, evidenziano i curatori dello studio, la maggioranza delle sofferenze continua a essere di natura aziendale, circa il 70%. Una soluzione potrebbe essere migliorare le regole per i prestiti alle imprese, intervento che faciliterebbe la valutazione e la vendita degli stock, consentendo agli Istituti di credito di migliorare l’erogazione del credito.
Le PMI potrebbero giocare un ruolo ancora più decisivo per il rilancio del Paese purchè si adottino provvedimenti concreti di sostegno e misure per rendere la loro vita più semplice. Sarebbe utile ritoccare ancora verso il basso l’aliquota delle imposte da reddito, rendendola più graduale, così come si potrebbero mitigare maggiormente gli oneri sociali a carico del datore di lavoro, migliorando così la competitività delle PMI sui mercati internazionali.
Un tema fondamentale riguarda i tempi di pagamento tra imprese: il tempo medio di incasso è di 85 giorni. Sarebbe interessante ipotizzare un incentivo fiscale o addirittura uno sgravio per le aziende che riescono a ridurre i ritardi di pagamento a un livello accettabile, inoltre, anticipare la fatturazione elettronica obbligatoria al gennaio 2019 rappresenterebbe un importante passo in avanti.
“Grazie al miglioramento del clima economico le imprese italiane sono più affidabili nei pagamenti commerciali, nonostante alcune problematiche non siano ancora state risolte come, ad esempio, il rientro dei debiti della Pubblica Amministrazione. Il trend delle abitudini di pagamento a livello nazionale è in miglioramento da cinque anni a questa parte e il numero delle insolvenze è calato di conseguenza (-12% nel 2017, -10% nel 2018)  “Il fermento che si riscontra nelle start-up è un altro elemento virtuoso della nostra economia, in particolare per quanto riguarda l’innovazione tecnologica (ICT) e negli investimenti esteri. I maggiori rischi all’orizzonte sono al momento ravvisabili nella fine dei programmi di allentamento monetario europei, in particolare per i settori più indebitati “
Il coraggio delle riforme e le iniziative mirate a rendere il “Sistema Italia” più attraente stanno portando alcuni frutti, ma il Paese necessita di una strategia e di un piano per migliorare la propria immagine per quanto riguarda burocrazia, procedimenti giudiziari e settori protetti. I risultati anche nel 2018, saranno ancora una volta da traino per l’intera economia del Paese, con le esportazioni del settore macchinari e attrezzature che aumenteranno di altri 6,9 miliardi di Euro rispetto al 2017, seguite da quelle del settore chimico (+4,6 miliardi) e tessile (+3,4 miliardi).
L’Italia si classifica al ventinovesimo posto (tra 115 paesi) nell’Indice di digitalizzazione. Le performance della logistica e il contesto economico stanno migliorando, ma la qualità della connettività lascia ancora molto a desiderare. L’innovazione, inclusa la qualità della ricerca scientifica e l’aumento delle competenze dei lavoratori, migliorando la formazione, sono asset importanti.
Più internet e più fibra sono state sempre all’ordine del giorno di chi ha governato in questi ultimi 20 anni, ma poco è stato fatto.
Dopo tutto in questi anni sono state senza governo Spagna, Belgio, Olanda , per ultima la Germania, e la crescita di economia e diseguaglianze sono continuate , forse la vera riflessione dovrebbe essere su questi aspetti.
Per cui che ci siano le elezioni tra 6 mesi o tra 5 anni, il paese andrà avanti lo stesso.



Massimo Cingolani