martedì 27 febbraio 2018

ELEZIONI POLITICHE 2018


una scelta ragionata

NEL 2017 L’ITALIA HA AVUTO UNA CRESCITA ECONOMICA DOPPIA RISPETTO ALLE PREVISIONI. E’ TORNATA LA FIDUCIA DEI MERCATI VERSO IL NOSTRO PAESE, NON SIAMO PIU’ I SORVEGLIATI SPECIALI D’EUROPA.

Noi contiamo sulla capacità di ragionamento, sulla voglia di conoscere e non sulla paura e i rancori che molti alimentano.

Per questo non abbiamo il libro dei sogni (e siamo gli unici), delle promesse impossibili.

Abbiamo un programma delle 100 cose fatte (davvero) e delle 100 cose da fare ancora, che trovate qui: http://ftp.partitodemocratico.it/politiche2018/programma-100x100-A4web-7febOK.pdf

MOLTO RESTA ANCORA DA REALIZZARE PER AGGANCIARE I PAESI EUROPEI PIU’ PERFORMANTI, MA LA STRADA TRACCIATA NEGLI ULTIMI TRE ANNI E’ QUELLA GIUSTA.

tra ripresa e incertezza

IL 4 MARZO NON VANIFICHIAMO I BUONI RISULTATI RAGGIUNTI CON IMPEGNO E SACRIFICIO DI TANTA PARTE DEGLI ITALIANI.

VI CHIEDIAMO UN VOTO AL PD E ALLA COALIZIONE DI CENTROSINISTRA, UN VOTO UTILE PER NON FAR RICADERE IL PAESE IN QUELLE CONDIZIONI DI INCERTEZZA E DEBOLEZZA SUPERATE CON TANTA FATICA.

Nella scheda ROSA e in quella GIALLA (Camera e Senato) è sufficiente barrare il simbolo del PD.

mercoledì 14 febbraio 2018

IL NETWORK PER IL PROGRAMMA DI GORI


LOMBARDIA PUBBLICO E PRIVATO:
DIALOGO E COLLABORAZIONE

Il Network Assicuratori del Pd auspica il dialogo tra Assicuratori (nella loro duplice veste di investitori istituzionali e di attori di solidarietà responsabile) e Pubbliche Istituzioni milanesi e lombarde. Obiettivo: favorire un percorso di reciproca collaborazione.
La Lombardia (con Milano) ha l’esigenza di ripensare, con sguardo policentrico, le infrastrutture del tessuto urbano. Per essere competitiva, attrarre risorse umane e finanziarie, ridurre i rischi ambientali (congestione del traffico, inquinamento, fenomeni atmosferici abnormi) e trarne vantaggi (energia dalla falda idrica; maggiore mobilità sicura).
Le imprese assicuratrici sono impegnate in un mercato aperto all’Europa, con ampi margini di sviluppo interno e buone chance (tecniche, culturali e patrimoniali) esterne.
Solvency II è la direttiva europea del comparto assicurativo che “mette al centro (…) la qualità e quantità di rischi che ogni impresa si assume con le sue decisioni di impegno verso gli assicurati e di investimento delle disponibilità finanziarie”. “La nuova disciplina prudenziale (…) collega strettamente i requisiti di capitale ai rischi del portafoglio assicurativo”. Mira a “prevenire le crisi”. Così IVASS (l’Istituto italiano di vigilanza) nella sua pubblicazione “Solvency II”, che prosegue: “Maggiori sono i rischi che decidono di coprire con le loro polizze, maggiore è il capitale di cui devono disporre.” Il Consiglio di amministrazione “approva anche le politiche di valutazione e gestione dei rischi nonché i piani di emergenza, di riservazione, di riassicurazione e delle altre tecniche per la mitigazione dei rischi.” La compagnia di assicurazioni è chiamata a darsi un “cruscotto del rischio” che determini, “sulla base delle valutazioni attuali e prospettiche dei rischi, la propensione al rischio dell’impresa in coerenza con l’obiettivo di salvaguardia del patrimonio della stessa”. Ne consegue – stante l’ampia libertà d’investimento prevista – un delicato ruolo di “governance” del Cda: “politiche scritte” per una “struttura organizzativa trasparente” che realizzi una “chiara ripartizione e un’appropriata separazione delle responsabilità e un sistema efficace per garantire la trasmissione delle informazioni”. Solvency II chiama così anche gli Intermediari ad assumere ruolo e responsabilità nuovi.
Solvency II capovolge la storia degli ultimi tre secoli del mestiere di assicuratore e lo riporta alle politiche d’impresa dei suoi primi quattro secoli, quando non aveva lo strumento statistico (Blaise Pascal, 1662) e guardava poco agli eventi del passato per valutare le probabilità di danno. Compiva, appunto, valutazioni prospettiche dei rischi: valutazioni soggettive e attive; pesava l’uomo, il processo, il percorso, anche ponendosi in relazione con le Istituzioni influenti: Venezia favoriva l’armamento delle navi commerciali e proibiva, ad esempio, di navigare di notte tra le isole della Dalmazia.
Il presidente dell’IVASS Salvatore Rossi (Insurance Trade.it, 2 marzo 2016) ha detto: “Il passaggio dall’approccio statico di Solvency I, basato su dati storici, a uno prospettico come quello di Solvency II è rivoluzionario”.

Seguono alcuni esempi di Temi per il dibattito lombardo tra PA e Mercato Assicurativo:
A. INFRASTRUTTURE DEL TERRITORIO. Riprogettare le infrastrutture del sistema policentrico lombardo (una esigenza matura) richiede visione, grandi progetti e ingenti capitali. Riguarda in primo luogo il trasporto di persone e di merci e il conseguente riassetto idrogeologico. Obiettivo: aumentare mobilità, attrattività e competitività, e ridurre i grandi rischi del traffico, dell’ambiente e catastrofali. La partecipazione dell’Assicuratore (investimenti e polizze) sarebbe segnale di affidabilità dei progetti.
B. SALUTE. Riteniamo che la cura della Salute debba avere a base la Personalizzazione delle cure e la Prevenzione di malattie e infortuni. L’Assicuratore può integrare e personalizzare il sistema Sanitario Pubblico (sino alla tutela del rischio di Non Autosufficienza, che per un 70enne è oggi al 40%) ed è economicamente interessato alla prevenzione. Anzi, la prevenzione dei danni è propriamente conseguente all’indirizzo di Solvency II.
C. CASA. Risorsa tipica del lombardo: ne è proprietario l’80% (Francia e Germania sono tra il 40 e il 50%). A Milano l’85% è proprietario di casa e il 40% è ultra 60enne. Le polizze e garanzie per la casa meritano sostegno e sviluppo. Vi sono segnali di difficoltà: si vende la nuda proprietà della casa per risolvere i problemi dell’età avanzata.
D. AZIENDE. È il fronte dei rischi grandi e complessi. È interesse del Paese che anche i servizi assicurativi avanzino sul terreno di Industry 4.0, della interconnessione, delle relazioni di rete, in tempo reale; che abbiano campo e trovino mercato interno e d’esportazione. Possiamo definire queste relazioni prospettiche, cioè capaci di dare ai rischi d’impresa una forma (probabilità) vincente nel mondo e compatibile con l’ambiente.
E. CULTURA DELLA PREVENZIONE. La visione prospettica dei rischi (Solvency II) richiede una crescita culturale della società e il suo orientarsi alla Gestione dei rischi, alla prevenzione, come ha fortemente auspicato il presidente Mattarella. Tra pubbliche Istituzioni e compagnie di assicurazioni – come è stato fatto per la RCA – c’è un comune interesse a sviluppare ricerche, consapevolezza e iniziative su questo terreno.
F. IL FIUME SEVESO COME ESEMPIO E TEST. Tre azioni per gestire e ridurre subito il rischio di danni da esondazione di questo fiume, spina nel fianco del nord Milano. Ipotesi definita con Aipai – Associazione di periti liquidatori Incendio e Rischi Diversi – e gli assessori Franco D'Alfonso e Marco Granelli del Comune di Milano, nel marzo 2015:
1. la segnalazione di percorsi e riferimenti previsti o consigliati dalla Protezione civile;
2. opere di protezione per negozi, cantine e altri ambienti esposti al rischio;
3. una assicurazione privata innovativa e facoltativa dei beni interessati, messa a punto e offerta da un pool di compagnie di assicurazione milanesi.

Un’indagine realizzata nel 2014 dal consorzio Cineas del Politecnico di Milano tra le persone danneggiate da calamità naturali, evidenzia che:
 l’attuale sistema non funziona per il 75% della popolazione a rischio;
 un sistema misto pubblico / privato (Assicurazioni) è ritenuto migliorativo per il 65%;
 il 54% degli intervistati è propenso a stipulare una polizza (72% se a premio deducibile).

“La riduzione del rischio di catastrofi deve diventare parte integrante della politica di
sviluppo dell'Unione. (…) Gli strumenti per la gestione delle catastrofi devono fare maggiormente appello a soluzioni assicurative. (…) Se sono ben pensate e trasparenti, le polizze assicurative possono essere quindi uno strumento di mercato capace di scoraggiare comportamenti avventati e promuovere la consapevolezza dei rischi.”
Kristalina Georgieva, Commissione europea, 18.10.'11.

"Trent'anni fa l'onda di piena del Po scendeva al delta in 5 giorni. Oggi in 5 ore.” 

Armando Gariboldi, naturalista, agrotecnico, giornalista scientifico.





lunedì 5 febbraio 2018

RAPPRESENTANZA E COMPETENZA




 POLITICA TRASPARENTE

La rappresentanza politica? Farne una rete progettuale: lobby trasparenti di interessi e competenze (orizzontali e verticali)



In tutti i campi prevalgono opinioni descrittive che non espongono e non danno risposte. L’obiettivo? Catturare attenzioni, non scontentare, stare davanti, in pole. È cultura del comando, con varie sfumature. Prendo a esempio alcuni calibri da 90 della comunicazione politica. Il sociologo Giuseppe De Rita, creatore del Censis e di suggestive immagini del Paese, alla Tintoretto: ha fotografato il diffuso rancore verso i mediocri influenti. L’ultimo suo scatto (Corriere, 30 gennaio) ci mostra “cittadini vagotonici”, indifferenti, egoisti e incapaci a vivere in comunità. Ci vorrebbe “qualche vena nuova di obiettivi, sentiti come comuni”.

Il politologo Paolo Franchi (Corriere, 1° febbraio) gli risponde che non basta descrivere gli stati d’animo. Serve una Politica che stia due passi avanti e abbia “una narrazione di sé (…) e una visione del presente e del futuro”; che sappia “volare alto”. Ma, i partiti sono ridotti a “casse di risonanza per il loro segretario”. Conclude auspicando che l’antico “tirare a campare” prevalga “sul rancore, che è sempre una gran brutta bestia.”

Invece il sondaggista Ilvo Diamanti (rapporto Demos per Repubblica) rileva una marcata sfiducia negli eletti e nel sistema di rappresentanza, e insieme un impegno a cambiare le cose, con un 40% ottimista, contro il 16% pessimista. Ricorda che “la partecipazione genera fiducia”, e cita Umberto Galimberti che ha parlato di “nichilismo attivo” dei giovani. Disincanto, ricerca e disponibilità, dunque.

Dove metter mano e come? Vedo la Politica al centro (proporre visioni e orientare il Paese e le Istituzioni), e i partiti, che ne sono lo strumento democratico di base, devono ripensare il loro assetto, con riferimento alla Costituzione (regole di trasparenza e decisione) e alla organizzazione. E questo non è un aspetto secondario. Visto il tramonto (che merita rispetto) delle grandi immaginazioni e narrazioni del futuro – ideologie, costruzioni di élite –, perde senso il tono autosufficiente della Politica, che infatti ha prodotto l’attesa dell’uomo forte da parte di due cittadini su tre.

Va ridefinita come rete che parte dai rappresentanti e non finisce lì. Gli eletti (come? con Primarie?) devono rapportarsi agli elettori in modi non occasionali ma strutturati e vincolanti: in orizzontale, sul territorio, e in verticale, nel confronto con i competenti che sanno delle cose e delle compatibilità. Le competenze sono un grande patrimonio di equilibrio. Per far perdere peso a linguaggi e pratiche politichesi e populiste (confusi luoghi comuni e pericolose semplificazioni), può servire prevedere e organizzare, nei partiti o al loro fianco, un dialogo di merito (contenuti) e di interessi. Poi, chi deve decide. E motiva, rende conto. È un rischio – alimentare lobby trasparenti di progetto – con sbocchi gestiti dalla dialettica democratica (di cui sono parte i giornalisti e opinionisti).

Il Lavoro, a esempio. Qui il merito delle cose e i diretti interessati sono stati tagliati fuori da rappresentanti e competenti intermedi (le Associazioni delle parti e i giuslavoristi). Con la Politica e i partiti ad arrancare confusi e spesso strumentali. E il Jobs act? Ha fatto due cose e se n’è vista solo una: ha dilatato la possibilità teorica dell’impresa di licenziare (il nuovo clima ha ridotto il contenzioso) e quella del lavoratore di essere accompagnato a trovare e cambiare lavoro, con l’Agenzia nazionale per le Politiche attive e poi con la riforma delle Camere di commercio che impegna le imprese a contribuirvi. Ora, le Camere di commercio stanno mettendo in evidenza le professionalità che servono alle imprese. Ma le Politiche attive (di competenza regionale) non si vedono. E, pur pressati dall’Europa, non se ne parla.

Dal nichilismo attivo dei giovani e dal rancore dei molti si esce con cose serie. È disincanto sveglio, aggressivo e disponibile che ora si astiene. Il peggio può ancora venire

Francesco Bizzotto

venerdì 26 gennaio 2018

LA TRAGEDIA DI PIOLTELLO


MOBILITÀ & RISCHI. Investire & Gestire



La tragedia ferroviaria di Pioltello sia occasione per una riflessione a tutto tondo, senza speculare. Non siamo terzo mondo; la mobilità è parte della libertà e continuerà a crescere, specie nelle aree urbane. E con essa i Rischi, che sono l’altra faccia dello stesso foglio: la Possibilità. Dunque, investiamo per la mobilità e smettiamo di considerare separatamente le due facce del foglio. Solo così diventa sostenibile.

Non è corretto chiedere spazio per sviluppi scientifici e tecnologici che promettono vantaggi e opportunità, senza girare il foglio e valutare le conseguenze negative implicate. Non dico che non vi debbano essere (principio di precauzione) – perché “tutto ciò che è in potenza è in potenza gli opposti” (Aristotele) – ma che vanno gestite, cioè esplicitate, valutate, mitigate (Prevenzione) e assicurate. La Prevenzione è cuore della Gestione del Rischio (riduce i costi alla metà). E l’Assicurazione è una relazione di mercato che responsabilizza. L’Assicuratore ha interesse economico a che non succeda il danno (il sinistro). Agirà di conseguenza su tutti i soggetti influenti.

Esempio. Nel mercato assicurativo si racconta che anni fa una potente compagnia petrolifera inglese volesse perforare il Polo Nord. Chiese ai Lloyd’s di Londra di assicurare l’operazione, questi rifiutarono la copertura (è un azzardo, non un Rischio, una probabilità, una misura) e non se ne fece niente. Semplice.

Torniamo alla mobilità lombarda. Ha implicazioni e significati ampi. È agevole e corrisponde ai due desideri più grandi del carattere europeo: Libertà e Relazione; la fioritura individuale e il contatto con l’altro, la comprensione, l’inter-essere personale. È basilare. Merita priorità di progetti e investimenti, in ottica di foglio a due facce.

Sicurezza. È il prodotto della buona Gestione del Rischio / Possibilità. È l’obiettivo. Quale sicurezza? Lo ha chiarito Zygmunt Bauman a Milano il 29 marzo 2004 distinguendo tra Certainty, Security e Safety, dove Safety è la sicurezza attiva, raggiunta per sensibilità, capacità e abilità nel correre i Rischi (come Valentino Rossi in moto). E la Security? È quella che si fa riducendo i pericoli, limitando le attività, le occasioni. Altra cosa. La Safety implica un forte coinvolgimento del fattore umano. Esattamente quello che serve alle imprese per creare il nuovo e curare (a distanza, in tempo reale) le relazioni commerciali.

Allora, la tragedia di Pioltello ci deve indurre a un Progetto visionario per la mobilità e a una Gestione avanzata del relativo foglio (Possibilità & Rischi). La mobilità in Lombardia (un quadratino di 120 – 150 km.) merita un grande progetto di rete ferroviaria (quella di trasporto su gomma è già oltre il lecito) e grandi investimenti: una doppia rete – largamente sotto terra, per persone e merci – con il conseguente riassetto idrogeologico, necessario a prevenire i Cigni neri del cambiamento climatico. Un progetto con ricadute di attività e lavoro come 1.000 Expo. E gli investitori istituzionali abbondano. Ad esempio, l’Assicuratore è sollecitato dall’Europa (Solvency II) a fare investimenti infrastrutturali “prospettici” per ridurre il carico di rischio e dunque il capitale di solvibilità. Deve investire qui per fare gli interessi dei suoi azionisti. “Rivoluzionario”, lo ha definito Salvatore Rossi, presidente dell’IVASS. In Lombardia c’è solo un problema: di decisione politica.

Francesco Bizzotto

lunedì 15 gennaio 2018

IL TRAGICO NAUFRAGIO DELLA PETROLIERA NEL MAR DELLA CINA


COMUNICATO STAMPA
PREVENZIONE & ASSICURAZIONE
PER ANTICIPARE I DISASTRI.



L' Italia promuova in Europa  uno standard di Assicurazione obbligatoria della Responsabilità delle navi commerciali nel Mediterraneo.

L’Assicurazione (qualcuno che paghi i danni) è l’unico modo di mercato per essere certi che le navi viaggino in sicurezza.

Nel tempo di Industry 4.0: l’assicuratore può (ed è interessato a) sapere in tempo reale se le condizioni di sicurezza sono rispettate e attive.

A bordo della petroliera iraniana Sanchi (275 metri; un milione di barili) il sistema automatico di rilevazione delle navi pare non fosse operativo.

Come per il Cyber risk, anche con il condensato di petrolio non possiamo scherzare; rimediare a posteriori è sempre più difficile.

Il rischio moderno ha il carattere del cigno nero: obbliga a puntare sulla Gestione, ovvero sulla Prevenzione & Assicurazione dei danni.


 network.assicuratori.pd@gmail.com

mercoledì 10 gennaio 2018

CO-HOUSING: NUOVA IDEA DI CASA E CITTA'




 CARS – Case di Autonomia, Relazioni e Servizi





Oltre la separazione tra architetto e urbanista (Le Corbusier): favorire la vita di relazione e attiva; evitare l’isolamento; ritrovare lo spazio, la compatibilità, la Terra



L’idea del co-housing avanza anche in Italia. In Nord Europa va forte, da noi piano. Case ricche di servizi e utilità, di spazi comuni per attività diverse. Per garantire insieme i due aspetti chiave dell’abitare: autonomia – cifra del cittadino europeo – e relazioni, in sé guaritrici, utili e di mercato (offerta e domanda sono trasparenti, alla pari, e i costi si riducono).

La casa è un bel rischio da gestire: ricca e complessa, può realizzarci al massimo, grazie a una certa impostazione e alla tecnologia; può anche lasciarci in grosse difficoltà e procurare danni spaventosi (a noi e agli altri), per scelte e comportamenti poco riflessivi, e se insiste sull’isolamento. Oltre a portare con sé un crescente sovraccarico – mal sopportato tanto dai fragili anziani quanto dai giovani giramondo – ha conseguenze di stress, ansia e depressione, che favoriscono malattie, infine mentali.

La casa ricca di relazioni e servizi è la base per gestire questi rischi. Prepara il futuro (a esempio con spazi di co-working per il lavoro agile, da casa) e genera safety (la sicurezza attiva, che rende abili, previene i danni e ha costi contenuti, per Zygmunt Bauman). Ed è attorno all’idea di casa che possiamo ripensare l’urbano (le città collegate) e cercare l’equilibrio ambientale tra spazi edificati e liberi (da recuperare), civili e commerciali, verdi e coltivati (da far rinascere). Si può fare alla grande se si supera il tabù dell’altezza, che pure ha i suoi rischi. Milano ne è prova.

La casa centrata sull’attivarsi degli interessati riduce alla metà rischi e costi; consente molte economie di gestione e nel rapporto con i servizi esterni: sono questi a organizzarsi e spostarsi, non il cittadino. Vale anche per la PA e per la Sanità. Il problema è: chi sostiene la nuova idea di casa e città? Vedo cinque attori importanti:

1. La Politica e le Istituzioni, che devono orientare la soluzione dei problemi, attivare gli interessi e ridurre i rischi; anticipare, prefigurare il futuro. Possono anche non mettere risorse. La prima risorsa (e rischio) è infatti il giusto indirizzo nel medio - lungo termine;

2. Le Università, l’associazionismo, le Istituzioni culturali e artistiche: parlare, immaginare;

3. Architetti e Ingegneri, Urbanisti, Costruttori: superino le divisioni, creino, innovino;

4. L’Assicuratore con le sue tutele nei rischi, in particolare di Non – autosufficienza (polizza Long Term Care), e con i suoi investimenti “prospettici”, voluti dall’Europa (Solvency II) e dall’IVASS. È un soggetto di mercato che ha interesse economico alla Prevenzione, a una prospettiva di riduzione di danni e costi. Il suo ruolo è strategico;

5. La finanza innovativa, tra cui le Fondazioni bancarie (il presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti è alfiere dell’abitare smart) e il crowdfunding (sistema di micro finanziamento dal basso – crowd = folla – che premia progetti visionari).



La casa è un nodo vitale. Sbagliare ci costerebbe troppo. Serve un’impostazione che attivi gli interessati e unisca i protagonisti (pubblici e privati); che anticipi il futuro. E poi, possiamo oggi lasciare ai figli il compito di gestire le cure necessarie alla nostra 4° età?



N.B. L'Unité d'Habitation (detta anche Cité Radieuse), è un edificio civile realizzato a Marsiglia tra il ‘47 e il ‘52 dall'architetto Le Corbusier (1887 – 1965): la casa va inserita nel contesto in modo armonioso, non separato; «una gamma di misure armoniose per soddisfare la dimensione umana».

Le sue innovazioni più significative:

 Servizi nella casa utili al collettivo: lavanderia, biblioteca, albergo, ristorante, spazi per uffici e attività.

 Il tetto abitabile, noto anche come "tetto giardino". Può diventare un giardino pensile o essere adibito a funzioni complementari e ricreative: ospitare locali ad uso comune come la palestra, una piscina, l’asilo nido, un solarium, un auditorium all'aperto e un percorso ginnico per l'attività sportiva.



 Francesco Bizzotto

giovedì 28 dicembre 2017

ESERCIZIO D'IMMAGINAZIONE POLITICA


FAREI COME TRUMP 

Trump può esserci utile. Gli Usa riducono le tasse alle imprese e l’Europa deve pensare a come rendere competitive le sue economie, attrarre investimenti ed esportare prodotti e servizi. Alesina e Giavazzi, al solito, propongono: ridurre le tasse e aumentare la produttività. E siccome le tasse come si fa?, resta la produttività. Questa volta però non picchiano sul lavoro. Dicono: in molti comparti è alta (si tocca con mano), mentre nei servizi alle imprese e dove c’è lo zampino della PA è bassa. Vero. Come aumentare la produttività dei servizi e della PA? Penso ai servizi assicurativi e alle puntuali indicazioni dell’Europa e dell’Istituto di vigilanza IVASS: Gestire i rischi, fare Investimenti “prospettici”, Prevenire i danni. Lo dice anche il presidente Mattarella per le catastrofi naturali. Ma sono cose che faticano a farsi strada. E Alesina e Giavazzi? Tacciono sui servizi e propongono di privatizzare le imprese pubbliche. Semplicistico.

Se avessi 40anni, anziché quasi 70, tornerei a fare Politica e proporrei di fare come Trump, ma un po’ diverso. Mirerei al libero mercato che non c’è, con forti pubbliche Istituzioni che fanno la loro parte, come lucidamente auspica Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera del 18.12 u.s. Un mercato vero, responsabile e regolato leggero.

Mi porrei tre obiettivi: 1° rendere esteso, normale, vivace e concorrenziale il fare impresa; 2° mettere la PA al servizio del Paese e farla lavorare in gruppo (aprendo così una chiara e sufficiente prospettiva di riduzione della corruzione e del debito pubblico); 3° non lasciare nessuno in difficoltà. Avrei dal 60 al 70% del consenso. Farei così:

1. IMPRESA. Punterei tutto sull’attivarsi delle persone e delle imprese, su chi può far da sé, crescere ed esportare, e disegnerei una prospettiva di veloce riduzione delle tasse alle PMI, ai commercianti e ai professionisti – il 98% del lavoro autonomo –, con ampia esenzione fiscale per le Start up. Lavoro nero ed evasione scenderebbero alla metà senza colpo ferire. N.B. Se si fa ricerca e dibattito aperto esce questo: il futuro è del lavoro responsabile e creativo, in imprese e reti trasparenti. È il nostro punto di forza. Rafforziamolo! E la grande impresa? Non so. Ha un ruolo decisivo. Farei qualcosa; ne parlerei, la sosterrei.

2. PA AL SERVIZIO del Paese. Mi dedicherei ai “rami bassi” (Sabino Cassese) della PA: incentiverei gli 8mila Comuni a unirsi o consorziarsi e utilizzare le loro intelligenze per infrastrutturare il Paese e mettersi a disposizione di chi fa impresa e di chi ha bisogno, di chi ce la fa e di chi è in difficoltà: semplificare, farsi carico e risolvere i problemi con Sportelli unici. O così, utili al Paese, o pochi soldi. Milano ha 134 Comuni (uno ogni tre km.!); ne bastano 30 che operano in gruppo, dai sindaci in giù. Si risparmia un miliardo l’anno. Del Nord Milano – Sesto, Cinisello, Bresso, Cormano, Cusano e Paderno – si fa un Municipio di 250mila abitanti. Così può pesare, fare Metropoli e avanzare soldi.

3. LAVORO. Chiamerei gli interessati a una radicale riforma del lavoro: da dipendente / indifferente a collaborativo / creativo, con piena libertà di licenziamento e forti Istituzioni locali di accompagnamento e sostegno del lavoratore: potenti Agenzie pubbliche del lavoro partecipate da imprese, professioni e sindacati, orientate ad anticipare i problemi e assicurate – qualcuno interessato a non avere “sinistri”; che non guadagni sui disoccupati –. Questa riforma la pagherebbe l’Europa, che non sa più come dirci di fare Politiche attive. Con le economie sul gretto sistema attuale di casse integrazione, assistenza a gogò e pseudo formazione ci pagheremmo il sostegno (servizi e reddito) che è sacrosanto diritto di chi è nel bisogno e, pur attivandosi, non ce la fa. Cos’altro, nel tempo degli ingegneri e dei robot?

In Lombardia è domanda latente. Esploriamola.
FRANCESCO BIZZOTTO

mercoledì 13 dicembre 2017

UNO STUDIO EULER HERMES


CRESCE IL PIL MA IL FUTURO NON È PER FORZA ROSEO

Molti indicatori segnalano aree di incertezza

La crescita del PIL e la ripresa economica sono un dato di fatto, anche se nascondono delle serie criticità. Per il momento ci sono aziende, secondo uno studio del Sole 24 ore, che hanno avuto una crescita del 18% ed alcune che invece sono decresciute dell’11%. Quelle che hanno il miglior trend di crescita sono quelle che esportano, le più digitalizzate, con minore e più qualificata occupazione. Quelle in continua crisi sono quelle che offrivano più posti di lavoro.

Secondo uno studio di Euler Hermes, una società specializzata nel recupero crediti: “La crescita del PIL globale, sta accelerando con un buono slancio, aumentando finalmente ad un ritmo più sostenuto rispetto agli ultimi due anni, tuttavia, dietro questo quadro positivo, si trova una marcata divergenza nelle fortune economiche da paese a paese”.

E ancora: “È stata poco brillante negli Stati Uniti, sostanzialmente forte in Cina grazie a stimoli precedenti e stabile nell’Eurozona, soprattutto grazie alla crescita delle esportazioni. Anche la fiducia delle imprese è migliorata notevolmente, dato che sentono la spinta di una domanda più dinamica e una risalita dei prezzi, dopo diversi anni di sviluppo lento”.

È un dato da tenere sempre come riferimento, comunque la partita della crescita globale e nazionale è come una partita di calcetto. In campo per lo sviluppo ci sono: l’inflazione che crea una spinta alla fiducia e agli investimenti, l’aumento dei consumi, con le vendite al dettaglio in continuo lievitare, anche se lieve.

Questo migliora la fiducia delle imprese, dato che le aziende sentono la spinta di una domanda più dinamica e una risalita dei prezzi, dopo anni di progresso pigro. La ripresa degli investimenti e l’accelerazione delle esportazioni, che per quanto riguarda le aziende italiane è altamente positivo. Con questo continuo incremento ci sarà un progressivo miglioramento del mercato del lavoro, favorendo ulteriormente la spesa privata, vera leva per l’uscita dalla crisi. Le politiche di supporto, poiché la liquidità globale ha raggiunto livelli record, con oltre 19 trilioni di dollari e la politica monetaria dovrebbero rimanere ampiamente accomodanti.

Contro la crescita giocano: la reflazione, cioè la moderata nuova inflazione successiva alla deflazione, che se è positiva per il fatturato delle aziende, c’è il rischio che i margini e il potere di acquisto reagiscano negativamente; il fatto che il ciclo degli investimenti è in gran parte finanziato dal debito sia pubblico sia privato; i tassi di interesse più elevati potrebbero compromettere gli investimenti; il protezionismo, che non sta diminuendo e che trova continui sostenitori e le difficoltà a reagire ad una nuova crisi. Infatti i responsabili delle politiche sono preoccupati dai rischi derivanti dal non avere spazio di manovra sufficientemente recuperato prima della prossima crisi.

Poi c’è un giocatore che per il momento non sappiamo dove voglia posizionarsi: il rischio politico. In Europa dopo Brexit ed elezioni francesi non sembrano esserci grossi azzardi. Le elezioni italiane, nonostante tutto, non dovrebbero influenzare lo sviluppo, tant’è vero che il dibattito politico in Italia è caratterizzato da problemi che con l’economia centrano poco. Dall’immigrazione al testamento biologico, di sviluppo parlano seriamente in pochi, forse nessuno ha un’idea precisa, o probabilmente le decisioni vengono prese in altri ambiti e strutture, alle quali il nostro paese non sempre è invitato.

La democrazia parlamentare in Italia è sempre più in crisi, o meglio, è come se fosse svuotata. Non riesce a rappresentare la società nel suo complesso e appare assorta in dibattiti distanti dai reali bisogni dei cittadini. Ormai le leggi vengono interpretate attraverso regolamenti emanati dalle Authority, o sono il recepimento di direttive comunitarie.

Una situazione di questo tipo, insieme ad una ripresa che crea fratture e squilibri nella società, la famosa forbice tra ricchi e poveri che si allarga sempre di più, possono creare le premesse per un futuro poco roseo.

Massimo Cingolani

mercoledì 6 dicembre 2017

IL DIFFICILE INCONTRO TRA DOMANDA E OFFERTA DI LAVORO


OCCUPAZIONE: COMPRENDO, PARTECIPO, CONCORRO

“Favorire la formazione mirata e il costante aggiornamento per incontrare la domanda delle imprese e cogliere i margini di occupabilità difficile (un consistente 20%)”. Lo dice Maurizio Del Conte, giovane presidente di ANPAL, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro. E qual è la domanda? Le Camere di commercio sono impegnate a rilevarla, con la regia di ANPAL. In Lombardia, Brescia ha già una bella immagine della sua dinamica industria. Milano è due passi indietro, con le sue grandi imprese e Istituzioni, i servizi avanzati e una ricca industria di precisione nel Contado. Qui la domanda di lavoro è complessa e poco indagata. Una nebbia anni ’70.

La questione non riguarda solo l’occupazione. Serve capire come si orientano le imprese e quali competenze gli occorrono per mettere in campo le capacità e conoscenze giuste. Per orientare le famiglie, gli Istituti professionali, le Università e i formatori. Una relazione da strutturare in modo reciproco. Altrimenti come si fa a fare futuro? Nella separatezza, vince lo spreco autoreferenziale, perfetto nella buona fede, e il Paese perde pezzi di pregio (i giovani). Comprendere la domanda di lavoro significa indirizzare le Istituzioni formative e chieder loro il conto.

E non solo. Significa alimentare nei giovani, troppe volte isolati, confusi e disperati (apriamo gli occhi: 500 suicidi all’anno sono un incubo!), la mentalità del prender parte responsabile, del concorrere a creare le società di riferimento. È ciò di cui c’è bisogno per affermare il valore europeo della libertà personale che, appunto, con Giorgio Gaber, “non è star sopra un albero” (avere orario e stipendio personalizzati), “è partecipazione” (capire e dire dove va l’azienda e il mondo): pre-condizione di chance e di uguaglianza; presupposto di mobilità sociale, di differenze meritate, di giustizia. Indagare la domanda di lavoro (a Milano!) ha questo intenso riverbero sui giovani: mostra che la società vuole essere giusta perché è aperta, rischiarata, e dunque rischiabile. E Milano dà il tono al Paese.

Un esempio? La Germania, una società organizzata e ambiziosa. Non a caso ha due oliati livelli di democrazia economica: la partecipazione dei sindacati alla gestione delle grandi imprese e l’Agenzia pubblica del lavoro Ba, che accoglie e accompagna nella ricerca chi è senza lavoro e chi lo vuole cambiare per crescere. La Ba ha 100mila operatori; il nostro scalcagnato sistema di Centri per l’impiego 8mila, e l’Agenzia metropolitana milanese AFOL (costata 2 miliardi) è in frigorifero.

Allora, per fare oggi mercato del lavoro, serve l’Istituzione per le Politiche attive centrale (nazionale ed europea: bene ANPAL, va posto il problema a Bruxelles!) e locale: un attore pubblico-privato, largamente partecipato, che anticipi le crisi produttive e di relazione, e favorisca il dialogo, un vero match, tra domanda e offerta. La scelta del collaboratore (e dell’imprenditore) deve avvenire per confronto diretto e plurale, perché i fattori che contribuiscono alle decisioni sono a “razionalità limitata”, direbbero i Nobel per l’economia Daniel Kahneman (2002) e Richard Thaler (2017). Si tratta di competenze e di soldi, e di affinità, sintonie, simpatie. Premesse di armonie.

Questo hanno fatto i Paesi cresciuti più di noi in Pil e occupazione. Questo dice l’Europa (Marianne Thyssen, commissaria per l’occupazione: le Politiche attive del lavoro in Italia sono “incomplete e carenti”). E solo questa scelta forte di accompagnamento istituzionale giustifica un certo tasso di precariato (l’economia dei lavoretti, il lavoro a chiamata che cresce a doppia cifra) e farà rientrare il diffuso rancore. Non basta descrivere ciò che è evidente, come fa troppa stampa (ad esempio Luca Ricolfi sul Messaggero del 25 u.s.).

Senza l’articolata Istituzione per le Politiche attive, i rapporti di lavoro, promossi da relazioni casuali o familiste o sbilanciate, restano scentrati. Da qui i faticosi aggiustamenti successivi e l’insoddisfazione delle parti (il 58% dei lavoratori, mentre l’imprenditore vuole avere mani libere per licenziare se la collaborazione non gira). Non son proprio condizioni per quel che serve: la dedizione, la cura, la creatività, l’innovazione.

Al cuore della questione c’è un tema mal digerito nel bel Paese: il Mercato, luogo regolato di libera concorrenza tutt’altro che conservatrice. Dice Georg Simmel in Sociologia, 1908 (Edizioni di Comunità, Milano 1989, p. 246):

“Della concorrenza si sottolineano di solito gli aspetti velenosi, dispersivi (…). Accanto (… vi) sta però pur sempre un enorme effetto associativo: la concorrenza (…) moderna, che si contraddistingue come lotta di tutti contro tutti, è però al tempo stesso lotta di tutti per tutti.”

I giovani amano il libero concorrere. Sono assai più refrattari i “vecchi” adulti, la P.A. e le grandi imprese: tre colossi che praticano la statica, il trantràn, le furberie e la gestione (il taglio dei costi, fermo il resto).

Come affermare la concorrenza? Servono un bel dibattito, dati chiari e tre passi: 1° evidenziare l’indirizzo europeo e del Paese; 2° comprendere a fondo l’orientarsi e la domanda di lavoro delle imprese; 3° mirare in modo convergente all’Istituzione che favorisca il rispetto e il match tra detta domanda e l’offerta.

Senza scelte politiche chiare e avanzate c’incartiamo, senza libera impresa non c’è né lavoro né futuro, e senza libero lavoro perdiamo.

Francesco Bizzotto

NUOVE NORME O SEMPRE IN SALITA?


VOLONTARIATO E BUROCRAZIA. ALL’ITALIANA

Periferie e volontariato vengono spesso rappresentate per quello che non sono. Delle periferie non si coglie il disagio e l’estraneità verso le istituzioni, salvo meravigliarsi quando non vanno a votare o peggio scelgono ”male”. Il volontariato invece non è solo quello rappresentato dalle grandi associazioni, che dedicano molto tempo alla gestione dell’immagine e a ritagliarsi un ruolo nella politica. Ci sono associazioni con numeri esigui di volontari, ma impegnati a risolvere problemi e situazioni particolari della società.

Ad esempio c’è n’è una formata da appassionati di antichi strumenti scientifici a Brera, che restaura gratuitamente orologi storici. A Sondrio ci sono gruppi di appassionati che ripristinano treni veri e che li fanno funzionare. Spesso questo tipo di aggregazioni non sono percepite come “volontariato”, come se lo scopo debba sempre essere la cura di una persona malata e non la cura della città o dell’ambiente. Per molte di queste strutture l’unico rapporto con le istituzioni è solo di tipo burocratico. È vissuto come un obbligo, ad esempio, il fatto che legge 266 imponga alle associazioni di volontariato di stipulare un contratto di assicurazione di responsabilità civile, infortuni e malattia. L’obbligo sussiste anche qualora il volontario possa incorrere in un incidente, o possa contrarre una malattia professionale.

Con poche risorse questa voce può diventare un onere costoso, anche perché può capitare il caso della associazione di musicisti che vuole organizzare dei concerti di musica classica nei cortili delle case popolari, alla quale viene richiesta una polizza come se si trattasse di un concerto rock con cavi elettrici da 800 Volt. La legge sul terzo settore, dovrebbe finalmente regolamentare la sistemazione di un settore poco normato e spesso deregolato.

Nella giungla del volontariato non mancano poi esperienze di confine, dove vengono proposte filosofie positive: il superamento dell’egoismo, l’educazione ad un etica più avanzata, con citazioni di filosofi e papi; ma poi si passa alla richiesta di un contributo in contanti o con paypal, per ricevere una sorta di “kit del volontario” e di bilanci trasparenti non si vede nemmeno l’ombra. Spesso queste pratiche usano in maniera disinvolta i social, in una società bisognosa di solidarietà.

Un ruolo essenziale nella nuova regolazione sarà focalizzato sul Registro Unico del Terzo Settore: uno strumento che sarà avviato, gestito e aggiornato dalle Regioni ma che utilizzerà un’unica piattaforma nazionale.

L’obiettivo è il superamento della frammentazione e dell’opacità dei troppi registri oggi esistenti: l’accesso al Fondo progetti, al cinque per mille, agli incentivi fiscali sarà possibile solo attraverso l’iscrizione al Registro. Con il decreto sull’impresa sociale, l’Italia si dota di una normativa particolarmente innovativa, ampliamento dei campi di attività come il commercio equo, l’alloggio sociale, il nuovo credito, l’agricoltura sociale. La possibile, seppur parziale, distribuzione degli utili e soprattutto incentivi all’investimento di capitale per le nuove imprese sociali. Per la prima volta diventano esplicite in una legge alcune indicazioni alle pubbliche amministrazioni: come incentivare la cultura del volontariato, o cedere senza oneri alle associazioni beni mobili o immobili per manifestazioni, o in comodato gratuito come sedi, o a canone agevolato per la riqualificazione.

Il Governo con questo provvedimento intende investire sull’innovazione sociale, ma sarà fondamentale muoversi verso questo mondo in maniera non strumentale, non enfatizzando solo l’impegno verso le persone con disagio, ma valorizzando anche chi crea capitale sociale portando la musica classica in un cortile di periferia o restaurando un autobus storico che circolava a Milano negli anni del boom in una bella livrea biverde. Riguarda un mondo costituito da 300mila associazioni, 1 milione di lavoratori e oltre 5 milioni di volontari. Quelle del terzo settore sono organizzazioni essenziali per la coesione sociale.

Il sociologo americano Lyda Judson Hanifan, fu il primo ad introdurre in un suo scritto del 1916, e poi in un successivo del 1920, una definizione di “capitale sociale” nell’ambito dei rapporti sociali. Scriveva che “il capitale sociale si riferisce a quei beni intangibili che hanno valore più di ogni altro nella vita quotidiana delle persone: precisamente, la buona volontà, l’appartenenza ad organizzazioni, la solidarietà e i rapporti sociali tra individui e famiglie che compongono un’unità sociale”. E anche segnalava “quegli elementi tangibili che contano più di ogni altra cosa nella vita quotidiana delle persone: la buona volontà, l’amicizia, la partecipazione e i rapporti sociali tra coloro che costituiscono un gruppo sociale. Se una persona entra in contatto con i suoi vicini, e questi a propria volta con altri vicini, si determina un’accumulazione di capitale sociale”.

Il volontariato diffuso necessita di strutture leggere e temporanee, ad esempio c’è da pulire una via, un’area cani o di piantumare un’aiuola, per questo si può costruire un’unione temporanea di cittadini. Si potrebbe prevedere una struttura alla quale si possa aderire, con minimi passaggi burocratici, per normare eventuali responsabilità (se ad esempio ad un volontario dovesse cadere una scopa su di un’auto posteggiata). Nella nuova legge, ad una prima lettura, non sembrerebbe codificata una simile associazione; le amministrazioni locali, però, possono favorire e coordinare tali attività.

Massimo Cingolani