martedì 28 settembre 2021

UNA LEZIONE DALL’ ESPERIENZA VISSUTA

FRATELLI MAGGIORI QUINTA TAPPA

LAVORARE IN CONFLITTO D’INTERESSI

Di Alberto Scudo, Agente di Assicurazioni, ho un ricordo vivo seppur lontano. Un bel professionista ci aiuta a comprendere il Conflitto d’interessi che esaspera ancor oggi le tensioni Agenti – Compagnie. È il nodo che impedisce alle Assicurazioni di contribuire come possono e devono alla sostenibilità dei Rischi. Il mio ricordo è parte di un contesto nascente, esaltante: il Veneto vincente degli anni ’70

Il ricordo di persone conosciute fa emergere tratti di carattere, contraddizioni e buone pratiche: insegnamenti. Nei ricordi troviamo sia radici e idee sia intuizioni perse e nodi ancora non sciolti. Il ricordo, testimone senza pretese, è un atto sociale e un racconto di noi. Nulla va perduto, se miriamo a fare bene.

 

Qui, lascio traccia di Alberto Scudo che negli anni 70 era Agente a Bassano del Grappa della romana “Intercontinentale Assicurazioni”. Aveva poco più di 40 anni quando io 27, nel 1976, anno clou. Ero un tecnico dei rischi industriali, dipendente della compagnia. Alberto ci rappresentava a Bassano: vendeva le nostre polizze (significa “promesse”). Era stimato e cultore di umanità, di libertà e di tradizioni venete. Un liberale radicale un po’ anticlericale, a volte fuori luogo nella sua terra. Credeva nel darse da fare, no dormire fin tardi e lamentarse, e pretendere, e ‘ndare dal prete.

 

Gestiva bene la sua Agenzia ma non era soddisfatto. Mancava sempre qualcosa: o i clienti facevano i furbi, o la Direzione aveva politiche di assunzione dei rischi fuori mercato, o si doveva (ma non poteva) investire sulla gestione. Un po’ si lamentava ma poi correva. Intuitivo, trattava con onestà il suo conflitto d’interessi (più incassava, più guadagnava) con i clienti, sempre pronti (questi) ad asciugarle le polizze, a prevenire il più possibile i danni. Con lui in Agenzia c’era la moglie: fine, equilibrata, riservata, lo sosteneva e completava. Qualche anno dopo, troppo presto, è mancata. Una mazzata tremenda che lo ha minato.

 

Aveva una vera passione politica, mirata a favorire l’iniziativa individuale: la soluzione di tutti i problemi. Era stato consigliere del Partito liberale in Comune. Soprattutto, era in lotta perpetua con gli uomini di potere (democristiani in specie; luie! – scrofe! – il suo consueto epiteto) che in Veneto tessevano in quegli anni la tela dello sviluppo, intrecciando fili sociali: banche, imprese, parrocchie, sindacalisti moderati, professionisti, sindaci e notabili; il ceto dirigente a cui i potenti di allora davano un respiro nazionale e oltre. Un ceto che parlava in dialetto e metteva il territorio, “la zente” (la gente) davanti ai partiti televisivi e alle idee divisive, che si dicevano in italiano. Un ceto che voleva crescere e far crescere, e si apriva al mondo. Caro Alberto, aveva sostanzialmente ragione!

 

Mi piacerebbe dirtelo e guardarti negli occhi. Viste le cose dopo quasi 50 anni, penso che saresti d’accordo ma, ugualmente, scuoteresti la testa. Tu parlavi di iniziativa personale, io di giustizia sociale. Adesso ti direi: conta tenere insieme le parti, dialogare, motivare e vedere cosa matura, come si mettono le cose; mirare a capire le ragioni un po’ di tutti. Importano la coesione, il buon senso, l’equilibrio, per esempio ambientale. Qui sì, avrei da ridire. Ma, insisterei, va cercata la quadra insieme; una certa armonia. Per te la quadra era sporcarsi le mani, compromessi inaccettabili se qualcuno non pedalava, non tirava. Oggi, sulla responsabilità (che, sola, fonda la libertà) ti darei ragione. Deve stare alla pari con l’elemento collaborativo e solidale. E tu, dopo una battuta, un sorriso, un’ombretta, mi diresti proemo! (proviamo!). Eri idealista e pragmatico: No stemo perdar tempo.

 

Alberto era molto cordiale. Io allora facevo il sindacalista e per lui ero un demonio di sinistra, strano perché lavoravo duro, ero sempre disponibile e m’impegnavo. Intervenivo nella sua Agenzia per valutare se e come assumere grandi rischi industriali (fare le polizze di aziende). Mi curava da vicino che lo facessi al meglio. Non si fidava.

 

E io andavo volentieri a Bassano a vedere imprese. Allora, organizzava tre o quattro incontri. Partivamo al mattino presto: prima una scappata in Agenzia; poi il caffè, ma solo dopo aver gustato una sardina in saor su un crostino di pane e bevuto un sorso di vino. Passavamo davanti al fruttivendolo e Alberto lo blandiva e, sottovoce, insultava: ladro! El te vende pi aqua che verdura! Non mancava di portarmi a incassare qualche polizza da clienti speciali. Mi diceva: La xe scola, e ghi da capire come che gira ‘sto mondo.

 

Una sera d’inverno, mi portò in una cascina in collina a incassare una RC Auto. Sorrisi e battute salaci. Il contadino ci aspettava e volle che vedessi tutto e assaggiassi la sua soppressa e il vino. Un’ampia stalla con sopra i fienili: un classico. Osservai l’impianto elettrico rifatto con canaline di sicurezza. Alberto me l’aveva detto. Gli feci i complimenti: un bel investimento. Mi mostrò la certificazione. Ne presi buona nota, per la prossima riforma della polizza Incendio: ci stava uno sconto che, in parte, ripagava l’investimento. Sì, erano occasioni formative. E la fiducia dei clienti ti marchia e impegna; un dono che commuove.

 

Quella sera, poi, fu speciale perché Alberto non aveva voluto che andassi in albergo. Di solito non accadeva, ma aveva insistito: mi voleva a cena da lui; “te ste qua, che magari femo tardi e no te ghe da corare”. Aveva amici da presentarmi. La sua casa era una bella villa quadrata su due piani con un ampio pre-ingresso, aperto e coperto, e una lucina sempre accesa, dai tempi del nonno. La cucina era grande, ben attrezzata. Fu serata di lessi, con brodo caldo e l’immancabile cren (la tipica radice acidula e pungente).

 

La sua generosità era esagerata: mi raccontò che due ispettori romani, venuti a fare un controllo (Gera tuto a posto, sospirò) se ne tornarono con un cappone ciascuno, beo e neto.

 

Un’altra volta era teso: dovevamo fare il preventivo a una media azienda (oggetti di materia plastica) ed eravamo in concorrenza con un Broker. Il Broker rappresenta l’azienda e cerca l’assicuratore del caso. L’Agente (Scudo) rappresentava noi, vendeva le nostre polizze, i nostri Servizi. Come d’accordo, Scudo aveva raccolto molte informazioni sull’imprenditore (investiva ed era serio, solido, stimato), sulla produzione (diversificata, apprezzata), sui dirigenti e sul personale dipendente (c’erano in azienda buoni rapporti e reciproco rispetto: molta serietà e concentrazione; un bel clima).

 

La prima impressione confermò la fotografia di Alberto. L’imprenditore voleva vedere e valutare. Pensai che non era la solita questione di sconti. Mi lasciava parlare e mi seguiva nei ragionamenti. Mi pesava e mi piaceva. Si mostrò sensibile al rischio del fermo di attività (Danni indiretti); non gli bastava assicurare i Danni (incendi) ai beni e le Responsabilità, che temeva. Siamo a metà anni ’70: una bella consapevolezza. Così giocai la mia carta preferita: il nostro approccio di Servizio, di Gestione dinamica dei rischi.

 

Chiesi qual era il cuore dell’azienda e dov’era imbattibile e perché; quando s’era formato questo vantaggio e cosa significava, e temeva. Approfondii i valori economici coinvolti e i timori, le probabilità di danno. Quali sinistri erano accaduti (o quasi) a lui e nel suo campo? E quali le iniziative, gli investimenti fatti per oliare i processi, aumentare la produttività prevenendo i danni e proteggendo beni e persone? Si fece prudente e preciso, tecnico.

 

Gli piacquero le idee dei “quasi” sinistri, dei danni sfiorati, e della produttività ottenuta occupandosi dei rischi sia nei punti di forza sia in quelli deboli. Io apprezzavo il suo stile; mi era vicino. Sondai la disponibilità a fare altri cambiamenti. “Perché no?” disse. Gli chiesi allora se poteva ridurre nei reparti le giacenze di merci, oli, scarti di lavorazione, imballaggi. Non lo avremmo formalizzato nella polizza, ma consideravamo importanti gli spazi vuoti, l’ordine e la pulizia dei locali. Con polveri, manutenzioni e qualità delle relazioni interne, erano i miei pallini. Si guardò attorno e acconsentì: “Ci organizziamo. Le faccio sapere”.

 

Allora, giocai la mia carta finale. Gli avrei fatto due preventivi: uno a premio e garanzia pieni, e uno con una franchigia (da valutare) e uno sconto del 10%. Perché tenere in proprio (con una franchigia) i piccoli rischi? Comportano alti costi di gestione e sono leggeri da reggere; l’azienda poi, se crede, può responsabilizzare i reparti. Vidi che s’incuriosì.

 

Io, in ufficio, impostai così le polizze: descrizione del rischio aperta e premio su misura di cliente che investe sulla sicurezza ed è disponibile. Con il mio rilancio: uno sconto del 10% se accettava una franchigia frontale di 500mila lire (mille euro). Come andò? Scudo portò a casa il cliente, che creò un magazzino separato per scorte, scarti e imballaggi, e scelse la franchigia. Più avanti passammo a salutarlo. I reparti erano lindi, bellissimi.

 

Quella volta – contento del lavoro che avevamo fatto: noaltri se ghemo merità l’afare. Deso vedemo – mi portò a pranzo in uno di quei ristoranti che erano santuari dei commerci: un ampio camino centrale aperto e attrezzato per il cibo alla brace; una cucina eccezionale, con molti piatti della tradizione. Scudo era conosciuto e quella una piazza di affari. Dai tavoli partivano occhiate curiose, sorrisi e saluti veloci; svelti e riservati i camerieri. Questo era il Veneto degli anni ’70: umile e insieme determinato a laorare e vére parte a sto mondo. La sua parte se la prese, e come! Se ha esagerato (sviluppi urbani smisurati, inquinamenti e stress) è per la cultura in cui tutti siamo: scatenati, non sappiamo darci limiti.

 

Anche in quella occasione Alberto volle, pensoso, approfondire all’incirca così il mio approccio tecnico: “Tu non fotografi l’azienda; cerchi e metti in evidenza i suoi punti di forza, i suoi investimenti per la sicurezza, e lavori sui punti deboli, sui rischi, per ridurli. Infine la chiami a partecipare alle polizze: si prende una franchigia? Gli fai un bel sconto. Bravo! Riduci i rischi per la Compagnia e… le mie provvigioni! Diventiamo competitivi, ma a mie spese! Polizze asciutte e clienti contenti. Anca mi, par carità, so contento, però me piasaria, se coro e laoro puito, guadagnar de pi, no de meno”. Dubbio legittimo – obiettavo – ma così si gestiscono clienti strategici (passibili di sviluppi); si batte la concorrenza e si hanno meno sinistri (e meno gravi). Sul medio periodo, anche tu guadagni di più. Annuiva, non convinto.

 

Scudo ogni tanto veniva a Milano per fare qualche polizza speciale o risolvere pratiche amministrative: il suo incubo. Era ben voluto. Partiva presto da Bassano e arrivava nei nostri splendidi uffici in via Morigi verso le 9. Una mattina lo vidi arrivare e trasalii, perché eravamo in sciopero per il contratto nazionale e stavamo facendo un picchetto. Non c’era nessuno negli uffici; era inutile che salisse. Alberto? Furente e tentato di venire alle mani. Ma temeva anche. A Milano non si sentiva a suo agio. Gli offrii un caffè e cercai di calmarlo. Mi disse qualcosa del genere: Quando finio ‘sta paiasada? Te me e paghi ti ste quatro ore perse?! Mi scusai e cercai di farlo ragionare ma… Aveva ragione lui: non puoi scioperare così, senza rispettare i molti coinvolti. Me la fece pesare? Sì. Sempre. E io ancora mi scuso.

 

Dal ricordo di Alberto Scudo traggo questa morale: rispettiamo, attribuiamo valore sia al singolo sia al ruolo in cui è impegnato. E curiamo le relazioni. È l’uno-due vincente! Occorre riflettere meglio sulla architettura delle relazioni. Credo sia la condizione perché tutti (anche le Assicurazioni) possiamo cogliere opportunità di contributo, sviluppo, guadagno. Avere cura delle reti reali: mirare a relazioni coinvolgenti, di qualità, armoniose. Nel mondo assicurativo: superare la diffusa autoreferenzialità; trovare il modo di premiare più il Servizio e meno i volumi finanziari. E che Servizio! Prevenire i danni per rendere sostenibili i rischi.

 

Questo è il punto chiave a cui lavorare per alleggerire le forti tensioni – sbagliate, muscolari, distributive – in essere tra Compagnie e Agenti di Assicurazioni: mettere al centro il Servizio e il cliente! E mirare alla sua soddisfazione; misurarla. Scatenare qui la concorrenza. Superare il conflitto che persiste tra l’interesse dell’Agente o Broker e di una parte potente (la finanza) delle Compagnie e l’interesse dei clienti (e del Paese): prevenire i danni, rendere davvero misurati, sostenibili, i rischi (oggi non lo sono misurati e sostenibili!), responsabilizzare i collaboratori e ridurre sinistri e premi delle polizze.

Francesco Bizzotto

 


 

sabato 25 settembre 2021

AGENTI VERSUS COMPAGNIE

UNA DOPPIA AUTOREFERENZIALITÀ 

Il mercato assicurativo è segnato da un conflitto sbagliato, che non pone al centro il cliente, la sua soddisfazione, ma i volumi finanziari, la loro spartizione. Così si concretizza una doppia autoreferenzialità, irresponsabile perché non fa quel che deve: puntare sulla Prevenzione dei danni. Che è l’unico modo per misurare il rischio moderno; rendere misurata la nostra potenza.

C’è un non dibattito – perché c’è contrapposizione – tra Compagnie e Agenti di Assicurazione. Mentre le Compagnie mirano alla separatezza (fare a meno di una rinnovata relazione con le loro Agenzie e con i clienti, con il mercato), gli Agenti (quanti? Parla il Sindacato SNA, che ha poche migliaia di iscritti) pensano la stessa cosa: mirano a un’autonomia dalle compagnie (e dai clienti) assai poco probabile, perché non fondata su progetti, competenze, servizi, utilità e chiarezza di ruoli. Vince l’autoreferenzialità. Non si mette al centro il Cliente e il merito (e l’innovazione) del servizio, se non in termini ripetitivi e banali.

Ciò mentre i cittadini, le imprese, le Istituzioni sono chiamati (ancora confusamente) a rischiare la vita, a correre grandi rischi. A loro serve un forte comparto assicurativo che li affianchi e accompagni. Non nego il conflitto distributivo interno. Dico: è positivo se basato su un’idea condivisa di servizio, mirato a incontrare e soddisfare i Clienti.

Qual è il punto? Il rischio (una probabilità) è simbolo dell’umano. Dice di grandi attese e timori in qualche modo misurati; di luci e ombre percepite, valutate. Parla di unità e armonia, pur contraddittoria, del reale. E fonda la libertà.

Infatti rischio è possibilità reale valutata (misurata). Se c’è rischio, ci può essere Responsabilità (titolarità e risposta ai problemi), e solo se c’è Responsabilità c’è Libertà. Possiamo correrlo, il rischio, come una buia fatalità? Gestirlo solo ex post, come ai tempi delle carrozze a cavallo?

Gli Assicuratori (quanti, non è chiaro) litigano per spartirsi la resa di un mercato che deve raddoppiare in termini sia di affari sia di apprezzamento, e quindi di guadagno per gli operatori. Con sviluppi di attività parallele insondati. Lo si desume osservando il mondo anglosassone e anche Germania e Francia. Un autentico Eldorado quasi in abbandono!

I litiganti sono spinti da un vento di libertà anarchica (senza confini, senza limiti) che spazza ogni ambito. È il lato oscuro di una stagione di grandi conquiste e altrettante solitudini, responsabile sia di incredibili avanzamenti di benessere sia di rischi – meglio chiamarli con i loro nomi: pericoli (pure incertezze, senza misura) e azzardi (tracotanza ignorante) – che ci stanno portando e ci porteranno disastri impensabili. Lo dimostra lo stato dell’ambiente, del clima, delle relazioni politiche e personali. E il Covid è la ciliegina.

Si tratta di una cultura anarcoide, con riferimenti deboli, insofferente, ansiosa; malata. La prova? Anela in modo infantile, a tutte le età, ai vantaggi della tecnica (delle possibilità) senza valutarne l’ombra (le conseguenze indesiderate). Quando lo fa, ne ha fastidio, separa, gestisce l’ombra (il rischio) come un costo, una seccatura, un rimedio. Viaggia a occhi chiusi a velocità crescente. Non sa curarsi nei e dei rischi.

Torniamo agli Assicuratori. Entrambe le parti sono tentate da quella potente droga che è la finanza quando è svalutata, lasciata sola. Pensano di potersi limitare al vecchio gioco ex post (oggi con il digitale): stare sui piccoli rischi di breve periodo e indennizzare così piccoli sinistri senza contribuire al gioco ex ante, alla gestione dei rischi, in specie dei grandi rischi. E senza contribuire alla Prevenzione dei danni, pur essendo in obbligo di farlo, sia per le norme in corso (Responsabilità amministrativa; Solvency II) sia per il senso comune (il dettato del buon Padre di famiglia), sia perché il trend dei rischi è ormai tale per cui il gioco ex post (attendere gli eventi) è sempre più incerto, pericoloso, drammatico, irresponsabile. Tutto dice (vedi il Cyber risk) che c’è un solo modo per far fronte agli eventi avversi: anticiparli, fare anche il gioco ex ante; lavorare bene, combattere, vivere bene.

Qui si sta adagiati sui soldi, mentre cresce l’evidenza che vi sia un generale e plateale conflitto di interessi: si guadagna sui volumi finanziari, sull’incassato (e sulla sua gestione), non sulla consapevolezza e la soddisfazione dei clienti (e delle Istituzioni).

Il sistema ha un alto potenziale ma è disarmonico e bloccato. Al Paese viene a mancare il contributo di un servizio di Assicurazioni orientato alla Gestione a tutto campo dei rischi. Quel che serve e deve.

A sbloccarlo, abbiamo detto, basterebbe forse un indirizzo politico motivato e un vantaggio fiscale per i servizi e le polizze orientati alla Gestione, alla Prevenzione. Per dire della responsabilità politica…

Diciamo anche che, pur in assenza d’indirizzo politico, una garanzia c’è: IVASS, l’Istituto di controllo. Fa la sua parte (controlli di compliance e di gestione finanziaria e amministrativa). Un ruolo importante, ben agganciato all’Europa, ma limitato.

Il mondo assicurativo vive, in termini strettamente sociali, il processo di frammentazione e separazione già definito corporativo e ora anarco sovranista: una dinamica che spinge ceti e rappresentanze in difficoltà a fermare l’apertura e l’innovazione sociale e produttiva, perché difficili da affrontare (senza l’accettazione consapevole e la gestione dei rischi). Una dinamica che ci emargina, ci fa declinare e perdere. A tutti i livelli. Tutti.

A dominare il campo della diatriba in corso tra Agenti e Compagnie di Assicurazioni sono, dunque, l’assenza di indirizzo politico, un macroscopico conflitto d’interessi e l’insidiosa tentazione di sfuggire alle Relazioni e ai Clienti. Così la finanza si fa droga.

A porvi rimedio basterebbero, forse:

1.    Un indirizzo politico chiaro e motivato, che mettesse al centro l’interesse del cliente (chiederglielo! Fare una bella ricerca; discuterne);

2.    Una visone di futuro e d’innovazione necessaria (esempio: la Gestione dei rischi, la Prevenzione dei danni!);

3.    Un’equa fiscalità di vantaggio per indirizzare il libero mercato e la connessa gestione finanziaria.

 

La Prevenzione dei danni costa la metà del loro rimedio (fin che c’è rimedio).

Un servizio assicurativo che faccia bene il suo lavoro, cioè miri a rendere misurati (rischi) le incertezze, i pericoli, le ombre della nostra potenza, è indispensabile ora e in futuro.

La finanza è risorsa strategica della nostra attesa crescita materiale e spirituale. Che non sono separabili.

 

Francesco Bizzotto

mercoledì 22 settembre 2021

DRAGHI E L'AMBIENTE

Il Network Assicuratori plaude alla presa di posizione del Presidente del Consiglio

Draghi chiama all'azione per l'ambiente, "immediata, rapida e su larga scala".

Si orientino qui gli investimenti, dice, e si coinvolga la finanza: "accelerare la transizione energetica ha dei costi, ma genera grandi benefici".

Gli Assicuratori, ad esempio. Gestiscono oltre 10mila miliardi d'investimenti in Europa (oltre 800 in Italia). Sono interessati e devono, secondo Solvency II, ridurre i rischi della prospettiva, per mettere in sicurezza i loro bilanci (essere solvibili in futuro).

Se non investono sul futuro (sulle grandi infrastrutture materiali e sociali) gestiscono male le loro Riserve e, presto, faranno magri bilanci; le loro società avranno perdite che oggi possono essere evitate. Si tratta di giocare ex ante la partita del cambiamento.

Draghi ne parli, sblocchi la discussione infinita su come fare i previsti "investimenti infrastrutturali prospettici" delle Assicurazioni europee. Serve una mediazione alta che riconosca le ragioni di oculatezza e non sfugga alla sostanza.

Può aiutare fidarsi del mercato: dare un vantaggio fiscale alle polizze che puntano sia sulla Protezione sia sulla Prevenzione. Per una cultura del Rischiare e Assicurare all'altezza dei grandi rischi della prospettiva. Una cultura che entri nelle Direzioni delle compagnie, nella operatività delle reti di Agenti e Broker, e quindi nella riflessione dei Clienti.

lunedì 20 settembre 2021

LAVORO – IMPRESA

PER UNA ECONOMIA CHE COINVOLGA E ATTIVI

Milano discuta, innovi, faccia un TEST

Smettere di correre e fare solo l’Ambulanza del lavoro (che raccoglie morti e feriti).Mirare a un’economia dell’engagement: dell’impegno, coinvolgimento, partecipazione, anche conflitto, ma di merito, non pregiudiziale, antagonista. Anticipa i problemi. Costa poco e fa giustizia

Il rischio più temuto dalle imprese – subito dopo il digitale – è quello delle "risorse umane" da trovare, soddisfare, trattenere. E si sa che il 65% dei dipendenti è insoddisfatto. Trovare risorse con la personalità e l'attitudine giusta e un minimo di formazione di base è un problema. Anche a Milano che pure – secondo l'OCSE – è la capitale europea delle competenze professionali, dipendenti e autonome. E poi, come fare per trattenerle e soddisfarle? Molti i modi ma, “la libertà viene prima” diceva il sindacalista Cgil anni ’80 Bruno Trentin. Si tratta di liberare insieme l’uomo, il lavoratore, e l’impresa. 

Cercare, definire, con Istituzioni ad hoc, processi e servizi mirati (Politiche attive) che rendano dinamiche le relazioni di lavoro, per favorire l’incontro tra collaboratori giusti e imprenditori giusti; favorire il reciproco “engagement”: impegno, coinvolgimento, partecipazione, anche conflitto, ma di merito, creativo, non pregiudiziale, antagonista. Sperimentare una via appropriata e originale di Democrazia economica. Il nostro Paese ha una fortissima rete di PMI (il nostro salvagente) a cui mal si attagliano le pur fortunate esperienze giapponese (Qualità) e tedesca (Cogestione).

L’economia dell’engagement mira al sodo: a coinvolgere e attivare sul terreno concreto, innovativo, imprenditivo. Mira – ognuno al suo posto – a una cultura dell’impegno e della Libertà responsabile. È una sfida a tre: Lavoro, Impresa e Istituzione; tre che ambiscono e si rispettano. Significa credere (e far prendere il volo) alla sana concorrenza in economia.

Bisognerà convincere una certa sinistra (specie milanese), ma le recenti parole di Nicola Zingaretti (superare la contrapposizione tra Lavoro e Impresa) e la definizione, pur datata, di imprenditore di Valter Veltroni (“un lavoratore che rischia”) fanno sperare. Questo concorrere piacerebbe a Bruno Trentin. Penso che non dispiaccia al segretario della Cgil Landini e al presidente di Confindustria Bonomi. Cercare per questa via la reciproca soddisfazione: un valore capace forse di raddoppiare la produttività d’impresa.

Mirare a un equilibrio del mercato del lavoro (del fare impresa plurale, a diversi livelli) che abbia il minimo bisogno di sostegni e tutele esterni. Un sogno di Libertà tipicamente europeo che necessita di forti Istituzioni preposte per evitare, avverte Lucrezia Reichlin (editoriale del Corriere della sera di oggi 19 cm), che la democrazia liberale scivoli verso il “modello asiatico autoritario”. Aggiungerei qualche “pungolo gentile” (alla Richard Thaler): una buona “architettura delle opzioni” e una semplice fiscalità di vantaggio.

Significa favorire la mobilità del lavoro e la sua articolazione, flessibilità e autonomia (direbbe Enzo Spaltro), attraverso l’anticipazione dei problemi, delle crisi aziendali e relazionali. Con costi molto bassi. Acquisterebbe pieno senso il lavoro autonomo (che è fuoco di brace); sia quello di alta sia quello di modesta qualità (i lavoretti). Entrambi meritano tutele (sindacali) di solidarietà e la possibilità di formarsi, esprimersi, crescere, mettersi sul mercato e cambiare. Potersene andare, se ambiscono e sono insoddisfatti!

Ora, mentre le assunzioni riprendono quota, dopo la mazzata del Covid, una cosa è chiara: si assume a tempo determinato. L’impresa vuole contenere il rischio di avere risorse in eccesso e di sbagliare assunzione. Vuole verificare il mercato e conoscere, toccare con mano la risorsa prima di stabilizzarla. Ha ragione. E il lavoro? Ne disperdiamo qualità, tensione, fiducia nella precarietà? È la precarietà che umilia e produce i NEET!

Dunque, è evidente: le Politiche del lavoro non sono più solo questione di diritti e di tutele del lavoratore dipendente, dell'offerta di lavoro, ma un interesse di primissimo piano dell'impresa (e del Paese). Così, l’impresa deve occuparsene attivamente (come Confindustria di Brescia nella ricerca di competenti), mentre ha sempre meno senso fare carico all’impresa degli aspetti di tutela. Tocca alla società, alle sue Istituzioni. Salvo i casi di discriminazione e comportamenti scorretti. E siano tutele che attivano.

L’aspetto chiave è il nostro punto debole: le Istituzioni di territorio dedicate. Abbiamo creato un guazzabuglio tra livelli nazionale (Anpal), regionale (titolarità) e locale (responsabilità). Serve una trasparente volontà politica che vi rimedi. E Milano? È avanti. Investe da un ventennio sulla sua Agenzia del lavoro AFOL Metropolitana, che ha messo a sistema una gloriosa storia di sostegno al lavoro (a partire dal formare i più fragili).

Ora urgono scelte innovative, di respiro lombardo e oltre, nella direzione dell’engagement, della libertà responsabile. Per giocare la partita anche all’attacco, in positivo, e anche sulle migliori risorse, non solo in difesa, in negativo, sulle risorse in difficoltà (nelle crisi e sui licenziati). Smettere di fare solo l’Ambulanza del lavoro che raccoglie morti e feriti. Di tutelare e asservire. Per essere efficaci, vincere la partita e abbattere i costi. Quali scelte? Tre mi sembrano prioritarie:

1.    Sindacati e Assolombarda devono prender parte, contribuire. Per una volta, non si tratta di soldi. Si tratta di convinzione, idee, equilibri. Di progetti credibili. Senza le imprese e i Sindacati, le Politiche del lavoro rimangono ferme al secolo scorso, giocano di rimessa, platealmente separate, inefficaci e costose. E non favoriscono la convergenza delle iniziative di solidarietà, formazione e sostegno al lavoro, che spesso disperdono risorse.

2.    E poi vanno coinvolti – l’Europa lo ribadisce sempre – altri competenti interessati. Per mixare i punti di vista e realizzare iniziative nuove. L’Assicuratore ad esempio può facilmente “assicurare il lavoro”. Oltre che tutelare, si attiverà anche in due direzioni innovative a lui care e necessarie: prevenire i “sinistri” (i licenziamenti) e investire nelle infrastrutture del caso (per la formazione e la mobilità), secondo la chiara indicazione europea (Solvency II: investire per formare, anticipare i trend dei rischi). Si dia spazio, finalmente, a chi ha interesse (guadagna di più) se le cose vanno bene, se le crisi vengono gestite, anticipate. Vi sembra poca cosa?

3.    Così – in accordo e con finanziamenti europei – si può provare a gestire il “bene comune” lavoro (e impresa) come raccomanda la prima donna Nobel per l’economia (2009) Elinor Ostrom ("Governare i beni collettivi", Marsilio, 2006): mixare pubblico e privato con Istituzioni ad hoc fondate su valori, idee e progetti incrementali condivisi.

 

Si tratta di mettere in campo iniziative credibili; di provare il metodo Ostrom, ormai maturo. Facciamo a Milano con AFOL Metropolitana un TEST di Politiche attive del lavoro positive, innovative, coraggiose e solidali; europee. Dove, se non qui? Quando se non ora?

Dimostriamo che non è più vero che Milano corre e Roma pensa


Francesco Bizzotto

lunedì 6 settembre 2021

CRESCITA SI MA DI QUALITÀ E CON SOBRIETÀ.

SERVE L'UMANO DELL'UOMO PER VALUTARE I RISCHI DELLA NOSTRA POTENZA

Ancora "crescere"? Cottarelli: "Arriveremo al 6%". Pensiamoci. Troviamo riferimenti più precisi e opportuni. Crescita sì, ma di qualità, per via creativa, innovativa, di valore percepito e di apprezzamento ricevuto. È il nostro punto di forza. Guardiamoci attorno. Limitiamoci! Portiamo rispetto! Ne trarremo vantaggi.

Miriamo alla bella sobrietà; a una secca diminuzione di volumi, ingombri, inquinamento di processo e di prodotto, a breve e lungo termine. Era il trend del Nord Milano, tempo fa.

Sobrietà significa attenta valutazione a vasto raggio dei rischi implicati dalle iniziative e attività. Significa trattare con prudenza e lungimiranza (discernimento) il lato oscuro della nostra Potenza. Un tema caro al cardinal Martini. Certo, vanno fatte scelte, ci vuole coraggio. Lascerei decidere al mercato. Userei con discernimento le Casse integrazione (tema esplosivo, mi rendo conto).

Ma, qualità e sobrietà si esportano alla grande e hanno alti margini di guadagno. Chiamano in campo il fattore umano, anzi l'umano dell'uomo, le sue capacità esclusive di cura, impegno, creatività, intuizione, innovazione e servizio.

Certo, l'umano dell'uomo va riconosciuto, sostenuto, formato, liberato. Avete visto mai un creativo in catene che non sia Gandhi o Mandela?

Va fondato un diritto europeo del lavoro fortemente orientato alla libertà, all'intrapresa, alla mobilità e all'inclusione sociale.

Un diritto individuale che raddoppierà il tasso di concorrenza, consentirà di anticipare le crisi produttive (e relazionali), ci renderà imbattibili sui mercati e costerà la metà.

Produrrà risorse per garantire a tutti una vita dignitosa perché socialmente impegnata.

Queste garanzie o tutele sono una questione sociale. Non ha più senso farne carico all'impresa.

E accanto al diritto vanno poste forti Istituzioni garanti. Come ha cercato di fare Milano con la sua AFOL Metropolitana.

Qui, in Italia, non paiono pronte né la destra né la sinistra. Ma, lo è l'opinione pubblica. E lo è l'Europa.


Francesco Bizzotto