martedì 28 luglio 2020

Considerazioni sull’ intervista di Walter Veltroni a Achille Occhetto

Per una POLITICA come RISCHIO

Rimastichiamo questioni del ‘900 o andiamo oltre? Craxi? La sua scelta occidentale è stata intuitiva e generosa. Adesso, al cuore della questione poniamo il rischio. Vale per la politica, oltre che per l’impresa e la famiglia. E c’è un messaggio per le donne: mirate al bel rischio, non al comando!

 

Ho letto l’intervista a Occhetto di Veltroni (Corriere della sera, 19 cm) e ho strabuzzato gli occhi: sono due ex segretari ed è passato un quarto di secolo! Vicende lontane, Berlinguer mitizzato, retroscena e personalismi; e i più sono morti o zittiti. Fa questioni formali, di alleanze, schieramenti, dove ogni parte aveva sia buone ragioni sia complessi retroscena e vie di fuga. L’importante era vincere. Incertezza e ambiguità tenevano campo. Come oggi.

 

Li inviterei a rifare l’intervista e chiedersi come meglio si può rappresentare e governare. Basta votare e delegare? Da dove calano gli obiettivi? Come si organizzano i contributi di merito, le competenze? Non si dovrebbe distinguere tra i partiti (fuori dalle Istituzioni) e chi governa e amministra (con una certa autonomia)? I partiti poi, si attengono al “metodo democratico” previsto dalla Costituzione?

 

Occhetto è figlio del suo tempo. Non è mai stata fatta una discussione sulle ragioni del voto che nel ’94 gli ha preferito il Berlusca. Nella sua “gioiosa macchina da guerra” erano asserragliati molti sconfitti dalla storia. Non sapendo fare i conti, si è tenuto saldo il capro espiatorio (Bettino Craxi) che, come ha detto René Girard, serve per non fare la fatica di capire le crisi (a volte è obiettivamente difficile): “È colpa sua. È stato lui”.

 

Craxi era combattuto, ma l’alternativa era di merito non di alleanze, collocazione (governo o opposizione). Craxi aveva favorito l’evoluzione democratica della sinistra e riformista del Pci (il distacco dall’Urss): al Pci aveva aperto le porte dell’Internazionale socialista. Se non lo avesse fatto, sarebbe rifluito nel campo sovietico o si sarebbe spaccato. E poi, la scelta di Craxi per l’Occidente e per l’unità europea fu lungimirante, come il sostegno ai dissidenti dell’Est comunista. Lo ha testimoniato il cecoslovacco Jiri Pelikan, morto nel 1999, esponente della Primavera di Praga, esule in Italia ed europarlamentare del Psi.

 

Questa politica di Craxi ha rafforzato la democrazia e isolato l’Urss. Due fatti positivi che i comunisti in quegli anni non gradivano. Il contributo di Craxi va riconosciuto e studiato. A meno che non riduciamo la discussione al tema del finanziamento dei partiti, tutti e tutt’ora gonfiati come rane da un ruolo sopra le righe, esagerato, opaco, rifiutato e indiscusso. Un ruolo che forse spiega gli eccessi burocratici dei nostri apparati.

 

E oggi siamo qui, con una situazione difficile, per fortuna ben mediata dall’Europa. E noi corriamo il rischio di affrontarla con la solita distribuzione a pioggia temuta dai “frugali” (i Paesi del Nord) e dannosissima: ci renderebbe meno competitivi. Siamo a più 175 miliardi di debito (maggio su maggio). E cresce la rabbia. Sì, l’impressione è che si siano usati i canadair per dar da bere agli assetati. Ma, non è un errore. La rincorsa del consenso è una costante a sinistra, che spinge il Paese a destra. Ora, urgono riforme per l’equilibrio e il rilancio del Paese, e servirebbe l’esperienza riflessiva di Occhetto e Bersani, come degli Acquaviva (già dirigente delle Acli), Tognoli (già sindaco di Milano) e Formica (classe ’27, confida in Angela Merkel, Christine Lagarde e Ursula von der Leyen).

 

Capiamoci: chi si sdraia sul consenso non mira a ri-formare la società, le sue relazioni, ma a cambiarne il comando. La politica come potere: paurosa! Bruno Trentin, già segretario comunista della Cgil, l’ha definita, quella della sinistra e del Pci in particolare (oggi estendibile senza una piega ai 5 Stelle), “scienza elitaria dell’occupazione del potere”. Trentin ha molto sofferto per questa concezione distorta e micidiale della politica. È il limite, la nebbia che ha fatto soffrire Occhetto, Veltroni, Craxi e Martelli. E molti altri. Di alcuni ho scritto, perché li ho conosciuti: Gianfranco Troielli (imprenditore amico di Craxi, Agente generale dell’INA Assitalia di Milano) e Gianfranco Mastella (sindaco di Paderno Dugnano). Il mio obiettivo è cambiare e lenire queste sofferenze. Non cerco capri espiatori o vendette.

 

La questione che la politica ancora non sa affrontare è che si deve mirare (e dire, educare) in primo luogo ai percorsi di riforma maturi, a cambiamenti micro

-sociali, ad articolare meglio le relazioni e le istituzioni, non a vaghi ideali e, in buona sostanza, a schieramenti e contrapposizioni ignoranti. Non a sostituire il ceto politico che governa. Il bello è che la regola vale per ogni tipo d’impresa: se anteponi il tuo comando alla sua vita, all’armonia delle sue relazioni interne ed esterne, non le fai un bel servizio; anzi, ne prepari la sconfitta. Vale anche per la famiglia ed è un messaggio alle donne: non mirate al comando!

 

C’è dietro, insomma, un errore di fondo che forse risale ai filosofi greci (cercavano la sostanza delle cose e svalutavano le relazioni) e che i Fabiani inglesi hanno messo bene a fuoco: si impegnavano a formare e far crescere l’uomo nelle diverse situazioni, mi diceva Mastella. La politica invece, a fronte di una realtà per alcuni aspetti ingiusta e inefficiente, cosa fa? Ne immagina una nuova e la reclama, la chiede, la pretende: nuova e giusta.

 

Ma, questa realtà immaginata sta al termine di un percorso di attuazione che rimane nell’ombra, perché ciò che interessa è il risultato finale, la sostanza, la giustizia (con me al comando, ovviamente: così la farsa è l’annuncio). Non prende, non convince. Secondo Henri Bergson è un limite della nostra intelligenza. Non una cosa da poco. Ascoltiamolo:

 

“È il risultato delle azioni che ci interessa. […] Noi siamo interamente tesi al fine da realizzare. […] La mente si dirige di colpo allo scopo, ossia alla visione schematica e semplificata dell’atto nel suo essere immaginato come compiuto. […] L’intelligenza rappresenta dunque alla attività solo degli scopi da raggiungere, ovvero dei punti di stasi. E, di scopo raggiunto in scopo raggiunto, di stasi in stasi, la nostra attività si sposta attraverso una serie di salti, durante i quali la nostra coscienza si distoglie il più possibile dal movimento che si compie per conservare soltanto l’immagine anticipata del movimento compiuto. […] Esaminate da vicino ciò che avete in mente quando parlate di un’azione che sta compiendosi. C’è l’idea di cambiamento, è ovvio, ma rimane nascosta, in penombra, mentre in piena luce c’è la figura immobile dell’atto considerato come se si fosse già compiuto. […] La conoscenza si riferisce a uno stato, anziché a un cambiamento. […] La mente si ritrova sempre ad assumere una prospettiva di stabilità su ciò che è instabile.” Henri Bergson, L'evoluzione creatrice (1941), Cortina ‘02, pagg. 244 - 248.

 

Anche in politica poniamo in piena luce la figura immobile dell’atto considerato come già compiuto: è il risultato ideale, il sole che deve sorgere. Aria di famiglia un po’ per tutti. Ma non è così anche per la tecnica (l’Intelligenza artificiale, la robotica, la genetica, il 5G e l’Interconnessione delle cose), a cui in questi giorni autorevoli opinionisti chiedono che si dia libero corso? Che cosa non va in questo modo di fare e interpretare la politica, le attività, la tecnica, lo sviluppo? Cosa è sbagliato, cosa manca in questo approccio?

 

Vediamone prima le buone ragioni, i vantaggi. Questa capacità (è potenza immaginativa, il nous degli antichi) ha dato grandi frutti: abbiamo anticipato, creato, cose e ordini straordinari (terreni e celesti); si sono scatenate energie sconosciute, incredibili, ma… Non ne abbiamo messo bene a fuoco i pro e i contro. Molti i pro. Ma, i contro e i costi sono rimasti in ombra. Splendono e fanno scuola i risultati utili e belli. Del Rinascimento brillano le città italiane.

 

Ora, l’incremento quantitativo dei mezzi e dei beni (scienza, tecnica, bellezza) prepara un rovesciamento: i beni e i mezzi, da strumenti di libertà per l’uomo, diventano vincoli, strumenti di limitazione e poi di distruzione. Perché? Torniamo a ciò che è sbagliato nell’intelligenza: assumiamo una prospettiva di stabilità e compiutezza su ciò che è instabile, in divenire; significa che trascuriamo il processo, il percorso, la via di realizzazione dell’obiettivo che ci siamo dato. Viaggiamo al buio, a velocità crescente.

 

E perché è sbagliato non valutare bene pro e contro, viaggiare al buio? Perché il fine da realizzare è in realtà una possibilità, un potenziale; e “tutto ciò che è in potenza è in potenza gli opposti” (Aristotele, citato da Severino). La via, il percorso, il processo, è decisivo perché è sempre aperto, incerto, creativo e a rischio. Grande potenziale? Grande rischio. Cresce il primo? Cresce anche il secondo. Fino a quando si può reggere?

 

È il rischio l’ospite rifiutato e necessario, con cui dobbiamo imparare a fare i conti. Assai più della tecnica, galoppante e inchiodata dai libri dei filosofi. È il rischio il simbolo del nostro tempo. Vale per tutti gli ambiti: Ai, 5G, politica, impresa. Solo l’impresa ne sta tenendo conto con un bel dibattito che mira alla organizzazione a rete, coinvolgente, responsabilizzante. Non sarà facile, perché la rete è estranea alla tradizionale solitudine dell’imprenditore. Schumpeter, infatti, sottovalutava il rischio, ne faceva una questione statistica, di costi spalmabili. Mentre non è più la statistica (la frequenza, il passato) che misura il rischio, ma piuttosto l’intelligenza creativa, instabile, che s’immischia nell’impresa, che anticipa e gestisce. I professori faticano a capirlo quanto i tecnici.

 

Il mio obiettivo? È politico in senso largo: accettare e mettere al centro, in ogni ambito, il rischio (l’intrapresa) e attrezzarci a misurarlo e gestirlo, in entrambi i suoi lati (positivo e negativo, vantaggi e danni, insieme). Sta alla base del governare e richiede che il materiale (la tecnica, la ripetizione, il razionale, il digitale, il consenso) faccia un passo indietro e lo spirituale (i modi, le relazioni, la creazione, l’innovazione, l’etica) due passi avanti.

 

Gestire i rischi è cosa seria e complessa. Perché rischio è probabilità, misura; e il modo tradizionale di misurarlo (la statistica, gli eventi del passato) collassa. La vecchia misura (la matematica), il fondamento della tradizione occidentale (il razionalismo) e il mito di quella globale attuale (i dati) ci collasseranno tra i piedi. Lo intuisce chi, a tutte le latitudini, oggi si occupa di Cyber risk: non lo puoi gestire stando in prudente attesa, in difesa, assicurandoti ex post; devi attrezzarti per aggredirlo, gestirlo, anticiparlo, “assicurarlo ex ante”, direbbe Bianca Maria Farina, presidente dell’Ania, l’Associazione degli assicuratori.

 

Miriamo a intuire, anticipare gli eventi (con regole che neutralizzino i molti hacker irresponsabili del nostro tempo), per determinarne l’equilibrio, in positivo. Perché, insegna la Meccanica dei quanti, siamo influenti, sempre! Corrisponde all’insegnamento di Georg Simmel: l’umano è sempre creativo. A forza di gestire il presente in modo meccanico, guardando indietro (al passato, ai Big data), a forza di dare spazio alla potenza e aspettare i danni a cui rimediare (a posteriori), finisce che impattiamo con eventi dannosi senza rimedio. Questo è il punto. Il mio impegno mira ad accogliere l’enigmatico invito di Galileo che sta alle origini della scienza: Conta ciò che si può contare, misura ciò che è misurabile e rendi misurabile ciò che non lo è”. Sì. Si tratta di misurare ciò che non è misurabile.

 

Se l’impresa (il liberalismo) è la punta avanzata di questa riflessione, la politica è quella arretrata. Meglio se fosse il contrario, perché la politica parla di una mentalità largamente diffusa, che qui fa da ostacolo. Ma, sono ottimista: vedo bicchieri pieni a metà; stanno nelle mani di molti leader politici europei (e non) che mi sembrano all’altezza del nostro futuro.

Francesco Bizzotto

sabato 11 luglio 2020

Per un Turismo esperienziale e relazionale, di alta qualità, ben organizzato e gestito

CALABRIA E TURISMO

 

Il Turismo in Calabria è larga parte del futuro. Qui s’immagina e si propone un Turismo che scommette sulla qualità, investe su ospitalità, bellezza, sicurezza e trasparenza e s’innesta sul punto di forza attuale della Calabria: l’Agricoltura “eroica” di un territorio magico, suggestivo, ricco di sapori. Leggi di seguito un lavoro preparatorio che mira a trasformare la realtà locale e non si limita a confrontarla con realtà del Nord in difficoltà per la pandemia. LEGGI PER APPROFONDIRE.

 

La Calabria pensi al Turismo come a un prezioso bene comune e lo organizzi, consapevole d’essere un incrocio, il punto esatto a cui fanno capo quattro strade ricche di storia e significati: l’Occidente della libertà e della crescita e l’Oriente delle origini e delle tradizioni, nonché il Nord e il Sud del mondo, che ancora vedono contrapporsi sviluppo e sofferenza economica. La Calabria affascinò i Greci già nel VII secolo a. C.: quando la resero porta di accesso ad altri mondi; lo è anche oggi, da ovunque si provenga. Qui si captano i profumi e i messaggi delle quattro direzioni, e qui si narra, si comprende, spesso si anticipa. Oggi, da terra del tramonto, ha le condizioni per farsi terra di rinascita.

 

Per la Calabria, pensiamo a un progetto di Turismo esperienziale e relazionale, e qui ci proponiamo di metterne a fuoco la macro struttura. Puntiamo a definirne un’idea verticale, di qualità specifica e dinamica, più che orizzontale, statica e di confronto (tanto facile, quanto strumentale) con altri territori. Queste alcune idee per il Turismo in Calabria:

 

A.   I molti punti di forza su cui fare leva e da consolidare. Esempi: l’agricoltura “eroica” e moderna, che ne ha fatto la storia e ne fa l’economia; l’aspra e varia bellezza del territorio; le risorse umane, lo spazio e il tempo disponibili per fare bene e rispettare l’ambiente, la biodiversità, le foreste e le comunità; i litorali attrezzati e i borghi interni unici, i manufatti di contenimento del terreno e regolazione delle acque (armacìe);

 

B.   Le sue criticità, debolezze più o meno evidenti in cui crescere: le strutture interne di accoglienza e i collegamenti; la sicurezza percepita, la comunicazione; un’immagine della Calabria catturata e isolata dalla malavita, socialmente chiusa e ferma, in attesa;

 

C.   La logica innovativa che può caratterizzare il progetto: un approccio di gestione unitaria, esperienziale e relazionale, delle Possibilità e dei Rischi di un viaggio o di una vacanza in Calabria. Conta la percezione, l’esperienza del turista! Vederne e gestirne insieme gli aspetti soggettivi, oggettivi e relazionali; mostrare sia il lato in fiore dell’esperienza (bellezza, arricchimento, appagamento) sia le sue ombre o difficoltà, i costi e i pericoli. E accertare che la comprensione sia reciproca.

Cosa facciamo e suggeriamo per massimizzare il lato in fiore e anticipare le ombre? Come operiamo e cosa suggeriamo per prevenire conseguenze indesiderate?

Polizza 4.0. Una Polizza di Gestione da attivare in tempo reale (tramite app dedicata) a copertura dei rischi del viaggio o della vacanza. Un servizio online che miri ad anticipare i problemi (prevenire i danni), ad assistere costantemente il turista, a intervenire appropriatamente nelle emergenze e a indennizzare i danni.

Turismo trasparente! L’offerta che evidenzia i soli lati positivi ha stancato, non garantisce, è opaca e facilmente implode. Serve una pratica nuova, realista, completa, obiettiva e trasparente, suggerita dal Marketing esperienziale e dalla Gestione positiva (digitalizzata) del rischio. È ciò che proponiamo.

 

D.   Le condizioni di base per “Governare i beni collettivi”[1] di un Territorio amichevole con il turista. Quattro condizioni:

 

un’articolata rete (in progress) di soggetti:

a) imprese specialiste disponibili (medie e piccole, familiari, semi-professionali: dall’hotel stellato all’Agriturismo, ai B&B);

b) Pubbliche amministrazioni locali capaci di essere capofila;

c) forti investitori privati e istituzionali, per un progetto ambizioso;

d) Università di supporto progettuale e formativo;

e) associazioni di territorio e di accoglienza decisamente impegnate, anche volontarie;

 

una descrizione (precisa) dei percorsi, delle varianti e delle opportunità accessibili offerti al turista, con indicazione di opzioni, limiti e comportamenti attesi;

 

chiare indicazioni di sicurezza personale del turista (condizioni e riferimenti specifici): un piano dettagliato (strutture, azioni, persone) di Gestione dei rischi di esperienze negative, volto a massimizzare quelle positive. Risponde alla domanda: “come, insieme, possiamo minimizzare i rischi e cogliere al meglio le opportunità e i vantaggi del soggiorno?”;

 

un sistema di mezzi di trasporto dedicati credibile, sicuro e affidabile.

 

E.   Le condizioni di stretto contorno. Sono senz’altro diverse. Ne indichiamo tre che necessitano di una ricerca, una strutturazione e un approfondimento di caso studio:

 

l’esistente. Cercare, rilevare, mappare ciò che il territorio custodisce e di cui dispone, per tracciare, da subito, le ipotesi di intervento più significative e caratterizzanti di un’offerta turistica sostenibile e immediatamente realizzabile.

 

le lingue parlate dal personale di riferimento e di servizio, accompagnate da conoscenze ed esperienze (storia, cultura, attualità) di Paesi come Cina, India, Usa, Indonesia, Russia, Brasile e Nord Africa, oltre che Europa. Gli aspetti culturali, storici e di attualità sono più importanti della lingua madre del turista. La lingua inglese, con una seconda lingua straniera, costituisce una base essenziale;

 

gli specialisti di cura e gestione relazionale del cliente e dei gruppi (esperti di “customer experience” e di “risk management” turistico). Come percepisce la Calabria e il nostro sistema di accoglienza il turista che immagina di venire qui o che è qui? Cosa desidera e si aspetta, o teme o lo delude? Cosa gli crea tensione e lo frena?

NB. Questi specialisti devono essere trainer trasversali ed avere cura sia dei turisti sia della struttura (e relative persone). Per una cultura di accoglienza e di servizio.

 

Immaginiamo un sistema che si struttura in maniera graduale, incrementale, sulla base di una visione, di obiettivi e di regole condivisi (Elinor Ostrom), e che lascia ampio spazio sia al libero associarsi sia alla iniziativa della singola impresa, associazione e persona.

 

Se il punto di forza della Calabria è la sua Agricoltura – che ha qualità e sapori forti, unici, apprezzati – l’ospitalità calabrese può essere in larga parte esperienza eno-gastronomica e basarsi sull’agriturismo, sull’ospitalità diffusa, sulle reti rurali, etc. Il progetto potrà così estendersi su tutto il territorio e cogliere l’importante obiettivo di uscire dai limiti temporali e spaziali nei quali è oggi relegato.

 

La posizione della Calabria, abbiamo detto, offre la possibilità (un bel rischio, non una facile certezza) di rivolgersi ai quattro capi del mondo. Una particolare attenzione (fare rilevamenti, stabilire contatti) può essere rivolta a tre realtà che meritano di essere sondate con cura: A) i Paesi europei, B) quelli in forte crescita (Cina e India) e C) quelli del Nord Africa. Mentre con i primi la Calabria ha un problema di immagine e affidabilità (di qualità dell’offerta e di comunicazione), con Cina e India si tratta di investire su un futuro complesso e molto promettente. Hanno insieme il 36% degli abitanti della Terra (2,7 miliardi): il 20% mira e si appresta ad avere stili di vita occidentali, innanzitutto belle esperienze di viaggio. Tanto i primi (italiani in testa) quanto i secondi cercano la qualità e sono “big spender”. Un progetto vincente non può che essere di alta qualità, che è un fatto di esperienza, di relazione, di cura e cultura; di comunicazione e rispetto. E poi è un fatto di struttura e innovazione, di impegno concreto a investire per crescere e fare meglio.

 

Offriamo questi spunti al dibattito delle Istituzioni e delle imprese, delle associazioni e della società calabresi, consapevoli della ricchezza culturale del nostro Territorio e della parzialità delle idee qui esposte. Contiamo che scatenino il putiferio degli interessi e dei punti di vista; che siano arricchite o rese irriconoscibili, stravolte. Che contribuiscano a dar vita a un bel progetto. Che la Calabria apra, ed utilizzi in grande il suo prezioso file Turismo.

Francesco Bizzotto e Demetrio Fortugno



[1] È il titolo di un libro di Elinor Ostrom (1933 - 2012), prima donna Nobel per l'economia (2009). Le sue idee (dimostrate da esperienze vincenti in ogni angolo del mondo) parlano di “adattabilità istituzionale” e mirano alla “collaborazione tra pubblico e privato”; immaginano e descrivono istituzioni collettive (né 'pubbliche' né 'private') “costruite in maniera incrementale, per tentativi ed errori, da attori sia pubblici sia privati”.


mercoledì 1 luglio 2020

SPA E COOP SI INCONTRANO NEL CIELO DELLE ASSICURAZIONI

GENERALI E CATTOLICA

Spa e Coop tendono a fondersi. Bellezza e futuro della libertà responsabile e solidale. La Spa aiuterà le istituzioni delle spiritualità: ad andare oltre il comando e il dogma

Con Generali che soccorre Cattolica, un arcobaleno è apparso in cielo. La prima sale al 24,4% del capitale della seconda e apporta un aumento di 300 milioni, più 200 per l’apprezzamento del mercato. Generali è forse la nostra più bella public company. Cattolica è una storica e radicata cooperativa: una testa, un voto, purché “professi la religione cattolica”, dice il vecchio statuto. Lo leggo nell’articolo di Mario Gerevini sul Corriere della sera del 26 us. L’una Spa, l’altra Coop. Bene, perché? Perché la Coop diventerà Spa e sarà aiutata a innovare statuto e politica industriale.

 

Ed è su questa che si gioca il futuro, come Generali ha dimostrato, radicandosi nel mondo e innovando l’organizzazione interna, pronta a tutti gli sviluppi, per vivere a lungo. Pronta, esempio minimo, a trasformare la polizza di Responsabilità Civile Auto (RCA) in un Hub 4.0 di servizi diversi all’automobilista: Come va la macchina? Quali punti si fanno critici? Come guidi in media? E oggi? Sei distratto: rallenta, tieni la distanza. E la strada? E il traffico attorno a te e più avanti? Sarà un ampio assicurare (rendere l’agire più sicuro e libero). Forse i tempi non sono maturi, ma Generali c’è, ha fatto ricerca e investito.


L’arcobaleno è di buon auspicio: se il campione dell’etica individuale (la Spa) aiuta e salva quello dell’etica solidaristica (la Coop), un significato c’è. L’etica liberale da due secoli vince su tutti i fronti (compresi quelli del nazi-fascismo e del comunismo), e si trova a fare i conti con se stessa (li sta facendo; li vuole fare): cambiare alla radice, scoprirsi e accettare la sfida di un insidioso autoritarismo trasversale, aiutato da molti. Rimbomba la domanda: l’etica liberale saprà governare la civiltà digitale che promette e incalza? Reggerà il confronto con la gestione centralizzata, impositiva, autoritaria? Pianificazione, big data, ordini e controlli possono mostrarsi più efficienti di libertà, creatività, democrazia? O queste sono d’inciampo? Vedi l’aria che tira a Hong Kong.


È sfida aperta alla vecchia Europa dei liberi e solidali. L’Onu ha posto i temi giusti: Ambiente, Società, Governance. Ma buon senso ed equilibrio europei faticano a trovare il bandolo della matassa competitiva: con-correre e misurarsi in pace, sulla base di Istituzioni forti e valori condivisi. Quali valori? Lo spazio e le chance offerti ai capaci, l’aiuto ai sofferenti, e la convivenza ordinata di una pluralità di idee, proposte, percorsi.


La sfida della Spa che vedo latente e vincente è questa: dimostrare che la sua piramide, il comando, sa uscire dall’isolamento e andare verso la rete di autonomie e collaborazioni responsabili; una rete che esalti l’imprenditività e il suo demone innovativo, anticipatore, e recuperi lo spirito di squadra e la coesione della Coop (il sostegno che attiva, a partire dal basso, come dice oggi il Censis). Una rete multidimensionale che è nelle corde della tradizione europea: può salvare sia le libertà individuali sia la solidarietà. Insieme e affinate sono competitive. Riguarda anche la Coop già divenuta Spa: il Gruppo Unipol, campione di buona reputazione e leader di mercato nei Rami Danni, che merita un discorso a parte.

 Nella pratica dei valori di libertà e di responsabilità, di realizzazione personale e sociale, di sana attenzione all’ambiente, agli stakeholder, c’è la possibilità di abbattere un’altra barriera: quella tra benessere materiale ed esistenziale. Una grossolana e solida barriera che in poco tempo s’è alzata e ovunque annichilisce l’uomo e le tradizioni spirituali, tutte o quasi in logica piramidale, di dogma e di comando. Suggerisco loro di riflettere e imparare dalla Spa, dalla logica emergente della saggia rete imprenditiva, che libera e attiva. 

Francesco Bizzotto